KYRIE ELEISON

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KYRIE ELEISON. - «Signore, abbi pietà!», è una implorazione greca di lingua e di origine, in uso sacro e profano già nell'antico oriente, presso Greci e Romani. Si legge spesso (non in senso commodo) nella Bibbia (specialmente nei salmi 6,3; 30,10; 40,5.11; 55,2; 85,3; 118,29; 122,3; 13.33,2; Bar.3,2; Mt.15,22; 17,15; 20,30.31). Occorre nella liturgia non prima della fine del sec. IV in Antiochia (s. Giovanni Crisostomo, in Mt. hom., 71,4; PG 58,666; Hom. 6,1 in I Tim.: PG 62,530; Constit. Apost., VIII, 6,4-9 c. 35, ed. Funck, I, 478.480.544) ed in Gerusalemme (Eteria c. 24: CSEL, 39,72). A Roma fu introdotto verso la fine del sec. V, e al tempo di s. Gregorio I (m. 604), forse già da s. Benedetto (m. 547), si recitava alternativamente con «Christe eleison». Da Roma si propagò nella Gallia (Concilio di Vaison del 529) etc.; a Milano già prima, sotto l'influsso greco.

Nella liturgia orientale, il K. è usato come risposta del popolo all'invito del diacono nelle litanie d'interesse (cetene); si dice senza aggiunta, separata dall'altra implorazione, ma spesso ripetuto anche nell'altre occasioni.

Nella Messa Romana si recitava nella forma di «Deprecatio Gelasii», simile alla catena greca, forse introdotto nella «Missa catechumenorum» da Gelasio I (492-96) in sostituzione dell'Oratione fidelium (omessa, perché le preghiere d'intercessione erano entrate nel Canone), che si usa ancora nella liturgia ambrosiana. Sull'esempio della liturgia romana, s. Benedetto ordinò le «litaniae» per le Lodi ed i Vespri; per le Orc Minori invece una forma abbreviata, la «supplicatio litaniae», di est K. e, forse già alternata con «Christe eleison». Anche s. Gregorio I ne distingue due forme: la maggiore nella Messa solenne, la minore nelle Messe quotidiane, alternata con «Christe eleison» (Ep., 9,2, ad Ioann. ep. Syrac.). La maggiore si ometteva; già negli Ordini Romani non si trova più. Il numero di 9 (documentato nell'Ordo di Giovanni Archicantor, ed. Silva-Tarouca, p. 196) aumentava talvolta e finiva al cenno del pontefice. Poi si fissò il numero sacro di 9 (tre per tre), interpretato da Amalario come fatto in onore della S.ma Trinità, ma in realtà tutti i gridi vanno a Cristo. La forma più breve occorre, fuori della Messa, nelle Preces dell'Ufficio, e, posta all'inizio ed alla fine delle litanie, si ripete nelle processioni. Fuori dell'uso liturgico, specialmente nel medioevo nella Francia e Germania (Lais, Leisen), si aggiungeva ai canti religiosi. Si recitava o cantava prima, dai Greci e dai Romani, tra il diacono e popolo; il celebrante non lo recitava, ma già da Giovanni Archicantor (Silva-Tarouca, p. 205), si sa che il sacerdote lo recitava nelle Messe private («... singulus... sacerdos... novem tantum vicibus»), nelle Messe cantate o solenni dal sec. XIII (Ordo Rom., XIV, n. 61.68.71).

Al sec. IX si cominciò ad inserire i cosiddetti tropi, consuetudine che durò fin alla riforma di Pio V (1570).

BIBL.: E. Bishop, Liturgica historica, Oxford 1918, pp. 46-136; P. Batiffol, Legons sur la Messe, Parigi 1923, pp. 105-111; Fr. J. Dölger, Sol salutis, Gebet und Gesang im christlichen Altertum, Münster 1925, pp. 60-103; E. Petersen, EIC EOC Epigra-phische, forngeschichtl. u. religionsgeschichtl. Untersuchungen, Gottingen 1926, pp. 164-67, 315-317; B. Capelle, Le Kyrie de la Messe et le pape Gélase, in Rev. bénéd., 50 (1934), pp. 126-44; id., Le pape Gélase et la Messe romaine, in Rev. d'hist. ecclés., 35 (1930), pp. 22-34; C. Callewaert, Les étapes de l'histoire du Kyrie: st Gélase, st Benoit, st Grégoire, ibid., 38 (1942), pp. 20-45; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, III, Milano 1949, pp. 170-74; J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, Vienna 1942, pp. 412-20. Pietro Siffrin