METASTASIO, PIETRO. - Poeta, n. a Roma il 3 genn. 1698, m. a Vienna il 12 apr. 1784. Il suo cognome Trapassi gli fu grecizzato in M. dal tutore Gian Vincenzo Gravina, l'erudito famoso, il quale voleva educare alla dottrina e all'arte meditata il suo precoce talento d'improvvisatore. La cultura classica e la filosofia cartesiana, che studiò a Scalea con la guida di Gregorio Caloprese, non gl'impoverirono la vena; ma nemmeno l'indussero ad una riflessione più profonda; né la sua vita conobbe tempeste. Al noviziato letterario e filosofico succedette il noviziato teatrale quando si trasferì a Napoli (1720), alternando la pratica d'avvocatura con la composizione di libretti per epitalami e cantate. Il successo della Didone abbandonata (1724), dovuto anche all'arte di Marianna Benti Bulgarelli, la « Romanina », lo decise per la carriera di poeta di teatro, miserabile per tanti altri, e per lui fortunatissima. Chiamato a Vienna come poeta cesareo (1730), vi interpretò il « genio » dell'opera italiana, nella sua più felice ed obliosa condiscendenza, dal regno di Carlo VI a quello di Maria Teresa: né dei rivolgimenti che si preparavano con il terzo dei suoi sovrani viennesi, Giuseppe II, ebbe ad avvedersi, se non restando nel margine cronistico dei tempi. Morì quando Pio VI, il « Pellegrino apostolico », visitava Vienna per tentar di ritrarre l'ammiratore di Federico II di Prussia dalle leggi antiecclesiastiche (1784): l'illusione del poeta « romano » di trovarsi a casa propria nella reggia del « sacro romano Imperatore » era caduta: non però drammaticamente.
Il M. riporta alla letteratura una forma, il melodramma, che era nata nel Cinquecento dalla letteratura, dallo studio di come la parola potesse aprirsi alla musica, e la musica scendere sulla parola a svelarne l'intima suggestione. Le esperienze del teatro dell'opera sono riassunte da questo ottimo fra i poeti arcadi: il dramma è concepito come ricerca di un mondo effusivo e canoro che crea un'atmosfera di sentimento dove i contrasti di fortuna, di passioni e di dubbiosi desiri sono conciliati in una melodiosa effusione di affetti. L'occasione è disposta dall'esterno: da un'opportunità di movimento scenico e di tecnica teatrale, come nella Didone, con una celebrazione cortigiana che dispone per il natalizio dell'Imperatore uno spettacoloso arco di trionfo, dove personaggi eloquenti solennizzano un'immagine orgogliosa della romanità, come nell'Attilio Regolo (1740); dalle nozze politiche che pacificarono due dinastie rivali, come nel Romolo ed Ersilia (1765). Felice è soprattutto quando l'animazione poetica è sollecitata dall'immagine di un mondo connaturato al suo gusto arcade, da un paesaggio felice e da una situazione scenica che, sul modello caro al dramma pastorale, riconduce al lieto fine predisposto l'avventura patetica dei personaggi destinati: così nell'Olimpiade (1735). Anche di traduzioni operistiche del dramma sacro si compiace il poeta: ché talvolta la corte si raduna, come ad una festa, alla celebrazione spettacolosa dei fasti cristiani: così in S. Elena al Calvario (1731), in Gioas re di Giuda (1735), in Inacco figura del Redentore (1735). La teatralità trionfante non esclude dalla sua cerchia la meditazione religiosa; e questa è condotta con grande sincerità d'affetti, toccando per il tema dell'amor sacro quelle fibre sentimentali che si erano agitate per il tema dell'amore profano. Ad una concezione di vita più austera ed energica l'agevole condiscendenza metastasiana parve poco meno che insincerà: quindi le resistenze, a cominciar all'Alferi. Eppure il vecchio scrittore che, invitato dagli enciclopedisti a collaborare, aveva bene inteso quanto spazio spirituale lo separava da loro e forse presentito che il compromesso a cui
quelli invitavano un rappresentante del vecchio mondo rinascimentale si sarebbe conchiuso con la distruzione tentata ed effettuata di questo, fu ammirato, anche nei nuovi tempi, da quanti riconoscevano in lui il magistero dell'artista sempre capace di un lavoro ineccepibile, nei limiti accettati di uno stile e di una concezione particolare. Moltissimi lo ammirarono, da Leopardi a Carducci; né si dovrebbe dimenticare che molto preromanticismo, muovendo dall'immagine di un mondo felice, dove l'eloquenza dei sentimenti concilia ogni divario e schiude un varco agevole all'intesa dell'uomo con la natura e con le creature, si fonda sopra una intuizione metastasiana. Fu l'ultimo poeta del Rinascimento, sotto questo riguardo; e nella limpida irreprensibile grazia delle «ariette» suggellò nella forma perfetta l'accettazione di un limite: il costume letterario dei nuovi tempi volle che il dominio estensivo della poesia maturasse nella profondità di una concezione assoluta.