LIBERIO, PAPA. — Nulla di certo si sa della sua vita precedente al papato: secondo il Liber Pontificalis sarebbe romano d'origine; secondo l'epitaffio, che non è sicuro sia di L., sarebbe stato lettore e poi per alcuni anni diacono.
I. IL PONTIFICATO
Gli inizi del suo pontificato, che va dal 17 maggio 352 al 23 sett. 366, coincidono con la campagna scatenata dall'imperatore Costanzo II per imporre a tutti i vescovi il ripudio dell'omissione e la condanna di Atanasio. L. non stette inoperoso. Invitò Atanasio a Roma, che invece inviò un memoriale sottoscritto da 80 vescovi egiziani. L. lo fece esaminare in un sinodo e si dichiarò solidale con Atanasio. Allo stesso tempo inviò un'ambasceria a Costanzo ad Arles, per implorare la convocazione di un concilio generale ad Aquileia. L'Imperatore lo fece tenere nella sua residenza di Arles (353) e riuscì a far condannare Atanasio anche dai legati romani. Si rifiutò solo Paolino di Treviri che fu esiliato. Rattristato per la defezione dei suoi legati, L. domandò un nuovo concilio, che l'Imperatore stabilì a Milano (355). Ma di nuovo le violenze e le minacce ebbero ragione sui convenuti, eccettuati i legati romani, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari e Dionigi di Milano, che vennero esiliati e le loro sedi occupate con vescovi remissivi. L. li consolò con una lettera, nella quale si raccomandava alle loro preghiere per la prova che l'attendeva. Difatti, poco dopo giunse a Roma l'eunuco Eusebio con l'incarico di indurre L. a condannare Atanasio, e non essendovi riuscito, lo fece rapire di notte e condurre a corte a Milano.Quivi pure si disportò L. con mirabile fortezza e dignità, sicché Costanzo lo esiliò a Berea in Tracia (355) e mise al suo posto l'arcidiacono Felice. Sul finire del 357 L. fu condotto alla corte di Sirnio, ove cooperò con Basilio di Ancira a rivolgere il favore imperiale dagli amorei alla fazione moderata. Durante il 358 L. poté tornare a Roma, accolto con gioia ed affetto dai fedeli, che non vollero sapere di un pontificato a due, L. e Felice, onde questi, dopo un inutile tentativo di ripresa, si ritirò definitivamente. L. non partecipò né inviò legati al Concilio di Rimini (359), il che gli permise poi di condannare le decisioni, di associarsi alle iniziative concilia

torie prese al Sinodo di Alessandria (362) e di prescrivere ai vescovi italiani di perdonare ai loro fratelli ritornati sinceramente alla fede nicena, impedendo così che si affermasse in Italia lo scisma luciferiano. Nel 366 giunsero a Roma tre vescovi, legati di 64 vescovi omeniani, per ripristinare la comunione con la Sede apostolica. L. volle che essi per iscritto accettassero la fede nicena, condannassero la formula di Rimini e tutti gli errori ad essa fede contrarie e riconoscessero i diritti pontifici in caso di controversie. Ciò ottenuto, concesse la sua comunione e diede loro lettere dirette ai 64 vescovi e a tutti gli ortodossi dell'Oriente, che furono lette ed approvate al Concilio di Tiana ed avrebbero operato una piena pacificazione, se non fosse intervenuto ad impedirlo l'imperatore Valente. Nel frattempo però L. era già morto. A lui si deve la costruzione della Basilica Liberiana, rinnovata da Sisto II (S. Maria Maggiore). Il suo nome fu iscritto nel Mariologo geronimiano, mentre fu escluso dal Martirosologo romano, a causa non tanto delle calunnie del Liber Pontificalis, che lo presenta qual eretico persecutore dei cattolici, quanto della debolezza con cui avrebbe comprato il ritorno a Roma.
II. LA CADUTA
È questione controversa. Tra i Padri della Chiesa, s. Atanasio vi accenna due volte: nell'Apologia contra arianos, scritta nel 350 ed ampliata verso il 360, menzionata L. tra i vescovi a sé favorevoli; però aggiunge che non ha sopportato sino alla fine le privazioni dell'esilio (cap. 8); nell'Historia arianorum ad monachos, scritta verso la fine del 57, dice che L. dopo due anni di esilio, vinto dalle minacce di morte, vacillò e sottoscrisse (cap. 41). Ambedue i passi sembrano indicare, nel loro contesto, che ciò consistesse nell'abbandono di Atanasio. S. Ilario, nella invettiva lanciata nel 360 contro Costanzo, scrive di non sapere se l'Imperatore commise maggiore empietà nell'esiliare L. o nel rimandarlo (Contra Constantinum, cap. 2).S. Girolamo, sia nel Chronicon (Ad an. Abr., 2365) — a. 352) che nel De viris illustribus (cap. 97), parla di sottoscrizione di una formula eretica. Il 1° documento della Collectio Avellana nel riportare la risposta di Costanzo alle richieste dei romani: «Avete L. migliore di come è partito», commenta: «Ciò indicava il consenso con cui aveva ceduto alla perfidia». Rufino finalmente riferisce, senza far sua l'una o l'altra, le due versioni correnti; del ritorno comprato da L. con l'acquisizione alla volontà imperiale, o dovuto all'accendiscendenza di Costanzo alle richieste del popolo romano (Hist. eccl., I, 27).
È evidente che al momento del ritorno di L. a Roma
Ilario; dovremo trattar meno bene L.? Per il momento Costanzo gli fu grato che avesse cooperato ad una pace le cui condizioni si credevano sicure e stabili» (La paix constantinienne et le catholicisme, Parigi 1914, p. 465 sgg.).