GOETHE, JOHANN WOLFGANG von. - Poeta, n. a Francoforte sul Meno il 28 ag. 1749, m. a Weimar il 22 marzo 1832. Dovette la prima educazione alla intelligenza vivace e amorosa della madre (Frau Rath), che addolciva la severità del padre, dottore in diritto e consigliere imperiale. Studiò a Lipsia e poi a Strasburgo, dove compì i suoi studi di giurisprudenza e dove conobbe Herder che rivelò al suo spirito di indagine e al suo desiderio di sapere un mondo più vasto, nel quale, accanto ai problemi della natura e all'entusiasmo per l'arte, trovarono posto i problemi della storia. Al calore delle parole rivelatrici di Herder, per il quale egli aveva una incondizionata ammirazione, germinarono i disegni del primo vero lavoro teatrale, Goetz von Berlichingen come dalle circostanze della vita ebbe occasione di concepire il Werther, il cui successo valicò subito i confini della Germania. Degno coronamento alla sua attività giovanile sono altre opere drammatiche e un gruppo di liriche, ora graziose, ora agitate da forte passione, ora impetuose. Nel 1775 G. si trasferì a Weimar, presso la corte del principe Carlo Augusto, dove si occupò delle cure del piccolo Stato, fu colmato di onori e visse per molti anni in affettuosa dimestichezza con Herder, Schiller e Wieland, fino alla morte. Il soggiorno di Weimar fu interrotto solo nel 1786, quando il poeta si recò in Italia, dove, in due volte, passò quasi due anni e dove si trasfuse a pieno cuore nelle nostre città, saziò gli occhi delle nostre bellezze naturali e artistiche e dove maturò il suo genio di poeta.
Frutto di questo soggiorno furono, vari anni dopo, la Italienische Reise e Die römischen Elegien e, per molta parte, la compiutezza e la forma nuova dei suoi capolavori drammatici, come Tasso e Ichigenie auf Tauris, tutta pervasa di spiriti classici, similmente al soave idillio, in linee epiche, Hermann und Dorothea, una delle gemme più brillanti della sua corona di poeta. Intanto alla lunga serie delle liriche, di squisita fattura, egli aggiungeva due romanzi, il Wilhelm Meister, in due parti, ricche di pagine stupende e di scene indimenticabili, e Die Wahlverwandtschaften e il poema drammatico Faust, che non soltanto è considerato il suo capolavoro, ma una delle opere più elevate che onorino il pensiero umano.
La vita e la poesia di G. sono caratterizzate da un inesausto anelito verso il più alto, ciò che di per sé contraddice alla comune e erronea opinione di un G. olimpico, imperturbabile sopra tutte le tempeste della vita. Egli fino agli ultimi anni conservò, invece, la brama faustiana dell'ascendere, in una ininterrotta lotta di superamento e di perfezionamento di se stesso. Tuttavia, tra il titanismo del giovane G. e il faustismo dell'uomo maturo una differenza c'è ed è quella che corre tra uno « Streben », fatto di impulsi e di reazioni, e un attivismo fondato sopra una concezione nuova della vita; due posizioni che si esprimono nella dannazione di Prometeo e nella salvazione di Faust. Analogamente, mentre il giovane G. corre alla catastrofe nel dramma di Margherita, l'uomo, divenuto saggio, pensa perfino a una catarsi trascendentale; come alla trosa inventiva di Prometeo, scagliata contro Giove, seguirà l'umile atto di contrizione del saggio che riconosce l'impossibilità per l'uomo di misurarsi con gli dèi.
Ma qual'è, per G., il limite dell'attività umana? Limitare a priori questa attività, che dà il possesso delle cose, è impossibile. L'attività creatrice si protende e dilata all'infinito e G. così traduce questa assenza del limite: « se io opero instancabilmente sino alla fine, la natura è obbligata ad assegnarmi un'altra forma di esistenza, ove

Ma l'agire è per G., soprattutto, fonte del conoscere e fondamento del vivere nel modo che a ciascuno è adeguato e commisurato. Noi non possiamo conoscere noi stessi se non quando e in quanto siamo attivi: ecco un altro pensiero fondamentale che diverrà per lui norma di vita. E quando afferma che ogni azione, volta a conoscenza, è di per sé morale, ovvero che tra l'uomo il quale esplica tale attività e la collettività cui appartiene, non esiste né può esistere contrasto alcuno, ovvero ancora che « la somma delle singole attività, purché volta a questo medesimo fine, conduce a una universale armonia », è chiaro che egli intende esprimere pensieri densi di contenuto ideale, i quali presuppongono negli uomini, sempre, una natura buona e anche la possibilità, in ciascuno, di un progressivo perfezionamento, sol che segua l'impulso e la voce della propria natura. E tale convincimento
è così radicato nel suo pensiero che, con maggiore distacco dalla realtà, gli suggerisce di trasferire il suo ideale nel campo metafisico, per farne una verità immutabile, inerente alla vita stessa del cosmo. « Nessuna essenza - afferma - può disfarsi nel nulla. Nessuna epoca, nessuna potenza è capace di spezzare la forma che si evolve ». È il destino di Faust, la cui ansia di passione conoscitiva trasforma in lotta la sua vita e la cui attività conduce a salivazione. G. completa in tal modo la visione dei romantici dando anche un suggello morale alla loro inesaurita brama di conoscere e di andar più oltre. Ma poiché, appunto, il pensiero goethiano vuol racchiudere anche un valore morale, non senza sgomento si ascolta la trista parola di Mefistofele, sussurrata all'orecchio di Faust, tentato di distruggere, senza pietà, la pacifica dimora e perfino la vita felice di due vecchi innocenti: Filemone e Bausi. E lo sgomento che la parola del demonio possa essere accolta come norma di vita singola o associata. Certo, neppure quando venne a contatto diretto col mondo latino, felice di sentirsi « gli occhi e la mente sgombri dalle ultime nebbie nordiche », G. ebbe del tutto chiara la coscienza che l'attività creatrice dell'uomo mai potrà uguagliarsi a quella della natura, creatura di Dio, e a Dio medesimo. Senza accettare questa concezione dualistica, egli continuò a sentire la divinità come il termine supremo del divenire umano e a inseguire quindi il miraggio di trasformare il divenire nell'essere, nel quale miraggio è da vedere la più profonda tragedia del pensiero tedesco. D'altro canto, la sua stessa evoluzione intellettuale lo aveva guidato alla conoscenza di ascosi misteri della vita e di questa conoscenza seppe alfine appagarsi il suo spirito, contribuendo a creare quell'equilibrio interiore e quella armonia che sono appunto le doti più evidenti della sua personalità: un equilibrio e un'armonia che egli ardentemente desiderò per tutti gli uomini. Un desiderio di fraternità umana gli ispirò ancora l'apostolato inteso a una intima e larga collaborazione nel campo della scienza e della cultura; e lo stesso sogno di una Weltliteratur ha le sue più profonde radici in questo sentimento di umana solidarietà che affratella i popoli, spezzando tutte le barriere che li dividono e li rendono troppo spesso nemici.