GRECORIO I, PAPA, santo — Seppellimento di S. G. e somnosa leggendaria contro la memoria di S. G. avvenuta dopo la morte del Pontefice; il diacono Pietro dall'ambone rende testimonianza a S. G. mentre il popolino getta al rogo i libri del Pontefice. Interessante la facciata del vecchio S. Pietro. Discografo della Vita S. Gregorio, contenuto in un codice del sec. XI proveniente da Farfa — Windsor, Eton College, ms. 124.
S. Pietro (Prosperi auctarii Avicensis novissima, 17). Tutto questo però sta a ribadire il concetto gregoriano della protezione di Roma per mezzo del Principe degli Apostoli, che agiva nella persona del suo successore (cf. O. Bertolini [V. BIBLICA.], p. 283).
I buoni rapporti fra il Papa e la regina Teodolinda furono frustrati nei loro effetti di pace per l'ostinazione dei Bizantini che vedevano con altro occhio il problema longobardo. Nel 595 Agilulfo era disposto ad una tregua generale con l'Esarca e, in mancanza di questa, ad un'altra con il Pontefice, ma a condizioni assai meno vantaggiose. G. ne rese edotto il rappresentante imperiale di Ravenna (Reg., V, 34) ma senza esito, anzi l'Esarca ne trasse motivo per accusare il Papa a Costantinopoli che trattava separatamente con il re longobardo. L'Imperatore ebbe l'impudenza di rampognare G. con l'ingenuità di un fatuo, ma il Pontefice non perdette la sua calma, rispose come un uomo dolorosamente ferito, ma per nulla intimorito e fermo nel suo patriottismo, sicuro della sua buona coscienza (Reg., V, 36). L'Esarca fece ancora affiggere in Ravenna un libello anonimo in cui l'opera di G. per la pace veniva stigmatizzata come un delitto. Il Papa rispose con la scomunica qualora il calunniatore non fosse riuscito a provare le sue accuse, ipotesi impossibile a verificarsi, sicurissimo come era G. del fatto suo (Reg., VII, 42).
La morte dell'escarca Romano, avvenuta quando il Papa aveva maggiore motivo di lamentarsi della ferocia dei Longobardi, portò un cambiamento di
cose. Il successore Callinico si mostrò più ragionevole e, per la mediazione di G., nell’ott. 598 fu firmata la tregua che il Papa intendeva giovasse all’uno e all’altro popolo, cioè ai Longobardi e ai Romani, e costituisse il fondamento della « repubblica cristiana ».
In questo senso vanno intese le felicitazioni e i ringraziamenti del Pontefice ad Agilulfo e alla regina Teodolinda (Reg., IX, 66-67). La politica di G. aveva abilmente preferito le trattative all’intransigenza dell’imperatore Maurizio, salvando ad un tempo gl’interessi dell’Italia e quelli della Chiesa, avvicinando i Longobardi, ancora ariani, al cattolicesimo.
La tregua del 598 fu rotta per l’imprudenza di Callinico, che fece prigionieri a Parma la figlia e il genero del Re Longobardo, ma il nuovo imperatore d’Oriente, Foca, comprese che la politica di G. era l’unica da seguire in Italia, mandò pertanto il vecchio esarca Smaragdo, amico del Papa, per restituire la situazione. G. si fece manovrate della tregua dei trenta giorni, firmata nel giugno 603 (Reg., XIII, 36), che poteva essere rinnovata e, secondo il nuovo accordo, doveva durare fino all’aprile del 605. Una lettera scritta dal Papa nel dic. 603 alla regina Teodolinda (Reg., XIV, 12), prega di ringraziare il Re per la tregua concessa ed esprime la gioia di G. per la nascita del principe Adalodalo che ricevette il Battesimo e nel giugno 604 fu proclamato re (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 25, 27, 30): doveva essere il primo re cattolico dei Longobardi, ma G. non era più tra i vivi.
b) Con i Bizantini. – Nei suoi rapporti con Bizanzio G. si considerava sempre come suddito dell’imperatore e nelle relazioni epistolari non cambia minimamente il formulario protocollare dei predecessori. Ma conscio della sua responsabilità, non ha alcun timore di opporsi anche a un’erogazione di un’imperatrice quando questi veniva ad intercalare l’autorità della Chiesa e della S. Sede.
Afferma il principio di indipendenza di fronte al potere civile e rivendica con risolutezza i diritti di s. Pietro, che più volte dichiara avere il fondamento nel S. Vangelo (Reg., V, 37; cf. P. Batiffol, St Grégoire le Grand, 3ª ed. Parigi 1928, p. 207, nota 1). Si oppone energicamente a tutto ciò che possa diminuire l’autorità del primato romano, come del primato ecumenico; mantiene ed estende il diritto di appello alla S. Sede su tutte le tendenze diocesane, come pure quello di intervenire sulle questioni disciplinari di tutte le diocesi.
Ritiene poi che l’Imperatore abbia il dovere di difendere Roma e l’Italia contro i Longobardi, ma se la necessità lo esige o i soccorsi imperiali non vengono, nulla gli proibisce di assumere egli stesso la difesa.
Così G. non esitò a fare le sue rimostranze presso l’imperatore Maurizio quando giudicò che la legislazione civile fosse in contrasto con quella ecclesiastica (cf. Reg., III, 61, 64). Biasima fortemente il patriarca di Alessandria di Eugenio per non avere approvato i quattro Concili generali e il Tomus ad Flavianum di Leone Magno, per non aver condannato con sufficiente chiarezza Eutiche; Dio scorso e Severo, e non aver definito con precisione teologica le due nature in Cristo (cf. O. Bardenhewer, Unge-druckte Exepte einer Schrift des Patriarchen Eulogius von Alexandrien (580-607) über Trinität und Incarnation, in Theologische Quartalschrift, 78 [1896], pp. 353-401). Lo stesso G., in una lettera al vescovo di Siracusa, affermava chiaramente che « la Chiesa di Costantinopoli sia sottostessa alla Sede Apostolica, ciò che il piissimo Imperatore e il nostro fratello, il vescovo della città non cessano di riconoscere » (Reg., IX, 26).
4. Azione amministrativa
La legislazione imperiale e le particolari condizioni determinate dall’occupazione longobarda, dal cattivo governo dei Bizantini e dalle calamità, avevano, a poco a poco, imposto ai vescovi di Roma compiti che esorbitavano dalla semplice sfera religiosa ed entravano, non solamente, come si è veduto, nel campo politico ma anche amministrativo ed economico. Anche in questo campo G., nonostante la sua professione di distacco totale dalle cose della terra, dimostrò che l’esperienza personale della giovinezza e della maturità era stata veramente feconda.La parte più cospicua dell’attività amministrativa ed economica della Chiesa di Roma proveniva dalle estesissime proprietà fondiari che la facevano considerare la più grande proprietaria di terre nell’Italia bizantina. L’insieme di queste proprietà era indicato con la denominazione di «patrimonium s. Petri », in quanto affermava che il proprietario era lo stesso principe degli Apostoli.
Al tempo di G., i gruppi patrimoniali della Chiesa di Roma erano: il « patrimonio Alpium Cottiarum », tra le Alpi Marittime e Cozie, il Po, l’Appennino tosco-emiliano e il mare (Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 53); il « patrimonio Romanum Venante et Histriae » (Reg., XI, 8); il « patrimonio Piceni », fra l’Adriatico e l’Appennino umbro-marchigiano (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonio Tusciac », fra l’Arno, il Tevere e il Tirreno (Reg., IX, 66); il « patrimonio Sabinum et Carseolanum » (Reg., XIII, 38; 111, 21); il « patrimonio Appiae », lungo le Vie Appia e Ostiense (Reg., XIV, 14); il « patrimonio Urbanum », i beni immobili nell’interno di Roma (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonio Sanniticum » (id., ibid.), andato quasi completamente perduto con l’occupazione longobarda; il « patrimonio Apulum » molto danneggiato (id., ibid.); il « patrimonio Calabrianum » (Reg., IX, 205-206); il « patrimonio Cam-panie », che comprendeva proprietà anche nelle isole antistanti (Reg., XIII, 29); il « patrimonio Lucaniae et Brutorum » (Reg., IX, 124-127), con l’occupazione longobarda si poteva praticamente parlare del solo « patrimonio Brutorum », quello lucano essendo scomparso. Era invece rimasto intatto il « patrimonio Siciliae », distribuito in tutte le parti dell’isola (Reg., IX, 29), che indusse G. a rendere più agevole l’amministrazione ripartendolo in due circoscrizioni: « patrimonio Panormitanum » nella Sicilia occidentale, e « patrimonio Sicilianus » nella Sicilia orientale (Reg., IX, 38).
Vi erano ancora il « patrimonio Sardiniae » e il « patrimonio Corsicanum », nelle rispettive isole (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonio Germanicianum », dalla città Germania nella Numidia (id., ibid.); il « patrimonio Dalmatianum » e il « patrimonio Illyricum », ambedue assai ridotti dalle incursioni degli Avari e degli Slavi (Reg., II, 23); il « patrimonio Galliarum », non molto esteso (Reg., VI, 6).
Ogni patrimonio costituiva un’amministrazione particolare, gestita da un rettore, nominato dal Papa, scelto di solito fra i diaconi o suddiaconi per i patrimoni di maggiore importanza; fra i notai della Sede Apostolica e tra i difensori della Chiesa romana per gli altri. G., come si è veduto, conferì ai rettori poteri così ampi, anche nel campo spirituale, da farne dei veri e propri legati papali.
Il rettore era coadiuvato da funzionari di concetto, detti notarili, chartularii, defensores e da altri impiegati minori, detti actionarii.
Organo di collegamento tra il rettore ed i funzionari del suo ufficio da una parte e la massa dei rurali dall’altra, era una categoria di fittavoli detta dei conductores; fattori, massari, che esercitavano le unità agricole (condumae, massa), dalle quali dipendevano la unità elementari (fundi), con i rispettivi fittavoli minori e i lavoratori della terra in genere (colonii, rustici Ecclesiae).
Tutte le varie amministrazioni locali dei patrimoni facevano capo a Roma, all’amministrazione centrale della Chiesa nel Palazzo Lateranense. Al tempo di G. la cassa dell’amministrazione centrale era gestita da un diacono, con il titolo di « dispensator Ecclesiae Romanae ». Tutte le entrate e le uscite, le pensiones in argento e in oro pagate dai fittavoli e dai coloni, erano elencati in un grosso registro, impiantato da papa Gelasio I, detto perciò Gelasianum polyptychnum (Reg., II, 38; IX, 199; Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 24). Tutta questa mirabile organizzazione funzionava regolarmente sotto il controllo di G. e le lettere con le quali impartiva le sue direttive ai conductores sono veri modelli di illuminata saggezza amministrativa (cf. Reg., I, 39 a, 42; II, 38).
Ingenti somme di denaro ed enormi quantità di prodotti affluivano a Roma in modo che la S. Sede poteva provvedere non soltanto alle spese della Chiesa, del personale degli uffici centrali e provinciali, ma anche ai bi-
sogni della città. Giustamente Giovanni Diacono (Vita Greg., II, 26), dopo aver descritto le copiose distribuzioni generali e le offerte che G. faceva compiere il primo giorno di ogni mese, dice la Chiesa «nihil aliud quam communia quaedam horrea» e colui che «discretissime» presiedeva a tali distribuzioni, «paterfamilias Domini».
III. SCRITTORE
G. è il primo grande scrittore del medioevo e tra i papi il più fecondo. La sua attività letteraria va dagli anni della nunziatura a Costantinopoli fino alla morte. Le sue opere riflettono tutte il carattere eminentemente pratico dell'opera sociale, disciplinare e morale che svolse.Le Epistole sono la fonte più ricca e preziosa d'informazione su tutto ciò che si riferisce alla sua molteplici attività di Papa. Ne sono pervenute 85,1 raccolte e distinte cronologicamente secondo gli anni del suo pontificato in 14 libri o registri, dirette a imperatori, re, patriarchi, vescovi, monaci, laici di ogni grado e condizione, per i quali spiega un apostolato di zelo, pieno di prudenza, sapienza e bontà. Lo stile semplice ma dignitoso, intuitivo ed efficace, anche se non rifinito nella forma, contribui non poco alla formazione del latino ecclesiastico, particolarmente del protocollo curiale e giuridico.
La Expositio in beatum Iob libri XXXV, più nota con il nome di Moralia, fu iniziata a Costantinopoli, durante il tempo della nunziatura, ma fu terminata a Roma verso il 595. L'esegesi di G. tiene fermo il triplice senso della Sacra Scrittura, ma fa prevalere all'interpretazione storica la considerazione morale. Questa è la ragione per cui nel medioevo quest'opera fu adottata come manuale di morale applicata a tutte le condizioni della vita, particolarmente sacerdotale (cf. F. Liebling, Grundfragen der mystischen Theologie nach Gregors des Grossen «Moralia» und Ezechielhomilien, Friburgo in Br. 1934).
La Regula pastoralis rientra sotto quest'ultimo punto di vista. In 4 ll. espone il programma di G. nell'atto di assumere il pontificato, ed è una specie di esame di coscienza: vi è proiettata la figura ideale di un buon pastore. È noto il successo straordinario di quest'operetta che, ancora vivente l'autore, fu fatta tradurre da imperatori e da re nella loro lingua, e dai concili venne imposto ai sacerdoti come codice di vita (cf. S. C. Hedley, Lex levitarium, Parigi 1922).
Le 40 Homiliae in Evangelia che si possiedono nella raccolta pubblicata da G. nel 593, furono probabilmente svolte dal Papa durante l'anno liturgico 590-91. Le prime 20 furono dettate durante la sua infermità e lette in sua vece al popolo che amava di ascoltarlo (cf. Reg., IV, 17 a). Le 22 Homiliae in Ezechielom furono pronunciate dal Pontefice durante l'assedio dei Longobardi, raccolte da stenografi e rivedute poi, alcuni anni dopo, da lui (cf. Reg., XII, 16 a).
I Libri IV Dialogorum de vita et miraculis patruum Italicorum et de aeternitate animarum furono composti durante gli stessi anni delle Homiliae in Ezechielom, 593-94, quasi a sollievo delle gravi cure d'ufficio. In forma di dialogo con il diacono Pietro, nei 11. I e III narra le gesta prodigose di santi italiani, mentre il 11. I. lo ha dedicato tutto alla vita di s. Benedetto e il IV al racconto di apparizioni di defunti, per provare l'immortalità dell'anima; nel IV, 55 si ha il fondamento della devozione riconosciuta dalla Chiesa, detta delle «Messe Gregorianee».
I Dialoghi che G. offrì alla regina Teodolinda (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 5), ebbero immediatamente un successo da non dirsi. Nel sec. VIII, papa Zaccaria, greco di nascita, li tradusse nella lingua materna, poi si ebbe una serie di traduzioni in arabo (sec. VIII), in sassone (sec. IX), in francese (sec. XIII), in italiano (sec. XIV). I Greci e gli Slavi per distinguere G. dagli omonimi, lo chiamarono «Il Dialogo», 2. XII. 1075.
Tra le opere che portarono il nome di G. bisogna ricordare il Sacramento-rium e l'Antiphonarium. La tradizione antica che risale a Giovanni Diacono (Vita Greg., II, 6-10, 17) e al Venerabile Beda (Hist. ecc. gentis Anglorum, I, 25; II, 20; IV, 2, 12, 18; V, 20) attribuisce a G. un'attività liturgica che fa capo ad ambedue le opere suddette.
Il Sacramentoario cosiddetto gregoriano contiene le orazioni della Messa, negli esemplari oggi conosciuti, ha subito ritocchi, aggiunte, trasformazioni che, non di meno, gli hanno lasciato l'importanza del Papa ordinatore.
C. Mohlberg ha chiarito lo sviluppo del Sacramentoario gregoriano con la classificazione dei manoscritti conservati in due gruppi: nel primo gruppo figurano il codice di Padova D. 47 del sec. IX (C. Mohlberg-A. Baumstark, Die älteste erreichbare Gestalt des «Liber Sacramentoorum» in circa 1000, 112, Münster in V. 1927), e il codice liturgicalo di Kiew, parimenti del sec. IX (C. Mohlberg, Messele glagolitico di Kiew [sec. IX] e il suo prototipo romano del sec. VI-VII, in Memorie della Pont. Accad. romana di archeologia, 2 [1928], pp. 207-20); nel secondo gruppo vanno posti, ma in due classi, i manoscritti pubblicati da H. Lietzmann (Das «Sacramentarium Gregorianum» nach dem Aachener Urexemplar, Münster in V. 1921) e H. A. Wilson (The Gregorian Sacramentary, Londra 1915).
La compilazione dell'Antiphonarium, che contiene i canti da eseguirsi durante la Messa, ha seguito, a un di-resso, lo stesso sviluppo. G. conosceva i canti usati prima di lui nella Chiesa romana, li ha ordinati secondo il ciclo liturgico, moderando l'esuberanza dei neumi e aggiungendo parti mancanti. Non è certo che sia stato fondatore della Schola cantorum; le dieci, però, una costituzione, ciò che ha giustamente portato a dare ben presto il nome di «gregoriano» al canto della Chiesa romana.
IV. CONCLUSIONE
G. visse e operò in un periodo di profonda trasformazione politica e religiosa della società. Si può dire che fu l'ultimo dei romani e il primo del medioevo, come pure fu l'ultimo dei classici maestri della Chiesa e il primo degli scolastici. Ebbe una intelligenza chiara, una mente vastae profonda, una coscienza pura, riunendo così le doti del vero romano. Il suo pontificato fu una vera provvidenza per la Chiesa e per l'Italia. La cristianità in Occidente usciva appena dal caos della disorganizzazione barbarica: la Gallia, allora unificata nella fede dei cattolici Franchi, si dibatteva in difficoltà di ogni genere; la Spagna vedeva la conversione dei Visigoti solamente nei primi anni del pontificato di G.; l'Inghilterra era ancora immersa nelle tenebre della superstizione e dell'errore. L'Italia poi, invasa dai Longobardi ariani, malamente protetta dai cattolici Bizantini, era in un vero disordine politico-religioso. L'unica forza capace di agire tra tendenze così varie e disparate, armate l'una contro l'altra allo scopo di distruggersi a vicenda, era la Chiesa, elemento di centro e moderazione morale. G. inaugura l'opera medievale di questa forza di produzione e rigenerazione civile e religiosa.
Con il suo spirito eminentemente pratico, ebbe subito la visione netta dei doveri e dei diritti del papato. Egli non fu un teologo, né un filosofo, né un letterato nel vero senso della parola. Fu un maestro di disciplina, un monaco, un apostolo, profondo conoscitore del diritto romano, dotato di non comuni facoltà organizzative.
Maestro di disciplina al popolo, al clero, ai vescovi, dettò le leggi e fissò le basi della predicazione che reputava il primo dovere dell'episcopato. M'ancò di costumi rigidi ed austeri, fu vigile custode della vita morale del clero, di cui corresse gli abusi, e la riconduce a una più esatta osservanza dei precetti e dei consigli evangelici. Apostolo, trasse alla luce del Vangelo le province che erano ai confini dell'antico Impero, combatté i residui del paganesimo e delle eresie. Organizzatore, salvò Roma dalla fame, s'improvvisò comandante d'esercito, pateggiò tregue. Amministratore, riordinò la complessa gestione del «patrimonium S. Petri» determinando la gerarchia amministrativa, eliminando gli abusi, ristabilendo la giustizia.
La posizione di preminenza da lui acquistata al papato nel mondo e il riordinamento dell'ingente patrimonio della Chiesa, unite allo spirito di iniziativa di fronte alle circostanze, crearono la preparazione prossima alla costituzione del dominio temporale dei papati.
Come scrittore, G. spicca per la tendenza pratica che ebbe non solo efficacia nell'indirizzo pure pro-tico della scolastica, ma su tutta la vita e il progresso della Chiesa durante il medioevo. La sua importanza dogmatica è piuttosto pedagogica, per avere adattato cioè alla media intelligenza del suo tempo e dei popoli la dottrina tradizionale, particolarmente quella di s. Agostino.
Nell'attività liturgica si presenta come un riordinatore del patrimonio del passato, al quale imprime l'importanza del suo carattere.
G. è uno dei quattro Dottori della Chiesa occidentale. La sua festa ricorre il 12 marzo.
Giovanni Diacono scrive infine la S. Gregori Magni vita (PL 75, 59-242) a Roma tra l'872 e l'873. In tutte queste vite, vi sono pochi elementi che non provengono dalle opere di G.
Notizie su G. si hanno anche nella Historia Francorum di Gregorio di Tours, ultimata nel 591; in De viris illustribus di Isidoro di Siviglia (m. nel 636); in De virorum illustrium scriptis di Ildefonso di Toledo (m. nel 667); nella Historia gentis Anglorum di Beda (m. nel 735).
Letteratura: su G. esistono non poche monografie, ma fino a quella di Ed. Clauser, St. Gregorie le Grand, pape et Docteur d'Église, Parigi 1886-91, sono tutte di scarso valore critico. Degne di nota sono quelle di C. Wolfgruber, Gregor der Grosse, Ravensburg 1897; H. Dudden, Gregory the Great, his place in history and in thought, London 1905; H. Grisar, S. G. Magno, trad. II. di A. De Santi, Roma 1928 (ristampa); P. Batiffol, St. Gregorie le Grand, Parigi 1928.
Non è raro che nelle grandi storie della Chiesa vi siano dei capi su G. di notevole importanza, come in J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, I, Friburgo in Br. 1930; E. Caspar, Geschichte des Papsttums von den Anfängen bis zur Höhe der Weltherrschaft, II, Tubinga 1933 (del medesimo autore V. anche lo studio: Gregor der Grosse, in Meister der Politik, 3 (1923), p. 327 seq.); Fr. X. Seppelt, Das Papsttum im Frühmittelalter, Lipsia 1934; Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 19-83. Così pure le storie generali: The Cambridge Medieval history, II, Cambridge 1913; A. Fliche, La chrétienté médiévale, Parigi 1929; L. Halphen-Ph. Sagnac, Peuples et civilisations, V, 2ª ed., ivi 1930.
Parimenti dicasi delle storie della letteratura come quelle di O. Bardenhewer, U. Morice e M. Manitius. Sull'azione pastorale di G., particolarmente in Italia, V. L. Duchesne, Les évêches d'Italie et l'invasion lombarde, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), pp. 83-116 e 25 (1905), pp. 365-99; C. Giuriani, L'italianità nell'opera di G. Magno, Como 1934. Sull'azione politica con i Longobardi e con i Bizantini V. O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 241-59. Sull'azione amministrativa V. Fabre, De patrimonii Romanae Ecclesiae usque ad aetatem Carolinorum, Lilla 1892; R. Aigrain, Le patrimoine de l'Eglise romaine, in Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 565-75.
Sull'attività letteraria di G. V. BIBLICA. in Morica, III, II, Torino 1934, pp. 1563-67; sull'attività liturgica V. BIBLICA. in B. Altaner, Patrologia, trad. II. della 3ª ed. riv. ditta da A. Ferrua, Torino 1944, pp. 329-40, nota 3.
Benedetto Pesci
V. S. G. NELL'ARTE. — Dai tempi più antichi (affresco in S. Maria Antiqua a Roma, sec. VIII) rappresentano in veste pontificale, dal sec. XII (affresco di Nonnberg) anche con la tiara, s. G. reca inoltre il pastorale con semplice o doppia Croce e, come Dottore della Chiesa, un libro.
Siccome già miniature tedesche del tardo sec. X, nonché il Sacramentario d'Irva, lo raffigurano con la colomba dello Spirito Santo che gli detta i suoi scritti, tale colomba divenne poi il suo attributo individuale. Fra le rappresentazioni isolate del Santo spiccano: un quadro di Antonello da Messina (ivi, Museo civico), un rilievo di Luca della Robbia (Firenze, Duomo), la statua del Cordier (1602, S. Gregorio al Celio a Roma) e, nell'arte tedesca, il quadro di M. Pacher dall'« altare dei Quattro Dottori » a Monaco, dove, accanto a S. G., compare la figura dell'imperatore Traiano, salvato da questi dall'inferno; tra le altre storie della leggenda l'arte figurativa prescelse la liberazione del monaco Giusto dal purgatorio (rilievo di G. Capponi, Roma, S. Gregorio al Celio), la cena dei poveri (dipinti di P. Veronese a Vicenza e del Vasari a Bologna) nonché il brandium sanguinante (quadro di A. Sacchi nella Pinacoteca Vaticana, copia in musica in S. Pietro a Roma). Un'immagine di per sé stante venne costituita dalla cosiddetta Messa di S. G. con l'apparizione di Cristo piagato sull'altare, rappresentata prevalentemente da artisti settentrionali del sec. XV.
VI. S. G. NEL FOLKLORE. — La fantasia popolare fin dal medioevo ha attribuito alla figura del grande Papa il motivo leggendario dell'« incestuoso inconsapevole », già riflesso nel mito di Edipo. Tale adattamento in clima agiografico di un tema proprio dell'antica mitologia e della fabbrica popolare s'informò all'idea cristiana « che non vi ha si gran colpa la quale non si lavi dinanzi a Dio con la penitenza rigorosa e sincera » (D'Ancona): e scelse s. G. come personaggio rappresentativo per eccellenza. In Francia (dove forse è nata come opera letteraria), in Germania, in Inghilterra e anche in Italia, la leggenda ispirò numerose narrazioni in versi e in prose, dalla Vie du pape Grégoire le Grand (inizi del sec. XII) al poema Gregorius ut dem Stein di Hartmann von Ave (1150-1220) e all'antico romanzo inglese Sir Degore (sec. XIII). Essa ebbe straordinaria diffusione anche nell'Europa orientale, e discese nella tradizione orale dei volghi, presso cui tuttora si conserva. In Italia la si trova sia in forma di fiaba, sia come canto narrativo in endecasillabi epici: quest'ultimo derivato da un antico poemetto, di cui una lesione abruzzese fu pubblicata da G. Ciccone (v. BIBLICA). Lo stesso motivo mitico-fiabesco ha dato luogo anche alla leggenda di Vergogna ». Vedi tav. LXXXI.