IL PRODIGIO DEL SANGUE DI S

IL PRODIGIO DEL SANGUE DI S. G. – Il nome di s. G. è universalmente collegato con il celebre prodigio della liquefazione del suo sangue, che si ripete annualmente, da secoli, in varie circostanze. Il sangue è contenuto in due ampolle di vetro, di diversa grandezza e forma, perfettamente chiuse e fissate in una teca circolare di metallo di ca. 12 cm. di diametro, chiusa anch’essa, sulle due faccie piane, da due vetri spessi ed incolori. L’ampolla più grande è di forma elicoidale e della capacità di ca. 60 cm.³; la più piccola è di forma cilindrica e della capacità di ca. 25 cm.³. La quantità di sangue raggiunge nell’ampolla grande poco più della metà dell’altezza; nella piccola, invece, ora, si vedono soltanto diverse macchie e grumi, sparsi lungo le pareti. I giorni, in cui avviene il prodigio sono: a) alcuni a date fisse:

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(de M. Seron, S. Gennaro, Lanciano 1889, tav. fuori testo) Gennaro, vescovo di Benevento, santo, martire, e compagni S. G. protettore contro le eruzioni. Dipinto di E. Dalbono (m. nel 1915).

il sabato precedente la prima domenica di maggio (anniversario, secondo i più, della prima traslazione delle
il sabato precedente la prima domenica di maggio (anniversario, secondo i più, della prima traslazione delle ossa del Santo dall’agro marciano alle catacombe) e negli otto giorni seguenti; il 19 sett. (anniversario del martirio) e negli otto giorni dell’ottava; il 16 dic. (festa votiva per l’anniversario della terribile eruzione del Vesuvio del 1631); b) altri giorni sono a date mobili: visita di personaggi illustri, esposizione della teca in occasione di pubbliche calamità, accomodamento di guasti alla teca (cf. le varie date dal 1489 al 1913 in Alfano-Amitrano, op. cit. in bibl., pp. 36-40).

Secondo l’opinione comune il prodigio consiste, come s’è accennato, nella liquefazione del sangue, ordinariamente solidificato; tuttavia, in realtà, il fatto è accompagnato da parecchi altri fenomeni, ripetutamente accertati, che rivestono apparenze assai singolari, al di là delle leggi fisiche: 1) la sostanza contenuta nelle fiale non presenta un punto di fusione costante, emancipandosi così dalla legge fisica fondamentale, secondo cui ogni sostanza o miscuglio di sostanza ha il suo punto di fusione fisso ed inviato per una data pressione. La sostanza delle ampolle, invece, liquefa a temperature molto diverse. N. Fergola, p. es. (op. cit. in bibl., p. 51), rileva che nel maggio 1795, il primo giorno, la liquefazione avvenne alla temperatura centigrada di 24°, 4; il quarto giorno, di 26°, 4; il quinto, di 23°, 8; il settimo di 25°; il nono di 19°, 4. P. Punzo (op. cit. in bibl., p. 10) riporta le osservazioni fatte nel sett. 1879 dai professori De Luca e Gori; il primo giorno la temperatura di fusione fu di 30°; il terzo di 27°; il settimo di 25°. Donde si deve concludere che la sostanza delle ampolle fonde nello stesso ambiente a temperature molto differenti, anzi in tempi molto diversi e non in relazione con la temperatura. 2) Varia il tempo impiegato a prodursi questa fusione: a volte avviene dopo pochissima attesa; altre, anche alla stessa temperatura, dopo ore; altre volte ancora, quando la teca si estrae dal tabernacolo, la sostanza è già fusa. P. es., in una funzione celebrata il 1° genn. 1662, la sostanza si fuse appena la teca fu collocata sull’altare; mentre dinanzi a Filippo V (18 apr. 1702) l’attesa fu di quasi tre ore; nel maggio 1678, il primo e terzo giorno l’attesa fu breve, mentre nel secondo raggiunse le dieci ore. 3) Nelle diverse liquefazioni la sostanza delle fiale varia di volume «e non in qualunque misura, ma tanto da raddoppiare alla vista di tutti, passando, nel tempo medesimo che è esposto alla comune venerazione, dalla metà della fiala a riempire la fiala intera, per lo più nei giorni di maggio, e discendendo di altrettanto nel sett.; però in varie proporzioni, senza stabile legge» (P. Silva, op. cit. in bibl., p. 30). Il che è chiaramente constatabile, data la perfetta fluidità del liquido, anche attraverso al leggerissimo velo, che, nei movimenti, aderisce alle pareti di vetro. Né il fatto può attribuirsi ai coefficienti di dilatazione cubica secondo le diverse temperature, essendo essi piccolissimi e non rispondenti al fenomeno, per cui il volume della sostanza aumenta talora quasi del doppio ed è di ca. 30 cm.³ e l’aumento del livello del liquido è di 3 cm. 4) La sostanza, liquefacendosi, varia anche nella quantità della massa e quindi nel peso. Il prof. G. Sperindeo (op. cit. in bibl., p. 60), p. es., con esperimenti condotti con la massima diligenza, trovò che la teca con la fiala piena pesava kg. 1,015; mentre, con la fiala ridotta della metà, pesava kg. 0,987 (cf. anche P. Silva, op. cit. in bibl., p. 32).

Alla questione se la sostanza contenuta nelle

fiale sia proprio sangue, rispondono le esperienze fatte da G. Sperindeo il 26 sett. 1902, ripetute più volte dal prof. R. Januario, e dal p. P. Silva nel 1904. Sottoposta la sostanza all'esame spettroscopico, si vide ripetutamente «comparire nello spettro, dopo la linea D (di Fraunhofer) la banda oscura caratteristica del sangue, seguita dall'altra nel verde, e tra le due una zona chiara».

Intorno al prodigio si sollevarono, naturalmente, molte discussioni e polemiche e molte ipotesi si affacciarono a spiegare come il sangue diventerebbe liquido per semplici cause naturali o artificiali o a provare che la sostanza delle fiale non è puro sangue, ma un qualche miscuglio proveniente da frode conscia o inconscia. Ma ogni tentativo non è riuscito finora a dare una spiegazione sufficiente delle caratteristiche della liquefazione sopra accennate; e a nulla approdano i vari tentativi fatti per ripetere e riprodurre il fenomeno (v. Alfano-Amitrano, op. cit. in bibl., pp. 92-119; P. Silva, op. cit. in bibl., pp. 36-51). A complemento della questione occorre accennare come, più di recente, anche da studiosi cattolici si è voluto ricorrere ad ipotesi più ricercate: ad eventuali effetti fototropici, igroscopici e psichici, dovuti al passaggio della reliquia dall'oscurità alla piena luce del tempio; al vapore acqueo per la presenza di tanta folla; al calore che da questa deriva; ad un residuo di fluido vitale della persona, a cui il sangue apparteneva; alla intensa concentrazione della concorde volontà dei presenti; e persino al fatto della esistenza, nel medesimo antico Regno di Napoli, di altre reliquie di sangue, che riproducono lo stesso prodigio che il sangue di s. G. Ma anche di tali ipotesi, che non sono del tutto nuove, si deve ripetere che non riescono a dare una spiegazione naturale sufficiente; che anzi urtano contro le più diverse circostanze attestate e documentate (cf. Alfano-Amitrano, in Scuola Cattolica, op. cit. in bibl., p. 174 sgg.).

Rimane la questione se il sangue contenuto nelle fiale sia veramente di s. G. (H. Delehaye, *Hagiographie napolitaine*, in *Anal. Boll.*, 59 [1941], p. 12). Allo stato presente delle ricerche, prescindendo dalle testimonianze dubbie di Lupo de Speis e del monaco certosino Maraldo, che riporterebbero a date di parecchio anteriori, la tradizione scritta più antica e sicura risale fino al 1329, del quale anno una cronaca di incerto autore dice: «Sequenti die XVII augusti (1389) facta fuit maxima processio propter miraculum... de sanguine beati Ianuarii, quod erat in pulla et tunc erat liquefactum, tamquam si eo die exisset de corpore beati Ianuarii» (G. de Blasiis, *Chronicon Siculum incerti auctoris ab a. 1340 ad a. 1396* [Napoli 1887], p. 85). Tanto più importante è questo documento, in quanto riferisce un miracolo avvenuto fuori delle date fisse, senza attesa, né suggestione di folle, né per festività abituale, ma perché si ebbe a Napoli un po' di pace dopo molti anni di guerra, ed arrivò del grano dopo molti mesi di carestia (G. B. Alfano, in *L'osservatore romano*, V. BIBLICA., p. 3, col. 5a). Ed Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II, andato a Napoli in ambasceria nel 1456, nota: «Et si quis audire petierit (respondebo) sacrum illum divi Ianuarii cruorem, quem modo concretum, modo liquatum ostendunt, quamvis ante annos mille ducentos pro Christi nomine sit effusus» (Aeneae Ep. Senensis, *In libros A. Panormitae poetae : de dictis et factis Alphonsi regis memorabilibus commentarius*, Basilea 1538, I. II, pp. 288-89). Come si vede, il Piccolomini parla del prodigio come di un fatto già consueto; e dimostra che la sostanza contenuta nelle ampolle è sempre stata ritenuta per sangue di s. G.

Le notizie storiche sicure del prodigio non risalgono oltre il sec. XIII. Per i secoli anteriori la tradizione si ricollega fino alla seconda metà del sec. IV, quando ebbe luogo il trasporto delle reliquie del Santo dall'agro marciano alle attuali catacombe. Allora, mentre il corteo solenne passava per la Via Antiniana, una certa Eusebia si sarebbe mossa verso il vescovo e gli avrebbe consegnato le due fiale contenenti il sangue del martire, che essa stessa aveva raccolto. In quell'occasione il sangue sarebbe diventato liquido. Semplice tradizione, ma confortata dall'esistenza di due chiesette antichissime sulla collina di Antignano a Napoli, S. Gennarello al Venero e S. Gennaro ad Antignano.

Il fatto, finalmente, che del prodigio non si posseggano notizie anteriori al sec. XIV, come si è accennato, non intacca né infirma l'autenticità del prodigio della liquefazione, sia per il semplice fatto che nei secoli anteriori al sec. XIII il capo e le fiale del sangue di s. G. erano rinchiusi nella «confessione» della navata centrale della basilica della Stefania, sia perché altrimenti sarebbe un trasportare la questione dal fatto fisico a quello storico, il che non risolverebbe la questione del prodigio.

Bibl.: Tra le fonti più preziose sono da considerare i *Diarii del Duomo* e del Tesoro, che conservano dal 1659 la registrazione dei fenomeni osservati nelle singole liquefazioni. Inoltre: N. Ferroola, *La teoria dei miracoli con metodo dimostrativo*, seguita da un discorso apologetico sul miracolo di s. G., Napoli 1843; P. Punzo, *La teca di s. G.*, Napoli 1880; id., *Indagini e osservazioni sulla teca di s. G.*, e nota del prof. G. Albini, 1880; G. Sperindeo, *Il miracolo di s. G.*, 3a ed., 1880; L. Cavène, *Le célèbre miracle de St Janvier*, Parigi 1909; C. Isenkhae, *Das neapolitische Blutwunder*, Ratsibona 1912; P. Silva, *Il miracolo di s. G.*, *Note scientifiche*, 4a ed., Roma 1916; G. B. Alfano e A. Amitrano, *Il miracolo di s. G.*, documentazione storica e scientifica*, Napoli 1924; 2a ed., 1919; 3a ed., 1920 (con ricchissima bibl.); H. Thurston, *The Blood Miracles of Naples*, in *Month*, 149 (1927), pp. 44-55, 123-35, 236-47; id., *The Miracle of St. Januarius*, ibid., 135 (1930), 11, pp. 119-20; G. B. Alfano e A. Amitrano, *Nuove polemiche sul miracolo di s. G.*, in *Scuola Cattolica*, 6a serie, 12 (1928), 11, pp. 171-95; I. R. Grant, *The testimony of the Blood*, Londra 1939; G. B. Alfano, *Le più antiche date della liquefazione del sangue di s. G.*, in *L'osservatore romano*, 14 febbr. 1942, p. 3, coll. 3-5.

Celestino Testore

FOLKLORE. — Il Santo, patrono, insieme con molti altri, della città di Napoli, gode in essa di un antico, vivo e diffuso culto popolare, che dà luogo a manifestazioni caratteristiche. In rapporto a uno degli episodi più significativi della sua leggenda, il martirio nelle fiamme della fornace da cui il Santo uscì indenne, egli è invocato come protettore contro i pericoli del fuoco, e specialmente delle eruzioni del Vesuvio; conseguentemente anche contro il terremoto e le altre calamità, come la peste, il colera, la siccità, ecc. che possono colpire l'intera popolazione. Le sue virtù taumaturgiche si estendono quindi, nel concetto che ne hanno i suoi devoti, a tutta la sfera della vita umana. Da ciò anche la grande importanza che viene annessa al miracolo di s. G., come sicuro segno di protezione per il buon andamento dell'annata e per l'esaudimento di grazie richieste dai singoli fedeli.

Nella cerimonia che ha luogo a maggio le reliquie de sangue, conservate nella teca, e della testa, racchiusa in un busto d'argento con il volto di oro pallido, vengono in duplice processione recate dal Duomo nella chiesa di S. Chiara, dove si compie il miracolo. La processione veniva detta «degli inghirlandati» per l'uso che vi si faceva di ghirlande di rose e altri fiori: in essa, oltre alle reliquie del Santo, sono portate le statue o i busti degli