«LAUDA SION SALVATOREM». - Sequenza della Messa del Corpus Domini, composta da s. Tommaso d'Aquino, probabilmente a Orvieto nel 1264, in occasione della bolla Transiturus, con cui Urbano IV stabilì per tutta la Chiesa la solennità eucaristica, a imitazione della festa instituita a Liegi, nel 1246, dal vescovo Roberto de Torote sotto l'influsso delle rivelazioni della b. Giuliana di Cornillon (v.).
L'attribuzione dell'Ufficio e della Messa (ove è contenuta la sequenza) a s. Tommaso fu contestata dal bollandista D. Papebroch (Acta SS. Aprilis, I, Anversa 1675, p. 903 segg.), ma venne subito rivendicata dai domenicani J. de Maison (Dissertatio historica pro officio Corporis Christi Divi Thomae, 3ª ed. Parigi 1679) e A. Natalia (Dissertationes historicae et criticae quibus officium ven. Sacramenti s. Thomae vindicatur, Parigi 1680), rivendicazione accettata dello stesso Papebroch (Conatus chronologico-historicus ad universum seriem Romanorum pontificum. Propylaeum ad Acta SS. Maii, Anversa 1688, pp. 374-376: ivi si trova la dissertatio XLIII alias XXIII: De officio pro festo Corporis Christi Urbani IV inusu per s. Thomam composito. Inoltre negli Acta Sanctorum Bollandiana apologeticis libris in unum volumen nunc primum contractis vindicata, ivi 1755, pp. 438-43 è riprodotta l'Accusatio contra Papebrochium cui fa seguito una Responsio). Oggi la critica è decisamente favorevole alla tesi domenicana, poiché la preziosa testimonianza del contemporaneo e amico di s. Tommaso, Tolomeo da Lucca, non può essere aminuita dalla tardiva comparsa liturgica dell'ufficiatura; questo ritardo infatti trova una soddisfacente spiegazione nelle speciali circostanze storiche: dopo la morte di Urbano IV, la S. Sede totalmente assorbita dalle grandi difficoltà del momento non poté vigilare sull'applicazione della bolla Transiturus; soltanto dopo il Concilio di Vienna (1511), dove Clemente V aveva richiamato in vigore le disposizioni di Urbano IV, si cominciò a diffondere la festa del Corpus Domini, che fu pertanto detta nova solennitas e poiché né Urbano e né Clemente avevano imposto l'ufficiatura redatta da s. Tommaso, questa comparve soltanto qualche decennio dopo e divenne quasi universale, sostituendo rapidamente, per la superiorità del contenuto e per il crescente prestigio del suo autore, l'Ufficio e la Messa, che la Curia romana dovette usare prima di accettare l'opera dell'Aquinate (cf. F. Baix-C. Lambot, La dévotion à l'Eucharistie, Gembloux-Namur 1946, p. 94).
La sequenza, soltanto verbalmente ispirata agli inni di Adamo di S. Vittore, è composta di 24 strofe, che si susseguono con logica serrata: dopo l'esordio solenne
costituito da un pressante invito alla lode e alla gioia (1-5), il ritmo si allarga nella rapida rievocazione delle ombre del Vecchio Testamento (6-8), realizzarsi nella Eucaristia (9-10), che moltiplicando nel mistero della Transsustanziazione la presenza di Cristo « non conclusus, non confractus, non divisus » lo rende cibo di tutte le anime (11-15), le quali traggono frutti di vita o di morte secondo le disposizioni con cui lo ricevono (16-20). Un commosso grido di ammirazione (ecce panis Angelorum) e una tenera preghiera al Pastore Divino conclude questa luminosa e geometrica composizione, circondata dal fervore di un immenso amore.
La simmetria del L. S. non è artificiosa, ma nasce dalla interiorità logica del pensiero: è il gotico della poesia; come la cattedrale di Colonia è un fascio poderoso di scarne linee protese verso il ciclo, quasi braccia in preghiera, così il ritmo di s. Tommaso si eleva nella concettosa linearità del dettato verso gli spazi dell'alta speculazione per tramutarsi, con impeto lirico, in una calda implorazione. Queste strofe, tanto limpide da formare altrettanti articoli di un perfetto credo eucaristico, tanto robuste da essere ritenute versi fusi nel bronzo, costituiscono la perla della liturgia cattolica e fanno del loro autore l'« Eucharistiae praece et vates maximus » (Pio XI, encicl. Studiorum duceum, 29 sett. 1923; in AAS, 15 [1923], p. 320).