GIACOBBE (EBR. 'FA'QĀBH)

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GIACOBBE (ebr. 'fa'qābh). - PATRIARCHI (v.), Israele (v.), da cui si formò il popolo ebraico, mediante i suoi 12 figli, capostipiti delle 12 tribù. Negli scarabei egiziani del periodo degli Hyksos (1680-1580 a. C.) ricorre il nome: 'j'qābh, ch'probabilmente corrisponde a 'fa'qābh-ḥ', che taluni vogliono considerare nome geografico.

Il nome sarebbe stato in origine teoforo; come tale ricorre nella lista delle città palestinesi conquistate dal faraone Thutmosis III (1501-1447). E. Meyer considera tale nome come di tribù e spiega 'Dio segue'. Altri, come P. Jensen, negano che vi possa essere un nesso tra il presunto nome teoforo e il patriarca G. Altri ancora spiegano tale nome con: 'Iddio compensa'; M. Noth: 'Dio ha protetto'. G. Jacob, preceduto da Lagarde e Horowitz, pensa al nome arabo di un uccello: 'ja'qub, il maschio del haqal, nome che i beduini delle alture sinaitiche dàmo al gallo delle montagne (Ammoperdix Heyi); il nome significa 'egli segue'; trattandosi di un animale grazioso, gli Arabi avrebbero dato tale nome anche ai bambini.

La Bibbia spiega il nome G. come derivato da 'qābh 'tallone', e il significato con: 'supplantator'. A suffragare tale spiegazione è stata il racconto biblico secondo cui i bimbo (il futuro G.) afferra 'il tallone' del fratello gemello (Gen. 25, 26); e l'altro concernente gli inganni e escogitati da G. per ottenere la primogenitura (Gen. 27, 36; cf. Os. 12, 4; Jer. 9, 3). B. Jacob (Genesis, Berlino 1934, p. 544) richiamandosi al Thesaurus del Gesenius: 'imitatur formas adiectivorum, quae colores similesque species designant', a Os. 6, 8, e al fatto che nei racconti del Genesis G. si trova tra Edom (rosso) e Laban (bianco) e che in seguito fonde i vari colori nei bastoni che mette nelle fonti dove vanno ad abbeverarsi le pecore, pensa che il nome G. possa significare all'incirca 'macchiato'; secondo Horst 'contenente tracce'; V. W.

(Giacobbe - La scala di G. (Gen. 28, 12) e l'altare di Bethel (ibid. 18). Musaico della Cappella Palatina (sec. XII) - Palermo.)

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BIBL.: H. Leclercq, Jacob, in DACL, VII, II, coll. 2087-2089.

Iconografia. — Sebbene la pittura delle catacombe non conosca rappresentazioni, già nella Genesi di Vienna (sec. V), accanto ad altre storie di fatti del Vecchio Testamento, si trova un completo ciclo illustrativo degli avvenimenti più importanti della vita di G., derivati dal racconto biblico, e precisamente: Esaù vende la primogenitura a G., il padre di G. va da Abimelech, G. e Rachelle, fuga di G. e lotta con l'angelo, distruzione degli idoli, nascita di Beniamin, seppellimento di Rachele e morte di Isacco. Il ciclo così costituito incontra notevole fortuna nell'arte cristiana; basti ricordare i riquadri di S. Maria Maggiore (sec. V), probabilmente derivati dalla modelli ellenistici, ed i complessi musivi di Monreale della Cappella Palatina di Palermo e del battistero di Firenze (sec. XII e XIII). Lo si trova ancora ripetuto nella decorazione delle Logge di Raffaello in Vaticano.

Ma due scene della vita di G., il sogno e la lotta con l'angelo e l'incontro con Rachele, possono essere considerate indipendenti dai cicli figurativi della vita del patriarca. Nella lipsanoteca di Brescia (sec. IV) G. combatte con un uomo, rappresentato come Jahweh. Negli affreschi di S. Maria Antigua l'avversario invece è già precisato come l'angelo. La scena compare anche nella scultura romanica del sec. XI, come nei capitelli della collegiata di S. Orso ad Aosta. Alla scena della lotta si accompagna per lo più quella del sogno. G. è rappresentato giacente, e davanti a lui s'innalza una grande scala sulla quale salgono o scendono uno o due angeli per gradino, e talvolta è sorretta da Jahweh raffigurato come Cristo. Talvolta, come in una strana miniatura della Bibbia di Carlo V (1371), G. è rappresentato vecchio e disteso al centro, con due scale che salgono in diagonale. Anche la pittura del Rinascimento ha caro questo tema, che trasmette alla pittura barocca, come si vede in un quadro del Ribera ora a Madrid, al Prado, e in un affresco del Tiepolo, nel Palazzo arcivescovile di Udine.

L'incontro di G. con Rachele, proprio per il suo carattere bucolico, è amato particolarmente dalla pittura gotica cortese, come si vede, p. es., nella Bible moralisée della Oxford Library, del sec. XIII, ove i due giovani si danno la mano, ed in alcuni quattrocentisti toscani, come Benozzo Gozzoli e Filippo Lippi.

BIBL.: T. Errenstein, Das Alte Testament im Bilde, Vienna 1923, pp. 215-260; K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, I, Friburgo 1928, p. 285 sq.