HALLĒL. - Termine rabbinico, che significa «inno, lode» (ebr. hallēl «lodare», donde alleluia [v.]), usato per indicare dei gruppi di Salmi a scopo liturgico. Celebre è il «h. egiziano» (h. miṣrī: cf. Bērākhāth, 56a), composto dai salmi 113-18 (Volgata 112-17), che gli Ebrei cantavano nelle neomenie, nelle tre grandi solennità (Pasqua, Pentecoste, Tabernacoli) e nella festa della Dedicazione.
Era questo il h. per eccellenza. Si chiamava così per il suo contenuto laudativo (cf. il primo versetto ebraico) e per il fatto che si iniziava al canto del hallēlā Jāh; si diceva «egiziano», perché caratteristico della Pasqua ebraica; si cantava nel Tempio durante l'immolazione dell'agnello, simbolo della liberazione dalla servitù d'Egitto (cf. 114, 1 ebr.), e si recitava in casa nella cena pasquale. Durante la quale, il h. si divideva in due parti: la prima (113-14 ebr.) si recitava o si cantava all'inizio, la seconda (115-18 ebr.) alla fine, quando si passava la quarta ed ultima coppa rituale (cf. 116, 12-13 ebr.). Volendo aggiungere una quinta coppa di vino, si cantava il salmo 136 (Volg. 135), chiamato, per il suo contenuto, «il grande h.» (h. hagādhāt: cf. Pāsāhīm, 118a).
L'uso del h. è molto antico, come si può arguire dal Talmud, in cui si fa questione del suo autore (Pāsāhīm, 117a), ma non è possibile precisarne le origini.
Sembra che si cantasse già al tempo del re Iosia (II Par. 35,15) ed anche del re Ezechin (II Par. 30,21). Accenna poi a quest'uso Sap. 18, 9, dove aḫvouç (laudes) è traduzione di h. Anche Gesù e i suoi Apostoli cantarono il h. nell'ultima Cena (Mt. 26, 30; Mc. 14, 26; iṣuṣiṣavruç, [*hymno dicto*] cioè la seconda parte del h.).
Il nome di «grande h.» si estendeva pure all'intero gruppo di salmi 120-36 (Volg. 119-35); mentre un h. speciale, detto anche «piccolo h.», era costituito dalla serie degli ultimi cinque salmi, inni di lode contraddistinti dal duplice Alleluia (146-50; Volg. 145-50): faceva parte integrante della preghiera del mattino.
I discepoli di Hillèl invece chiamavano « piccolo h. » il primo salmo del « h. egiziano », e i discepoli di Sammaj l'intera prima parte di esso (113-14), forse in relazione alla seconda, più lunga (115-18). È da notare che la composizione dei h. non è sempre stata la stessa; variò, anche nel nome, secondo i tempi e le scuole rabbiniche.
Si distingue dunque un triplice h.: l'ordinario o egiziano, il grande e il piccolo. Forse il prestigio del termine influì sulla versione Volgata di I Par. 16,36.
Dato l'uso che ne fece il Signore nell'Ultima Cena, il h. ha avuto importanza anche nello sviluppo della liturgia cristiana, della Messa e dell'ufficiatura: cf. i Vespri del Giovedì Santo, del Sabato Santo, e i Vespri domenicali; il salmo poi 118 (Volg. 117) è il salmo pasquale per eccellenza, e conseguentemente il salmo della domenica (1 salmo a Prima, soggetto a varie norme per questa sua natura liturgica).