MICHELET, JULES. - Storico, n. a Ménilmontant (Parigi) il 21 ag. 1798, m. a Hyères il 9 febbr. 1874. Figlio di un tipografo, dopo un'infanzia assai dura, ottenne una cattedra al Collegio Ste-Barbe dove aveva studiato. Nel 1827, entusiasmatosi per Vico, pubblicò una scelta della Scienza nuova che gli valse la cattedra alla Normale.
D'ispirazione vichiana è la Histoire romaine (1831), in cui M. tenne però conto della critica del Niebuhr. Dello stesso anno è l'Introduction à l'histoire universelle, in cui a quello di Vico si aggiunge l'influsso di Herder e della sua concezione della storia come opposizione di libertà e fatalità. M. curò a promosse, secondo la tendenza del tempo, pubblicazioni di documenti, sulla scorta dei quali scrisse i primi 2 voll. della sua Histoire de France (1833), dedicati al medioevo. Nei quattro successivi abbandonò però l'analisi erudita per tornare alle ampie sintesi filosofiche ravvivate dalla sua arte coloristica. Il suo medioevo è visto in funzione nazionale; la religione, intesa come sentimento popolare, è considerata con simpatia, nonostante le origini radicali e laiche del pensiero di M. Ma, entrato in lotta con il Guizot, egli accentuò il suo indirizzo democratico ed anticlericale che bandì dalla cattedra del Collège de France, cui era stato chiamato fin dal 1838, nei suoi corsi: Les Jésuites (1843); Du prêtre, de la femme, de la famille (1845); Le peuple (1846); L'étudiant (1848). Questi motivi ritornano nella Histoire de la Révolution Française (1847-53), la cui vasta documentazione è scelta con criteri di parte. Eroe di questa epopea nazionale è il popolo, misticamente sentito come incarnazione divina. Questa storia, ricca di pathos romantico, non è solo un frutto letterario, ma, anche con i suoi limiti scientifici, una tappa nella storia della storiografia sulla rivoluzione francese, in quanto rimane la tipica rappresentazione della rivoluzione intesa come prodotto della miseria, tesi Jaurès (v.) il quale vide nelle rivoluzioni la rivendicazione politica della ricchezza borghese. Privato della cattedra nel 1851 dal colpo di stato bonapartista, continuò fino al 1789 la sua Histoire de France (1855-62). Ormai polemista più che
storico, vide nella monarchia e nella Chiesa il male, dando grande importanza ai particolari scandalistici. Nel contempo si volse a studi sociologici con i saggi L'amour (1858), La femme (1859), Nos fils (1869) e fissò il suo credo religioso superconfessionale, antidogmatico e filantrico nella Bible de l'humanité (1864), che lo ricollega a Rousseau, come anche il suo vivo senso panteistico della natura. Del M. sono all'Indice: Mémoires de Luther (decr. 6 apr. 1840); Du prêtre, de la femme, de la famille (decr. 5 apr. 1845); L'amour (decr. 11 apr. 1859); La sorcière (decr. 26 genn. 1863); La Bible de l'humanité (decr. 11 giugno 1866); Le prêtre... e Les Jésuites (decr. 21 ag. 1896).