LA MENNAIS (DAL 1834 : LAMENNAIS), FÉLI-CITÉ-ROBERT DE

LA MENNAIS (dal 1834 : LAMENNAIS), FÉLI-CITÉ-ROBERT de. - Pubblicista e filosofo francese, n. a St-Malo il 19 giugno 1782, ca. due anni dopo il fratello Jean-Marie, m. a Parigi il 27 febbr. 1854.

I. VITA ED OPERE

Perduta nel 1787 la madre, prese cura dell'orfano la zia des Saudrais. Le defi
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(per cortesia del frate! Ippolito Vittorio)
LA MENNAIS, FÉLI-CITÉ-ROBERT de. - Ritratto. Il sacerdote.

cenze della sua prima formazione sono dovute ai torbidi rivoluzionari nonché alla sua malferma salute. Sembra inoltre che imprudenti letture scuotessero la fede dei suoi primi anni. La vita di lui divenne allora incerta e quasi agitata, fino a quando, nel 1804, si convertì per opera del fratello Jean-Marie.

Lavorò quindi dieci anni in collaborazione con lui, sia nel Seminario di St-Malo, quale insegnante di matematica, sia nella tenuta della Chesnaie alla traduzione di Guida spirituel, e attorno alle opere Réflexions sur l'état de l'Eglise en France pendant le XVIIIe siècle (1808) e Tradition de l'Eglise sur l'institution des évêques (1814).

Per evitare le rappresaglie di Napoleone, avversato nella Tradition, L. M. si rifugiò in Inghilterra durante i «cento giorni», ponendosi sotto la guida dell'esule abate Carron. Costui esercitò un notevole ascendente sopra di lui, e lo decise, poco dopo il rimpatrio (1815), a farsi ordinare suddiacono. Con animo esitante ricevette, nel 1816, il diaconato e il sacerdozio. Allora, cedendo al'impulso del suo genio, intraprese l'Essai sur l'indifférence en matière de religion, il cui primo volume (1817), scritto in fosche ore di ambascia, ma potentemente ispirato e pervaso di fede conquistatrice, commosse profondamente il ceto letterario e filosofico.

Nel secondo volume dell'Essai (1820), opponeva alla filosofia del senso privato la sua dottrina del senso comune. Il libro e la sua apologetica suscitarono una viva opposizione, capeggiata dai Sulpiziani e dai Gesuiti. Non essendo riuscito a sopraffare la critica per mezzo della Dé-fense de l'Essai (1821), desideroso di premunirsi contro un'eventuale censura, deferì l'opera a Roma. Il giudizio favorevole di tre esaminatori e l'imprimatur concesso dal maestro del S. Palazzo Apostolico illusero L. M. riguardo alla saldezza dell'opera e all'ortodossia delle idee. Fidando in tali approvazioni, sviluppò la sua tesi nel III e IV vol. dell'Essai (1823 e 1825). Attaccò la «riforma», la Rivoluzione, le istituzioni liberali, l'Université. Quindi, passando all'azione con l'intento di «propagare la sua dottrina e lavorare all'avvento della cristianità novella» (Fonck), adoperò i più svariati mezzi: opuscoli, libri, riviste, scuola, congregazione religiosa. Allontanato dal Drapeau blanc, collaborò al Mémorial catholique (1824), diffuse nei seminari il volumetto: In quattro articulos declarationis anno 1682 editae aphorismata ad iuniores theologos (1826);

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pubblicò in due parti (1825 e 1826) De la religion consideòe dans ses rapports avec l'ordre politique et civil, il libro da Frayssinous definito «terribile di talento», presto seguito dall'altro intitolato: Des progrès de la Révolution et de la lutte contre l'Eglise. Il governo e l'episcopato galileano si unirono per rintuzzare l'audacia di lui. Fu condannato a pagare una multa, e l'opera De la religion venne confiscata e distrutta; l'apologista fu quindi censurato nella dichiarazione del 3 apr. 1826, sottoscritta, per istigazione di mons. Frayssinous, da quattordici pre-suli convenuti in Parigi. L'opposizione esacerò l'ultramontanesimo di L. M. Sua tribuna, dopo il Memorial catholique, AVENIR (L') (v.), vessillo del liberalismo cattolico francese maturato con la Rivoluzione di luglio, ed ispirato al motto «Dio e libertà»; ma, durante i tredici mesi di vita del giornale, L. M. venne a sapere più d'una volta che sarebbe incorso nelle censure di Roma, qualora l'Avenir non avesse modificato le idee, specialmente intorno alla sovranità del popolo e all'insurrezione contro i sovrani. Acconsentì allora, ma senza entusiasmo, a recarsi a Roma «per consultare il Signore in Silo» (1831). Gregorio XVI in risposta al memoriale presentatogli da L. M., Lacordaire e Montalembert, annunciò che avrebbe fatto esaminare le loro dottrine e in pari tempo consigliò ad essi di ritornare in Francia. Un po' più tardi li ricevette benevolmente, ma volle che fosse evitata durante l'udienza qualsiasi allusione al motivo del viaggio. L. M. rimase ancora in aspettativa non sospettando che si attendeva, prima di parlare, il suo allontanamento da Roma. Sua via del ritorno, a Monaco di Baviera, gli venne comunicata l'enciclo. Mirari vos con accusa una lettera del card. Pacea, in cui erano enumerate le principali imputazioni riguardanti l'Avenir, e cioè: 1) i redattori si erano arrogati il diritto di trattare e decidere pubblicamente delicatissime questioni relative al governo della Chiesa, di esclusiva competenza pontificia; 2) le loro idee intorno alla libertà civile e politica, disapprovate dal Papa, erano tali da fomentare lo spirito di rivolta e di sedizione; 3) sulla libertà di culto e di stampa i redattori professavano opinioni non solo biasimvolti, ma opposte all'insegnamento e alla prassi della Chiesa; 4) avevano colmato la misura del dolore del S. Padre proponendo l'«Atto di unione» a tutti coloro che speravano nella libertà del mondo e volevano attuarla. Il documento pontificio non aveva, per defen

renza, nominato né L. M. né l'Avenir. Ma non per questo si è autorizzati a sminuire la portata dell'enciclica, la quale, più che semplici imprudenze commesse, colpiva e censurava dottrine eterodosse.

L. M., tornato in Francia, s'affrettò ad annunciare che i redattori dell'Avenir «rispettosamente sottomessi alla suprema autorità del Vicario di Cristo, uscivano dalla lizza e invitavano con insistenza i loro amici a dare identico esempio di cristiana obbedienza» (10 sett. 1832). Allora ebbe inizio il periodo di crisi durato due anni. All'atto di sottomissione tennero dietro titubanze, distinzioni indumenti alla fasta interpretazione dell'enciclica, i primi dubbi religiosi, la pubblicazione delle Paroles d'un croyant, il naufragio della fede e, fatale epilogo, l'apostasia.

È lecito dubitare della serietà della dichiarazione del 10 sett. 1832? Difatti, molti avversari di L. M. insinuarono dei sospetti, per cui in Affaires de Rome egli scriveva: «Era appena divulgata la nostra dichiarazione, che già si mormorava sotto voce parole di diffidenza e di scontento. Non era abbastanza completa, esplicita; troppo rammentava il silenzio rispettoso dei giansenisti. Si ordinò non intrighi, si difuseva calunnie, s'inquietarono le anime timorate mediante caritatevoli imposture dette in tono di dolore. Poi vennero le provocazioni dirette, gli insulti, i pubblici oltraggi». Lo stesso Gregorio XVI, mal informato da relatori di buona fede, dichiarava nel suo breve del 5 ott. 1833 al vescovo di Rennes: «Ci è pervenuta una lettera del medesimo L. M., pubblicata dai giornali (Journal de la Haye, 22 febbr. 1833, n. 16) che ha necessariamente colmato la misura della nostra affezione, poiché è prova evidente che tuttora conserva e sostiene le idee propugnate, che speravamo da lui abituare per sempre». Senonché la lettera cui qui si allude, di recente scoperta nell'ufficio dei manoscritti della Biblioteca reale di Bruxelles (ms. II, 5488, vol. V, n. 117), fu scritta da Roma, il 10 luglio 1832, vale a dire sei settimane prima dell'enciclo. Mirari vos, settantadue giorni prima dell'adesione dei redattori dell'Avenir alla medesima: impossibile quindi dichiararla contraddittoria con l'atto di sottomissione del 10 sett., e addurla per rinfacciare a L. M. la sua ostinazione nell'errore.

Dopo la censura di Tolosa e il breve a mons. d'Astros (8 maggio 1833), L. M. notificò al Papa che sarebbe rimasto in avvenire del tutto estraneo agli affari ecclesiastici

(4 ag. 1833). In seguito al breve del 5 ott. al vescovo di Rennes, delimitò l'ambito in cui intendeva restringere la propria obbedienza. Infine l'11 dic. 1833 sottoscrisse una quarta ed ultima dichiarazione, il cui testo era stato proposto il 5 ott. Contemporaneamente decideva di sospendere ogni attività sacerdotale.

L'anno seguente, e precisamente il 30 apr. 1834, allorquando la fede, da tempo vacillante nell'anima sua, mandava gli ultimi guizzi, pubblicò un libro «di piccola mole ma d'immensa perversità» (Gregorio XVI) intitolato Paroles d'un croyant.

L'encic. Singulari nos del 15 luglio 1834 condannò il libello, il sistema del senso comune e, nuova mente, le dottrine liberali di L. M. Ricusando egli di sottomettersi, abbandonò la Chiesa e si schierò nelle file degli avversari. Da allora alterò anche il suo cognome adottando la forma plebea Lamennais. Iniziò quindi una vita nuova, soprattutto politica, dominata dalle preoccupazioni d'ordine sociologico, e con alcune manifestazioni letterarie e filosofiche.

L. M. rispose, durante l'estate del 1834, ai bisismi suscitati dalle Paroles d'un croyant con l'arricolo de l'absolutismo et de la libertà, inserito nella Revue des deux mondes. Nel 1835 pubblicò Trois-sèmes mélanges, preceduti da una elaborata prefazione, la quale, ristampata nell'epoca completa (1844) con il titolo Du catholicisme dans ses rapports avec la société politique, fu considerata come l'atto pubblico e definitivo della sua scissione non solo dalla Chiesa ma pure dal cattolicesimo. Nel 1836-37 mandò alle stampe Affaires de Rome, autodifesa di alto pregio letterario e in alcune pagine d'una naturalezza e d'una grazia poche volte raggiunte in altre opere dallo scrittore. Ivi narra i suoi contrasti con la S. Sede riguardo all'Avenir e alle Paroles d'un croyant; vuole «che si consideri questo breve scritto come destinato a chiudere la serie di quelli pubblicati negli ultimi venticinque anni».

L. M. altro non sarà d'ora in poi se non il moralista, il filosofo e il polemista della democrazia. Pubblicherà, nel 1838, il Livre du peuple, trattato di morale o di catechismo insegnato da un sacerdote che d'intatto ha serbato soltanto, secondo Mazzini, la fede nella morale cristiana; e la Politique à l'usage du peuple, in cui si trovano riuniti articoli scritti per il giornale Le monde; nel 1839, l'Esclavage moderne, impetuosa catilinaria contro l'assoggettamento del proletario ad una società ingiusta; nel 1840, Le pays et le gouvernement, satira aspra e violenta del regime e della monarchia di luglio, che gli meriterebbe una condanna a duemila franchi di multa e dodici mesi di carcere. Durante la prigionia riunì e pubblicò Discussions critiques, ispirate dal risentimento per la sua condanna e diretto soprattutto contro la Chiesa. Uscito dal carcere, mandò alle stampe due opuscoli, De la religion, raccolta di formule brevi, destinate, pare, nella mente dell'autore, a diventare il catechismo dell'avvenire, e Du passé et de l'avenir du peuple, che racchiude la teoria spiritualista del progresso «quale lo immagina L. M., costante, indefinito, e di cui il cristianesimo non è che una semplice fase.

L'Esquisse d'une philosophie, opera d'importanza primaria nelle intenzioni di L. M. (doveva constare di sei volumi; ne uscirono quattro: tre nel 1840 e il quarto nel 1846). L'abate Boutard vi scorge il conato impotente d'un grande ingegno in balia dei flutti, dopo che (per citare un'espressione scritturale) «ha naufragato la fede di lui» (Oeuvres complètes, III, p. 317), e Jules Simon «lo sforzo di un grande spirito per riunire in un sistema completo e regolare dottrine di cui nessun decoro stilistico è capace di mascherare la radicale impotenza» (ibid., p. 316).

L. M. si occupò di questioni sociali sino alla fine; ne fu assillato in tutto il libro Amischaspands et Darvands (1843) e fin nelle note e riflessioni aggiunte alla sua traduzione dei Vangeli (1846).

La Rivoluzione del 1848, da lui annunciata come inevitabile, gli procurò amari disinganni. Sebbene eletto deputato della capitale e membro del consiglio incaricato di elaborare una nuova carta, i consigli di lui furono respinti, accantonati i progetti di organizzazione sociale. L. M. espresse le sue leggende nel giornale che redigeva, e, in seguito al colpo di Stato del 2 dic. 1851, stato del 2 dic. 1851, stato del 2 dic. 1851, stato del 2 dic. 1851, Stato del 2 dic. 1851, stato del 2 dic. 1851, stato del 2 dic. 1851.

(per cortesia del fratel Ippolito Vittorio) La MENNAIS, FÉLICITÉ-ROBERT de «Esaltazione del papato, conclusione autografa della Tradition de l'Eglise sur l'institution des évêques», III, Liegi-Partigi 1814, pp. 407-409 - Jersey, Archivio dei Fratelli di Ploermel.

L. M. si ammalò il 16 genn. 1854. Il suo circolo, dominato da un certo Auguste Barbet, vigilò assiduo per impedire ogni contatto dell'ammalato con l'uno o l'altro dei sacerdoti che tentarono di avvicinarlo. Si spense, senza aver manifestato il minimo segno di pentimento. La salma fu inumata nella fossa comune del cimitero del Père-Lachaise. Al fosso, che domandava se occorreva porre una croce, Barbet rispose: «No!»

Il Dottrine filosofiche e teologiche. — Il 1844 è, nella vita di L. M., l'anno della secessione, che separa nettamente le opere e le dottrine del sacerdote cattolico da quelle successive del sacerdote infedele. Prima del 1844 si ha L. M. 1) apologista, 2) antiesignano della dottrina del senso comune, 3) oltramontano, 4) liberale, 5) capo del cattolicesimo sociale; dopo il 1844, L. M. 6) democratico spiritualista poi socialista, 7) razionalista e panteista.

L. M. rimprovera all'antica teologia di limitarsi alle prove tradizionali del cristianesimo, incaricai, secondo lui, «d'impressionare le menti», e sta-

billisce il principio: «Da quando la ragione s'è dichiarata sovrana, è necessario investirla direttamente fin sopra il suo trono e costringerla ad inchinarsi, pena la morte, dinanzi alla ragione di Dio». Sconvolge così le basi dell'apologetica: non si tratta più infatti di giungere alla fede per mezzo della ragione, bensì alla ragione per mezzo della fede. Poste tali premesse, L. M. tenta di poggiare il cristianesimo sul fondamento delle credenze universali dell'umanità. Intanto assale l'indifferenza sistematica, da lui considerata responsabile dei torbidi sociali; scorgendo in essa una negazione anziché un'affermazione dottrinale, raggruppa in tre categorie gli indifferenti dogmatici: coloro che non credono la religione necessaria al popolo; quelli che ammettono la necessità d'una religione per tutti gli uomini ma respingono la Rivelazione; coloro i quali, pur riconoscendo la necessità di una religione rivelata, accettano solo alcuni articoli fondamentali permettendo la negazione degli altri. L. M. ammonisce tutti questi indifferenti i quali, per giustificare il loro atteggiamento, proclamano la verità inaccessibile: «Non v'è pace per l'intelletto se non quando è sicuro di possedere la verità; non regna pace fra i popoli se non quando sono coscienti d'ubbidire all'ordine». Significava in tal modo che per lui dal problema della certezza dipende a un tempo quello religioso e quello sociale. Ma su quali basi stabilire il fondamento della certezza?

2. — Sul senso comune, e cioè l'unanime testimonianza del genere umano. L. M. «scompone» di prima la ragione individuale, rinvenendo in essa tre elementi principali: i sensi, i sentimenti, il razionale; descrive quindi, a suo modo, il funzionamento e il valore di essi, osservando che sono strumenti imperfetti, ma siccome le loro imperfezioni variano secondo gli individui, il loro consenso sopra un punto costituisce una prova di verità più o meno rilevante a seconda del numero delle testimonianze. Isolata la testimonianza offre soltanto una semplice probabilità; innumerevole, determina invece una certezza assoluta. Non può in verum modo ingannare, quando viene espressa dalla voce del genere umano, assumendo carattere universale. Dunque, considerato individualmente, l'uomo non può con certezza conoscere; ma considerato collettivamente, qualche cosa può conoscere; cioè, impotente è la ragione individuale, non già quella comune, generale, universale. Donde la denominazione di dottrina del senso comune o del consenso universale attribuita al singolare sistema, in cui si trovano confusi due termini così distinti quali sensus e consensus. L. M. ha preso l'effetto per la causa e inversamente: «Esistono verità sulle quali tutti sono concordi; dunque il consenso di tutti è per ciascuno l'unico criterio di certezza». Qui giace l'errore nella sua entità, rileva il Balmès. Se avesse approfondito l'argomento, L. M. non sarebbe incorso nel grave errore. La certezza dell'individuo non deriva dal consenso generale; ma il consenso è generale perché ogni individuo riesce ad esprimerlo.

3. — Nella Tradition de l'Eglise sur l'institution des évêques, L. M. delinea la sua tesi oltramontana sulle prerogative della S. Sede, l'indefettibilità della Chiesa romana, e l'infallibilità del Papa; ma pur basando sull'autorità il fondamento della giurisdizione pontificia, le traccia un limite, giacché non crede ancora al potere indiretto dei pontefici sui re nelle questioni temporali. Impegna quindi e sostiene contro il gallicanismo, di cui sarà il «seppellitore» (P. Lasserre).

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La MENNAIS, FÉLICITÉ-ROBERT de «Ritratto. L'apostata. Dipinto di Ary Scheffer - Versailles, Galleria».

una lotta ardente, appassionata, accelerando, in seno alla Chiesa di Francia, il ritorno alle dottrine romane. Combatte arditamente la Dichiarazione dei quattro articoli del 1682, respinge nel 1824 la limitazione al potere indiretto dei papi, precedentemente formulata; allora difende, con una inflessibilità di principi talvolta eccessiva, la tesi dottrinale che sostiene la convenienza e la necessità dell'unione della Chiesa e dello Stato: «Senza papa nessuna Chiesa; senza Chiesa nessun cristianesimo; senza cristianesimo nessuna religione per tutto il popolo che fu cristiano, e dunque nessuna società; di modo che la vita stessa delle nazioni deriva dalla potestà pontificia».

4. — Lo sdrucciolamento di L. M. verso il liberalismo era manifesto nel 1829. Nell'opera Des progrès de la Révolution, preconizza «l'unione dell'ordine e della libertà»; incrinata l'unità spirituale e infranta l'unità di fede, la tolleranza delle opinioni appare evidente necessità sociale. Sarebbe «follia» pretendere di poter «vincolare lo spirito nei ceppi» ed imbavagliare il pensiero. Soltanto un regime di libertà può assicurare ai cattolici l'auspicata sicurezza. E siccome L. M. è convinto che la Rivoluzione consumerà la scissura fra Stato e Chiesa, si augura che quest'ultima, separata dallo Stato, si avvicini e vada al popolo. «Il vero appoggio della Chiesa è la fiducia dei deboli che essa protegga; la sua potenza, l'amore di essi». Era annunciare, se non invocare, la scomparsa delle istituzioni le quali, «spento l'afflato che le animava all'origine, divergono ormai dai veri interessi dei popoli».

5. — Dopo le giornate del luglio 1830, L. M. fonda l'Avenir con il motto «Dio e libertà», divenendo il primo esponente del cattolicesimo liberale di Francia. Opina che la Chiesa, a somiglianza della società civile, subisca trasformazioni le quali, pur non alterando l'elemento divino insito in essa, l'indicano ad adattarsi al genio dei popoli nonché alle necessità dei tempi. Anzi, ogni svolta decisiva dell'umanità è determinata da un'evoluzione della Chiesa. È venuta per essa l'ora di affrancarsi; ma non può essere libera prima di essersi separata dallo Stato: separazione del resto già iniziata dallo Stato medesimo. Urge quindi rivendicare la libertà religiosa, la libertà d'educazione,

quella delle persone e dei beni, il godimento cioè dei diritti senza i quali neanche la società può concepirsi: rivendicazioni che presuppongono la libertà di stampa. Allora, in seno al caos instaurato dal sovvertimento dell'ordine antico, il cristianesimo «innalzerà un'altra società, la quale ancora e sempre altro non sarà se non l'espressione dello stadio a cui l'umanità è pervenuta con progressiva evoluzione sotto il suo influsso; sviluppo questo intellettuale e morale, che arreca e necessita un adeguato progresso della libertà» (Avenir, 20 dic. 1830). Entro queste linee, in embrione, tutta la teoria del cattolicesimo liberale.

6. La condanna dell'Avenir determina la crisi che doveva sommergere la fede di L. M. «Io credo che la Chiesa non può restare qual'è, che mai s'è nettamente distinto quel che d'umano e di divino è in essa racchiuso, e che tutto si sta preparando per la sua trasformazione» (lettera a Montalembert, 1° genn. 1834). L'abbandona dunque con la pretesa di ricomporre su nuove basi, ma sempre per mezzo del cristianesimo, l'unità spirituale del genere umano; poi, allontanato dalla Chiesa romana, sebbene tuttora membro di quella «Chiesa imperitura la cui vita terrestre non è vincolata ad una forma unica», si vota all'educazione della «democrazia spiritualista», sostenuto dal pensiero che il sacrificio intero di sé non sarà inutile al progresso dell'umanità. È dapprima eccita il popolo alla rivolta. Chi volesse opporre che tale non fosse l'intento di L. M. allorquando scriveva Paroles d'un croyant, rifletta, con il Bellessort, quanto sia pericoloso dividere l'umanità in due classi: «quelli che possiedono tutto e che hanno i vizi; quelli che nulla possiedono ed hanno tutte le virtù». Infine il pensiero di L. M. sfocia nel socialismo, termine della sua evoluzione politico-religiosa, il che è logico, avendo egli sempre ammesso che una certa sovranità popolare emana da quella essenziale di Dio.

7. Allorquando l'encic. Singulari nos denunciò quale temeraria e pericolosa la filosofia del «senso comune», L. M., ferito sul vivo, riesaminò le sue idee tradizionalistiche e passò al razionalismo. Prima negava ogni valore alla ragione individuale; ora professa altamente che essa sola ha diritto di giudicare; né è possibile ormai difendere la fede. Vi scoprirà, infatti, analizzandola, due pregiudizi fondamentali: «l'idea inculcata per tempo che non si potrebbe, senza offendere la coscienza, dubitare dell'insegnamento impartito da un'autorità reputata infallibile; l'opinione, accettata dall'ignoranza e svolta dalla cultura sacerdotale, di un ordine ultraterreno realmente esistente. Nessuno dei due pregiudizi resiste all'esame della ragione, giacché l'autorità interrogata «muore se risponde»; e la nozione stessa del soprannaturale si cancella e scompare non appena l'uomo, indagate profondamente le leggi della natura, ha riconosciuto che una simile nozione non corrisponde e non può corrispondere a nessuna realtà». (G. Boutard [V. BIBLICA.], III, p. 141). Dichiara illusoria, inutile anzi, l'ipotesi d'una Rivoluzione soprannaturale: forse che la ragione non basta a se stessa per quanto le occorre sapere? Non si dà neanche pensiero d'esaminare il fatto sul quale riposa, in ultima analisi, la fede cattolica; e nondimeno dichiara di credere in Dio, nell'immortalità dell'anima, in future sanzioni: null'altro o quasi. Deve escludersi la credenza di L. M. nella divinità di Gesù Cristo? La sua Esquisse d'une philosophie, opera rimasta incompiuta, è pervasa dall'idea trinitaria e da quella dell'evoluzione. Vi si nota la continua preoccupazione di armonizzare concezioni teologiche ed osservazioni personali. L'autore nega l'esistenza del male e respinge la tesi del peccato originale, l'Incarnazione, la Redenzione, la Grazia. Se, in antitesi al panteismo, s'ispira al dogma teologico della creazione, l'interpreta in modo tale da cadere egli stesso nell'errore che presume di confutare. Due attrattive si contendono allora l'anima dell'autore: la logica lo spinge al razionalismo assoluto; il sentimento lo trattiene in un pio panteismo.

Bibl.: Opere: Oeuvres complètes, 12 voll., Parigi 1836-37; Oeuvres posthumes, ed. E. D. Forgues, 2 voll., 1839; Oeuvres inédites, ed. A. Blaize, 2 voll., 1866. Si deve pure accennare ad una ventina di opere (escluso le collane di lettere), che non sono annoverate tra quelle suindicate, ma che vengono segnalate o recensite in: J. M. Quérard, Notice bibliographique des orateurs de M. de L., Parigi 1849; A. Duine, Essai de bibliographie de La M., 1832. Studi: A. Roussel, L. d'après des documents inédits, 2 voll., Rennes 1892; R. P. Mercier, L. d'après sa correspondance et les travaux les plus récents, Parigi 1895; C. Boutard, L., sa vie et ses écritures, 3 voll., 1895-1896; A. Feugère, L. avant l'Essai sur l'indifférence, 1896; P. Dudon, L. et le St-Siège (1820-34), 1896; C. Maréchal, La jeunesse de L., 1896; L. La Famille de L., 1896; A. Duine, La M., sa vie, ses idées, ses ouvrages, 1896; G. Zadei, L'abate de L., et la Italiana del suo tempo, Torino 1925; A. Fonck, s. V. in DTHC. VIII, coll. 2473-2526 (con ricca bibl.); P. Treves, L. Milano 1924; C. Carcopino, Les doctrine sociales de L., Parigi 1942; R. Remond, L. et la démocratie, 1948. Ippolito Vittorio.