OZIO

OZIO. - Dal lat. otium, in senso generico è astensione dal lavoro (per i Romani astensione dagli affari pubblici o dalla famiglia, unici lavori degni di un libero cittadino). È atto lecito se rientra nei limiti di un necessario ed utile risposto. Quanto più si estende nel tempo e diventa abitudine, costituisce un pericolo più o meno grave, in quanto è terreno favorevole al pullulare di tentazioni e all’insorgere di vizi. L’Eccli. dà infatti questo avvertimento: «Mettilo al lavoro (il servo) perché non stia ozioso, poiché molto male fa la disoccupazione» (33,28: vers. A. Vaccari, La S. Bibbia, V, I Libri poetici, Firenze 1950, p. 247). Diventa vizio e peccato quando il lavoro da cui ci si astiene rientra nel numero dei propri doveri personali. La gravità è commensurata dal rilievo dei doveri che vengono trascurati.

Una specie di o. può ancora vedersi in quella operosità faccendiera che consiste nel dedicarsi da un lavoro all’altro senza scopo e convinzione, con grande e inutile sperpero di quelle energie da Dio date all’uomo per raggiungere il suo fine naturale e soprannaturale. Per evitare le tristi conseguenze dell’o., non è però giusto cadere nel difetto opposto. Gli uomini cioè non debbono dedicarsi alle attività temporali così totalmente ed esclusivamente da trascurare la contemplazione dei fini e dei beni soprannaturali (Lc. 14, 16 sgg.). Il lavoro, insieme al riposo e alla meditazione, deve essere uno dei mezzi di santificazione e non impedirla.

BIBL.: oltre i manuali di teologia morale, cfr. A. Tanqueray, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma 1927, n. 833 sgg.; F. Tilmann, Il maestro chiama, Brescia 1945, p. 284. V. anche la bibli. della voce LAVORO. Ercolani Francesco

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Ozio - L'ozioso, dipinto di M. Cammarano (fine sec. xix) - Napoli, Pinscoteca di Capodimonte.

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