MOLZA, FRANCESCO MARIA. - Letterato, n. a
Modena il 18 giugno 1489, m. ivi il 28 febbr. 1544.
Oltre il latino ed il greco conobbe, in certa misura,
anche l'ebraico. Nonostante i trascorsi d'una sfre-
nata sensualità amò, con passione d'umanista, la
Roma di Giulio II e dei suoi successori. Fece parte
di quasi tutte le accademie, e, con più gusto d'ogni
altra, forse, di quella dei Vignaiuoli, con il Fioren-
zuola, il Berni e lo stesso Della Casa. Nella fama della
corruzione umanistica romana egli ha una parte di
primo piano. Fu una delle figure più caratteristiche di
Roma, e quindi d'Italia; lo attestano lettere e ricordi.
Dai contemporanei fu sopravvalutata anche la sua
poesia latina e volgare; la quale, però, a parte i buoni
propositi del card. Farnese, che l'aveva avuto a corte,
fu pubblicata solo due secoli dopo, nel 1747, dall'abate
Serassi. Quattro sue novelle erano state pubblicate nel
1459. È lodato il suo poemetto pastorale La nisfa ti-
berina. Anche nell'arte il M. può essere ragguagliato al
suo amico Firenzuola. In versi o in prosa ambedue ave-
vano bisogno di argomenti che non impegnassero di
loro se non l'immaginazione. Quando al sentimento biso-
gnava pur chiedere qualcosa, come nelle Stanze per Giulia
Gonzaga (che non tutte gli appartengono) o in quelle in
morte di Alvigi Gonzaga, anche la fantasia si allenta.
Senza efficacia gli epigrammi e i capitoli. Umorista man-
cato il M. è anche nella poesia in lode dei fichi, che rimase
famosa fra i letterati per la nota del Caro. Umanista auten-
tico, può darsi che egli facesse più conto delle proprie
poesie latine, dove però fu poco più che un imitatore,
specie di Tibullo. Quando Erasmo nel Ciceronianus parve
accogliere contro la pietà degli umanisti qualche argo-
mento luterano, il M. reagì con uno sdegno in cui tutto
si potrà contestare (forse anche il diritto di esprimerlo),
non la sincerità.
Bibliografia2 opere
Giuseppe Toffanin