GREGORIO XVI - G. XVI consacra l'altare del detto della Confessione nella basilica di S. Paolo.
quale che unificazione della smembrata Italia, a quelle abbandonavano i principi stessi questa potente leva. E chiaro quindi che, quando anche G. l'avesse voluto, per far risorgere l'Italia nel senso accennato, che altro non poteva essere se non il senso negozioso di ieri e di oggi, non sarebbe certo bastato che egli solo e per suo conto lo volesse, ma bensì che così anche lo intendessero tutti quei principi italiani e stranieri, e più ancora i liberali moderati aberranti nel pretendere di imporre al papato ed alla Chiesa i loro schemi ideologici, e soprattutto anche le stesse estremità ed i loro anticlericali aderenti. La posteriore tragedia di Pio IX, fra il 1846 e il 1850, insegna: dal fallimento della sua famosa Lega fra gli Stati della penisola per decisiva ostilità del Piemonte, dell'infrangersi dei suoi negoziati per una pacifica rinunzia dell'Austria, fino alla uccisione del costituzionalista e fedelista Pellegrino Rossi, alla rivoluzione, all'assalto al Quirinale ed alla partenza per Gaeta.
D'altro canto, convinto assertere e restauratore in senso medievale, della libertà della Chiesa, tanto meglio se nel quadro generale delle libertà civiche e politiche, G. non solo come pontefice ma anche come sovrano temporale, non poteva e non doveva sacrificare quella a queste, specialmente poi nei suoi Stati. Perciò a lui si attaglia perfettamente, nei riguardi dei problemi politico-amministrativi dello Stato Pontificio, quanto appunto, dopo le esperienze di Pio IX, il card. Antonelli dichiarava nell'esilio di Gaeta (maggio 1849) al Balbo: «la coscienza del S. Padre non gli permette assolutamente di stabilire nella che gli impedisca la sua libertà spirituale: non per altro essere stabilito il dominio temporale dei papi, se non per procacciar loro siffatta libertà verso le potenze esterne; inutile essere siffatta libertà se non rimane ai pontefici nell'interno del proprio Stato» (cf. P. Dalla Torre, *L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1850 e il 1870*, Roma 1945, pp. 9-13; nonché per tutta la accennata politica italiana di Pio IX i fondamentali studi di P. Pirri, in *Rivista di*
storia della Chiesa in Italia, I [1947], pp. 38-84; 2 [1948], pp. 183-214). Non dunque chiuso e cieco oscurissimo da parte di G., ma semmai avveduto, coerente ed aderente senso di insopprimibili e spesso incoeribili realtà ed esigenze non solo politiche, ma anche e soprattutto religiose. Restavano, è vero, di fronte a così categorici diritti e doveri di una sovranità del tutto particolare, i giusti diritti di sudditi, ai quali in ogni modo spettava in senso cattolico, oltre che il privilegio secolare, anche il tradizionale dovere di servire e di collaborare anzitutto alla grande causa spirituale dell'indipendenza e della necessaria libertà del papato, ossia della Chiesa. Ma anche qui la condotta di G., se vista in questa luce e se rettamente giudicata, non può dar luogo a rilievi di principio perché tutto quanto gli fu dato fare per i sudditi operò; semmai si possono avanzare riserve sul mondo con cui alcune fra le molteplici e ben congegnate sue misure e provvidenze vennero, causa le circostanze o responsabilità degli esecutori, attuate ed applicate.
E difatti, prescelta come unica possibile la via d'involare le istituzioni anziché di concedere costituzioni, respinta come lesiva della sua sovrana libertà la straniera imposizione dei dettami del Memorandum riformistico delle potenze della Sacra Alleanza (1831), e liberatosi con il rafforzamento dell'esercito dal vincolante peso della duplice occupazione franco-austriaca, G. fece in sostanza per proprio conto assai più di quanto col Memorandum stesso non gli si chiedesse. Così, grazie al sapiente consiglio del card. Gamberini e di altri, ogni campo dell'amministrazione divenne, ancora una volta, oggetto di studi approfonditi, di modifiche spesso radicali e di pregevoli innovazioni, dalla amministrazione centrale a quella locale, comunale e provinciale, dalla giurisdizione amministrativa a quella civile e penale, dall'attività giuridica e sociale dello Stato a quella finanziaria e militare. E però a detta di un esperto cultore dei precedenti storici del diritto amministrativo italiano, lo Schupfer, e come di- mostrano anche le recenti ricerche del Ventrone e di altri, «dire che l'amministrazione degli Stati Pontifici sia stata la meno pregevoli d'Italia, sarebbe dire cosa non vera... I pregi non mancarono [sin dal tempo di Pio VII]... ed il moto ascensionale delle organiche riforme proseguì il suo cammino sotto G. XVI» e sotto Pio IX, sicché «il passo più difficile verso la libertà e verso un'amministrazione perfezionata, poteva dirsi ormai superato». «Non si può certo non rilevare - osserva il Ventrone - che le libertà, specialmente quelle politiche [erano] di molto limitate... [Ma] d'altra parte - aggiunge egli - non si può certo fare torto ad uno Stato di non volersi suicidare». A questo punto nell'impossibilità di dare qui un quadro anche riassuntivo della vastissima opera di G. come sovrano temporale e pur di quanto con spiccato amore egli, coltissimo, fece e per le scienze e per le arti e per la cultura in genere, e per la pubblica istruzione in specie, si veda lo studio di P. Dalla Torre su L'Opera riformatrice ed amministrativa di G. XVI (in G. XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948, II, pp. 29-121, con ampia bibl.).
La morte, accolta con l'umile ed austera semplicità monastica in cui aveva sempre vissuto («voglio morire da frate e non da sovrano» disse con dolce fermezza a chi ancora si affannava a circondarne di fasto gli estremi momenti), lo colse sulla breccia il 10 giugno 1846. Aveva regnato per tre lustri ed era in età di anni 81. Fu sepolto in S. Pietro e sul monumento erettogli spicca a giusto titolo, quasi unitaria commemorazione di tutte le grandi sue gesta, la «Propagazione della Fede». Tenendo la mano destra sul mappamondo G. addita ai missionari, che lo circondano, la Croce, quasi ad incitarli a perseguire nei secoli la loro opera d'apostolato con lo stesso suo intrepido coraggio, e con la medesima sua fermissima perseveranza.