MICHA (ebr. Mikhāh, abbreviazione di Mikhājāh « Chi [è] come Jahweh? »). - Ephraimita (chiamato talvolta anche Michea) Giudici (v.). Egli aveva rubato 1100 sicili d'argento alla madre. Stando per essere scoperto, restituì il denaro, che venne consacrato al culto divino. Per imitare le prescrizioni mosaiche M. si fece un ephad (v.), ma anche dei tērāphim o statuette di dei domestici (cf. Gen. 31, 19) proibite dalla Legge, ed instaurò un culto, che nella sua intenzione non doveva avere nessun fine idolatrico. Capitato un levita di Betlemme, M. lo trattenne in casa perché gli fungesse da sacerdote (Iudc. 17, 1-13). In seguito però questi fu obbligato a trasferirsi a Lais, chiamata poi Dan, nel luogo dell'odierno Tell el-Qāḍī, 5 km. ad ovest di Bānijās. Ivi stabilì un santuario scismatico per la tribù invitante (ibid. 18, 1-31).
Le notizie su M. formano una delle appendici del libro dei Giudici ed hanno il manifesto scopo di Dan (v.), celebre fino alla distruzione del Regno d'Israele (722 a. C.). Il sovrapporsi di elementi superstiziosi e di una spontanea religiosità ingenua è spiegato dall'autore come effetto di un periodo anormale della storia ebraica (cf. Iudc. 17, 5; 18, 1).
M. Michea (v.) nel testo masoretico (cf. Mi. 1, 1; Ier. 26, 18 secondo il qērē). Per altri personaggi omonimi, di cui in genere si conosce solo il nome, cf. II Reg. 22, 12; I Par. 5, 5; 8, 34-35; 22, 20; Neh. 11, 17-22. Angelo Penna