MAIMONIDE (MÖSEL BEN MAJNÖN)

MAIMONIDE (Mösel ben Majnön). - Rabbino, filosofo, noto con l'abbreviazione Rambam (R.M.

B.M.), n. alla vigilia della Pasqua ebraica (30 marzo) 1135 a Cordova, m. in Egitto il 13 dic. 1204. Suo padre, discepolo della scuola talmudica di Jishaq al-Fāsi, faceva parte del tribunale rabbinico. Era un periodo di fioritura di vita spirituale nell'Andalusia e nella Castiglia, con uomini come Ibn 'ERA (v.) Giuda Levita (v.). Il giovane M. acquistò molto sapere nella letteratura ebraica e araba; ma quando aveva 14 anni i fanatici Almohadi occuparono la città e gli ebrei dovettero andare in esilio o passare all'islam (a. 1148). Ramingo, M. si occupò di filosofia araba, astronomia, matematica e scienze naturali, e specialmente di medicina. Da fonti arabe apprese la filosofia aristotelica.

Verso il 1160 si trasferì con la famiglia nell'Africa del nord e si stabilì a Fez. Anche qui molti ebrei dovettero assumere almeno pro forma il credo islamico. Un fanatico diffuse allora uno scritto in cui si diceva che un'adesione verbale all'islam, anche per chi continuasse a praticare il giudaismo, significava apostasia completa. Nel timore che tale scritto potesse tramutare le adesioni verbali in reali, M. contrappose la sua Lettera sull'apostasia, in cui sosteneva che non si trattava d'abbracciare i riti dell'islam, ma di pronunciare, in via transitoria, la formula della fede in Maometto; apostasia significa invece la rinuncia spontanea alle proprie convinzioni.

Ben tosto M. e i suoi dovettero rifugiarli in Palestina (primavera del 1165). Dopo un viaggio pericoloso, giunsero ad Acco. Da qui andarono a Gerusalemme, indi a Hebron. Dalla Palestina si trasferirono in Egitto, ove dimorarono ad Alessandria e poi nell'antico Cairo (al-Fustāj). Dopo la morte del fratello David, M. si diede all'esercizio della medicina. Dal 1170 al 1180 fu medico del sultano egiziano Saladino e del suo visir. In pari tempo stava a capo della comunità israelitica del Cairo, e ben tosto fu riconosciuto nāghīdh (e principe) tra i suoi correligionari egiziani. Da molte comunità dell'Oriente gli venivano richieste di responsi, a cui si attribuiva valore legale. Nel 1168 compì, dopo 10 anni di lavoro, il suo amico commentò alla Mišnāh (v.), redatto in arabo. Tale opera fu ripetutamente tradotta in ebraico. Lo scopo dell'opera è di rendere intellegibile la Mišnāh, indipendentemente dalla discussione della Gēmārā' (v.). Dal commento si vede che gli stanno a cuore la dogmatica e l'etica. Nell'ultimo capitolo del commento al trattato Sanhedrin parla dell'immortalità dell'anima, e presenta anche i suoi 13 articoli di fede: 1) esistenza di Dio creatore, 2) assoluta unità di Dio, 3) sua incorporeità e 4) immutabilità, 5) sua eternità e superpotenzialità, 6) dovere di servire solo Iddio, 7) veridicità della profezia biblica e in particolare della rivelazione mosaica, 8) inerranza della Tōrāh, 9) sua immutabilità, 10) onniscienza di Dio, 11) giustizia delle ricompense, 12) venuta del Messia, 13) risurrezione dei morti. Nella introduzione al trattato 'Ābōth, M. tratta dell'anima e della morale.

Al Cairo M. raccolse in un codice intitolato Mišnāh Tōrāh («Seconda Legge») tutte le leggi, i dogmi e le prescrizioni rituali. Il codice è redatto in un ebraico molto limpido, per così facilitare la prassi religiosa: si tratta di un compendio dell'insegnamento orale, come è contenuto nella vasta letteratura talmudica. L'opera, compiuta nel 1180, si divide in 14 libri; 14 in valore numerico ebraico corrisponde a jādh (mano), e perciò il secondo titolo dell'opera è jādh ha-hāzāqāh («Manore forte»). Il cap. 1 («Libro della conoscenza») è un'illustrazione filosofica della dogmatica ebraica; l'esposizione è di carattere razionalistico: messianismo significa per M. fratellanza umana.

M. scrisse in arabo una trattazione sui 613 precetti rabbinici, distinguendo nettamente tra prescrizioni bibliche e talmudiche; il Codice di M. fu molto discusso.

La principale opera filosofica di M., che Gilson definisce «una vera somma di teologia scolastica giudaica», è Mōrēh nebhākhim, «La guida degli smariti» (v. GIUDAISMO). M. è anche autore di vari scritti di medicina in lingua araba.

Bibl.: W. Bacher-M. Brann-D. Simonsen-J. Guttmann, Moses ben Maimon, sein Leben, seine Werke und sein Einfluss. I, Lipsia 1908; II, ivi 1914; autori vari, s. V. in Jūd. Lex., III, coll. 1366-28; S. Dubnow, Weltgeschichte, IV, Berlin 1926, pp. 387 sqq., 446 sqq., 463 sqq.; J. Guttmann, Die Philosophie des Judentums, Monaco 1933, p. 405 sqq.; E. Zolli, In margine a Hilkot 'Abodat Kochim di M., in Annuario di studi ebraici, 2 (1935-37), pp. 87-97; E. Gilson, La philosophie au moyen-âge, 2a ed., Parigi 1947, pp. 373-76 e passim. Eugenio Zolli