LAUDA. - Le l. spirituali, canti religiosi extraliturgici in lingua volgare, si svilupparono nel sec. XIII in Umbria e poi in Toscana, con il sorgere delle varie confraternite penitenziali (Compagnie dei Laudantes o Laudisti o Laudesi, dei Disciplinati, dei Flagellati, dei Battuti, ecc.), si diffusero in Italia ed oltralpe e, come durata, giunsero fino al sec. XIX, sebbene non avessero più l'aspetto che di lontane propaggini del fenomeno artistico che era culminato nel sec. XVI ed aveva prodotto come diretta sua filiazione l'oratorio musicale del sec. XVII.
La storia della l. comprende, è vero, i due grandi generi monodico e polifonico, ma, in realtà, anche quando essa è polifonica, il tipo peculiare della sua tessitura è squisitamente monodico, in quanto è evidente il prevalere melodico della voce superiore che, con l'abituale omorittia e la semplicità dell'armonia, dato il carattere popolare di tali canti, doveva far presa sull'attenzione e sulla memoria dei non provveduti esecutori. Anche quando, con l'Animuccia e gli altri compositori del Cinquecento, la l. fiorirà contemporanea al pieno apogeo della polifonia, tra le sue righe si presenta già l'imminente trionfo della monodia accompagnata, che in essa è preparata dalla funzione non già polifonico-con-
trappuntistica, bensì armonico-strumentale con cui le altre voci sostengono la melodia cantante all'acuto. Cronologicamente, la prima fase storica della l., che va dal sec. XII al XV, comprende lo sviluppo di tre forme: lirica, narrativa e dialogica; la prima va dai primordi al Tre-Quattrocento; la seconda è tutta racchiusa dal sec. XVI; la terza subentra alla fine del Cinquecento per essere poi subito soppiantata a sua volta dallo stile recitativo con cui sfocierà, in pieno sec. XVII, nell'oratorio musicale; della prima fase è cornice l'Umbria, in modo particolare, con l'inizio del movimento francescano (il Cantico delle creature di s. Francesco, pur nel silenzio del rigo musicale rimasto vuoto nel cod. 338 di Assisi, lascia intravedere il mondo di melodiosa vita che fermentava negli slanci ardenti del Santo Giuliano di Dio), a cui seguì la Toscana, anch'essa pullulante di Congregazioni e Confraternite. I codici di Cortona e Firenze tramandano testi di Jacopone da Todi, Ugo Panziera da Prato, Garzo dell'Incisa ed altri, con su intessute fresche melodie, che alla levità primaverile del canto popolare uniscono la raccolta maestà di una non remota ispirazione gregoriana, realizzando in campo italiano un fenomeno analogo a quello avvenuto in Germania con il sorgere del geistliches Lied e in Francia con la lirica spirituale provenzale e i primordi della lirica trobadorica religiosa. Mentre dal ceppo latino si staccano le lingue volgari, nel campo musicale la fresca linfa del canto popolare si svincola giovanilmente dall'austera ieraticità del canto gregoriano e, pur serbandone gli echi nell'orecchio e nell'anima, canta la Fede e i suoi misteri, la Passione e i suoi tormenti, con gli accenti nuovi e vibranti di umanità dei penitenti che sciamano, inneggiando alla Croce, per le contrade assolate d'Italia.
Le fonti principali di questo periodo più antico sono costituite dal Laudario di Cortona (cod. 91), della fine del sec. XIII, dal cod. Magliabechiano II (1-122, Biblioteca nazionale di Firenze), della prima metà del sec. XIV, dal cod. 180 di Arezzo, dal Laudario di Pisa (ms. 852) della Biblioteca dell'Arsenal di Parigi, dal Laudario dei Battuti di Modena, del 1377, dal Laudario di Udine (Biblioteca civica), del sec. XIV, da quello di Borgo S. Sepolcro (secc. XIV-XV), ecc.
La seconda fase, polifonica, sorge ai primi del Cinquecento e culmina poco dopo la metà del secolo, con la figura di Giovanni Animuccia che fa della l. una forma d'arte, portandone la struttura armonica alle ricchezze timbriche e spaziali del doppio coro. I testi poetici non sono più soltanto sullo schema di virelai, di canzone e ballata, come quelli predominanti nella fase precedente, ma anche e specialmente sul tipo del madrigale, che, dalla forma quasi embrionale di 7 versi, giunge alla forma, di più ampio respiro, delle composizioni epico-drammatiche dell'Anerio. Gli autori, tuttavia, sono ancora per la maggior parte presi dal repertorio lirico-devozionale del Trecento-Quattrocento. Tra i nomi più illustri si ricordano Bianco da Siena, Feo Belcari, Girolamo Benivieni, Castellano de' Castellani, Francesco d'Albizzo, Lorenzo de' Medici, Girolamo Savonarola, ecc. Del sec. XVI si devono menzionare anzitutto le raccolte stampate nel 1500 e 1507 con i tipi di Ottaviano Petrucci da Fossombrone e studiate a fondo da K. Jeppesen (v. BIBLICA).
La l., giunta con l'Animuccia ad un livello artistico fino allora sconosciuto, entra in un campo quanto mai fecondo di sviluppi: l'ambiente della Congregazione dell'Oratorio, fondata da s. Filippo Neri, grazie al quale verrà inquadrata nel periodo storico della Riforma cattolica. S. Filippo, dando alla l. un posto privilegiato nei suoi esercizi devoti, usandola cioè quale canto di introduzione e di chiusura in cui veniva incastonato il sermone, le conferiva quella divisione bipartita che preludeva alla struttura dei grandi oratori del Seicento. La l. filippina, quindi, che è il diretto precedente dell'oratorio in volgarne, così come il mottetto lo è dell'oratorio in latino, prese veste dapprima nei semplici canti intonati nelle riunioni di pochi fedeli discepoli intorno a s. Filippo, raggiungendo l'apice dello stile polifonico con l'Animuccia; trovò nel Diletto spirituale di s. Verovio (1586) la più efficace espressione dello stile monodico e passò, nel 1619 (Teatro armonico dell'Anerio), alle nuove aure dello stile recitativo, che è quanto
dire preludio all'oratorio vero e proprio. Per le raccolte di l. filippine stampate nella seconda metà del Cinquecento si possono citare le principali. 1563: I. I. di G. Animuccia; 1570: II. I. dello stesso; 1577: III. I. di F. Soto; 1583, 1588, 1591: primi quattro libri di F. Soto; 1598: V. I. del Soto; 1599: Tempio armonico della B. V., a cura del p. Giovenale Ancina. Fra i poeti si ricordano principalmente A. Manni e Giovanni Ancina; fra i musicisti G. Animuccia, Palestrina, Victoria, Soto.
Sorto il suo grande figlio, l'oratorio, la l. continuò a vivere una vita limitata ed esigua, per i canti di popolo a riunioni, processioni e pellegrinaggi. Ancora oggi qualche musicista dedica cure a questa forma d'arte tradizionalmente popolare, ma essa non riveste più la funzione sociale di un tempo.