GREGORIO XVI, PAPA. - Bartolomeo Alberto Cappellari, n. a Belluno il 18 sett. 1765 dai nobili Giovanni Battista e Giulia Cesa-Pagani, m. a Roma il 1° giugno 1846. Di pronta e viva intelligenza, d'animo riflessivo e semplice, ebbe a dimostrare ben presto temperamento austero, fermo e tenace, profondi sensi di convinta ed evangelica bontà e religiosità, spiccata inclinazione per gli studi e per le speculazioni erudite.
La monacazione della sorella Caterina tra le benedettine di S. Gervasio, e l'amucente conforto del canonico Giovanni Carrera, suo educatore, l'indussero diciottenne ad entrare nel cenobio camaldolese di S. Michele a Murano (1783), assumendo il nome religioso di Mauro. Emessi i voti solenni il 23 ag. 1786, sacerdote l'anno seguente, docente di filosofia e scienze nel 1790, difendeva con successo in pubblica disputa una tesi sull'infallibilità pontificia per l'abilitazione a lettore di teologia, ed ebbe dal Santo Uffizio di Venezia l'incarico della revisione delle opere da pubblicarsi.
A trent'anni, il 5 ag. 1795, don Mauro accompagnava come socio in Roma a S. Gregorio al Celio ed a S. Romualdo il procuratore generale dell'Ordine. I tristi eventi dell'occupazione giacobina l'indussero a dare alle stampe, con dedica al martire Pio VI: Il trionfo della Santa Fede e della Chiesa contro gli assalti dei novatori, combattuti e respinti con le stesse loro armi (Venezia 1799), ponderoso lavoro apologetico, convinto e tempestivo atto di fede nelle prossime immancabili vittorie del papato e della cattolicità.
Abate di S. Michele a Murano nel 1805, procuratore generale nel 1807, malgrado l'imperversare della persecuzione napoleonica seppe con l'aiuto del confratello Placido Zurla impedire lo scioglimento delle comunità camaldolesi di Venezia e di Padova. Nel 1814 il card. Fontana, auspice Pio VII, lo richiamava a Roma, ove ebbe presto la nomina a consulitore di varie Congregazioni, nonché incarichi d'esaminatore dei vescovi, di vigilanza su alcune università e istituti d'alta istruzione, di revisione dei libri della Chiesa orientale, mentre declinava insistenti offerte delle sedi vescovili di Zante e di Tivoli, per dedicarsi tutto alla ripresa del suo Ordine, di cui divenne vicario generale nel 1823.
I tempi frattanto maturavano: apprezzatissimo da Leone XII, stimato dai dotti, buon conoscitore degli affari e del meccanismo della Curia, pio, erudito, attivissimo, venne dallo stesso Pontefice creato cardinale in petto il 21 marzo 1825 e pubblicato il 13 marzo dell'anno seguente. Non esitò allora ad assumersi quella prefettura di Propaganda Fide, ove per il rilassato decadimento dovuto allo stesso clima del secolo precedente, e per l'abbandono e la stasi provocati dalla Rivoluzione, tutto era da riprendere e da rifare tanto in Roma, quanto nei luoghi di missione. Vi si distinse per zelo apostolico e per intensità operativa, elegantemente risolvendo anche ardue ed annose questioni, come quella del Concordato olandese (1827), o l'altra della nomina di un metropolita cattolico per gli Armeni (1829).
Così dal difficile e lungo Conclave, apertosi con la sede vacante di Pio VIII (m. il 30 nov. 1830), fra contrasti di tendenza abilmente sfruttati dalle potenze e minacce incombenti di disordini novatori in Europa e nell'Italia centrale, usciva eletto papa il Cappellari, non senza ripetute e supplichevoli ripulse, il 12 febbr. 1831, con 32 voti su 41, scegliendo il nome di G. XVI, proprio in memoria del quel Gregorio VII che si era eretto « campione medievale della libertà della Chiesa », e le cui orme egli intendeva strenuamente seguire appunto per

(fot. Enc. Catt.)
Di qui tutto il suo inflessibile programma, tutta la quasi bellicosa opera di integrale rivendicazione e restaurazione delle libertà religiose e civili del papato, della Chiesa e delle masse fedeli fra l'evo moderno, ormai al tramonto, e quello contemporaneo ancora agli albori. Libertà ed indipendenza da rivendicarsi e da restaurarsi, sia di fronte alle languenti sopraffazioni cesaropapiste delle vecchie monarchie di diritto divino come nei riguardi delle insorgenti pretese giurisdizionalistiche del liberalismo illuministico e laicista. Ossia, in sostanza, al cospetto e nei confronti di una società o scettica, o largamente imbevuta di vago e vacuo teismo romantico, e così intimamente permeata di preconcetti anticristiani e così presa da materiali interessi da pretendere libertà per tutto e per tutti, salvo che per la Chiesa, e da non saper più credere e confidare nell'intima forza perenne non solo religiosa, ma anche sociale e politica del cattolicesimo. E però pontificato di netto richiamo alle glorie evangeliche passate, di resistenza contro le avverse forze del momento, di ripresa e propulsione verso l'avvenire. Opera, dunque, essenzialmente orientativa quella di G., da troppi contemporanei e posteri malintesa e fraintesa, cui tuttavia tempo ed eventi han dato e stanno dando ragione.
Piissimo e semplice, chiaro nel pensare e conseguente nell'agire, nutrito di cultura religiosa ed umanistica, che aveva attinto da una formazione monastica tradizionalmente pervasa dal più cristiano e civile medievalismo, G. vide netta e precisa, fra il groviglio convulso e confuso delle idee, delle tendenze, delle aspirazioni dell'epoca, la grande via maestra da riprendere e da battere. Così al costruttivo e lungimirante suo magistero fece nuovamente eco sul piano universale, forse per la prima volta
dopo qualche secolo, quell'onda concorde di fecondo trasporto, quell'obbedienza devota dell'episcopato, del clero e delle schiere fedeli, che doveva appunto costituire il fulcro della grandezza odierna della Chiesa. «Una potenza meravigliosa è sorta come d'incanto - scrisse l'Eichendorff - ed è l'affermarsi dell'opinione cattolica».
Per quanto si riferisce al magistero, gli ardui problemi, balzanti dal succedersi e scontrarsi di opposti regimi politici, vennero dal Pontefice risolti con naturale sviluppo di ponderata prassi ecclesiastica. Alieno dall'entrare nel merito dei diversi sistemi di ordinamento della cosa pubblica e dal fare per principio del legittimismo o del progressismo, egli si disse pronto a trattare, per la esclusiva salvaguardia degli interessi spirituali e per il bene delle anime, con chiunque di fatto detenesse il potere politico. Ed impose alla gerarchia ed ai fedeli d'ogni nazione di rendere al regime vigente obbedienza, al fine di mantenere la pubblica quiete senza pregiudizio per i diritti della Chiesa e per le pendenti questioni de iure tra le parti in contrasto (encicl. Sollicitudo ecclesiarum, 7 ag. 1831). Così sciolse anche il nodo dell'«equivoco liberale»; ne smascherò le insidie colpendo alle radici la filosofia del senso comune e la teoria delle rigenerazioni liberatrici del Lamennais (encicl. Mirari vos, del 15 ag. 1832, e Singulari nos, del 25 giugno 1834). Né meno fondate ed opportune apparvero le riserve espresse sugli scritti del Bonald e del De Maistre, troppo inclini a deprimere natura e ragione, mentre anche si condannava il fideismo antintellettualistico dell'abate Bautain (lettera apost. Accepimus, 20 dic. 1834).
Venne poi la volta delle false dottrine dell'Hermes, intese a ridurre la fede a vacuo sentimentalismo romantico, privo di contenuto razionale, ed a misconoscere l'opera carismatica della Grazia e la reale facoltà umana del libero arbitrio (lettera apost. Dum acerbissima, 26 sett. 1835). Ma documento culminante resta quello con il quale G. severamente insorgeva contro l'infame tratta degli schiavi, colpendola definitivamente in tutti gli aspetti. L'accorata lettera apostolica relativa del 3 dic. 1839 ebbe tanta eco in tutto il mondo civile, da indurre tre anni dopo le principali potenze europee a concludere un apposito trattato di repressione: fu quello il colpo mortale inferto ad un barbaro costume e ad un turpe commercio, che già era stato ripetutamente colpito e proibito da parecchi pontefici.
Tanta sollecitudine di G. per i «selvaggi», ossia anche per quelle primitive genti di natura i componenti delle quali il Papa imponeva fossero considerati, alla luce della divina paternità, tutti membri dell'umana famiglia, eguali, fratelli e liberi, ossia «uomini» al pari di ogni altro e non già «animali impuri», come proprio allora si accingeva a fare la pseudo scienza ufficiale del naturalismo e del sociologismo evoluzionista, non poteva dissociarsi, nel cuore dell'ex-prefetto di Propaganda Fide, da un particolarissimo amore per le missioni. Rileva a buon proposito il Sylvain che G. «consacrò tutti gli istanti del suo pontificato allo sviluppo delle missioni cattoliche», e che «nessuna fra le molteplici e gravi preoccupazioni fu mai capace di distrar[lo] da un obbiettivo così glorioso ed importante». E difatti G., anche in questo degno figlio di s. Romualdo, può considerarsi lungimirante pioniere degli odierni successi delle missioni in ogni parte del globo. Al rapido potenziamento della penetrazione missionaria così fra i pagani come tra gli eterodossi, penetrazione
presto suggellata dal sangue di novelli martiri specialmente in Estremo Oriente e dall'espandersi di stazioni missionarie in Abissinia, in Egitto, in Algeria, India, nelle Americhe ed in Oceania, oltre che in Europa settentrionale ed orientale, fece degno riscontro il sorgere ed il fiorire di appositi istituti volti alla formazione dei missionari ed alla raccolta dei relativi mezzi economici. Così, accanto alla ripresa piena e fervidissima di vecchie e nuove famiglie religiose, anche in senso missionario, si ricorderanno le meritorie iniziative dell'opera per la Propagazione della Fede di Lione, della Santa Infanzia e della Società Leopoldina di Vienna. Né mancarono da parte del Pontefice avveduti provvedimenti intesi a controbattere il lavoro dei protestanti, a riorganizzare e potenziare la S. Congregazione di Propaganda ed il relativo Collegio, nonché a costituire nei luoghi di missione appositi seminari per il clero indigeno. Lo stabilimento di ben trentasei nuovi vicariati apostolici, la fondazione di quindici nuove diocesi e la nomina di 95 vescovi, sempre per decreto di Propaganda, sono evidente dimostrazione del meritato premio raccolto da G. in questo campo della sua multiforme attività pontificale.
Parimenti volto ai più elevati e puri fini religiosi fu sempre ed in tutti i settori il suo governo ecclesiastico. Le sollecitudini per la concorde unione dell'episcopato e per la migliore formazione e disciplina del clero secolare si affiancarono alle costanti cure per la rinascita degli Ordini e delle Congregazioni religiose dopo il turbine rivoluzionario, per il costituirsi ed il rafforzarsi di nuove fondazioni, specialmente se intese all'educazione della gioventù e all'assistenza sociale. Canonizzò cinque santi (1839), fra cui s. Alfonso de' Liguori e s. Pietro d'Alcantara, e compl alcune beatificazioni, riconoscendo l'antico e costante culto di trentaquattro servi di Dio. Estese alla Chiesa universale l'Ufficio e la Messa di s. Luigi Gonzaga e volle l'introduzione della causa dell'apostolo dei fanciulli Giovanni Battista de la Salle. Importanti norme furono emanate per l'osservanza delle prescrizioni liturgiche e per il ritorno alle genuine fonti e forme della musica sacra. Devotissimo della Vergine, si fece valido propulsore del moto e degli atti preparatori per la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione. Basti ricordare l'interesse da G. posto nel chiarire le prodigiose circostanze della conversione dell'ebreo Ratisbonne; le indulgenze concesse ai fedeli devoti della Medaglia miracolosa; l'introduzione dell'aggettivo immaculata nel praefatio della Messa propria della Concezione; l'aggiunta dell'invocazione Regina sine lube originali concepta alle litanie lauretane. Oltre a diverse notevoli riforme di struttura degli organi della Curia, come quella della rinnovazione del corpo dei protonotari apostolici, tenne cinquanta concistori, pronunciando allocuzioni quasi sempre degne di rilievo per zelo e per fermezza. Ebbe sommamente a cuore il decoro ed il prestigio del S. Collegio: felice nella scelta degli ottantadue cardinali da lui creati (si pensi al paleografo Mai, al poliglotta Mezzofanti, al piissimo pastore Mastai-Ferretti), in ogni atto si avvalse dei consigli e della collaborazione dei più competenti porporati di Curia. Nuove energie e capacità seppe apportare nell'episcopato preconizzando ben settecentocinquantacinque fra patriarchi, arcivescovi e vescovi.
Egualmente intesa alla esclusiva salvaguardia dei diritti morali e spirituali dell'immenso gregge affidatogli, e sempre immune da qualsiasi preoccupazione ed influenza temporalistica, ebbe a dimostrarsi l'avveduta e lungimirante sua « politica » ecclesiastica nelle pur difficili ed ardue relazioni con i diversi Stati. Politica che se poté far valida leva sulla sempre più concorde, coordinata ed annuente forza pastorale della grandissima maggioranza dell'episcopato e del
clero d'ogni paese, trovò d'altro canto nuovo e notevole appoggio e seppe avvalersi della crescente influenza civico-sociale delle masse dei fedeli presso le opinioni pubbliche delle relative nazioni.
Assistito ed assecondato da collaboratori diretti come un Bernetti ed un Lambruschini, G. pervenne così a tenere alto in ogni occasione il prestigio della Chiesa e della S. Sede, superando talvolta, talaltra preparando il superamento delle più gravi e molteplici difficoltà.
In Piemonte si pervenne alla chiusura di annose vertenze ristabilendo la nunziatura, sistemando le questioni relative allo stato civile, alla soppressione delle decime di Sardegna, ai tributi per il clero ed alle immunità ecclesiastiche. Vigile ed agile fu la linea di condotta seguita dal Pontefice di fronte all'indifferentismo sospettoso prima, all'invadenza interessato poi della Monarchia di Luglio, in sostanza troppo scettica per voler apparire persecutrice, mentre fra quei cattolici prevaleva il monito dell'Ozanam: « Rinuziate allo spirito politico a favore dello spirito sociale ». La S. Sede vi incoraggiava le sane tendenze neo-guelfe e vi sosteneva il moto per la libertà di insegnamento; il generoso sacrificio dei Gesuiti trovava qualche compenso nel tacito ritorno dei Benedettini e dei Domenicani. Felice equilibrio di costruttivo compromesso poté raggiungersi nel Belgio, ove per l'opera accorta ed abile del nunzio Pecci fu superata anche la spinosa controversia delle commissioni d'esame. Nella penisola Iberica fra Cristina, Isabella e Don Carlos, fra Miguel, Pedro e Maria da Gloria, con il complicarsi dei conflitti dinastici, in contrasti ideologici, fra assolutiamo regalistico operante e liberalismo laicistico insorgente, larghe persecuzioni e vessazioni ebbe a soffrire la Chiesa che, al solito, fece le spese per tutti. Sino a quando, grazie alla fermezza di G. nel salvaguardare i principi ed alla sua duttilità nel cogliere ogni contingenza solutiva, in Spagna, disfatto Espartero, non ci si avviò a nuova sistemazione concordataria (1843-45), ed in Portogallo non si delineò, ricevendo a Roma il Carreira ed inviando a Lisbona mons. Capaccini, un clima di evidente distensione pacificatrice.
Non altrettanto può dirsi della Svizzera, dove nel conflitto politico fra federalisti, fedeli alle antiche autonomie dei cantoni, e radicali a tendenza centralistica ed unitaria, si inserisce aspro contrasto religioso essendo i primi volti a salvaguardia delle libertà della Chiesa, tendendo gli altri a laicistica e razionalistica oppressione. Sostenuti i cattolici dalla forza del buon diritto e del conforto di G., condotti dal Leu e dal Meyer, lottano vittoriosamente fin dal 1832 contro il tentativo di organizzare la Chiesa elvetica in senso nazionale ed autonomo dalla S. Sede. Ma i radicali, sconfitti sul piano della legalità democratica, ricorrono al diritto della forza: l'11 dic. 1845 sorge la lega difensiva del Sonderbund, e s'aprono così le ostilità della guerra civile.
Mentre in Austria si notano (1833-44) segni precursori d'una prossima distensione attraverso la pratica e graduale desuetudine della legislazione giuseppinista, con conseguente riaccentuarsi dell'influenza di Roma, le relazioni con la Prussia volgono di necessità all'estremo, sempre più intensificandosi lo sforzo di realizzare l'unificazione confessionale dello Stato con la campagna dei matrimoni misti e con subdole manovre intese a dar luogo ad una sintesi sincretistica delle diverse confessioni. All'arrendevole connivenza di alcuni vescovi e prelati prontamente rispose G. XVI, ribadendo le sagge direttive di Pio VIII (breve Litteris, 25 marzo 1830), e condannando le dottrine dell'Hermes. Sorsero allora nelle persone del Droste-Vischering e del Dunin mirabili campioni della verità e della Fede, contro l'arresto dei quali si levò la voce del Papa (alloc. conc. del 10 dic. 1837, 13 sett. 1838, 8 luglio 1839), destando un'onda d'entusiasmo e di sdegno non solo nel paese, ma in tutto il mondo civile. Più accorto di Federico Guglielmo III, il successore, quarto dello stesso nome, avvedutosi che, invece che all'unità, si minacciava di pervenire ad irreparabili fratture della
compagine dello Stato, sin dal 1840 mutava politica, liberava i pastori imprigionati e creando con funzionari cattolici una apposita sezione cattolica presso il Ministero dei culti (1841), preparava trent'anni di pace religiosa nel paese.
Quanto all'Inghilterra, alla Scozia e all'Irlanda cattolica, l'azione di G. XVI fu non meno viva ed intensa, ma sempre volutamente contenuta sul puro piano religioso, puntando più a far breccia nelle prevenzioni e nelle leggi che vietavano a quei fedeli di usufruire delle tradizionali libertà riconosciute a tutti gli altri cittadini, che non ad incorrere con negoziati diplomatici nel pericolo di prevedibili inframmettenze statali. Così, grazie anche alla paterna amicizia con il Wisemann e alla non celata ammirazione per gli sforzi rivendicativi degli irlandesi, notevole divenne la fioritura della Chiesa romana in quelle terre, mentre si raddoppiava il numero dei vicariati apostolici (1840) e si imponeva sempre più, anche politicamente, la soluzione del problema dell'Irlanda, per il cui clero il Papa ampliava e sistemava il collegio nazionale di S. Agata ai Monti.
Ed infine, accanto a così alterne vicende della vecchia Europa, facevan netto contrasto d'ombre incombenti e di luci vitali Russia da un lato, Americhe dall'altro. Di fronte alla Polonia martire ed alla Russia conculcatrice, l'atteggiamento di G. XVI si concretizzò con equa linearità nei ripetuti inviti rivolti ai fedeli polacchi di rifuggire per lo stesso loro bene spirituale e materiale dal ricorso al disordine ed alla violenza, ma ancor più nelle reiterate proteste volte a smascherare la perfida ipocrisia connaturata con il barbaro assolutismo moscovita. Nelle Americhe, viceversa, il tempestivo consenso e riconoscimento dal Pontefice fattivamente espresso ai sistemi di non anti-religiosa libertà democratica, contro ogni pretesa d'inframmettenza iberica o di aprioristica distinzione fra diversi tipi di reggimento, purché sempre salva fosse la libertà della Chiesa, gettava le buone fondamenta delle mete oggi raggiunte. E basti dire delle consolazioni provenienti a G. dagli Stati Uniti, ove con il suadente e libero proselitismo sorgevano sempre nuove circoscrizioni ecclesiastiche ed i concili nazionali succedentisi in Baltimora riuscivano ad ogni sessione sempre più folti ed edificanti.
Se, dunque, non solo G. nel governo della Chiesa e nella sua « politica » ecclesiastica riguardo ai diversi Stati non fu per principio contrario ai regimi di libera costituzione, ma anzi, come è stato scritto dall'Hofmann a proposito della Grecia, egli « nel difendere strenuamente i principi religiosi nelle lotte interne [d'ogni nazione] ha certamente reso servizi alla causa della santa libertà contro la statolatria », mostrando di apprezzare i vantaggi della libera espressione dell'opinione pubblica in senso non già illuministico, ma medievalmente civico e cristiano, che cosa resta dello sbandierato « oscurantismo » di questo Pontefice? Quella dell'« oscurantismo » di G. non fu in larga parte che una abile trovata propagandistica dei liberali contemporanei e postumi. E questo appunto il madornale errore in cui, anche riguardo G., continuano a dibattersi molti storiografi, i quali anziché giudicare certe figure nel quadro del tempo in cui vissero e delle istituzioni che ressero, riducono la loro funzione a farsi
portavoce dei passionati e contingenti spunti polemici di questa o quella parte in contrasto.
Né regge e può reggere neppure la facile distinzione tipicamente liberale del Farini, fra la illuminata ed apostolica saviezza del governo religioso di G. e le pretese pecche di miope e retrivo oscurantismo del suo governo civile e di fronte agli scottanti problemi della nazionalità italiana. Tale distinzione appare ormai priva di fondamento ad un obbiettivo e sereno esame dei fatti e delle circostanze, dai quali, invece, balza evidente la perfetta ed aderente coerenza del Papa.
G., rilevava or è un secolo l'Audisio, « aveva mente da comprendere la sua età, i pericoli ed i cimenti... [Ma] trovò [nello Stato pontificio ed in Italia] un sistema costituito, tenace e compatto in ogni sua parte... [Sicché] franco in religione [dovette] procedere in politica cauto e rispettivo. Il pensiero dei grandi papi del medioevo, di far l'Italia loro punto d'appoggio, e se stessi nucleo delle potenze italiane, pareva dimenticato. Né le potenze italiane ben ricordavano la tradizione italica di stringersi civilmente al papato. E mentre le sette con iniqui mezzi cospiravano al fine di conseguire l'indipendenza e una

D'altro canto, convinto assertore e restauratore in senso medievalistico della libertà della Chiesa, tanto meglio se nel quadro generale delle libertà civiche e politiche, G. non solo come pontefice ma anche come sovrano temporale, non poteva e non doveva sacrificare quella a queste, specialmente poi nei suoi Stati. Perciò a lui si attaglia perfettamente, nei riguardi dei problemi politico-amministrativi dello Stato Pontificio, quanto appunto, dopo le esperienze di Pio IX, il card. Antonelli dichiarava nell'esilio di Gaeta (maggio 1849) al Balbo: « la coscienza del S. Padre non gli permette assolutamente di stabilire nulla che gli impedisca la sua libertà spirituale: non per altro essere stabilito il dominio temporale dei papi, se non per procacciare loro siffatta libertà verso le potenze esterne; inutile essere siffatta libertà se non rimane ai pontefici nell'interno del proprio Stato » (cf. P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1850 e il 1870, Roma 1945, pp. 9-13; nonché per tutta la accennata politica italiana di Pio IX i fondamentali studi di P. Pirri, in Rivista di
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storia della Chiesa in Italia, 1 [1947], pp. 38-84; 2 [1948], pp. 183-214). Non dunque chiuso e cieco oscurantismo da parte di G., ma semmai avveduto, coerente ed aderente senso di insopprimibili e spesso incoercibibili realtà ed esigenze non solo politiche, ma anche e soprattutto religiose. Restavano, è vero, di fronte a così categorici diritti e doveri di una sovranità del tutto particolare, i giusti diritti di sudditi, ai quali in ogni modo spettava in senso cattolico, oltre che il privilegio secolare, anche il tradizionale dovere di servire e di collaborare anzitutto alla grande causa spirituale dell'indipendenza e della necessaria libertà del papato, ossia della Chiesa. Ma anche qui la condotta di G., se vista in questa luce e se retamente giudicata, non può dar luogo a rilievi di principio perché tutto quanto gli fu dato fare per i sudditi operò; semmai si possono avanzare riserve sul modo con cui alcune fra le molteplici e ben congegnate sue misure e provvidenze vennero, causa le circostanze o responsabilità degli esecutori, attuate ed applicate.
E difatti, prescelta come unica possibile la via d'innovare le istituzioni anziché di concedere costituzioni, respinta come lesiva della sua sovrana libertà la straniera imposizione dei dettami del Memorandum riformistico delle potenze della Sacra Alleanza (1831), e libertatosi con il rafforzamento dell'esercito dal vincolante peso della duplice occupazione franco-austriaca, G. fece in sostanza per proprio conto assai più di quanto col Memorandum stesso non gli si chiedesse. Così, grazie al sapiente consiglio del card. Gamberini e di altri, ogni campo dell'amministrazione divenne, ancora una volta, oggetto di studi approfonditi, di modifiche spesso radicali e di pregevoli innovazioni, dalla amministrazione centrale a quella locale, comunale e provinciale, dalla giurisdizione amministrativa a quella civile e penale, dall'attività giuridica e sociale dello Stato a quella finanziaria e militare. E però a detta di un esperto cultore dei precedenti storici del diritto amministrativo italiano, lo Schupfer, e come dimostrano anche le recenti ricerche del Ventrone e di altri, « dire che l'amministrazione degli Stati Pontifici sia stata tra le meno pregevoli d'Italia, sarebbe dire cosa non vera... I pregi non mancarono [sin dal tempo di Pio VII]... ed il moto ascensionale delle organiche riforme proseguì il suo cammino sotto G. XVI » e sotto Pio IX, sicché « il passo più difficile verso la libertà è verso un'amministrazione perfezionata, poteva dirsi ormai superato ». « Non si può certo non rilevare - osserva il Ventrone - che le libertà, specialmente quelle politiche [erano] di molto limitate... [Ma] d'altra parte - aggiunge egli - non si può certo fare torto ad uno Stato di non volersi suicidare ». A questo punto nell'impossibilità di dare qui un quadro anche riassuntivo della vastissima opera di G. come sovrano temporale e pur di quanto con spiccato amore egli, coltissimo, fece e per le scienze e per le arti e per la cultura in genere, e per la pubblica istruzione in specie, si veda lo studio di P. Dalla Torre su L'opera riformatrice ed amministrativa di G. XVI (in G. XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948, II, pp. 29-121, con ampia bibl.).
La morte, accolta con l'umile ed austera semplicità monastica in cui aveva sempre vissuto (« voglio morire da frate e non da sovrano » disse con dolce fermezza a chi ancora si affannava a circondarne di fasto gli estremi momenti), lo colse sulla breccia il 1° giugno 1846. Aveva regnato per tre lustri ed era in età di anni 81. Fu sepolto in S. Pietro e sul monumento erettogli spicca a giusto titolo, quasi unitaria commemorazione di tutte le grandi sue gesta, la « Propagazione della Fede ». Tenendo la mano destra sul mappamondo G. addita ai missionari, che lo circondano, la Croce, quasi ad incitarli a perseguire nei secoli la loro opera d'apostolato con lo stesso suo intrepido coraggio, e con la medesima sua fermissima perseveranza.
cura di A. M. Bernasconi, ivi 1901-1904; Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione dello Stato Pontificio, ivi 1834-71. Pochi sono gli studi costruttivi ed obiettivi o semplicemente aggiornati su G. Oltre alla voce G. ed a moltissime altre connesse, nel Diz. di erudizione storico-erci. di G. Morena, XXVII, Venezia 1845, pp. 312-28, che assume come fonte contemporanea notevole importanza, una ampia ed informata revisione critica della storiografia si ha nel due volumi pubblicati dai Camaldolesi in occasione del centenario della morte: G. XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948. Cf. inoltre: G. Baraldi, Pio VIII e G. XVI, Modena 1831; G. Battaglia, Cemil cronologico sul sommo pontefice G. XVI, Venezia 1837; A. Nibby, Roma nell'u. 1838, Roma 1838; F. Fabi-Montanari, Notizie istoriche di G. XVI P. M. di santa memoria, ivi 1846; B. Wagner, Papst G. XVI, sein Leben und sein Pontifikat, Sulzbach 1846; Pius VIII und G. XVI, in The Edinburgh Review, genn. 1859; N. Wiseman, Recollections of the last four Papes, 1st ed., London 1858, trad. it., Milano 1860; G. Audusio, Storia religiosa e civile dei Papi, V. Roma 1868, pp. 356-94; G. B. Del Bravo, Storia del pontificato di G. XVI di s. m., ms. (1870) nella Biblioteca di S. Gregorio al Celio; A. Reumont, Geschichte der Stadt Rom. III, II, Berlino 1870; La vérité sur G. XVI et son temps. Plaidoiries de MM. Collin et Van Biervliet devant le tribunal de première instance de Gand au procès intenté à la « Flandre Libérale » par M. Moreni, Parigi 1877; M. Brosch, Geschichte des Kirchenstaates, Gotha 1882; G. Lamantia, Storia della legislazione italiana, I, Roma e Stato Romano, Torino 1884; C. Sylvain, G. XVI et son pontificat, Lilla-Parigi 1889; L. Farges, Le pouvoir temporel au début du pontificat de G. XVI, in Revue historique, 42 (1890); J. Heifert, G. XVI, und Pius IX, Praga 1895; P. Balan, Storia d'Italia, IX, Modena 1897; B. Gamberale, Gli inizi del pontificato di G. XVI. La conferenza diplomatica in Roma e le riforme, in Rassegna stor. del Risorg., 16 (1927), p. 657 seg.; F. Hayward, Le dernier siècle de la Rome pontificale, Parigi 1927-28; H. Bastgen, Forschungen und Quellen zur Kirchenpolitik G. XVI, I, Paderborn 1929; G. Mollet, La question romaine de Pio VI à Pio XI, Parigi 1932; A. Ventrone, L'amministrazione dello Stato Pontificio dal 1814 al 1879, Torino 1936; E. Veressi, Tre pontificati: Leone XII, Pio VIII, G. XVI, ivi 1936; A. Muñoz, Roma cent'anni fa, Roma 1939; J. Schmidlin, Histoire des papes de l'époque contemporaine, I, parte 2°, Lione-Parigi [1940], pp. 195-209; L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento, Torino 1943, V. indice; D. Federici, G. XVI tra favole e realtà, Rovigo 1947; D. Demarco, Il tramonto dello Stato Pontificio. Il Papato di G. XVI, Torino 1948; A. C. Jenoio, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, ivi 1948, V. indice; J. Leffon, La crise révolutionnaire 1780-1848, in Histoire de l'Église directe de A. Fliche-V. Martin, XX, Parigi 1949, pp. 436-71; N. Storani, Viaggio di S. Santità G. XVI alla visita del santuario di S. Maria Loretana, nel sett. 1841 (s. n. 12); C. Schupfer, I precedenti storici del diritto amministrativo vigente in Italia, in V. E. Orlando, Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano, I, Milano (s. n.), pp. 1256-84; da tenersi presente per la elencazione delle opere pubbliche [A. Tosti], A. G. XVI, Epigrafi (s. d.).
Paolo Dalla Torre