GREGORIO XVI, PAPA. - Bartolomeo Alberto
Cappellari, n. a Belluno il 18 sett. 1765 dai nobili
Giovanni Battista e Giulia Cesa-Pagani, m. a Roma
il 10 giugno 1846. Di pronta e viva intelligenza,
d'animo riflessivo e semplice, ebbe a dimostrare ben
presto temperamento austero, fermo e tenace, prof-
fondi sensi di convinta ed evangelica bontà e reli-
giosità, spiccata inclinazione per gli studi e per le
speculazioni erudite.
La monacazione della sorella Caterina tra le be-
nedettine di S. Gervasio, e l'annuncio conforto
del canonico Giovanni Carrera, suo educatore, l'in-
dussero diciottenne ad entrare nel cenobio camaldo-
lese di S. Michele a Murano (1783), assumendo il
nome religioso di Mauro. Emessi i voti solenni il
23 ag. 1786, sacerdote l'anno seguente, docente di
filosofia e scienze nel 1790, difendeva con successo
in pubblica disputa una tesi sull'infallibilità ponti-
ficia per l'abilitazione a lettore di teologia, ed ebbe
dal Santo Uffizio di Venezia l'incarico della revisione
delle opere da pubblicarsi.
A trent'anni, il 5 ag. 1795, don Mauro accompagnava
come socio in Roma a S. Gregorio al Celio ed a S. Ro-
mualdo il procuratore generale dell'Ordine. I tristi eventi
dell'occupazione giacobina l'inducono a dare alle stampe,
con dedica al martire Pio VI: Il trionfo della Santa Fede
e della Chiesa contra gli assalti dei novatori, combattuti
e respinti con le stesse loro armi (Venezia 1790), ponderoso
lavoro apologetico, convinto e tempestivo atto di fede
nelle prossime immancabili vittorie del papato e della
cattolicità.
Abate di S. Michele a Murano nel 1805, procurato
tore generale nel 1807, malgrado l'imperversare della
persecuzione napoleonica seppe con l'aiuto del confra-
tello Placido Zurla impedire lo scioglimento delle co-
munità camaldolesi di Venezia e di Padova. Nel 1814,
il card. Fontana, auspice Pio VII, lo richiamava a Roma,
ove ebbe presto la nomina a consultore di varie Congre-
gazioni, nonché incarichi d'esaminatore dei vescovi, di
vigilanza su alcune università e istituti d'alta istruzione,
di revisione dei libri della Chiesa orientale, mentre de-
clinava insistenti offerte delle sedi vescovili di Zante e
di Tivoli, per dedicarsi tutto alla ripresa del suo Ordine,
di cui divenne vicario generale nel 1823.
I tempi frattanto maturavano: apprezzatissimo da
Leone XII, stimato dai dotti, buon conoscitore degli
affari e del meccanismo della Curia, pio, erudito, atti-
vissimo, venne dallo stesso Pontefice creato cardinale in
petto il 21 marzo 1825 e pubblicato il 13 marzo dell'anno
seguente. Non esitò allora ad assumersi quella prefettura
di Propaganda Fide, ove per il rilassato decadimento
dovuto allo stesso clima del secolo precedente, e per l'ab-
bandono e la stasi provocati dalla Rivoluzione, tutto era
da riprendere e da rifare tanto in Roma, quanto nei
luoghi di missione. Vi si distinse per zelo apostolico e
per intensità operativa, elegantemente risolvendo anche
ardue ed annose questioni, come quella del Concordato
olandese (1827), o l'altra della nomina di un metropolita
cattolico per gli Armeni (1829).
Così dal difficile e lungo Conclave, apertosi con la
sede vacante di Pio VIII (m. il 30 nov. 1830), fra con-
trasti di tendenza abilmente sfruttati dalle potenze e mi-
nacce incombenti di disordini novatori in Europa e nel-
l'Italia centrale, usciva eletto papa il Cappellari, non
senza ripetute e supplichevoli ripulse, il 12 febbr. 1831,
con 32 voti su 41, scegliendo il nome di G. XVI, proprio
in memoria del quel Gregorio VII che si era eretto «cam-
pione medievale della libertà della Chiesa», e le cui
orme egli intendeva strenuamente seguire appunto per
dopo qualche secolo, quell'onda concorde di fecondo trasporto, quell'obbedienza devota dell'episcopato, del clero e delle schiere fedeli, che doveva appunto costituire il fulcro della grandezza odierna della Chiesa. «Una potenza meravigliosa è sorta come d'incanto - scrisse l'Eichendorff - ed è l'affermarsi dell'opinione cattolica».
Per quanto si riferisce al magistero, gli ardui problemi, balzanti dal succedersi e scontrarsi di opposti regimi politici, vennero dal Pontefice risolti con naturale sviluppo di ponderata prassi ecclesiastica. Almeno dall'entrare nel merito dei diversi sistemi di ordinamento della cosa pubblica e dal fare per principio del legittimismo o del progressismo, egli si disse pronto a trattare, per la esclusiva salvaguardia degli interessi spirituali e per il bene delle anime, con chiunque di fatto detenesse il potere politico. Ed impose alla gerarchia ed ai fedeli d'ogni nazione di rendere al regime vigente obbedienza, al fine di mantenere la pubblica quiete senza pregiudizio per i diritti della Chiesa e per le pendenti questioni de iure tra le parti in contrasto (encicl. Sollicitudo ecclesiastrum, 7 ag. 1831). Così sciolse anche il nodo dell'equivoco liberale; ne smaschero le insidie colpendo alle radici la filosofia del senso comune e la teoria delle rigenerazioni liberatrici del Lamenta di encicl. Mirari vos, del 15 ag. 1832, e Singulari nos, del 25 giugno 1834). Né meno fondate ed opportune apparvero le riserve espresse sugli scritti del Bonald e del De Maistre, troppo inclini a deprimere natura e ragione, mentre anche si condannava il fideismo antintellettualistico dell'abate Bautain (lettera apost. Accepimus, 20 dic. 1834).
Venne poi la volta delle false dottrine dell'Hermes, intese a ridurre la fede a vacuo sentimentalismo romantico, privo di contenuto razionale, ed a miscosocere l'opera carismatica della Grazia e la reale facoltà umana del libero arbitrio (lettera apost. Dum acerbissima, 26 sett. 1835). Ma documento culminante resta quello con il quale G. severamente insorgeva contro l'infame tratta degli schiavi, colpendola definitivamente in tutti gli aspetti. L'accorata lettera apostolica relativa del 3 dic. 1839 ebbe tanta eco in tutto il mondo civile, da indurre tre anni dopo le principali potenze europee a concludere un apposito trattato di repressione: fu quello il colpo mortale inferto ad un barbaro costume e ad un turpe commercio, che già era stato ripetutamente colpito e proibito da parecchi pontefici.
Tanta sollecitudine di G. per i «selvaggi», ossia anche per quelle primitive genti di natura i componenti delle quali il Papa imponeva fossero considerati, alla luce della divina paternità, tutti membri dell'umana famiglia, eguali, fratelli e liberi, ossia «uomini» al pari di ogni altro e non già «animali impuri», come proprio allora si accingeva a fare la pseudo scienza ufficiale del naturalismo e del sociologismo evoluzionista, non poteva dissociarsi, nel cuore dell'ex-prefetto di Propaganda Fide, da un particolarissimo amore per le missioni. Rileva a buon proposito il Sylvain che G. «consacrò tutti gli istanti del suo pontificato allo sviluppo delle missioni cattoliche», e che «nessuna fra le molteplici e gravi preoccupazioni fu mai capace di distrar[lo] da un obbiettivo così glorioso ed importante». E difatti G., anche in questo degno figlio di s. Romualdo, può considerarsi lungimirante pioniere degli odierni successi delle missioni in ogni parte del globo. Al rapido potenziamento della penetrazione missionaria così fra i pagani come tra gli eterodossi, penetrazione

amore di quella piena libertà ecclesiastica, che nei riguardi della liberissima e vigorosa espansione cattolica d'America settentrionale gli faceva esclamare: "In nessuna parte del mondo mi sento tanto papa, quanto negli Stat
presto suggellata dal sangue di novelli martiri specialmente in Estremo Oriente e dall'espandersi di stazioni missionarie in Abissinia, in Egitto, in Algeria, India, nelle Americhe ed in Oceania, oltre che in Europa settentrionale ed orientale, fece degno riscontro il sorgere ed il fiorire di appositi istituti volti alla formazione dei missionari ed alla raccolta dei relativi mezzi economici. Così, accanto alla ripresa piena e fervidissima di vecchie e nuove famiglie religiose, anche in senso missionario, si ricordarono le meritorie iniziative dell'opera per la Propagazione della Fede di Lione, della Santa Infanzia e della Società Leopoldina di Vienna. Né mancarono da parte del Pontefice avveduti provvedimenti intesi a controbattere il lavoro dei protestanti, a riorganizzare e potenziare la S. Congregazione di Propaganda ed il relativo Collegio, nonché a costituire nei luoghi di missione appositi seminari per il clero indigeno. Lo stabilimento di ben trentasei nuovi vicariati apostolici, la fondazione di quindici nuove diocesi e la nomina di 95 vescovi, sempre per decreto di Propaganda, sono evidente dimostrazione del meritato premio raccolto da G. in questo campo della sua uniforme attività pontificale.
Parimenti volto ai più elevati e puri fini religiosi fu sempre ed in tutti i settori il suo governo ecclesiastico. Le sollecitudini per la concorde unione dell'episcopato e per la migliore formazione e disciplina del clero secolo si affiancarono alle costanti cure per la rinascita degli Ordini e delle Congregazioni religiose dopo il turbino rivoluzionario, per il costituirsi ed il rafforzarsi di nuove fondazioni, specialmente se intese all'educazione della gioventù e all'assistenza sociale. Canonizzo cinque santi (1839), fra cui s. Alfonso de' Liguori e s. Pietro d'Alcantara, e compi alcune beatificazioni, riconoscendo l'antico e costante culto di trentaquattro servi di Dio. Estese alla Chiesa universale l'Ufficio e la Messa di s. Luigi Gonzaga e volle l'introduzione della causa dell'apostolo dei fanciulli Giovanni Battista de la Salle. Importanti norme furono emanate per l'osservanza delle prescrizioni liturgiche e per il ritorno alle genuine fonti e forme della musica sacra. Devostissimo della Vergine, si fece valido propulsore del moto degli atti preparatori per la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione. Basti ricordare l'interesse da G. posto nel chiarire le prodigiosi circostanze della conversione dell'ebreo Ratisbonne; le indulgenze concesse ai fedeli devoti della Medaglia miracolosa; l'introduzione del legittimo immaculata nel prefatio della Messa propria della Concezione; l'aggiunta dell'invocazione Regina sine labe originali concepita alle litanie laureate. Oltre a diverse notevoli riforme di struttura degli organi della Curia, come quella della rinnovazione del corpo dei protonotari apostolici, tenne cinquanta concisori, pronunziando allocuzioni quasi sempre degne di rilievo per zelo e per fermezza. Ebbe sommamente a cuore il decoro ed il prestigio del S. Collegio: felice nella scelta degli ottantadue cardinali da lui creati (si pensi al palagrafo di Malatesta, al poliglotta Mezzofanti, al piissimo pastore Mastai-Ferretti), in ogni atto si avvalse dei consigli e della collaborazione dei più competenti porporati di Curia. Nuove energie e capacità seppe apportare nell'episcopato per coniunziando ben settecentocinquantacinque fra patriarchi, arcivescovi e vescovi.
Egualmente intesa alla esclusiva salvaguardia dei diritti morali e spirituali dell'immenso gregge affiatogli, e sempre immune da qualsiasi preoccupazione ed influenza temporalistica, ebbe a dimostrarsi l'avveduta e lungimirante sua «politica» ecclesiastica nelle pur difficili ed ardure relazioni con i diversi Stati. Politica che se poté far valida leva sulla sempre più concorde, coordinata ed annuente forza pastorale della grandissima maggioranza dell'episcopato e del clero d'ogni paese, trovò d'altro canto nuovo e notevole appoggio e seppe avvalersi della crescente influenza civico-sociale delle masse dei fedeli presso le opinioni pubbliche delle relative nazioni.
Assistito ed assecondato da collaboratori diretti come un Bernetti ed un Lambruschini, G. pervenne così a tenere alto in ogni occasione il prestigio della Chiesa e della S. Sede, superando talvolta, talaltra preparando il superamento delle più gravi e molteplici difficoltà.
In Piemonte si pervenne alla chiusura di annose vertenze ristabilendo la nunziatura, sistemando le questioni relative allo stato civile, alla soppressione delle decime di Sardegna, ai tributi per il clero ed alle immunità ecclesiastiche. Vigile ed agile fu la linea di condotta seguita dal Pontefice di fronte all'indifferenzia sospettoso prima, all'invadenza interessata poi della Monarchia di Luglio, in sostanza troppo scettica per voler apparire persecutrice, mentre fra quei cattolici prevalevano il monito dell'Ozzann: «Rinunziate allo spirito politico a favore dello spirito sociale». La S. Sede vi incoraggiava le sane tendenze neo-guelfe e vi sosteneva il moto per la libertà di insegnamento; il generoso sacrificio dei Gesuiti trovava qualche compenso nel tacito ritorno dei Benedettini e dei Domenicani. Felice equilibrio di costruttivo compromesso poté raggiungersi nel Belgio, ove per l'opera accorta ed abile del nunzio Pecci fu superata anche la spinosa controversia delle commissioni d'esame. Nella penisola Ibe-rica fra Cristina, Isabella e Don Carlos, fra Miguel, Pedro e Maria da Gloria, con il complicarsi dei conflitti dinastici in contrasti ideologici, fra assolutismo regalistico operante e liberalismo laicistico insorgente, larghe persecuzioni e vessazioni ebbe a soffrire la Chiesa che, al solito, fece le spese per tutti. Sino a quando, grazie alla fermezza di G. nel salvaguardare i principi ed alla sua duttilità nel cogliere ogni contingenza soltativa, in Spagna, disfatto Esperanto, non ci si avviò a nuova sistemazione concordataria (1843-45), ed in Portogallo non si delineò, ricevendo a Roma il Carreira ed inviando a Lisbona mons. Capaccini, un clima di evidente distensione pacificatrice.
Non altrettanto può dirsi della Svizzera, dove nel conflitto politico fra federalisti, fedeli alle antiche autonomie dei cantoni, e radicali a tendenza centralistica ed unitaria, si inserisce aspro contrasto religioso essendo i primi volti a salvaguardia delle libertà della Chiesa, tendendo gli altri a laicistica e razionalistica oppressione. Sostenuti i cattolici dalla forza del buon diritto e del conforto di G., condotti dal Leu e dal Meyer, lottano vittoriosamente fin dal 1832 contro il tentativo di organizzare la Chiesa elvetica in senso nazionale ed autonomo dalla S. Sede. Ma i radicali, sconfitti sul piano della legalità democratica, ricorrono al diritto della forza: l'11 dic. 1845 sorge la lega difensiva del Sonderbund, e s'aprono così le ostilità della guerra civile.
Mentre in Austria si notano (1833-44) segni precursori d'una prossima distensione attraverso la pratica e graduale desuetudine della legislazione giuseppinista, con conseguente riaccettarsi dell'influenza di Roma, le relazioni con la Prussia volgono di necessità all'estremo, sempre più intensificandosi lo sforzo di realizzare l'unificazione confessionale dello Stato con la campagna dei matrimoni misti e con subdole manovre intese a dar luogo ad una sintesi sincretistica delle diverse confessioni. All'arrivedole convivenza di alcuni vescovi e prelati prontamente rispose G. XVI, ribadendo le sagge direttive di Pio VIII (breve Litteris, 25 marzo 1830), e condannando le dottrine dell'Hermes. Sorsero allora nelle persone del Droste-Vischering e del Dunin mirabili campioni della verità e della Fede, contro l'arresto dei quali si levò la voce del Papa (alloc. concl. del 10 dic. 1837, 13 sett. 1838, 8 luglio 1839), destando un'onda d'entusiasmo e di sdegno non solo nel paese, ma in tutto il mondo civile. Più accorto di Federico Guglielmo III, il successore, quarto dello stesso nome, avvedutosi che, invece che all'unità, si minacciava di pervenire ad irreparabili fratture della
compagine dello Stato, sin dal 1840 mutava politica, liberava i pastori imprigionati e creando con funzionari cattolici una apposita sezione cattolica presso il Ministero dei culti (1841), preparava trent'anni di pace religiosa nel paese.
Quanto all'Inghilterra, alla Scozia e all'Irlanda cattolica, l'azione di G. XVI fu non meno viva ed intensa, ma sempre volutamente contenuta sul puro piano religioso, puntando più a far breccia nelle prevenzioni e nelle leggi che vietavano a quei fedeli di usufruire delle tradizionali libertà riconosciute a tutti gli altri cittadini, che non ad incorrere con negoziati diplomatici nel pericolo di prevedibili infrumenti.