NICOLA D'AUTRECOURT

NICOLA d'AUTRECOURT. - Teologo e filosofo, n. all'inizio del sec. XIV a Autrecourt (diocesi di Verdun), m. dopo il 1350. Conseguiti i titoli «magister in artibus», «baccalaureus in theologia et in legibus» insegnò teologia alla Sorbona. Nel 1340 Benedetto XII lo chiamò ad Avignone per rispondere della sua dottrina sospetta, che nel 1346 venne candanata. I suoi scritti furono pubblicamente bruciati a Parigi ed egli dovette ritrattare gli errori nel 1347. Divenne nel 1350 decano del Capitolo di Metz. Posteriormente non si hanno sue notizie.

Gli scritti più importanti sono il commento del 1. L. delle Sentenze e della Politica di Aristotele, nove lettere al teologo francescano Bernardo d'Arezzo e il trattato Exigit Ordo executionis, dal quale furono estratte le proposizioni condannate. Di questi scritti si possiede la prima e la seconda lettera a Bernardo d'Arezzo, una lettera di un certo Egidio con frammenti della risposta di N. e il trattato Exigit ritrovato da A. Birkenmayer in un manoscritto della Biblioteca Bodleiana di Oxford (Can. Misli 43, ff. 1-24) e pubblicato da R. O'Donnell in Mediaeval studies, I (1939), p. 179 sgg.

N. impersona lo spirito critico della corrente filosofica, denominata «moderna» in antitesi alla filosofia di Aristotele e di s. Tommaso. Tutta la sua opera è caratterizzata dalla opposizione all'aristotelismo e dal rigore nel dedurre dall'occasione le estreme conseguenze. A base del suo pensiero sta la teoria acconsentita della conoscenza. La certezza è data dalla evidenza immediata, che si ha con l'osservazione sperimentale, fonte della conoscenza, e con il principio di identità, criterio della verità. Sperimentato che una cosa esiste, per il principio di identità non si può da essa concludere ad un'altro cosa, ma si deve affermare di essa soltanto che è ciò che è. L'applicazione di tale principio alla critica dell'idea di causa, di sostanza, di fine e di perfezione portò a gravi conseguenze. Il nesso tra causa ed effetto non è necessario ed evidente, ma è una constatazione empirica della successione di due fatti. Perciò è solo probabile che, date le stesse cause, si riproducono i medesimi effetti. Dagli accidenti, conosciuti con i sensi, non si può dedurre la sostanza, che non è constatata. Né una cosa può dirsi fine e più perfetta di un'altra.

La teoria di N. sulla conoscenza precludeva la via alla cognizione naturale di Dio con il principio di causalità e di finalità. Egli modificò i concetti classici di materia e di anima; superata la metafisica e la fisica aristotelica, si ricollegò all'atomismo epicureo, spiegando la generazione e corruzione dei corpi con l'associazione e dissociazione degli atomi. L'anima è composta di uno spirito, detto senso, e di un altro, detto intelletto che, disgregandosi gli atomi del corpo, continuano ad esistere. È assicurata così l'immortalità dell'anima e la retribuzione futura. Il carattere essenziale della dottrina di N. è lo sperimentalismo, dal quale scaturisce lo scetticismo, che si riscontra nei suoi scritti. Egli è scettico riguardo alle cose non constatate con l'esperienza. Per la cognizione della verità, vuole che gli uomini, piuttosto che allo studio di Aristotele, si applichino alla constatazione dei fenomeni naturali.

BIBL.: H. Denifle, Discussio et reprobatio errorum magistri Nicolai, in Chartularum Univers. Paris., II, Parigi 1891, n. 1124; J. Lappe, Nikolaus von Autrecourt, sein Leben, seine Philosophie, seine Schriften (Beiträge zur Gesch. der Phil. des Mittelalters, 6, 11), Münster in V. 1908; E. Gilson, La philosophie au moyen-âge, II, Parigi 1922, pp. 110-122; P. Vignaux, Nicolas d'Autrecourt, in DTHC, XI, coll. 561 sgg.; C. Giacom. Guglielmo di Occam, II, Milano 1941, p. 666 sgg.; R. J. Weinberg, Nicolaus of Autrecourt, Londra 1948; M. Dal Pra, N. di A., Milano 1951; Oberweg, II, p. 783.