METODOLOGIA MISSIONARIA. - La m. m. non è che la prassi pastorale nei territori di missione ed ha un'applicazione quanto mai varia e costante. Pur dipendendo dalla prassi pastorale comune in quanto ne utilizza i principi e le conclusioni generali, a causa della grande diversità dei popoli da evangelizzare si trova a dover risolvere questioni e problemi del tutto speciali.
I. Principi generali
La m. m. propone principalmente il modo di avvicinare i popoli da convertire cioè la tecnica dell'avvicinamento, che può essere praticata secondo un metodo diretto o indiretto. Il metodo diretto, di cui parlano a preferenza i missionologi antichi sotto la rubrica « de modo convertendi paganos », consiste nel convincere i pagani dei loro errori e illuminarli intorno ai principi fondamentali della fede cattolica. Il metodo indiretto cerca, invece, i punti di contatto tra i principi della nostra religione con le idee che hanno i pagani, in modo da raggiungere progressivamente quella completa esposizione della dottrina cattolica che faccia del pagano un perfetto cristiano. Oggi si usa di preferenza il metodo indiretto pur senza trascurare il metodo diretto.Altro problema generale: la successività o la contemporaneità dell'opera di apostolato nei territori di nuova conquista. Penuria di personale e deficienza di mezzi rendono impossibile un'occupazione contemporanea di tutto il territorio di missione, ma non giustificano la tendenza particolaristica e naturalistica la quale sarebbe pronta ad interessarsi solo di quelle terre e di quei popoli, che presentassero difficoltà minori o si offrissero quasi da loro stessi alla conversione. La soluzione migliore viene data dalla via di mezzo che sappia disporre conveniente le domande delle forze missionarie, non troppo numerose, tenendo conto non solo del carattere dei popoli e dell'ambiente locale, ma anche degli altri fattori qualitativi, personali e sociali. Questi elementi possono far cadere la scelta su di un nuovo campo di lavoro invece che sopra un altro. È lecito quindi ammettere un trattamento preferenziale verso qualche popolo a causa di fattori estranei quali la estensione geografica e la densità degli abitanti nei riguardi dello sviluppo futuro; il valore qualitativo, che regola la posizione delle razze nella sfera internazionale; la facoltà maggiore o minore di accogliere il Vangelo; i danni presenti e futuri derivanti dalle guerre, dalla minaccia protestante, dalla decadenza morale e da altri elementi simili; il carattere decisivo del momento presente in rapporto a tutti questi fattori positivi e negativi. Non va però dimenticato che l'apostolato è piuttosto opera di Dio, che con la sua Grazia si preme il reoismo e il sacrificio dei confessori e dei martiri, facendo germogliare messi abbondanti anche in territori che la prudenza umana riteneva sterili.
Un terzo problema generale riguarda il metodo intensivo od estensivo da usarsi in un determinato territorio. Il metodo estensivo cerca di creare il maggior numero possibile di stazioni missionarie da visitarsi saltuariamente. Invece il metodo intensivo preferisce di restringere, il campo della propria attività e lavorare in profondità nell'animo dei nuovi cristiani. Tutti e due i metodi hanno il loro vantaggio e possono essere usati con successo nelle diverse fasi dell'apostolato. Al principio di una nuova spedizione missionaria è forse meglio seguire il metodo estensivo, erigendo il maggior numero possibile di stazioni di piccoli centri, servendosi anche dei catechisti. Un tale sistema è sempre da raccomandarsi in quei territori dove vige la legge secondo la quale il ministro di una religione non può insediarsi entro certi limiti, in cui già si sia stabilito un altro ministro.
Dopo una generale presa di possesso è necessario ricorrere al metodo intensivo per consolidare il primo successo, sviluppando le stazioni principali, erigendo i distretti parrocchiali e quasi-parrocchiali e curando al massimo la disciplina della vita cristiana dei nuovi fedeli.
La m. m. tratta anche dei mezzi soprannaturali e naturali dell'apostolato e annovera in genere tra i primi la Grazia divina, i miracoli, la preghiera e la santità personale del missionario e tra i secondi il catecumenato, le scuole, la formazione del clero nativo, le opere sociali e di carità ed anche l'arte sacra e la medicina. Un altro campo assai vasto è costituito dalla cultura, dalle consuetudini e dalle credenze religiose dei vari popoli, di cui è necessario conoscere tutti quegli elementi, che possano facilitare la predicazione del cristianesimo.
Questi problemi, però, appartengono piuttosto alla metodologia speciale.
II. M. M. TRA I POPOLI PRIMITIVI. — L'etnologia definisce i primitivi, gente il cui sviluppo culturale, per un complesso di cause non sempre controllabili, è avvenuto con estrema lentezza o s'è cristallizzato in forme indistinte. La mancanza di un metodo di scrittura è generalmente indicata come caratteristica specifica dei primitivi; sarebbe del resto difficile trovare altra nota comune, poiché le differenze culturali, che distinguono gli uni dagli altri, sono molte e profonde. Esse testimoniano delle capacità spirituali di queste genti, sia come persone, sia come popoli; capacità sulle quali, superata ormai la nostra controversia circa la mentalità dei primitivi, non resta per l'etnologo dubbio alcuno. Geograficamente i primitivi sono distribuiti nel massimo numero sul continente africano, ma ve ne sono in tutti gli altri continenti, sospinti in zone marginali od isolati.
La Chiesa, tanto nell'antichità quanto nei secoli successivi, non esiste mai a rivolgersi ai primitivi.
La prima regola metodica della penetrazione missionaria è la conoscenza approfondita dello stato culturale delle genti da evangelizzare e specialmente della lingua indigena. Conoscenza da integrarsi con lo studio degli usi e costumi. Poiché oggetti e materiali sono quasi tutti sotto governo coloniale, una serie nuova di problemi s'impono allo studio dei missionari. Si tratta essenzialmente del fenomeno di acculturazione, ossia del contatto e della competenza delle culture primitive con la civiltà occidentale e cristiana. Spetta alle missioni, per diritto e dovere, illuminare e dirigere. L'antico dilemma della m. m., assimilazione o adattamento, non cessa di presentarsi per le culture primitive, che per quanto povere non mancano di elementi sfruttabili allo scopo.
Il problema della scuola è oggi tra quelli più urgenti nelle missioni tra i primitivi. Per tal motivo le missioni contano oggi una rete vastissima di scuole, inferiori, secondarie, professionali. La cooperazione delle missioni nella scuola fu richiesta dai governi coloniali e benché talora ciò abbia imposto alle missioni gravi sacrifici e cunicari per adeguarsi alle norme governative, l'attività scolastica missionaria n'è risultata più consistente ed efficace. Va pure notato che è nel campo della scuola che le missioni cattoliche devono sostenere la rivalità delle missioni protestanti, tanto più favorite dall'abbandanza dei mezzi.
All'opera delle scuole si aggiunge l'attività sanitaria per mezzo di ospedali, lebbrosari, ambulatori e dispenserari. Le opere sociali sono anche mezzi efficaci di penetrazione. La vita sociale, particolarmente nei centri industriali e commerciali, presenta oggi tra i primitivi la stessa acutezza di problemi sentiti nei nostri paesi. Specialmente tra i primitivi le norme per i catecumenati si rendono quanto mai utili e spesso necessarie.
III. M. M. IN CINA. — Il metodo della evangelizzazione della Cina va considerato sotto due aspetti, storico e pratico.
La storia presenta varie fasi del cristianesimo in Cina, cui rispondono diversi metodi usati per la conversione degli infedeli. Lasciando il periodo apostolico con la presunta entrata in Cina di s. Tommaso ed anche la parentesi del sec. VII con la venuta dei nestoriani (635), come ne fa fede la stele di Sian (Shensi), il primo dei periodi con una storia ben definita è quello che si può dire francescano, dal fatto che sono i Francescani che si spingono all'evangelizzazione della Cina.
Innoccenzo IV citò anche questo fra i motivi per la convocazione del Concilio generale di Lione del 1245 e mandò quindi fra' Giovanni di Pian Carpino come legato della S. Sede alla corte del Gran Khan. Gli altri francescani inviati in Cina godettero piena libertà di propaganda sotto la dinastia mongola degli Yuen (1280-1368).
Ma con la caduta della dinastia mongola, il cattolicesimo venne travolto nel vortice devastatore, perché la nuova dinastia dei Ming prese tanto in sospetto la religione, quanto la precedente l'avvenza sostenuta.
Nel 1579 arrivò in Cina p. Matteo Ricci, che, consapevole delle enormi difficoltà che doveva affrontare, concepì l'ardito disegno di arrivare fino al trono dell'Imperatore, mettendo a profitto la fama di dottore e di scienziato, che godeva. I numerosi contatti con le personalità della società a Pechino e altrove dettero a p. Ricci modo di parlare della religione, di coltivare neofiti e preparare nuove conversioni. I 463 confratelli, dotti e scienziati di sedici nazionalità diverse, tra cui 64 italiani, che tennero dietro al p. Ricci, continuarono l'opera da lui iniziata fino alla soppressione della Compagnia nel 1774.
I Lazzaristi e le altre società e Ordini religiosi, che ne presero poi il posto, ne adottarono anche il metodo. Così insieme con la scienza poteronò insegnare anche il catechismo e le norme di vita cristiana. Ma sorse purtroppo CIANRESI (v.) a creare alle missioni una situazione nuova e irta di difficoltà, con la conseguenza che i cristiani e la loro religione vennero riguardati come nemici dei riti nazionali, per cui in un primo tempo si allontanarono le autorità e le persone colte, così da dover rivolgersi alla campagna. Perduto il favore della Corte, la religione venne confusa con le società segrete, che la Cina ha ripetutamente proscritto; di qui la persecuzione che arricchì il martirologo cinese.
Una nuova era si aprì quando, per la guerra detta dell'oppio, l'Inghilterra nel 1841 si fece cedere Hongkong ed essa con la Francia, nei trattati che conclusero, impose che la Cina fosse aperta ai missionari. Si ebbe così l'epoca dei protettori e le missioni approfittarono dei trattati, che aprivano loro la via e facilitavano i mezzi di evangelizzazione dell'immenso Impero. Non tutti i governi però seppero mantenere una linea di perfetta neutralità nel campo politico, ad alcuni anzi sorrise il pensiero di approfittare delle missioni per interessi politici; ciò che alle missioni noce, rendendole sospette ed attirando loro una odiosità che non meritavano. In ogni modo: nuovi tempi, nuove circostanze, nuovi modi si erano imposti ed avevano dato i loro frutti.
Il 1900 e la sua rivoluzione, con tutte le conseguenze, non è che un effetto del malanimo della Cina per le pressioni subite e per le occupazioni di territorio, di cui le missioni, pur essendovi estranee, condivisero l'odiosità. In quell'esplosione di odio contro lo straniero si ebbero dei veri martiri, che la Chiesa ha riconosciuto, ma che richiamano ancora una volta a riflettere sull'opportunità di un rinnovamento dei metodi di propaganda più adatti ai tempi correnti. Calcolando a 400 milioni la popolazione cinese e ad una media di 100.000 le conversioni di un anno, non ci vorrebbero meno di 4000 anni per avere una Cina convertita e cristiana, supposto che le condizioni generali dovessero rimanere quelle degli ultimi anni dell'Impero e del principio della Repubblica.
Con la caduta della dinastia macese e conseguente nascita della Repubblica avvenne un mutamento sostanziale nella Cina in contrasto anche con le sue millenarie tradizioni. La rivoluzione del 10 ott. 1911 di Wuchang ed il suo successo tanto magnificato, non fu che un effetto del decadimento della Corte. La Repubblica quindi trovò una Cina debole, esausta, sconvolta, disorganizzata ed impreparata ad un cambiamento così radicale di regime, che facilitò un brigantaggio di proporzioni imponenti.
In un primo tempo le missioni furono generalmente rispettate e diventarono anzi luoghi di rifugio alla popolazione, e i missionari fecero spesso da mediatori fra as
salitori e vinti, salvando ostaggi dalla prigione e dalla morte e risparmiarono anche intere città da bombardamenti e saccheggi. Questi fatti elevarono il prestigio della missione; avvicinarono le autorità e la parte colta e ricca non meno che i poveri senza appoggio. Le scuole riggarirono di alunni, i catecumeni non bastavano più alle sempre crescenti domande e paesi interi chiedevano di convertirsi. I missionari si trovarono impari di forze e di numero per assecondare un movimento così esteso.
Si affermò allora il movimento iniziato da P. Lebbe, per una rinascita anche morale e con la vera fede, di una Cina dissanguata ed esaurita. È la corrente ottimista, che avrebbe certo ottenuto successi più pratici e duraturi, se allo zelo avesse unito maggiore calma e serenità di giudizio e di azione, si fosse astenuta da ogni ingerenza in politica ed avesse francamente ammesso anche le definizioni e gli errori della vecchia e nuova Cina. Non essendo mancati passi ed indirizzati forse troppo spinti, ne venne una reazione che, pure motivata dalle migliori intenzioni, finì per prendere una tinta pessimista, presentata dal p. Kervyn nel suo Méthode de l'apostolat moderne en Chine, il quale forse, più che idee personali, ha raccolto le varie opinioni correnti, presentandole purtroppo con un pessimismo così sconfortante, che la S. Congregazione de Prop. Fide sconsigliò ai giovani missionari la lettura di quel libro.
Il p. Lebbe, con la corrente da lui guidata, cercò di valorizzare e di mettere nella miglior luce quanto nella morale, dottrina, letteratura, usi, costumi, carattere, storia della Cina si prestava come via e ponte di facile accesso al cristianesimo, chiudendo, purtroppo, nell'entusiasmo che l'animava, gli occhi a defezione e lacune che non si riparano con il solo ignorare e con l'illudersi di possedere di più di quanto era reale corredo della nazione. Il Kervyn passò all'eccesso opposto: preoccupandosi di salvare l'ortodossia della dottrina e la purezza della morale e della disciplina credette che il movimento missionario fosse scivolato su di un piano inclinato a certa rovina.
Il giusto mezzo fu seguito dalla grande maggioranza dei missionari che, tenendo calcolo dei nuovi tempi e nuove esigenze, vennero incontro alle giuste aspirazioni della loro patria di adozione, e con assai più calma e tranquillità non risparmiarono sforzi e sacrifici per la conversione della Cina. Essi si sono proposti di salvare la Cina per mezzo dei Cinesi, preparando persone ed ambienti che non si trasformano in un istante; evitando gli enormi errori commessi dai progressisti che rovinarono il povero imperatore Kwangsu con il governo dei cento giorni; decisi alle più generose rinunce di ogni nazione-lismo, insistendo per un clero e vescovi locali, come avevano già progettato i Francescani sotto i Mongoli e i Gesuiti e gli altri Ordini delle epoche seguenti, ma decisi a non disinteressarsi della Chiesa in quella grande nazione, finché non la si potesse ritenere sicura di sé.
Fallito il progetto di farsi imperatore (3 dic. 1915), Yuenshekai morì quasi improvvisamente il 6 giugno 1916. Le vicende politiche portarono alla lotta tra il nord e il sud e ad un'inflitrazione comunista. Si ebbe un periodo di confusione e di anarchia, durante il quale le missioni dovettero cavarsela per proprio conto, cercando di coltivare buone relazioni con le autorità locali legittime o con i briganti, per poter continuare l'apostolato. La guerra contro il Giappone aumentò le difficoltà ed il lavoro missionario nei vari territori si presentò sotto tanti differenti aspetti secondo le circostanze del luogo.
Il documento fondamentale della nuova Cina, secondo Suenwen, doveva essere il suo San-min-chu-y o «triplice demismo». Per non dire delle falsità, errori, stranezze di cui Suenwen si fece maestro, dogmatizzando in tutti i rami dello scibile umano, l'effetto più immediato e reale da lui ottenuto fu di eccitare e sviluppare il nazionalismo cinese, oltrepassando però i limiti della verità e praticità; ed il movimento patriottico e giovanile finì in agitazione rivoluzionaria. Di più, in quella ubbriacatura, i giovani non videro che gli errori dell'Europa e dello straniero dimenticando la maggiore gravità di quelli propri. Questa mentalità e questo ambiente, formatosi particolarmente nelle scuole e fra il ceto colto, influirono anche sul giovane clero cinese fra cui si manifestarono pure certe esuberanze, che non possono passare sotto il titolo di amore di patria. Un nazionalismo spinto portò alcuni del clero indigeno ad intromettersi in quel campo politico, da cui la Chiesa per principio si mantiene estranea, attirandosi responsabilità ed odiosità che si potevano evitare. Altro errore fu il credere che il clero locale potesse ormai bastare senza l'aiuto straniero. Tale parentesi, chiusa presto dal buon senso della maggioranza, ebbe le sue conseguenze.
Nessuno, è bene ricordarlo, prima e più della Chiesa aveva tanto largamente riconosciuto le giuste aspirazioni del popolo cinese e ne dava una magnifica testimonianza il 28 ott. 1926 con la consacrazione di sei vescovi cinesi per mano dello stesso Sommo Pontefice. Il nuovo regime parve invitasse i cattolici ad approfittare delle tanto decimate libertà per aggiornare ed adattare i propri metodi di azione al nuovo ambiente. Si studiò l'argomento sia riguardo alla popolazione, che in rapporto ai missionari. Essendo la gran massa povera ed illetterata, si propone di chiamare possibilmente tutti i neoconvertiti nel catecumenati presso il missionario per riceverli l'istruzione conveniente, il Battesimo, imparare a confessarsi e comunicarsi, cose che, col rimanere a casa propria, si differivano presso la grande maggioranza per diecince anni, ed anche fino alla morte. Il catecumenato sarebbe stato durante quel tempo mantenuto gratuitamente o avrebbe dato un tenuissimo contributo.
Per evitare un affollamento superiore alla capacità dei locali, si propose anche di dare ai catecumeni, che studiavano a casa propria, un'elemosina come sussidio per il tempo impiegato nello studio. Fermandosi nel catecumenato dovevano sospendere i lavori col rimanere a casa, lo studio rubava tempo al lavoro. Per grossi centri e specialmente le città si propose l'apertura di sale per pubbliche conferenze sulla religione, di libero accesso a tutti. Se ne aprirono a Pechino, Tientsin e altre città, ma furono giudicate poco pratiche e di poco rendimento. Si tentò di tenere pubbliche dispute, ma si vide subito che non erano conformi allo spirito cinese, e si dovette pure constatare che il metodo iniziato dai protestanti di predicare sulle pubbliche vie assumeva un aspetto cialrataneo, che i Cinesi disprezzavano. Si parlò anche nelle conferenze regionali presiedute da mons. De Guebriant nel 1919, delle missioni volanti, come mezzo di sopperire alla scarsità di missionari, ma il missionario sempre in moto, senza un punto fisso che servisse da centro di irradiazione non dava che effetti passeggeri.
Si propose di intensificare l'apertura di scuole di tutti i gradi e di promuovere efficacemente l'istruzione sotto ogni rispetto; di moltiplicare le opere di carità, asili, ricoveri, ospedali, dispensari e, quanto agli ospedali, si notò la necessità che le suore prendessero pure reparti di ostetricia e maternità. Si vide però opportuno far presente che queste opere di carità, magnifiche in se stesse, non dovevano assorbire tutto il personale e le risorse di una missione a danno del lavoro fra i pagani; che si dovessero quindi piuttosto ridurre a favore di questi ultimi.
Come conseguenza del trattato di pace, dopo la rivoluzione del 1900, o in séguito ad accordi per sommose particolari suscitate a danno delle missioni, si pensò di fare opera di carità intercedendo per il condono o diminuzione della pena ai re, ma ponendo la condizione che si convertissero. Metodo che suscitò delle critiche e che diede conversioni non sempre serie e durature. Si pensò anche ad un aggiornamento della preparazione prossima del personale. Data la scarsità di soggetti, in molte missioni non si attendeva che l'arrivo di un giovane sacerdote per metterlo subito al lavoro, dopo uno studio accelerato della lingua ed una istruzione sommaria sull'ambiente, usi e costumi. I protestanti avevano dato l'esempio di applicare i giovani appena arrivati ad un serio studio, e le missioni cattoliche dovevano persuadersi della necessità di presentare uomini veramente istruiti nella lingua e cultura cinese. Per tal motivo sorsero in tutta la Cina, e specialmente nei grossi centri, case di studio per missionari e le missioni decisero di lasciarveli sotto la guida di buoni maestri, finché possedessero bene la lingua scritta e parlata e fossero bene al corrente della vita, usi e costumi del paese.
Lodando e riconoscendo la bontà di tante nuove
iniziative, i missionari convennero che il metodo primario e quale era quello di disporre di numerosi catechisti, quali cooperatori del missionario e scelti fra il popolo. È il più pronto, più facile, più spicco e meno dispendioso e che dà frutti più seri e duraturi. Allo scopo di abbracciare un più vasto campo le missioni hanno aperto scuole e collegi per l'educazione e istruzione dei catechisti. Il campo culturale presenta un'immensa possibilità ed offre al servizio della religione, lingua, letteratura e arte nonché le svariate industrie del paese. Le missioni non hanno mancato di approfondire non solo in passato, ma particolarmente dopo il risveglio di un acceso nazionalismo, dimostrando come la Chiesa apprezzi e sappia valorizzare la particolare cultura dei popoli convertiti. Nell'intento di far uso della cultura stessa del popolo cinese come di mezzo per condurlo alla fede, missionari dotti e zelanti pensarono, come mezzo pratico e meno offensivo dell'orgoglio pagano, poter mostrare che la nuova legge da loro predicata, già dalla remota antichità aveva lasciato chiare vestigia nei loro libri classici, tenuti come il codice della più profonda sapienza dei loro antenati.
È a capo di questa scuola il p. De Prémare, gesuita, che in un manoscritto, datato da Canton il 21 maggio 1724, si propone di far risaltare che negli antichi libri classici cinesi si trovano vestigia delle principali verità della primitiva rivelazione. Con più approfondito studio dei classici cinesi in quarant'anni di vita passata in Cina, egli rimase entusiasta della poesia della sua tesi. Pur conoscendo l'abilità e le magnifiche intenzioni del p. De Prémare, gli studiosi convengono che il metodo è pericoloso per mancanza di un serio fondamento e che in esso trovasi invece più fantasia che positiva realtà. Più pratico invece è quanto suggerisce il p. Alfredo Fabre nel suo De l'ombre à la lumière, dove dimostra che il popolo cinese è più ritualista che religioso, e, con un raffronto tra le principali manifestazioni del suo culto, richiamando egli pure opportuno citazioni dei classici, ma con maggiore oggettività, con un parallelo tra il ritualismo cinese e il ritualismo cattolico, cerca di condurre l'animo del cinese dal paganesimo al cattolicesimo, dal culto esterno al vero culto in spirito e verità. Metodo questo che, con le persone riflessive e studiose, può essere usato utilmente sotto qualunque forma si presenti la società e dovunque trovasi l'individuo.
Alcuni si domandavano se fosse da preferire la campagna e la grande massa del popolo, o il ceto colto e le autorità nelle città. Questa domanda aveva una ragione seria nei primi tentativi di introdurre la religione nel vasto Impero. Un passo sbagliato poteva stroncare l'opera fin dai suoi inizi, mentre bene indovinato poteva anche risolvere facilmente l'immane problema. Tale questione non ha più ragione di essere dopo tutte le esperienze fatte sull'argomento. La religione cattolica è conosciuta, almeno di nome, fin nei remoti angoli della Repubblica. L'immensità del territorio, il numero della popolazione, la difficoltà di ambiente, di regime e le circostanze veramente eccezionali in cui viene a trovarsi quella nazione consigliata a dirigere l'azione missionaria su tutti i campi, verso tutti i ceti, in tutti gli ambienti e data la grandiosità appunto del lavoro che si ha davanti, solo così si può sperare di ottenere sempre qualche frutto.
Al presente la Cina è sotto il regime comunista. Non è forse prudente dire subito una parola su quanto rimarrà ancora concesso alle missioni. Non è più questione di metodo, ma di poter almeno rimanere; non si tratta più di mezzi, ma di vita.
BIRL.: P. De Prémare, Vestiges des principaux dogmes chrétiens tirés des anciens livres chinois, Parigi 1878; P. Le Gall, La philosophie Tchou Hi. Shanghai 1894; L. Kervyn, Méthode de l'apostolat moderne en Chine, Hongkong 1911; P. D'Elia, Le triple demisme de Suen Wen, Shanghai 1930; A. Fabre, De l'immensità del territorio, L. Balconi, Le missioni italiani in Cina, Milano 1935; L. Levaux, Le p. Lebbe, Bruxelles 1948.
IV. M. M. IN INDIA. — Il problema della conversione dell'India al cattolicesimo offre delle possibilità che forse nessun'altra regione acattolica presenta. L'India è il paese di un popolo profondamente religioso, in mezzo al quale i valori spirituali sono considerati di primaria importanza e tutta la vita sociale è organizzata sulla base delle prescrizioni e delle distinzioni religiose. Tutti gli studiosi della storia indiana devono riconoscere che la ricerca di Dio è stata sempre un aspetto immutabile delle vicende della sua storia e che una tale preoccupazione l'ha portata a trascurare alcuni aspetti importanti dell'attività politica ed economica e dell'unificazione sociale.
Il cristianesimo in India risale almeno al sec. V. Missionari venuti dalla Siria ne evangelizzarono la regione sud-occidentale. Oggi quella comunità conta quasi tre milioni, di cui più della metà appartiene alla Chiesa cattolica e gode di un grado sociale relativamente alto. Nella vita esterna sono perfettamente indiani e tali sono stati considerati; però, non hanno approfittato della loro posizione sociale per far opera missionaria.
Il secondo movimento di penetrazione cristiana nell'India ebbe inizio con l'arrivo dei Portoghesi nel sec. xvi. Lo zelo ardente e l'entusiasmo portarono a imporre pregiudizi di usi e costumi locali e a concedere permessi, che diedero origine MALABARESI (v.). Un'intelligente opera di adattamento fu intrapresa dal gesuita De Nobili e da altri, che però non raggiunse gli scopi desiderati a causa della questione dei riti. Nel secolo scorso il governo inglese introdusse l'educazione inglese in India e nelle varie scuole protestanti e cattoliche molti Indiani conobbero i principi dottrinali e morali del cristianesimo. Purtroppo, siccome la letteratura inglese è in gran parte protestante, parecchi pregiudizi contro il cattolicesimo si infiltrarono nella mente di molti. La maggior facilità di penetrazione diede un grande sviluppo all'apostolato tra gli'intoccabili e le tribù aborigene di alcune province con buoni risultati. Dalla storia delle missioni in India si possono trarre alcune conclusioni della massima importanza. In primo luogo l'India offre una sconcertante varietà di razze, lingue, tipi di cultura e di civiltà. È ovvio, perciò, che il lavoro missionario deve usare metodi diversi per i diversi gruppi e classi sociali.
Si consideri il numeroso gruppo degli appartenenti alla classe più bassa in India, con le due suddivisioni degli'intoccabili e degli aborigeni, i quali raggiungono quasi i 100 milioni. Fra di loro il lavoro missionario ha avuto molto successo. I due classici metodi di avvicinamento si sono mostrati assai soddisfacenti. Gli aborigeni sono animisti e le classi depresse sono politeiste e credenti nella esistenza degli spiriti cattivi. Le sottili speculazioni del panteismo filosofico non sono loro familiari. La grandezza della dottrina di un Dio trascendente, la eguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a lui e il conseguente rigetto di ogni nozione di intoccabilità, la sua Provvidenza e il suo amore per gli uomini, la bellezza della persona di Nostro Signore, soprattutto il messaggio della bellezza e dell'importanza del dolore nella vita umana toccano immediatamente il cuore di questo popolo semplice esercitando su di esso impressione indelebile. La loro grande povertà e le loro molteplici miserie fisiche lo rendono oggetto della carità cristiana, le cui opere di assistenza costituiscono un grande mezzo di apostolato. Oggi, però, il valore missionario di queste opere di beneficenza materiale è molto diminuito. La perdita di un largo numero di persone, che poteva essere assorbito dall'indulismo, ha allarmato i capi indù. Una delle linee programmatiche del riformato indusimo del sec. xix, partecipata da quasi tutti i nuovi gruppi, il Brāhmā Sāmāj, Ārya Samāj e la Società teosofica, è stata la soppressione della casta e della intoccabilità. Del resto, lo sviluppo del movimento politico e delle idee democratiche indipendentemente da considerazioni religiose ha dato un grande impulso all'opera per la rigenerazione degli'intoccabili che è stata coronata dalla formale abolizione dell'intoccabilità da parte dell'Assemblea Costituente dell'India. È quindi chiaro che quei popoli infelici non sentano più la medesima spinta ad abbracciare il cattolicesimo come negli anni passati. Tuttavia sarebbe un grave errore diminuire troppo il valore missionario delle opere caritative, che fanno sentire il calore della carità cri-
stiana e la profonda simpatia umana che gli'intoccabili desiderano molto più del benessere materiale. Anche in mezzo alle classi alte le opere di cristiana carità hanno un grande valore apostolico perché costituiscono sempre la testimonianza della tenera carità di Nostro Signore.
L'esperienza del passato porta ad un'altra conclusione: è necessario evitare per quanto è possibile un attacco diretto contro le credenze e le pratiche dei seguaci di religioni non cristiane, che toglie al predicatore l'aura di simpatia senza la quale le verità della fede non penetrano ordinariamente in profondità. Inoltre è vero in generale che credenze, costumi e pratiche sono quasi sempre più complessi e più difficili ad intendersi pienamente di quanto può far pensare una conoscenza superficiale. Se l'avversario riceve l'impressione che egli non è stato capito o che il suo caso non è stato presentato in modo esatto, ogni argomento eserciterà un mediocre effetto su di lui. L'apostolato cattolico deve evitare ogni tattica condannatoria per limitarsi ad una cortese confusione allorché ciò sia richiesto dalla verità e darsi principalmente ad una esposizione attraente della luminosa verità, di cui è messaggero. Fino a quale punto è permesso l'adattamento del pensiero e delle pratiche cristiane alle credenze non cristiane? Senza dubbio l'accettazione e il mantenimento degli aspetti estetici e intellettuali delle culture non cattoliche è non solo permesso ma essenziale, anche per evitare l'isolamento dei convertiti dal resto dei propri connazionali. Le conseguenze sarebbero sempre tristi anche quando i convertiti desiderano per qualsiasi motivo tale separazione e un cambiamento culturale.
Perciò il sistema di adattamento alla cultura indiana, introdotto dal p. De Nobili, fu un passo sapiente e necessario. I convertiti di De Nobili come pure i convertiti di oggi, nei territori dove egli lavorò, esternamente non si distinguono dagli altri indù. Indossano lo stesso abito; portano gli stessi nomi oppure traduzioni in sanscrito e in tamil di nomi ebraici e latini simili ai nomi indù; hanno lunghi capelli legati in ciuffi e orecchini. I brahmani convertiti sono strettamente vegetariani, portano lo scapolare a forma del sacro cordone e usano i segni distintivi di casta con sorpresa dei moderni europei. Su questo ultimo punto è necessaria una parola di spiegazione. Non vi è dubbio che il mantenimento e la persistenza di segni castali fra cristiani tamil è andato al di là delle intenzioni del De Nobili. In particolare la separazione, nella Chiesa stessa, del gruppo dei convertiti delle classi depresse è stata una sopravvivenza che gli antichi pionieri non prevedevano. Ai nostri giorni di riforme sociali tra gli stessi indù e di abolizione dell'intoccabilità questo separazionismo cristiano di casta ha causato un po' di scandalo e invece di aiutare le conversioni ha costituito un ostacolo. Le autorità ecclesiastiche hanno avvertito la cosa e agito con vigore abolendo queste distinzioni non senza l'opposizione dei cristiani di casta. Bisogna, però, ammettere che tra i convertiti dai missionari portoghesi una tale pratica non esiste.
Ma l'adattamento culturale e sociale non esaurisce il problema. Esiste una più grave questione dell'adattamento delle dottrine filosofiche e religiose, cioè lo sforzo di proporre le verità cristiane con i concetti e la fraseologia corrente nel più elevato pensiero e prassi indù. Questo movimento sembra che vada molto al di là delle idee di adattamento, proposte al principio dal p. De Nobili. Una dottra dimostrazione di un simile metodo è rappresentata dal libro del p. Johanns, *To Christ through the Vedanta* e dall'opuscolo del p. I. B. Pessien, *The Vedanta vindicated*. Al riguardo è facile accettare il linguaggio di devozione ed adattare all'uso cristiano il tono e lo spirito di alcuni inni comuni tra gli indù, in cui spesso il concetto di Dio e delle sue manifestazioni umane è più vicino al pensiero cristiano. Infatti fra i cristiani di origine mahratta alcuni inni popolari perfettamente cristiani sono modellati da vicino su inni devozionali di Tukarám, Namdev e di altri devoti di Vithobá. Inoltre si può dire che una buona parte della poesia cristiana in lingua tamil è basata sull'opera dei Tamil Saivites e sugli inni del celebre Thiagraja.
Il problema cruciale è sempre l'adattamento delle verità filosofiche e dottrinali. Le speculazioni religiose e filosofiche del grande Acharya, Sankara, Rámánuja, Madhva e dei loro seguaci possono essere adattate al cristianesimo come si adattò il pensiero di Platone e di Aristotele? Il momento presente della discussione non rende possibile una risposta. Si possono, però, esporre alcune considerazioni in materia. In primo luogo, non bisogna dimenticare che non ostante alcune divergenze tra le diverse scuole della filosofia indiana e l'esistenza di un numero limitato degli antichi e moderni aderenti ad un rigoroso monoteismo, la concezione pantestica di Dio è uno degli aspetti predominanti della filosofia indiana. Queste ambiguità rendono assai difficile al credente cristiano di assicurarsi se siano identici nei due sistemi i concetti che si nascondono dietro certi nomi come Dio, peccato, Provvidenza, comuni all'indulso e all'istituzione. È ovvio che le ambiguità pantestiche rendono difficili per l'Indù alcune disposizioni intellettuali e morali, essenziali per l'atto di fede che è indispensabile nel cristianesimo. Su questo punto l'adattamento non deve portare nessuna confusione di idee.
In secondo luogo, uno dei più grandi ostacoli alla conversione dell'alta classe colta degli Indù al cristianesimo è il concetto di religione, vagamente corrente prima nei circoli indù e ora specificamente e enfaticamente insegnato dai capi indù come Ramákrṣṇa e Mahatma Gandhi, secondo cui le religioni sono scuole di spiritualità, mezzi per raggiungere l'unione con Dio e come vi sono metodi e scuole diversi di spiritualità per ottenere questa unione, così le diverse religioni sono tutte di eguale valore nel raggiungere questo obiettivo. Per un indù educato, oggi, il cristianesimo non è una religione falsa, ma è una grande e buona religione adatta al genio e alla cultura del popolo europeo mentre la propria è più adatta al genio e alla cultura del popolo indiano. Ora qualsiasi metodo apologetico tendente a confermare o incoraggiare un tale atteggiamento verso l'intera questione religiosa non si può certo difendere.
In terzo luogo fra l'India e l'Europa non esiste la grande differenza culturale e psicologica che si nota fra i popoli di origine e civiltà europea e i popoli di altre civilizzazioni, specialmente quelli dell'Estremo Oriente, addotta come ragione e giustificazione di un completo adattamento. La maggioranza dei popoli dell'India appartiene alla razza ariana. Essi parlano lingue che derivano dal comune ceppo ario; durante gli ultimi 120 anni hanno avuto un sistema europeo di educazione che ha modellato i concetti di arte e di filosofia; nella loro interezza accettano i metodi, le conclusioni e il sistema di espressioni comuni alle moderne ricerche scientifiche europee e hanno familiarità con le categorie del pensiero corrente nella filosofia europea. Possono, quindi, comprendere e assorbire le grandi tesi della filosofia cristiana europea senza sferte difficoltà.
Ne segue che l'India nella via di preparazione a ricevere la fede non ha tanto bisogno di una filosofia cristiana quando di una corretta e completa trasmissione delle idee centrali della filosofia cristiana, che costituiscono i «praambula fidei». A far ciò durante gli ultimi 100 anni è stato posto, nelle mani dei missionari cattolici, il grande mezzo della scuola. Le richieste per l'istruzione vanno sempre più crescendo a tal punto che il governo con le sue risorse è incapace di soddisfarle. Si fa appello alle iniziative private ed anche ai missionari per intraprendere opere educative di tipo universitario, che sono aiutate con una generosa assistenza finanziaria. Le grandi istituzioni cristiane di educazione non solo hanno guadagnato un'influenza sociale e personale che le ha poste in una posizione di riguardo nei giorni dell'indipendenza dell'India, ma hanno compiuto anche un lavoro indispensabile per la preparazione filosofica, che sembra assolutamente necessaria prima che gl'intellettuali indiani accettino integralmente la fede cristiana. Si deve, quindi, concludere che una più elevata educazione ad un numero di stuoi di studenti non cattolici, è non solo un aspetto particolare dell'opera missionaria nell'India di oggi, ma anche un mezzo importante della m. m. nel paese.
Si pone, qui, una considerazione suggerita dal concetto di religione quale metodo o scuola di preghiera e di unione con Dio. Non è difficile dimostrare che anche basandosi su questo concetto parziale e insufficiente di religione, il cristianesimo ha titolo di superiorità rispetto alle altre religioni. Allo scopo, la diffusione delle vite dei santi cattolici e della santità cristiana in generale è destinata a produrre una profonda impressione nelle menti degli Indù. L'India s'inchina rivelare dinanzi ad esempi di santità. Nella scala dei valori il santo è ancora superiore al soldato e allo statista. L'immenso prestigio esercitato dal Mahatma Gandhi sui propri concittadini fu dovuto principalmente al fatto che egli espresse in una maniera imponente il tipo indiano del santo. Gli Indiani leggono con avidità le vite dei santi cristiani. Forse si non non si è fatto pieno uso di questa opportunità. Bisogna evitare ogni pia esagerazione e basarsi piuttosto su investigazioni scientifiche e su di un'accurata presentazione per poter conquistare un deciso vantaggio dinanzi alla mentalità moderna sopra le storie degli asceti di due e dei fachiri. Qualora si riesca a mostrare che il cristianesimo è la più efficace scuola di santità, si sarebbe realizzato un gran passo verso l'accettazione del medesimo quale verità assoluta. Le «Catholic Truth Societies», i giornali, i periodici e le case editrici cattoliche possono lavorare in questo senso con grande profitto.
Ma più che la storia di vite vissute nel passato e in luoghi lontani sono immensamente più efficaci gli esempi di santità che i missionari cattolici possono e devono dare. Come già è stato detto, l'India ammira il santo e nel suo concetto di santità, l'ascetismo e la mortificazione hanno un posto assai importante. Senza tema di esagerazione si può dire che niente più indebolisce la causa del lavoro missionario e diminuisce le possibilità della propagazione cattolica che la constatazione di vedere i missionari cattolici, i quali hanno rinunciato al mondo e corrispondono ai «sanyasi» indù, vivere una vita che sembra simile a quella dei dominatori inglesi e degli altri «sabè» europei.
Certamente, sebbene l'austerità sia una cosa relativa, non si può negare che molti missionari europei vivono una vita dura e di mortificazione, ma la loro segreta abnegazione è spesso sconosciuta ad un osservatore non simpatizzante. Nell'India, come altrove, non è sufficiente essere giusto ma deve apparire che la giustizia sia praticata. Similmente, non è sufficiente che un uomo sia veramente santo, ma la sua santità deve apparire e brillare dinanzi agli uomini. In quel paese non vi è posto per il rispetto umano riguardo alle pratiche religiose. Preghiera, mortificazione, austerità di vita sono cose che vengono ammirate e che non dovrebbero essere nascoste tra le glorie del cristianesimo. Allorché tutti gli altri modi sono falliti, quando le discussioni intorno alle qualità di questo o quel metodo di adattamento sembrano approdare a nulla, una simile fondamentale verità rimane sempre. Per portare anima a Dio e a Cristo si deve vivere in una profonda e chiara unione con Dio e con Cristo.
Nel vasto territorio dell'India, mettendo da parte l'islamismo, oltre all'indulismo, vi sono anche segnali del buddhismo, giainismo e zoroastrismo. Questo fatto mostra che contrariamente alla supposizione generale l'India non è il paese di un tenace conservatorismo nel campo delle religioni. Fra gli aderenti di queste religioni il metodo missionario non deve differire da quello ritenuto migliore tra gli Indù di alta classe.
V. M. M. in Giappone. — Per ben comprendere i problemi di m. m. in Giappone bisogna prima penetrare la psicologia giapponese al lume soprattutto delle varie ideologie che hanno alimentato la vita spirituale dei Giapponesi. Tali ideologie non si sono affatto risolte, nell'anima del popolo, in successive stratificazioni. Il confucianesimo non esclude il preesistente shintoismo; il buddhismo poté convivere con credenze shintoiste o confucianiste, in nome di quella larga tolleranza, di quel curioso sincretismo, che spingono i Giapponesi a tutto sperimentare per tutto assorbire, convinti che la verità assoluta non esiste e che le verità relative sono tutte suscettibili di perfettibilità. Così la storia delle religioni in Giappone, è, in sostanza, la storia della fusione progressiva del confucianesimo e in particolare del buddhismo, sulla base di attaviche credenze preesistenti al diffondersi di queste religioni straniere.
Il confucianesimo, giunto in Giappone dalla Cina verso il sec. III d. C., e le sue elaboratissime norme costituirono la premessa degli sviluppi psicologici dei Giapponesi. La cortesia, l'amor patrio, il rispetto delle gerarchie e del potere costituito, sentimenti così vivi nei Giapponesi, hanno le loro radici in questo antico codice d'onore e di morale sociale in cui, però, non è traccia di un'etica, che giustifiche le ragioni metafisiche di queste norme.
Nel sec. VI il buddhismo, già diffuso in Estremo Oriente, penetrando in Giappone dalla Corea e facendo presa sulle classi elevate, ad opera del principe Shôtoku (572-621), soppiantava il confucianesimo e lo shintoismo, vi sostituiva il lievito di una civiltà più matura e più antica ed introduceva in Giappone il concetto dell'al di là. Assumendo l'attitudine più consona alla «forma mentis» nipponica, il buddhismo cominciò con l'assimilare lo shintoismo e penetrò, in un tempo relativamente breve, con tanta intelligenza ed elasticità nella vita giapponese da congiungersi ad essa indissolubilmente. In breve seppe creare una maniera di vivere da cui non è più possibile distogliere i Giapponesi. Ma questo stato di cose non genera un ostacolo insormontabile alla conversione. Non è difficile accettare ed accogliere la raffinata poesia di certe manifestazioni che hanno, in ultima analisi, perduto ormai qualsiasi senso religioso. Se oggi, infatti, il buddhismo conserva le sue posizioni nelle campagne, nelle città, ben progredite, si è andato invece svuotando quasi completamente di un autentico sentimento religioso per assumere la complessa apparenza di una filosofia panteista. Gli stessi bonzi intellettuali sono raramente credenti e quelli credenti sono superstiziosi e ignoranti. Ma il divino fermento dell'inquietudine spirituale esiste ed è provato dal sorgere, dal pullulare e dall'affermarsi di credenze superstizie, quali quelle del tenni-kyo, dell'hitono-michi, dell'ohmoto-kyo, ecc.
Il più grande ostacolo che si frappone al cristianesimo è dato piuttosto dal materialismo che si annida nel buddhismo come nel confucianesimo, dalla mancanza di una coscienza dei valori universali e assoluti, mancanza che è il frutto di quell'inno al cultismo per cui il Giappone appare, ancor oggi, l'immane crogiolo delle idee più disparate in continua fase di adattamento e di trasformazione. Ciò nonostante già s. Francesco Saverio nel 1549 scriveva, che «era una gioia» seminare fra quel popolo, avido di equilibrio morale e di certezze spirituali, la divina parola.
Una fervida attività apostolica unì allora in un solo slancio missionari e popolo (v. Giappone, III. Evangelizazione). Allorché Meiji aprì le frontiere (1868) del paese alla civiltà occidentale, il popolo giapponese si impadronò facilmente dei segreti tecnici del mondo occidentale ma non gli fu facile assimilare i frutti della sua millenaria filosofia. Fu soprattutto l'utilitarismo, il positivismo scientifico e il modernismo, che penetrarono nell'anima giapp
ponese. Inoltre i protestanti con le scuole e la stampa misero in cattiva luce il cattolicesimo e riuscirono a guadagnare vari elementi della classe colta.
Anche i cattolici erano giunti in Giappone, senza avere i mezzi dei protestanti, senza essere sostenuti dal prestigio di una grande élite cattolica europea. Benché la Costituzione del 1889 garantisse la libertà di culto, l’opposizione al cattolicesimo era forte ovunque, nelle città progressiste come nelle campagne tenacemente abbracciate alle tradizioni ancestrali. I cattolici lottavano e lottano su due fronti: contro l’avanzata delle teorie progressiste e l’accanita difesa delle posizioni ideologiche del passato. Gli sforzi dei missionari e, in specie, dei padri delle Missioni estere di Parigi, che gettarono praticamente le basi della Chiesa nipponica, furono enormi. I Marianisti fondarono la prima scuola cattolica; moltissime altre seguirono finché, nel 1913, i Gesuiti istituirono la prima università cattolica.
Ma il sentimento nazionalista era più forte che mai. Vinta la Russia, il Giappone credette nella sua invincibilità. I militaristi ne approfittarono per scomparire le deboli opposizioni della classe intellettuale imbevuta di liberalismo e si assicuravano, insensibilmente, le leve di comando, sino alla catastrofe finale.
Nel 1945, polverizzati i miti, umiliati gli ideali patriottici, infranto l’orgoglio nazionale, il popolo giapponese si trovò di fronte alla più spaventosa tragedia della sua storia, in condizioni inenarrabili di miseria materiale e morale. Solo il cristianesimo può colmare il pauroso vuoto della sua anima, ma colui che credesse di poterlo guadagnare a Dio, approfittando dei vantaggi offerti dalla situazione presente, cadrebbe in un fatale errore, perché l’anima d’un popolo non muta, per decreto, in un breve volgere di anni. In quest’anima oscuramente ribollono i vecchi fermenti d’inquietudine. Se lo shintoismo, in quanto religione nazionale, è proibito, se il confucianismo appare remoto e inattuale, se il buddhismo si cristallizza nella vana ripetizione di riti consacrati dalla tradizione, rimangono, nelle più oscure profondità dell’anima nipponica, tutti i loro sedimenti. Contro questi sedimenti, contro il senso utilitaristico e opportunistico, contro il vecchio e il nuovo materialismo, contro l’ideologia marxista in marcia debbono lottare i missionari cattolici. Duro compito, che richiede la conoscenza precisa di una situazione che non è solo il prodotto degli ultimi avvenimenti, ma che ha origini remote ed è la somma di quanto è stato fin qui esposto.
In primo luogo è necessario mostrare al popolo giapponese che il cattolicesimo non è al rimorchio di nessun potere politico, né è una religione straniera di stranieri, perché, per essenza, supera qualsiasi frontiera razziale o nazionale. Inoltre, quando la forza dello spirito avrà debellato l’adorazione della materia, quando alla ristretta visione delle verità relative alla materia l’altra rispetta visione delle verità relative alla materia, l’altra rispetta visione delle verità relative alla materia, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verita relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visio
In primo luogo è necessario mostrare al popolo giapponese che il cattolicesimo non è al rimorchio di nessun potere politico, né è una religione straniera di stranieri, perché, per essenza, supera qualsiasi frontiera razziale o nazionale. Inoltre, quando la forza dello spirito avrà debellato l’adorazione della materia, quando alla ristretta visione delle verità relative alla materia, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verita relative alle materie, l’altra rispetta visione delle verità relative alle materie, l’altra rispetta visio
In primo luogo è necessario mostrare al popolo giapponese che il cattolicesimo non è al rimorchio di nessun potere politico, né è una religione straniera di stranieri, perché, per essenza, supera qualsiasi frontiera razziale o nazionale. Inoltre, quando la forza dello spirito avrà debellato l’adorazione della materia, quando alla ristretta visione delle verità relative alla materia, l’altra rispetta visione delle
Tutti e due sono eredi e autori di civiltà assai originali e che solo raramente si esprimono nelle lingue comuni ai due mondi in presenza.
Nel tempo e nello spazio si sono avuti contatti tra cristianità e islam, ma in condizioni, che ne hanno stranamente falsificato i risultati: non una vera conoscenza reciproca, né una mutua comprensione ma solo contatti esteriori, che ordinariamente sono serviti ad approfondire le differenze per non dire le inimicizie.
L'islam ha la convinzione di possedere in se stesso la sua salvezza, la salvezza di ciascun uomo e di tutti gli uomini. Nulla attende dall'esterno se non pericolo di corruzione e di avvilimento. È questa un'affermazione molto forte e piena di conseguenze nella sua semplicità, ma che molti non-musulmani ancora stentano a comprendere. Senza dubbio il Corano contiene parole generose per le «genti del libro», giudei e cristiani, che hanno bene-ficato della Rivelazione scritta; ma riserva parole da per quelli che non hanno saputo conservare con fedeltà la Rivelazione. Essi hanno cambiato e falsificato i loro libri sacri. Bisogna ammettere che se il Corano critica le posizioni dogmatiche cristiane, ciò dipende dal fatto che esso ha presenti le dottrine delle cresie cristiane, che pullulavano in Arabia ai tempi di Maometto. Le critiche colgono nel giusto più di una volta. Tuttavia il rispetto profondo per il Profeta-Taumaturgo Gesù, figlio di Maria, inculcato dallo stesso Corano, è rimasto nell'islam e ha impressionato vivamente la mentalità popolare, che conosce e venera non solo la persona di Gesù ma anche il punto centrale della dottrina cristiana, cioè il precetto della bontà e della misericordia (surah 57, 26).
Purtroppo il mondo dell'islam, preso nel suo insieme, vede un mondo cristiano da lungo tempo diviso e lanciato alla conquista degli altri popoli e specialmente dei musulmani. Della Chiesa ha conosciuto piuttosto l'esterno in una confusione spiacevole di politica e di religione ed ignora, e non ha potrebbe ammettere se la conoscesse, la continuità Gesù-Chiesa e che la Chiesa si il Corpo Mistico di Cristo. Inoltre esso, seguendo sempre il Corano, rigetta come un'empietà maggiore verso la trascendenza divina il dogma dell'Incarnazione. Ne deriva che una mutua comprensione nel campo dottrinale e in quello pratico si presenta assai delicata e difficile.
Quando i cristiani cominciarono a conoscere l'islam, presero subito un atteggiamento di difesa per salvaguardare la dottrina cristiana, e la letteratura non è esente da sarcasmi e da attacchi violenti. Questo modo di agire è durato fino ai nostri giorni per cui l'uno è nemico dell'altro. La storia parla di cristiani, teologi e religiosi, che cercarono con i mezzi più vari di far conoscere ai musulmani il vero pensiero dottrinale della Chiesa. I loro sforzi, però, restarono praticamente senza risultato. È necessario attendere il sec. XIX e le circostanze storiche di uno sforzo nuovo della Chiesa per estendersi in alcune regioni di recente aperte alla penetrazione del mondo occidentale, specialmente nell'Africa, allo scopo di affrontare il vero problema dell'avvicinamento. Fu merito del card. Lavergier (v.) l'aver messo in rilievo che la difficoltà di un incontro è fondamentale di ordine dottrinale, ma in realtà dipende da pregiudizi e ostacoli di ordine psicologico. Il vero mezzo per farsi sparire è che la Chiesa per mezzo dei cristiani e in primo luogo dei suoi sacerdoti e missionari, si presenti come l'ereditiera e la conti-nuatrice di Gesù, che ha lasciato ai suoi discepoli l'unico precetto della carità. Solo per mezzo della carità i musulmani potranno riconoscerli come fedeli al loro Maestro e al Vangelo e degni della loro confidenza.
«Il messaggio, che avete ascoltato fin dal principio, è che vi amiate gli uni e gli altri» (I Io. 3, 11). Di quel messaggio i musulmani attendono dalla Chiesa la testimonianza. È quanto dice non solo il Corano, ma anche la semplice popolazione della campagna, che lo ripete spesso ai cristiani: «ciò che noi attendiamo da voi, è la misericordia e la bontà».
La parola carità deve riassumere tutta la ragione della presenza della Chiesa e della sua azione in mezzo ai popoli, che non sono sotto la sua obbedienza. Quindi la sua prima qualità deve essere il disinteresse. Se il testimone di Cristo in mezzo ai musulmani vuole essere un conquistatore, un lottatore, che passa all'assalto, è meglio che per lui e per la Chiesa resti a casa propria. Egli invece deve essere un testimone di Cristo ed esserlo per tutta la vita. In particolare deve conservare una completa indipendenza dalle potenze temporali, manifestare un rispetto sovrano per le società autonome e loro strutture e per le civiltà di cui vivono e che sono state create o riformate dall'islam. È necessario egualmente rispettare gli sforzi del progresso sociale e delle evoluzioni verso questa o quella forma di civiltà, anche se impegnata di spirito cristiano, perché ciò non è affare della Chiesa. A maggior ragione il cristiano mostrerà un amore sincero per il sentimento religioso di quegli uomini, che non seguono la sua fede, ma che sono anch'essi uomini di fede. Si deve, quindi, amarsi come sono e non in quanto rassomigliano a noi.
Più positivamente, i testimoni della Chiesa dinanzi ai musulmani devono assumere le loro responsabilità affinché il progresso materiale, portato dall'Occidente, non costituisca un'occasione di rovinare morali e spirituali. Un capovolgimento totale di tutte le strutture della vita sociale e individuale è in corso. La tecnica e l'economia moderna stanno rovinando i quadri tradizionali, che mantenevano nella loro efficacia i precetti islamici della vita morale e religiosa. Tutto rischia di essere brutalmente spazzato via.
La Chiesa in qual modo può praticamente assumere la sua parte di responsabilità? Primariamente, risvegliando o creando uno spirito nuovo nelle popolazioni cristiane di minoranza dei paesi musulmani, cioè uno spirito autenticamente cristiano e cattolico. Se queste si rinchiudessero in uno spirito di superiorità, bisognerebbe invitarle ad aprirsi alla realtà circostante: fare che le collaborazioni o i contatti, che questi cristiani hanno cercato sul piano politico o economico, siano stabilite pure su un piano umano. Anche a costo di un vero eroismo, sappiano osservare un atteggiamento di giustizia basato sopra l'eguaglianza fondamentale degli uomini, tutti creature di Dio e amate dal loro Creatore, e un atteggiamento di carità, che li obblighi a dedicarsi agli altri anche con sacrificio, sinceramente convinti che chi ha più ricevuto, deve più dare. Si comprende facilmente che un tale sforzo, richiesto dai cristiani esige una formazione speciale ed ardua.
Inoltre il monachesimo cristiano con la sua pratica di una vita di adorazione e di contemplazione potrà attirare sul cristianesimo larghe correnti di simpatia e di confidenza. Meritano, però, una speciale nota quelle congregazioni religiose i cui membri consacrano la loro vita al mondo dell'islam in un puro movimento di carità. Essi professeranno un grande rispetto verso le opinioni e i comportamenti di coloro, di cui vogliono condividere la vita. Perciò ne seguiranno le abitudini, i gesti, la lingua, la cultura fino ai limiti possibili. Attraverso la loro lingua e cultura, cercheranno di coglierne la psicologia e la mentalità. Con molta cura porranno in rilievo tutti i punti di storia o di dottrina filosofica o religiosa, comuni ai musulmani e ai cristiani.
Al riguardo è indispensabile ricordare che la comunità musulmana si lancia con orgoglio contro ogni tentativo esterno poiché vede in esso una minaccia e una volontà di attaccare ciò che essa possiede di più sacro. Ora la Chiesa è stata inviata per salvare e non per perdere, per apportare un completamento a ciò che vi è di più puro nelle aspirazioni di quei popoli, i quali del resto sono pronti ad accogliere quanto non hanno mai fatto a perdere ciò che posseggono. Il testimone della Chiesa, perciò, non si limiterà a conoscere ciò che sono i musulmani, ma attraverso un sapiente adattamento camminerà insieme con loro in tutto ciò che è moralmente legittimo, fino a quando non sarà ammesso, anzi richiesto di fare l'apporto di novelle ricchezze. È facile comprendere che una simile veduta di cose, un adattamento così generoso, fa del missionario un educatore, che insegna