GIOVANNI VIII, papa. - Romano, eletto il 14 dic. 872, m. il 16 dic. 882. Arcidiacono della Chiesa romana da venti anni e collaboratore di Niccolò I, amico di Ludovico II, fu eletto già vecchio e malaticcio, ma diede prova di energia e avvedutezza singolari.
I. Attività ecclesiastica
Sostenitore convinto dell'autorità del pontefice super gentes et super regna, volle rafforzare la disciplina del clero e dei fedeli, conservare integri i privilegi e i beni ecclesiastici, consolidare il primato romano. Dichiarò comunicato chi lasciasse la moglie o, vivente questa, prendesse altra donna, pure dichiarando invalido il matrimonio fra nostrates e alienigemae. Affermò la sua autorità contro le usurpazioni della Chiesa ravennate ed ebbe fiera lotta con Giovanni X, arcivescovo di Ravenna; poté tuttavia celebrare (ag. 877) nella stessa Ravenna un concilio.Qui fu deciso che i palli dei metropolitani si dovessero chiedere alla Sede romana; che non si potessero
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deferire a tribunali laici vescovi, chierici, monache, pupilli; che fossero colpiti di scomunica i magistrati, i quali trascurassero le querelle di ecclesiastici; che nelle dimore delle chiese non potesse essere rivendicata consuetudine di placitum o di hospitium.
Tento di stabilire in Francia e in Germania un vicario della Sede apostolica, quasi secundus papa (876); ma non poté vincere l'opposizione dell'arcivescovo in campo di Reims e del clero francese. Ebbe tuttavia larga autorità nelle nomine e nelle condanne di vescovi. Affermò la dipendenza immediata dei vescovi e dei fedeli della Dalmazia dalla Sede romana, e vide ritornati all'obbedienza di Roma il duca e il popolo di Croazia. Protestò contro la prigionia di Metodio, l'apostolo degli Slavi, incarcerato dai Tedeschi, desiderosi di conservare il predominio della loro razza sui paesi slavi; sconosciuto i vescovi che lo avevano condannato (873) e ne ottenne la liberazione. E, se, per gelosa difesa della liturgia romana, aveva da prima condannato l'uso di Metodio di celebrare la Messa nella «barbara» lingua slava e, mal prevenuto contro di lui, l'aveva citato a Roma come sospetto di eresia (giugno 879), quando poi Metodio venne «ad limina», ne riconobbe la piena ortodossia, gli riconfermò l'autorità sul clero di Moravia, consentì che si celebrasse in questa terra la liturgia in lingua slava, perché «non in tre lingue soltanto, ebraica, greca e latina, ma in tutte le lingue doveva essere lodato il Signore»; soltanto volle che, ad affermazione di unità, il Vangelo fosse prima letto in latino (giugno 880).
II. G. E L'ORIENTE. — Il contegno di G. VIII rispetto all'Oriente fu variamente giudicato. Ignazio, risalito, per volontà dell'imperatore Basilio e con il favore di Roma, sulla sede patriarcale di OZIO (v.), tentava di sottrarre all'obbedienza romana i Bulgari, penalenti fra Costantinopoli e Roma. La morte di Ignazio (23 ott. 877) impedì un'aperta rottura con il Papa; ma questi si andò staccando dagli ignaziani. D'altra parte, Fozio, risalito sul trono patriarcale con il favore della maggior parte del clero d'Oriente e con il consenso, almeno tacito, dell'Imperatore mandava lettere deferenti per la Sede romana. Premereva al Papa ristabilire la concordia nella Chiesa e avere aiuti dall'Imperatore contro i Saraceni. Inviò quindi legati a un Sinodo orientale, convocato per la reintegrazione di Fozio; la lettera papale, conservata nel registro vaticano, la concedeva, purché Fozio chiedesse «misericordia». Ma al Sinodo fu presentata altra lettera papale, che faceva alto elogio di Fozio e annullava senza condizioni le misure contro di lui. È probabile che si trattasse di una falsificazione, accettata per debolezza dai legati papali. Certo il Sinodo si risolse in una glorificazione di Fozio. Il Papa tuttavia, soddisfatto per il ristabilimento dell'unita, dichiarò di confermare misericorditer la reintegrazione. È da ritenere accettata una lettera attribuita a G. VIII, in cui egli avrebbe condannato come corruttori della dottrina di Cristo e dei Padri quelli che inserivano nel Simbolo la parola «Filioque». A ogni modo, G. VIII riuscì non solo a impedire per allora lo scisma greco, ma a far riconoscere i diritti della Chiesa romana sui Bulgari, che la debolezza dei papi seguenti non poté conservare.
III. G. E LA POLITICA. — Le questioni religiose s'intrecciano, nel pontificato di G. VIII, con le politiche. Egli era ormai l'unica forza che tentasse di tenere unito l'antico Impero di Carlomagno, l'unico presidio di Roma e del Mezzogiorno d'Italia, contro la minaccia dei Saraceni. Provvide alla difesa della città, creando intorno a S. Paolo una «Ioannipolis»; condusse personalmente vittorioso campagne contro gli infedeli, tentando di staccare da questi i piccoli Stati meridionali, che per interessare o paura si erano stretti con loro. Cercò di rafforzare il potere di Ludovico II, procurando che gli fosse restituito la Lorena da Carlo il Calvo e Ludovico il Tedesco, che se l'erano divisa dopo la morte di Lotario II.
Motto l'Imperatore senza eredi maschi, nella mancanza di ogni norma di successione, attribuì a se stesso il diritto di designare il futuro imperatore per impedire che si disgregasse del tutto l'Impero. E designò Carlo il Calvo, sovrano della parte più romana dell'Impero, lodato per pietà, cultura, valore; lo fece acclamare dal clero e dal popolo di Roma; lo coronò imperatore (25 dic. 875), e ottenne da lui conferma di tutti i possessi e diritti della Chiesa. Ma Spolettini e Saraceni devastavano i dintorni stessi di Roma: nella città, per istigazione di Engelberga, vedova di Ludovico II e favorevoli ai Carolingi tedeschi, si formava un partito ostile all'energico Pontefice. Non essendo abbastanza forti, i cospiratori fuggirono, seguiti dalla scomunica papale (30 giugno 876).
Il Papa si volse allora all'impresa contro i Saraceni: riunì a Traetto sul Garigliano (giugno 877) i capi degli Stati longobardi di Salerno e Capua, dei latini di Napoli, Amalfi e Gaeta: diede danaro ed ebbe promesse. E sperò nell'aiuto di Carlo il Calvo, con il quale si trovò a Vercelli e a Pavia (sett. 877). Ma Carlo morì (6 ott. 877); le promesse degli Stati del Mezzogiorno furono vane; Lamberto di Spoleto e Adalberto di Toscana occuparono la città leonina (apr. 878), fecero entrare in Roma i nemici del Papa, lo tennero per un mese nelle loro mani, ma non riuscirono a costringerlo a giurar fede a Carlomagno e di Germania. Liberato, G. scomunicò gli aggressori; ma, non sentendosi sicuro, comprata la pace dai musulmani, si recò in Francia.
Qui tentò vanamente di raccogliere a Troyes (ag. 878) i principi carolingi e i loro vescovi per la salvezza della Chiesa e dell'Impero. Pensò allora di dare la corona imperiale a Bosone, conte di Vienne, e disse di volere attendere, senza cure mondane, «alle cose di Dio»; ma Bosone, più sollecito di procacciarsi un piccolo regno transalpino, si limitò a ricondurre in Italia il Pontefice (nov. 878).
Questi tentò ancora una volta di raccogliere le forze del Mezzogiorno e di stringersi con i Bizantini; riuscì ad indurre Atanasio, vescovo e duca di Napoli, a sbarazzarsi dei Saraceni; ma la sperata liberazione dalla minaccia degli infedeli non fu raggiunta; anzi costò si annidarono nello stesso dominio papale di Traetto (882), perpetua minaccia alle terre meridionali e allo Stato papale. Con la stessa speranza di aiuti contro i Saraceni, G. si riavvicinò ai Carolingi tedeschi, ormai prevalenti in Italia, riconobbe re d'Italia quel Carlo che fu detto poi il Grosso: lo incoronò a Roma imperatore (12 febbr. 881), intervenne con lui a una dieta solenne a Ravenna (febr. 882). Ma il debole Imperatore ne deluse ancora una volta le speranze. Il vecchio lottatore finì, probabilmente per morte violenta, procurata dai suoi stessi congiunti.