NUMISMATICA DI ROMA PAPALE. - Nel quadro della moneta della penisola italica dalla caduta dell'Impero romano sino ai nostri giorni, la moneta di Roma papale costituisce uno dei gruppi di più lunga durata, più ricchi di emissioni, più vari di pezzi e più interessanti, sotto ogni punto di vista, di quante serie sono state coniate in Italia.
I. METALLI E LEGHE
La moneta di Roma papale fu coniata nei metalli e nelle leghe adoperati nel contempo dalle altre zecche italiane ed estere (oro, argento, mistura, bronzo), a seconda dei periodi e delle serie monetali stesse.1. Oro
Pare che il Senato di Roma ca. il 1350 abbia istituito il ducato o fiorino romano (imitato dallo zecchino veneto), la cui emissione veniva un secolo dopo definitivamente sospesa da Eugenio IV (1431-47) per sostituirvi il suo ducato, che inizia la vera e propria serie aurea papale di Roma. Ma già prima il papa Giovanni XXII, nel 1323 ca., aveva coniato nella zecca di Ponte della Sorga il primo fiorino d'oro di imitazione fiorentina, la cui emissione continuò sotto i suoi immediati successori Clemente VI, Urbano V, ecc. Paolo II (1464-72) accanto al ducato papale coniò il fiorino o ducato di camera, che venne sostituito da Paolo II (1534-49) con gli scudi d'oro. Con Alessandro VI (1472-1503) fece la prima apparizione il doppio ducato di camera, coniato ancora da Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Con Paolo V (1605-21) si ebbero doppie e quadruple d'oro, coniate insieme allo scudo da Clemente IX e X, Innocenzo XI, Alessandro VIII e Clemente XI. Con Benedetto XIII (1724-30) si aggiunsero il doppio zecchino, lo zecchino, il mezzo ed il quarto di zecchino.La Repubblica romana (1798-99) e l'occupazione napoleonica (1799-1800) non coniarono oro. Napoleone invece coniò il pezzo da 20 franchi. Con Pio VII (1800-22) riprese la serie delle doppie. Gregorio XVI coniò pezzi da 10 scudi, 5 scudi, 2 scudi e mezzo, e 2 scudi; infine dal 1866 al 1870 la seconda monetazione di Pio IX, a sistema decimale, comprese i pezzi d'oro da L. 100, 50, 20, 10, 5.
2. Argento
D'argento è la prima monetazione di Roma papale, rappresentata dai denari di Adriano I (772-795 d. C.), cui segue la serie dei cosiddetti antiquiores, monete d'argento che accoppiano al nome del papa quello dell'imperatore contemporaneamente regnante; essi presentano le sigle dei nomi da Stefano V a Benedetto VII, accoppiati alla sigla dei nomi degli imperatori da Ludovico I a Ottone III. Dopo una carenza di ca. due secoli, con Celestino V ricomincia a Roma l'emissione dell'ar-gento, ma a nome del Senato romano (1184-1439); sono i grossi e i mezzi grossi prima anonimi, poi con i nomi dei senatori romani Brancaleone di Andalò e Carlo I d'Angiò, poi con gli stemmi delle famiglie Caetani, Orsini, Colonna, Savelli, Annibaldi, Stefaneschi, con i quali si giunge ca. alla metà del sec. XIV. Nel contempo sono coniati i cosiddetti sampierini anonimi del Senato romano. Durante la parentesi dell'esilio avignonese, da Bonifacio VIII ad Urbano V, coniarono in Italia, al nome del pontefice, le zecche di Ponte della Sorga, Viterbo, Macerata, e forse anche Parma; ed in Francia Avignone. L'attività della zecca di Roma riprese con Urbano V, con i mezzi grossi e bolognini di argento, che continuarono a Roma con Gregorio XI, Bonifacio XIX, e Gregorio XII; l'emissione di questa moneta si regolarizzò con Martino V Colonna, Eugenio IV ecc. Giulio II coniò i giuli; Leone X anche il triplice ed il doppio giulio; Paolo III il testone, il paolo e il mezzo paolo; Sisto V la piastra.Scudi e testoni rappresentarono da Urbano VIII a Gregorio XVI, con nominali inferiori, la coniazione dell'argento. La prima Repubblica e l'occupazione napoleonica coniarono scudi e mezzi scudi, e Napoleone, imperatore e re d'Italia, il franco e il pezzo da cinque franchi. La prima monetazione di Pio IX (1846-66) è costituita da scudi, mezzi scudi, doppi giuli e giuli; e la seconda (1866-1870) da pezzi da 5 lire e nominali inferiori.
3. Mistura-rame
A cominciare dai provisini del Senato romano (1184-1439 ca.) buona quantità della moneta divisionaria di Roma, di minimo valore reale ed a corso eminentemente forzoso, è stata coniata in mistura, una lega varia di argento e rame. Così i denari o cinquine, i piccoli del Senato romano della zecca di Roma (croce-leone), i denari provisini del Senato romano (1184-1250; 1300-1404); i piccoli di Benedetto XI, di Giovanni XXII, Benedetto XII, di zecche locali; i doppi denari e gli oboli di Urbano V; i piccoli di Niccolò V, Calisto III, Pio II, Paolo II; e ancora i quattrini di Leone X, Clemente VII, Paolo III ecc.; le murarie di Alessandro VIII, i pezzi da 4 baiocchi, da 2 baiocchi e il baiocco di Clemente XII, Benedetto XIV ecc.; i carlini e le murarie di Clemente XIV, i pezzi da 60 baiocchi, 25 baiocchi ed il baiocco di Pio VI. Il rame servì preferibilmente per i nominali inferiori delle zecche papali locali, attive soprattutto nei secc. XVII e XVIII, a cominciare dal doppio quattro di Alessandro VI al mezzo baiocco di Paolo V. Di rame sono i quattrini di Paolo V, Gregorio XV, Urbano VIII, Alessandro VII; i quattrini e i mezzi baiocchi coniati da quasi tutti i successori, sino alle madonnine da cinque baiocchi e i sampietrini da 2 baiocchi e mezzo ed i baiocchi di Pio VI e VII, Gregorio XVI e Pio IX.II. Zecchie papali locali
Oltre alla zecca di Roma altre hanno funzionato nello Stato pontificio in numero vario, più o meno attivamente, ed anche saltuariamente a seconda dei periodi.Già nei secc. XIII e XIV si trovano monete di Viterbo e Patrimonium beati Petri, e nel periodo della cattività avignonese, oltre Avignone, Ponte della Sorga, e poi Macerata, Parma, Bologna.

Nudismatica di Roma papale - Zecchino romano di tipo veneziano - Medagliere Vaticano.
Avignone è la zecca che ha coniato una serie quasi ininterrotta di emissioni a cominciare da Bonifacio IX (1380-1404) per tutto il sec. XV e XVI sino almeno ad Alessandro VII, e poi sotto Innocenzo XII (1691-1700). Più a lungo ancora ed in una ricca serie ininterrotta, nei tre metalli, ha coniato Bologna dal sec. XIII a Pio IX. Attive già nel sec. XV erano Fermo, Foligno, Ascoli, Spoleto, Ancona e Macerata (Paolo II), Recanati (Niccolò V), cui si aggiunsero con Giulio II Perugia, e con Leone X Pesaro, Ravenna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio, Camerino, Fabriano ecc. Con Alessandro VI e Giulio II si contano almeno 9 e poi 7 zecche funzionanti, con Leone X 14, con Clemente VIII 4; da Paolo V sino ad Alessandro VII pare ne siano attive soltanto più 3 (Ferrara, Bologna, Avignone); da Innocenzo XI a Clemente XII solo più 2 (Bologna e Ferrara); con Clemente XIV saltuariamente anche Gubbio e Ravenna; poi con Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX, solo Bologna. Con Pio VI il rame è coniato al nome di almeno diciotto città. Con Pio VII resta attiva solo Roma.
III. Tipologia generale
L'andamento e lo sviluppo della tipologia dell'enorme congerie di monete nei tre metalli, coniato dalla zecca di Roma papale per almeno 13 secoli e che ebbero corso per altrettanto tempo sulla penisola, seguono solo in minima parte le direttive generali della tipologia delle altre maggiori serie italiane.avignonese, del papa seduto frontale in trono con tiara e piva le benedicente, cui è accoppiato il tipo delle due chiavi legate, simbolo di s. Pietro e della sua potestà nel regno dei cieli. Tale periodo si denomina anche di conciliazione fra le due autorità, la papale e quella senatoria o del popolo di Roma. Con Eugenio IV la moneta assume finalmente carattere esclusivamente papale; lo stemma del pontefice o della sua famiglia, sinora imposto sulla moneta soltanto quale accessorio del tipo del rovescio (di solito le due chiavi decussate e legate), diventa il tipo vero e proprio della moneta stessa, cui viene abbinata la figura di s. Pietro o di s. Paolo, o di entrambi, stanti, frontali, con i relativi accessori. La stessa tipologia presentano i papi successivi Niccolò V, Callisto III, Paolo II, ecc. mentre si insinua il nuovo tipo della navicella di s. Pietro e qualche scena episodica. Con Giulio II compare sulla moneta il primo ritratto del papa regnante, che si presenterà costantemente per ciascuno dei suoi successori, se pure soltanto sulle emissioni più importanti e significative. Con Leone X più numerosi si inseriscono i tipi episodici e qualche tipo emblematico, con Giulio II le prime personificazioni (Roma-Concordia). Paolo III presenta s. Pietro con triennio seduto in cattedra. Sisto V inizia, con s. Francesco, la non ricca serie dei santi. Con Clemente VIII, Paolo V, ecc., i grossi scudi d'argento permettono figurazioni sempre più complesse e movimentate, scene varie con sfondi architettonici, vedute panoramiche, monumenti ecc. Con Innocenzo XI comincia a predominare sulle monete il tipo epigrafico che viene largamente sfruttato dai successori per tutto il sec. XVIII; anche il rame abbondantemente coniato con Benedetto XIV porta iscritto in corona o in cartiglio la denominazione del nominale che esso rappresenta (1 baiocco romano, mezzo baiocco ecc.). A pochi tipi, i più comuni, si limita la tipologia dei papi del sec. XVIII; già scarsa per Innocenzo XIII, Benedetto XII ecc., povera per i lunghi regni di Benedetto XIV e Pio VI, si esaurisce nel sec. XIX con Pio VII, Leone XII e Pio IX.
Poco si può dire dell'arte dell'incisione monetale e dell'evoluzione stilistica, che sulla moneta si sorprendono soltanto nelle loro linee generali e in una espressione ridotta ai minimi termini. Nell'alto medioevo la moneta rispecchia in tipi di imitazione l'ambiente artistico dove nasce, in ogni suo elemento formale, cioè nel trattamento dei tipi a punti ed a linee, nel più assoluto schematismo, nella fissità frontale delle figure, nella rigidità degli atteggiamenti, nella completa mancanza di espressione e di individualità, onde solo dagli accessori e dalle leggende si riesce ad individuarli.
Ma, oltrepassato il millennio ed inoltratici nel basso medioevo italiano, a poco a poco la posizione frontale del corpo umano viene attenuata dal leggero movimento laterale del capo; si accentua la corporeità delle figure, le braccia si distaccano dal corpo, le gambe assumono diversa posizione per accennare ad un movimento, per determinare una ponderazione più normale, il panneggio si ammorbidisce in pieghe dove luci ed ombre tornano ad insinuarsi ed a sottolineare le forme; quindi tutta la figura sembra muoversi in una azione, ed assume atteggiamenti sempre più naturali e rispondenti alla concezione dell'artista incisore cinquecentesco. Infine vengono sottolineati i particolari dell'ambiente stesso, le onde del mare sotto la nave, il pavimento sotto le figure della scena ecc. Quando poi, nei sec. XVI, XVII e XVIII, il diametro del largo scudo d'argento lo permette, torna a prevalere ed a dominare la legge delle proporzioni, con una raffigurazione di scene realistiche, e di genere vario, nei più vari ambienti, con ricchi particolari ambientali: chiese e palazzi, fontane, ponti e viadotti, sfondi e vedute panoramiche ecc. Poi il Seicento avanzato si rispecchia sulla moneta, dove l'esagerazione muta le qualità del precedente periodo in altrettanti difetti, nell'enfasi, nello sforzo, nella complessità, e sbocca nell'accademico e nella decadenza più accentuati.
Il piccolo disco della moneta, di qualsiasi metallo, non rivela quasi mai il nome dell'incisore, il quale all'incontro sovente firma la sua produzione medagilistica, in quanto sulla medaglia di più largo diametro, prima fusa e poi
coniata, può sfoggiare tutta la sua arte con le maggiori finezze. Delle sigle che si rinvengono sulle monete nessuna si è potuta assegnare, con qualche sicurezza, all'incisore del conio; sono degli zecchieri e più sovente degli appaltatori della zecca, e costituiscono un elemento di controllo della produzione per uso interno della amministrazione della moneta. Il Martino parla di un Corbolini, di un Piermaria da Pescia (sotto Giulio II), di un Serbaldi (sotto Alessandro VI), di un Orfini (sotto Sisto IV), cui si attribuiscono ipoteticamente, e senza alcuna prova, i coni dei famosi multipli aurei di questo periodo; si sa del Cellini che deve aver lavorato a vari coni di Clemente VII e Paolo III; si parla anche di un Caradossio e di un Camello che lavorarono sotto Leone X e firmarono le medaglie dell'epoca, ma circa la moneta papale tutto resta ipotetico, seppur verosimile, anche quando si voglia riconoscere dallo stile almeno una minima parte della loro rispettiva produzione monetale.
IV. TIPI PARTICOLARI
I. S. Pietro; s. Pietro e s. Paolo. — Con il primitivo gruppo di emissioni romane si trovano già iniziate le varie serie tipologiche. Da ricordare i denari d'argento di papa Adriano I (772-95) che imitano il soldo d'oro beneventano non solo nei tipi ma anche nell'arte sommaria, schematica, dove la figura umana è ridotta ad una parvenza, ad un fantasma nella sua frontalità, e sul rovescio è una croce latina su due gradini.Dall'8000 ca. in poi è la serie dei denari d'argento a tipo monogrammatico già ricordati, dove la grafia delle lettere è curata; proprio su questa serie compare un busto che viene denominato di s. Pietro dall'epigrafe che si distende verticalmente ai lati di esso, all'uso bizantino. Pare che l'inaugurazione di questo tipo umano, rozzo, schematico, frontale, a linee e punti, risalga a Giovanni VIII (872-82); con Sergio III (905-11) il busto assume la mitra conica, e si alterna con un secondo busto da intendersi per quello del papa. Agapito II (946-95) pone in mano a s. Pietro le chiavi, oltre la Croce. Al secondo periodo della monetazione medievale romana risalgono i cosiddetti sampierini anonimi del Senato romano, che presentano già i due busti frontali, nimbati, di s. Pietro e di s. Paolo, sulle due facce della moneta. Sui ducati d'oro di tipo veneto s. Pietro stante consegna il vessillo al senatore romano inginocchiato: s. Petrus Senator urbis; mentre sull'altra faccia è la figura del Cristo nimbato e benedicente: Roma caput mundi spqr. Eugenio IV infine, mentre pone s. Pietro stante sul ducato d'oro, accoppia s. Pietro e s. Paolo sul grosso d'argento. Da questo momento, con Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II ecc. ritornano costantemente i due santi stanti frontali, bene riconoscibili dagli attributi (spada e libro per s. Paolo, chiavi e libro per s. Pietro). Con Giulio II essi cominciano a variare l'atteggiamento, ora sembrano a colloquio, ora si baciano; ora è solo s. Pietro seduto, ora sono i due busti. Significative le leggende: ecclesiae fundatori, per s. Pietro; doctor gentium, per s. Paolo; luminaria verae fidei - Romani principes - fundatores romanae ecclesiae attorno ad entrambi. Paolo III predilige ed esalta la figura di s. Paolo vas electionis, cui dà pose marziali, mentre s. Pietro appare seduto in atto di leggere sul suo libro aperto. Con Paolo IV anche s. Paolo

Numismatica di Roma papale - Multipio in oro di Paolo II. Medagliere Vaticano.
Numismatica di Roma papale - Multiplo in oro di Paolo II.
appare stante con il libro aperto. Gregorio XIII (1572-85) presenta s. Pietro nimbato e stante con il piede su di una pietra e con il libro aperto appoggiato sul ginocchio su cui riguarda: ET SUPER HANC PETRAM; la figurazione è enfatica.
Con la fine del XVI sec. si susseguono nuovi tipi, e poche emissioni sono ormai dedicate a questi due santi. Un testone di Paolo V (1605-21) presenta un tipo pittorico; i due santi affiancano la s. Vergine con il divin Figlio, seduta, frontale, su alta base, come si ritrova su tanti quadri dell'epoca. Urbano VIII inizia il tipo dei due santi stanti, fra i quali in alto è la colomba raggiunta cui riguardano. Innocenzo XI (1676-89) presenta uno scudo d'ar-gento con s. Pietro benedicente seduto su sgabello posto su predella: ERIT LIGATUM ET IN COELIS; la figurazione è molto decorativa, ma non simpatica. Benedetto XIV (1740-58) pone a sfondo della figura di s. Pietro l'ospedale di S. Spirito: CURABANTUR OMNES; Clemente XIII (1758-1769) su di un testone pone i due santi stanti ai lati di un tempietto a cupola, sormontato da una colomba raggiunta. Pio VI e Pio VII hanno s. Pietro con il capo raggiunto seduto sulle nubi. Pio VIII li presenta entrambi: ISTI SUNT PATRES TUI VERIQUE PASTORES. Gregorio XVI sulla doppia d'oro scrive intorno a s. Pietro, seduto in trono e benedicente: TU REM TUERE PUBLICAM. I due santi Pietro e Paolo appaiono anche protagonisti in pochi tipi episodici. Sul ducato d'oro di Paolo II (1644-71) compare s. Pietro nimbato stante (e non il Redentore, come dice Serafini) che consegna le chiavi al Pontefice inginocchiato davanti a lui con il triennio: ACCIPE CLAVES (VES) RE (GNI) CELORUM. Con somma cura è segnato il piancito del pavimento a riquadri digradanti, primo accenno di loca-lizzazione della scena che ricorda il rilievo del sarcofago di Urbano VI nella Grotta Vaticana. Con Giulio II (1593-1513) compare s. Pietro nimbato ed in ginocchio che riceve le chiavi dal Redentore stante nimbato davanti a lui: ACCIPE CLAVES REGNI CELORUM. La scena si ripete analoga con Pio V, con la leggenda PORTAE INFERI NON PREVA-LEBUNT.
A sua volta Clemente VII (1523-34) presenta l'an-gelo che trae dalla prigione s. Pietro; l'angelo, con le grandi ali abbassate, muove a destra ma si rivolge a ri-guardare Pietro che lo segue titubante e timoroso: MISIT DOMINUS ANGELUM SUM ET LIBERAVIT; allude alla libe-razione del Papa da Castel S. Angelo (dic. 1527). La scena ritorna con Gregorio XIII: SEQUERE ME. Sul testone di Innocenzo XI s. Pietro sta per entrare in un tempio, ma si rivolge per sollevare da terra un povero storpio seminudo ed implorante: QUOD HABEO TIBI DO. Sullo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700) è s. Pietro nimbato stante che con la destra levata parla alle turbe sdraiate ai suoi piedi: GRATIA VOBIS ET PAX MULTIPLICETUR; scena movimentata in cui però stona l'atteggiamento ora-torio di Pietro. Due soli tipi di Paolo V (1605-21) riguar-dano s. Paolo, e sono su due testoni. Con la leggenda MORTIFERA NON NOCEBUNT s. Paolo stante frontale nim-bato sorregge due serpenti; ai lati sono alcune figure stanti e sedute; ai suoi piedi è uno scorpione. All'essere le onde del mare vogliono localizzare la scena. Con la scritta VAS ELECTIONIS è invece raffigurata la conversione di s. Paolo, in pochi elementi essenziali ma evidentemente ispirati dal celebre quadro del Carracci, della Pinacoteca di Bologna.
Una delle raffigurazioni caratteristiche delle monete papali è la navicella di s. Pietro, NAVIS AETERNAE SALUTIS. Appare primieramente sul ducato d'oro e sul grosso d'argento di Callisto III (1455-58): MODICE FIDEI QUARE DUBITATIS. La nave ha una sagoma semilunata con la prua ornata di un acrostolo, naviga a destra sulle onde segnate da linee ondulate parallele: è sormontata da alta Croce, e s. Pietro nimbato seduto a poppa regge il timone. Il tipo accenna alla Crociata contro i Turchi. Con Sisto IV sul ducato romano è una variante significativa: s. Pietro seduto a prua tira a sé con evidente sforzo la rete pesante per la ricca pesca, mentre all'interno le acque sono un poco mosse. Questo tipo ricompare con Innocenzo VIII, Alessandro VI ecc.
Con Giulio II (1503-12) sul ducato d'oro la navicella accoglie s. Pietro e s. Paolo; ha un alto albero e la vela gonfia; s. Pietro è in atto di tirare la rete mentre s. Paolo stringe il timone a remo. Una delle ultime apparizioni di questo tipo è quella del testone di Clemente VIII: NON PREVALEBUNT. È un'edizione seicentesca del vecchio tipo con il solo s. Pietro. Una nuova edizione della nave compare sulle monete di Pio II; una grande galera di forma semicircolare, con i vari elementi paralleli e molto ornata; la sagoma della nave sulla parete frontale lascia visibile la figura del Pontefice con triennio e pivaile, seduto a poppa benedicente e con vessillo crociato. Il Papa è chino in avanti verso l'altare su cui è il calice sormon-tato dall'Ostia santa fra due candelabri: DIRIGE D (OMI) NE GRESSUS (OST) ROS. È forse il primo tipo che rifletta chia-ramente un avvenimento storico, l'intervento del Pon-tefice nella Crociata contro Maometto II. Innocenzo XI (1676-89) a sua volta raffigura Cristo raggiato stante a sinistra sulla nave con i suoi discepoli in una figurazione grandiosa sullo scudo d'argento: VENTI ET MARE OBE-DIUNT ET; qui sono rappresentati i due momenti conse-cutivi del dramma: a sinistra, dove Cristo riguarda e stende la destra, le onde sono tornate calme e sicure, mentre nella metà destra sono mosse da venti violenti che hanno travolto la vela strappata dall'albero e sommerso un buon numero di Apostoli; questi si dibattono fra le onde ed implorano il Redentore.
Ma il tema della nave nella tempesta è stato trattato più grandiosamente ed artisticamente su tre multipli d'oro eccezionali: quelli da 10 ducati di Sisto IV (1471-84); da 4 ducati di Paolo II (1464-71); da 5 ducati di Ales-sando VI (1492-1502). Il primo è il più notevole, sia per il peso sia per il fatto che è datato dal Giubileo del 1475. Al dritto, con la leggenda SIXTUS IIII PONT (IFEX) MAX (IMUS) AN (NO) IOBILEI - PETRE PASCE OVES MEAS, si vedono il Redentore e Pietro stanti in aperta campagna obreggiata da gruppi di alberi dove è un numeroso gregge; al rovescio, con la scritta DOMINE ADIUVA NOS - MODICE FIDEI QUARE DUBITATIS, è una nave con grande vela sulle onde agitate del mare; dentro sono gli Apostoli, e Paolo regge il timone. Fuori della nave fra le onde a destra Cristo appare stante sulle acque nell'atto di por-gere la destra a s. Pietro semisommerso. In alto dai due lati opposti soffiano sulla vela due teste di venti. Il mul-tiplo di Paolo II presenta al dritto, con la leggenda PAU-LUS II PONT (IFEX) MAX (IMUS) AN (NO) I - PETRE PASCE OVES MEAS (1464), il Redentore e Pietro stanti in aperta cam-pagna ove pascola un gregge; in alto è lo stemma del Papa; al rovescio con la scritta MODICE FIDEI QUARE DUBITATIS è una nave in moto verso sinistra e la stessa scena di sopra. Sul bordo della nave è l'invocazione D (OMINIS) ADIUVA NOS. Il pezzo di Alessandro VI ha al dritto la dicitura ALEXANDER VI PONT (IFEX) MAX (IMUS) BORGIA VALENT e lo stemma papale sormontato dal triennio e dalle chiavi e sorretto da due angeli che lo affiancano; al rovescio la scritta MODICE FIDEI QUARE DUBITATIS, è ancora la nave sul mare agitato, e scena come sopra.
I tre pezzi eccezionali presentano un rovescio analogo ma non identico, in cui è facilmente riconoscibile l'ispi-razione dal museico giottesco detto della navicella del portico di S. Pietro. Per il dritto si ripete su due di essi,

ampliato e arricchito di particolari, il tipo del noto ducato di Paolo II : PETRUS PASCE OVES MEAS, dove il Redentore, riconoscibile dal nimbo crucigero e dal lungo mantello, indica a s. Pietro 4 pecorelle pascolanti ai loro piedi. I due tipi, comuni a due e a tutti e tre i pezzi, mostrano una interdipendenza determinata dalla varia stilizzazione dei singoli elementi e dalla varia ricchezza dei particolari, onde risulterebbe che la cronologia dei tre pezzi non è quella dei relativi titolari, ma la seguente : Paolo II Alessandro VI - Sisto IV; fatto strano anche per il rispettivo valore artistico, comunque eccezionale per i tre multipli. Dell'elemento epigrafico resta a notare che la frase : PETRE PASCE OVES MEAS appare la prima volta sul ducato d'oro di Paolo II già citato, dove quell'in-genua figurazione senza alcuno sfoggio paesistico mostra di essere un primo tentativo di scena episodica e come tale ha tutta la freschezza di una creazione artistica originale ed ispirata dalla fede. La frase D(OMINE ADIUVA NOS comparirà poi su alcune medaglie di Clemente VIII, con la bella figurazione degli Apostoli sulla barca in pericolo per la sopravvenuta tempesta, che supplicano Cristo addormentato, tipo che deriva proprio dai multipli ora ricordati, di cui è una variante. La frase QUARE DUBITASTI verrà iscritta sul giulio di Clemente VI accanto al tipo episodico di Cristo stante sulla superficie delle acque che salva s. Pietro mezzo sommerso dalle acque stesse, che è proprio una parte della figurazione di questi pezzi multipli o medaglioni veri e propri.
4. L'arca di Noè
Figura sulla doppia d'oro e poi sul mezzo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700). Sul primo pezzo la scena è più complessa : l'arca è una costruzione a capanna rettangolare coperta da tetto a due spionetti, sorretta da una barca ovale; naviga sulle onde calme donde emerge un isolotto; da destra appare in volo verso l'arca una colomba che apporta il ramoscello di ulivo : NUNTIA PACIS. Sul mezzo scudo si vede soltanto la nave con l'arca dallo sportello aperto, che si adagia su monte emerso dalle onde pacificate : FACTUS EST IN PACIS.5. La Veronica
Sul ducato d'oro di Paolo II (1644-1471) compare una figura femminile stante frontale, velata e nimbata, che sorregge con le due mani tese davanti a sé il sudario con l'immagine del Divin Volto, riconoscibile dal nimbo crucigero : è la Veronica in uno stile rozzo e schematico e tuttavia impressionante.6. Iconografia papale
Già dal primitivo periodo della monetazione sul denarius d'argento di papa Adriano I è un busto frontale imberbe a testa nuda con corona di capelli sull'alto del capo e con manto pontificale, che deve intendersi per il busto papale.Nel ricco gruppo di emissioni a tipo monogrammatico, gli antiquiores, si inserisce un busto imberbe con capelli a corona e manto pontificale, che la leggenda circolare permette di identificare per il busto di Sergio III papa (898-900). Questo busto si alterna con quello di s. Pietro anch'esso debitamente denominato. L'esempio sarà seguito da Benedetto VI e altri. Bonifacio VIII (1294-1303) sul grosso paparino d'argento della zecca di Ponte della Sorga inserisce un altro busto mitrato frontale, con fibbia a croce e chiave obliqua nella destra; la leggenda dice : DOMINI BO(NIFACI) PAPAE. Nessun intento di realismo iconografico, ma il pontefice nei suoi paludamenti e nelle insegne della sua autorità sacra e profana. Segue il grosso d'argento di Clemente V (1305-14) della stessa zecca, con la mezza figura del papa frontale, con mitra conica, manto e fibbia, croce obliqua, benedicente; infine Giovanni XXII (1316-34) inserisce l'intera figura del papa mitrato seduto frontale in trono e benedicente. Il tipo compare a Roma con il mezzo grosso di Urbano V e i grossi di Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII ecc. La figura del papa è analoga alla figura del re dei gigliati di Roberto, Giovanna e Renato d'Angiò e poi dei reali d'oro aragonesi. Ancora Martino V ed Eugenio IV presentano lo stesso tipo papale.
Ma già con Eugenio IV prende ad un dato momento stabile dimora sulla moneta lo stemma personale del papa, e poi con Sisto IV (1471-84) su di una emissione di grossi d'argento della zecca romana fa la sua prima apparizione il vero ritratto individuo del Pontefice : un busto a sinistra, sbarbato, a testa nuda, con stolone a formai e fermaglio ovale. Il tipo iconografico è ben reso nei particolari indi-vidi, piccolo naso e piccola bocca chiusa, occhio aperto, orecchio ben disegnato; il busto interrompe in basso la leggenda circolare raggiungendo la linea esterna periferica del tondino monteale. Giulio II a sua volta pone il suo ritratto su vari nominali d'oro e d'argento; il busto è più sviluppato, volge a destra, vivo e magnifico il ritratto in tutti i suoi elementi individui. Così fanno, ma su poche emissioni, predominando lo stemma, tutti i successori con poche eccezioni (non hanno il ritratto sulle monete di Roma Paolo IV, Gregorio XV, Alessandro VII, Clemente IX). Alessandro VIII ha ritratti magnifici e realisti, a testa nuda, i baffi spioventi sulla barba appuntita; su qualche pezzo assume camauro e mozzetta. Innocenzo X sullo scudo dell'Anno Santo 1650 si presenta con tri-regno e piviale. Pio VI pone il suo ritratto su vari scudi e mezzi scudi di Roma; Pio VII su un solo scudo.
Non sono molti i tipi episodici che riguardano la figura del pontefice. Uno dei più eloquenti è quello di Leone X (1513-21) : PETRE ECCE TEMPLUM TUUM : il Papa con mitra e piviale inginocchiato, che presenta con le due mani un tempio a s. Pietro seduto in trono davanti a lui, forse uno dei progetti del Bramante o di Giuliano da S. Gallo. Clemente VII ha un tipo più significativo su di un doppio ducato d'oro, verosimilmente cono del Cellini : al diritto con la scritta : CLEMENS - UT OMNIS TERRA ADORET TE, è il Papa barbato, con tiara e piviale, inginocchiato verso destra e l'imperatore Carlo V, barbato, con corona imperiale e manto, inginocchiato a sinistra, in atto di sollevare una pesante Croce posta obliquamente fra di essi : al rovescio con la leggenda UNUS SP(IRITUS) ET UNA FIDES ERAT IN EIS, Pietro e Paolo stanti riguardanti. Questo ducato vuol commemorare la pace stipulata nel giugno 1529 fra il Papa e l'Imperatore.
Pio V è il primo pontefice che si raffigura orante e genuflesso ai piedi della Croce : ABSIT NISI IN TE GLORIARI. Il tipo verrà ripetuto da Clemente VIII. Urbano VIII su di un giulio si raffigura in ginocchio a capo scoperto davanti a s. Michele che, armato, e alato, appare tra le nubi con bilancia nella sinistra : TE MANE TE VESPERE.
Innocenzo XII (1691-1700) ha tre figurazioni episodiche; su di un largo scudo in una scena bene distribuita, con sfondo efficace e l'ambiente reso adeguatamente, appare il Papa seduto in trono sotto il baldacchino fra guardie stanti presso e dietro di lui, e fra prelati, nella assemblea dei cardinali seduti tutti in giro alla sala : LO-QUETUR PACEM GENTIBUS. La scena è data in due varianti per la sua diversa distribuzione. Su di un mezzo scudo Innocenzo XII appare in ginocchio con le braccia incrociate sul petto ed appoggiato all'inginocchiato, che riguarda in alto alla colomba raggiata apparente fra le nubi : FIAT PAX IN VIRTUTE TUA. Infine, su di un testone, il Papa, con tiara e piviale, seduto sul podio fra due cardinali ascolta l'orazione ROGATE QUAE AD PACEM SUNT che un sacerdote legge da un pulpito; accanto al lettore sono due trombettieri; è la stessa scena della medaglia di Clemente VIII (1592-1605) : IUBILEI INDICITO.

Numismatica di Roma papale - Multiplo in oro di Alessandro VI. Medagliere Vaticano.
Infine Clemente XI (1700-21) presenta su di un magnifico scudo una scena complessa designata con la frase: VOX DE THRONO; nello sfondo architettonico dell'interno della Basilica Liberiana il Pontefice seduto in trono legge l'omelia sul libro tenuto aperto da un sacerdote inginocchiatore davanti a lui, assistito da cardinali e davanti a numeroso popolo. La scena è affollata sino all'inverosimile, ma ha il carattere realistico delle cerimonie solenni.
7. I Re Magi
Compaiono una volta sola, sul pezzo d'oro da 2 ducati e mezzo di Leone X: LUX VERA IN TENEBRIS LUCET. Coronati, con il mantello sulle spalle, cavalcano verso sinistra guidati dalla stella che brilla dall'alto cui riguardano. I cavalli digradano dall'interno, sicché solo il primo è visibile per intero, mentre degli altri due si vede solo la parte posteriore. Sono tracciate soltanto sette zampe. I tre cavalieri sono uguali in altezza e nell'atteggiamento, e le loro sagome sono parallele; essi portano visibili i tre vasi delle offerte. La composizione è ingenua nella semplicità e nel parallelismo dei vari elementi, e si crede allusiva alla cometa apparsa in Europa alla fine del 1513, considerata di buon augurio per il regno del Papa.8. Il presepe
Compare tre volte nel sec. XVI. Leone X inaugura il tipo su di un mezzo giulio della zecca di Pesaro; una casetta a tempietto su tre gradini, con timpano triangolare occupa il lato sinistro: è aperta sul davanti onde emergono le teste dei due quadrupedi: in alto è una stella. Ai piedi della casetta è il Bambin Gesù adagiati sul giaciglio; davanti a lui sono la Madre e S. Giuseppe chini ed adoranti. La composizione ingenua ignora il rapporto delle dimensioni, per cui le figure umane sorpassano in altezza la casetta: AD TE PISAURUM.Una seconda volta compare il presepe sul triplice giulio di Clemente VII che commemora l'apertura dell'Anno Santo, nel giorno antecedente il Natale: HODIE SALUS FACTA EST. Il Divin Bambino è adagiato al centro sul giaciglio; su di lui convergono le teste dei due quadrupedi che sporgono da un assio; ai lati sono in adorazione la Vergine e S. Giuseppe, in alto brilla la stella. Il diametro maggiore del pezzo ed una concezione più artistica del tipo ha dettato all'artista una più logica e pure più semplice distribuzione della scena, che raggiunge nella sua semplicità grande effetto.
Sul testone di Gregorio XIII LETAMINI GENTES, forse anche questo in occasione dell'apertura dell'Anno Santo, ritorna schematicamente disegnata una analoga scena.
9. Il busto di Cristo e la figura di Cristo in tipi episodici
Dappeggiatto, con lunghi e morbidi capelli ricadenti sul collo e breve barba appuntita, il busto di Cristo compare inizialmente sullo scudo d'oro di Giulio III: VIA VERITAS ET VITA, evidentemente di mano del Rossi, di cui si ha una medaglia di Pio V firmata con lo stesso busto; il busto ritorna su un argento dello stesso Pio V: EGO SUM LUX MUNDI e poi ancora sugli scudi d'oro di Gregorio XIII e di Sisto V: BEARE SOLEO AMICOS MEOS.I tipi episodici con la figura di Cristo non sono molti. Si iniziano con Giulio II, che sul doppio giulio pone il Redentore che consegna le chiavi a S. Pietro: ACCIPE CLAVES REGNI CELORUM. Questo tipo interpreta più adeguatamente e logicamente la prima investitura della dignità e dell'autorità del papato, trasmessa da Pietro al Pontefice sulla doppia di Paolo II di cui si è detto. Il tipo pare ispirarsi al quadro del Perugino. Su di un triplice giulio d'argento di Leone X è la scena: DO VOBIS PACEM MEAM; il Redentore stante con i lunghi capelli ricadenti sulle spalle, nimbo crociato e lungo mantello, benedice gli Apostoli nimbati ed inginocchiati. La scena è ben resa e si suppone alluda al perdono elargito dal Papa ai cardinali dissidenti per lo scisma di Pisa. A Clemente VII si attribuisce il famoso doppio ducato d'oro, conosciuto soltanto da una impronta dello Scilla nella Biblioteca Vaticana: ECCE HOMO - PRO EGO UT ME DILIGERENT; Cristo stante seminudo nimbato con il mantello sugli omeri e le mani legate davanti al corpo. Si vuole che il conio sia del Cellini. Malessa e poco chiara la scena del testone di Paolo III, Cristo che parla agli Apostoli: TU AUTEM IPSI ES. Non molto migliore quella del Battesimo di Gesù del testone di Pio V: VENITE AD ME OMNES ET EGO REFICIAM VOS, Cristo nimbato stante è in atto di parlare a tre individui miseramente vestiti prosternati ed a lui imploranti; la scena è di effetto e realisticamente trattata soprattutto nei poveri supplicanti; viene poi ripetuta sul testone di Gregorio XIII. Da ricordare ancora il largo scudo d'argento di Clemente XI: VIDERUNT OCULI MEI SALUTARE TUUM, dove è il Bambin Gesù raggiunto fra le braccia di Simone, presso il quale è la Vergine Madre genuflessa e dietro di lei s. Giuseppe, un angelo alato ed un assistente. Infine sullo scudo di Innocenzo X IN VERBO TUO è il Redentore raggiato che benedice S. Pietro genuflesso davanti a lui.
10. La Vergine Madre
Paolo III (1514-49) inaugura il tipo della Vergine Madre sul giulio d'argento, con il bel gruppo di Maria a mezzo busto con il Divin Figlio: VIRGO TUA GLORIA PARTUS. Il tipo verrà ripetuto da Giulio III, Gregorio XIII e Clemente VIII, da Urbano VIII (1623-44), che lo rende più artisticamente sul giulio MONSTRA TE ESSE MATREM, e da Clemente X (1670-76) che sullo scudo d'oro SUBLIMIS INTER SIDERA presenta il gruppo sulle nubi.Poi è la Vergine con il Divin Figlio seduta frontale fra S. Pietro e S. Paolo sul testone di Paolo V (1605-21), tipo che ripete evidentemente una delle tante composizioni pittoriche che in numerose varianti si trovano nelle teie monumentali delle nostre chiese settecentesche.
Gregorio XV inaugura su vari pezzi la magnifica figurazione dell'Immacolata: SUB TUUM PRAESIDIUM; la Vergine stante sul crescente lunare posato sulle nubi a mani giunte in un ovale di fiamme con il capo in corona di stelle. Questa figurazione prevale a lungo con Urbano VIII, Innocenzo X (UNDE VENIT AUXILIUM MIHI), Alessandro VII (VIRGO CONCIPIET); con Clemente IX sulla quadrupla CANDOR LUCIS AETERNAE e con Clemente X sul testone: CUM ME LAUDARENT SINUL ASTRA MATUTINA. Una variante compare con Clemente XI sulla sua quadrupla d'oro: la Vergine insiste sul globo e presso di lei è il Divin Figlio seminudo, con il capo raggiunto, che caccia la lancia crucigera nelle fauci di un drago disteso ai loro piedi: CAUSA NOSTRAE LAETITIAE, e con Benedetto XIV: MACULA NON EST IN TE - TOTA PULCHRA ES.
Innocenzo XI a sua volta (1676-89) presenta sulla quadrupla la Vergine assunta in cielo tra le nubi, raggiante, frontale, con corona di 7 stelle intorno al capo: sotto di lei l'iride e nubi: FUNDA NOS IN PACE. Su di un'altra quadrupla e su di un testone è un tipo pittorico: la Vergine con il Divin Figlio seduto in trono, frontale, ai cui piedi sono genuflessi ed oranti s. Agostino, S. Francesco, S. Lorenzo e S. Stefano.
Clemente XI infine su di uno scudo d'argento pone la Vergine di S. Maria in Trastevere, nimbata e coronata, seduta, frontale, in trono, con Divin Figlio sulle ginocchia e con la Croce a quattro braccia nella destra. Due grandi angeli sono ritti ai lati del trono; ai piedi della Vergine è genuflesso il pontefice Innocenzo II: DILEXIT DECOREM DOMUS TUAE. La chiesa veniva infatti restaurata da Clemente XI.
11. Scene bibliche
Sono poche e si trovano sulle monete di Gregorio XIII (1562-85), Clemente X (1670-1676), Innocenzo XII (1691-1700).Gregorio XIII sul testone SIC EXALTATUS SANAT presenta al centro della scena una colonna sormontata dal drago alato, animale araldico del suo stemma; a sinistra è l'alta figura di Mosè, che lo tocca con una verga e lo addita alla folla che appare ai piedi della colonna stessa sdraiata o seduta. Su di un secondo testone: SIGNA INFIDELIBUS è la figura di Mosè, radiato ed ammantato, in ginocchio verso sinistra, che posa a terra una verga flessuosa che finisce con la figura del drago alato, e riguarda all'Eterno Padre, il cui busto emerge dalle nuvole in alto. A sua volta Clemente X (1670-76) pone sulla quadrupla d'oro e sul testone d'argento la figura ispirata di re David,
coronato e barbato, drappeggiato, seduto e suonante la cetra: NE PROICIAS ME IN TEMPORE SENECTUTIS.
Sullo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700): EGREDITUR POPULUS ET COLLIGAT, sono gli Ebrei nel deserto che raccolgono la manna. La scena, un po' trita, è animata ed interessante nella varietà degli elementi costituiti: in primo ed in secondo piano uomini, donne e bambini, sdraiati o seduti, mostrano la sorpresa gioiosa dell'evento; in secondo piano in alto a destra sono le nuvole, onde piove la manna, a sinistra altre nuvole avanzano ad oscurare il cielo; nello sfondo al centro è la veduta dell'accampamento. Su di un mezzo scudo dello stesso: PARATE VIAM DOMINI, viene presentata la scena di s. Giovanni Battista che, ritto, predica alle turbe sedute sulle pendici di un monte. La figura seminuda, poderosa ed energica, di Giovanni, che sorregge nella destra il labbro ed ha la sinistra distesa in un gesto oratorio, risalta fra la folla dei vecchi barbati ed ammantati che stanno ad ascoltare. Da ricordare ancora uno scudo di Gregorio XVI: LUMEN AD REVELATIONEM GENTIUM, con il vecchio Simeone che prende fra le braccia il Bambino presentatogli dalla Madre; accanto sono s. Giuseppe con il cesto delle due colombe e la vecchia Anna.
12. Santi e beati
Sono pochi e, con qualche eccezione, compaiono soltanto dal sec. XVII in poi, e perciò in quello stile freddo, accademico ed enfatico, che caratterizza l'arte decadente di quel periodo.Sisto V (1585-90) inaugura sullo scudo d'argento la figurazione di s. Francesco d'Assisi, che, in maniera di flessione, con le braccia distese, è in atto di ricevere le simili matte da raggi che si dipartono da un Crocifisso sospeso in alto. Davanti al Santo è tracciato un paesaggio roccioso; dietro a lui si eleva un grande albero fronzuto che lo ombreggia: IN TE SIGNUM NOSTRAE REDEMPTIONIS - IN TE SITIO; la scena, magnifica di sentimento religioso emotivo, presenta ancora nel paesaggio l'ambiente del prodigio. Su di una doppia di Clemente XI (1700-21) si trova un variante dello stesso tema: s. Francesco, in ginocchio davanti ad un piccolo Crocifisso e ad un libro posti sulla roccia, riguarda in alto con le braccia aperte ad un serafino da cui partono i raggi delle stimmate. Questa figurazione è anche più raccolta e commovente.
S. Michele viene introdotto nella tipologia in alcune varianti da Urbano VIII (1623-44) sulla quadrupla d'orologio, è armato ed alato, ora posato a terra, ora sospeso in aria, ora con lo scudo crociato e trafugge con la lancia Lucifer. Questi con ali di pipistrello, testa cornuta, viso bestiale, coda serpentina, striscia ai piedi del Santo cui tenta sfuggire: VIVIT DEUS. Altrove sugli scudi d'argento: TE MANTE VESPERE, sul piano della scena sono altri tre demoni che tentano levarsi dalle fiamme che li avvolgono. Su di un altro scudo la scena è più semplice e raccolta: il Pontefice genuflesso riguarda s. Michele che, armato, con la bilancia, compare fra le nubi in alto. Una variante più complessa compare sullo scudo di Innocenzo XII (1691-1700) dove s. Michele alato ed in volo fulmina Satana accucciato ai suoi piedi fra le fiamme.
Alessandro VII (1655-67) su di uno scudo DISPERSIT DEDIT PAPERIBUS pone s. Tommaso di Villanova (d'ultra con un'antica figurazione di s. Francesco) porta nella tipologia s. Venanzio, stante frontale, nimbato, con il vessillo crucigero ed una piccola città; poi Pio V in una scena mal costruita, presenta ancora il Santo in ginocchio davanti al Crocifisso posto sull'altare, mentre si volge indietro a riguardare un angolo che, a volo, gli presenta un drappo in cui è dipinta la battaglia di Lepanto. Innocenzo XI (1676-89) introduce s. Matteo, in due varianti, ora seduto in cattedra, ora seduto sulle nubi con il libro aperto ma riguardante ad un angolo a volo che pare gli parli. Le due varianti sono analoghe per l'atteggiamento enfatico del Santo, per la torsione esagerata del corpo, per il panneggio troppo ampio ed abbondante delle vesti, anche qui l'arte ha tradito il concetto traducendolo con enfasi e soprattutto con l'assoluta mancanza di raccogliamento e di ispirazione religiosa. Alessandro VIII presenta a sua volta s. Magno vescovo e s. Brunone anacoreta; Clemente XI s. Francesca Romana, e poi s. Clemente, che compare in due varianti: seduto sulle nuvole con la palma e l'ancora: DOMINUS ELEGIT TE HODIE; ovvero in ginocchio davanti all'angello che giace morto su un'alta roccia: DONA NOBIS PACEM; poi s. Crescentino a galoppo con elmo e corazza che trafigge il drago: infine l'angelo custode che a volo conduce per mano un bambino a cui addita il cielo raggiante tra le nubi. Clemente XII presenta s. Andrea Orsini, genuflesso, in abiti pontificali, davanti al quale è un angolo seminudo con mitra: GENUS ALTO A SANGUINE. Sul testone di Pio VIII si trova s. Esuperanzio e s. Sperandia entrambi stanti; e sul mezzo scudo di Gregorio XVI s. Romualdo in ginocchio con il Crocifisso davanti a una roccia su cui sono un teschio ed il bastone. La scena è ombreggiata da alberi.
13. Monumenti architettonici e vedute panoramiche
A parte i giuli di Leone X per la marca di Ancona, sui quali compare una figurazione in due varianti, di un tempio a cupola fiancheggiato da due campanili (forse la Basilica Vaticana) e sul rovescio il Pontefice inginocchiato che presenta a s. Pietro il tempio stesso, ma senza campanili: PETRE ECCE TEMPLUM TUUM (e lo scudo d'oro di Pio V della zecca di Avignone, con la veduta di Avignone a volo d'uccello), pare che per primo Clemente VIII (1592-1605) abbia ricorso a tipi architettonici; sul suo scudo d'oro è la facciata dell'ingresso laterale della Basilica Lateranense con ai lati due campanili, fra i quali sono i busti di s. Pietro e di s. Paolo, riguardanti: GLORIOSI PRINCIPES ROMA; si vuole commemori i lavori eseguiti dal Pontefice nella navata trasversale della Basilica. La figurazione risulta oltremodo schematica.Con Clemente X e successori i larghi scudi e i mezzi scudi d'argento forniscono all'incisore un campo più adatto a figurazioni complesse che rievocano le rispettive benemerenze in costruzioni e ricostruzioni. Clemente X (1670-76) raffigura il porto di Civitavecchia con l'arsenale e la fortezza, e nello specchio d'acqua grandi velieri: UT ABUNDETIS MAGIS; il tipo è di grande effetto e allude alla circostanza che il Papa lo ridusse a porto franco. Innocenzo XI presenta la facciata della Basilica Vaticana dominata dalla cupola: PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT. Innocenzo XII (1691-1700) il porto di Anzio: VENTI ET MARE OBEDUNT EI, a ricordo dei lavori fattivi eseguire, e sulla quadrupla d'oro del 1694 (DAT OMNIBUS AFFLUENTER) la fontana di piazza S. Maria in Trastevere, dal Papa rifatta. Clemente XI (1700-21) ha l'obelisco e la fontana di Piazza del Pantheon: FONTIS ET FORI ORNAMENTO (in altra figurazione inquadrati dai palazzi circondati per tre lati); la chiesa rotonda di S. Teodoro al Palatino: IN HONOREM S. THEODORI MAR (TIRIS); il viadotto a due piani del ponte di Civitavecchia sulla sfondo della città e del paesaggio PROSPERUM ITER PACIET - PONS CIVIT (ATIS) CASTELLANAE; la veduta panoramica di Urbino, sua città natale, con i monumenti più caratteristici e con il viadotto antistante: CIVITAS URBINI; il prospetto del Palazzo ducale di Urbino su due lati più lunghi: BESTITIUTI MAGNIFICENTIAM; il Pantheon isolato con i due campanili: DILEXI DECOREM DOMUS TUAE; il porto di Ripetta sul Tevere con la via e le chiese di S. Rocco e S. Girolamo, e in primo piano le personificazioni del Tevere e dell'Aniene sdraiati: LAETIFICAT CIVITATEM; la sagoma dei Palazzi capitolini a sfondo delle personificazioni della pittura, scultura e architettura: DIONIS VICTORIAM. Clemente XII infine, su di un mezzo scudo, pone il prospetto della chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini a Roma: DECUS PATRIAE, ecc. Più numerosi sono però i tipi architettonici effigiati sulle medaglie annuali papali.
12. Personificazioni di concetti astratt
i. Allegorie
Non sono molte e datano tutte dalla seconda metà del sec. XVI; si possono dividere in due gruppi: il primo delle personificazioni che imitano tipi classici romani; il secondo delle personificazioni create ex novo.Al primo appartengono i seguenti tipi di Giulio III (1590-55): Roma, in forma amazzonica, seduta sui sette colli con la corona nella destra protesa: OMNIA TUTAS VIDES; CONCORDIA - ALMA ROMA, figura femminile seduta davanti ad ara con patera e doppia cornucopia; MELIORE MANENT, figura femminile di Roma-Minerva galeata stante
con asta e scudo e con il piede sull'elmo. Al secondo appartengono i seguenti tipi di Gregorio XIII: AGGRECATA RELIGIO, figura femminile seduta con chiavi, che con la destra abbraccia una complessa costruzione a timpano triangolare e a cupola; NON APPARENTIUM EST FIDES, figura femminile seduta frontale con il calice e lunga Croce; NUNQUAM DEFICIENT, figura femminile stante frontale, appoggiata a lunga Croce con nella sinistra il trigramo e le chiavi; è la Chiesa; IUSTITIA RESURGENS, figura femminile frontale con spada squanata e bilancia; SEMPER OPERIBUS AUCTA, figura femminile con calice e lunga Croce; UT NON DEFICIT - NUNQUAM DEFICIENT, figura femminile stante che sorregge con la destra il trigramo e con la sinistra le chiavi.
Sisto V (1585-90), dopo aver ripetuto i vari tipi precedenti, introduce la SECURITAS PAUPERUM, figura femminile seduta davanti ad una accesa ornata delle chiavi e del trigramo, cui si appoggia una faccola accesa; riesumazione del tipo classico di SECURITAS di Nerone. Clemente VII presenta il gruppo IUSTITIA PAX DEOSCULATAE SUNT, la prima con spada e bilancia, la seconda con il ramoscello, in atto di baciarsi. Clemente X (1670-76) ha la Clementia e la liberalitas dello schema classico, ma nello stile dell'epoca, accademico e freddo: CLEM(ENTIA) MALUM MINUIT - LIB(ERALITAS) BONUM AUGET. Alessandro VIII (1689-1691) con la leggenda LEGIONE AD BELLUM SACRUM INSTRUCTA presenta una figura femminile stante con il trigramo sul capo, un tempio sulla destra, e nella sinistra l'insegna legionaria romana ma sormontata dall'aquila a due teste, che è quella dello stemma papale. Innocenzo XII (1692-1700) con COGITO COGITATIONES PACIS ha una figura femminile velata, seduta e appoggiata ad un'ara sormontata dal trigramo circondato da due rami di lauro, e riguardante ad una Croce che sorregge con la sinistra: ai suoi piedi sono sparse alcune armi; con NOVIT IUSTUS CAUSAM PAUPERUM è una figura femminile seduta, la Caritas, con bimbo al seno ed altri due ai lati, reminiscenza della Pietas tarda romana; con OPUS IUSTITIAE PAX è una figura femminile stante frontale seminuda con ramoscello nella destra levata e il braccio sinistro appoggiato a uno spadone; infine con EGENO ET PAUPERI ha un'analoga figura femminile drappeggiata con fiamma sul capo, che vuota a terra la cornucopia, con gesto teatrale del prototipo romano di uberitas.
Clemente XI (1700-21) sulla quadrupla e sul testone A DEO ET PRO DEO, pone una figura femminile drappeggiata, stante, frontale, con bambino fra le braccia e due genietti nudi stanti ai suoi fianchi che versano a terra il contenuto di due cornucopie. Clemente XII con FEOEUS EST INTER ME ET TE presenta la giustizia e l'abbondanza sedute che si stringono le destre. Benedetto XIV ha il tipo della Chiesa seduta sulle nubi con il capo raggiunto e nelle mani le chiavi ed un tempietto. Clemente XIII ne dà una variante con il pezzo SUPRA FIRMAM PETRAM, fino ripetuto da Clemente XIV: FIAT PAX IN VIRTUTE TUA, e da Pio VI: AUXILIUM DE SANCTO, mentre Leone XII ha la Chiesa seduta in trono con lunga Croce, con calice ed asta: SUPRA FIRMAM PETRAM - POPULIS EXPIATIS. È facile constatare da questa breve rassegna che tutte le personificazioni ripetono tipi statuari cari all'arte accademica del Settecento ed Ottocento italiani.
14. Varia
Ancora da ricordare brevemente tipi di vario genere che non rientrano nelle categorie sinora considerate.Con Leone X (1513-21) si ha la bella figurazione di reminiscenza classica e allusiva al suo nome ed alla sua casa, del leone andante che posa la zampa destra su di un globo; sovente su di lui vola una Vittoria in atto di incoronarlo. Sul testone di Paolo III: APTO PRAECURRE FLEXU è un auriga nella quadriga al galoppo, anche d'ispirazione classica. Giulio III (1550-55) scrive PROVIDENTIA attorno ad una quadrata ornata di patera e di litio, riesumazione di un tipo romano noto e comune. Clemente VIII (1592-1605) introduce sullo scudo d'oro la colomba posata a terra con le ali levate: UNA EST COLUMBA MEA. Alessandro VII (1655-67) pone sul testone NEC CITRA NEC ULTRA un braccio che sostiene nella mano una bilancia; e poi sulla quadrupla HAEC AUTEM QUAE
PARASTI CUIUS ERUNT un cassone ferrato con il coperchio sollevato nel quale sono sacchi di monete; sul giulio CRESCENTEM SEQUITUR CURA PECUNIAM un tavolo ricoperto di un tappeto su cui è un grosso mucchio di monete. Un tipo analogo compare sul testone di Clemente XI: IMPERAT AUT SERVIT. Alessandro VIII (1689-91) sulla quadrupla RE FRUMENTARIA RESTITUTA ha due buoi aggiunti all'aratro in moto a destra, il tutto inquadrato fra due spighe alte, con una figurazione bella e suggestiva di vita campestre. Sulla doppia VECTIGALIBUS REMISSIS pone una grande ara inghirlandata su cui giacciono due pecore che sorreggono fra le fauci una grande corona vittata; tipo decorativo e freddo. Sullo scudo SPLENDET A MAIESTATE EIUS Clemente IX (1667-69) pone la cattedra di S. Pietro, che ripete la sagoma della sedia d'avorio ora contenuta nella custodia del Bernini. Quest'ultima compare poi sullo scudo d'argento di Innocenzo XII: SEDEBIT IN PULCHRITUDINE PACIS. Accanto ad un manipolo di spighe su di uno scudo d'oro Innocenzo XII (1691-1700) scrive DET DEUS DE COELO, e presso il girasole di un altro scudo: TRAHME ME POST TE; accanto al pellicano che si apre con il becco il petto: NON SIBI SED ALIIS; e presso l'aquila accovacciata sui tre aquilotti TEGIT ET PROTEGIT: infine su di un giulio con un bombardiere stante presso il cannone che spara: BELLUM CONTERAM DE TERRA. Clemente XI (1700-21) sullo scudo d'oro: CONFREGIT POTENTIAS ARCUUM pone un arco teso spezzato con il dardo incoccato; su altro scudo FIAT PAX è un albero di ulivo; e con FIXA MANEBIT è l'ancora posata verticalmente sulla superficie del mare in burrasca; sul mezzo scudo d'oro UMBRA IN LUCEM, è un astro raggiante in alto sopra il mare agitato. Innocenzo XIII ha una figurazione ispirata alla vita campestre sul mezzo scudo d'argento cum EXULTATIONE: un campo ricco di biade mature; sullo sfondo una figura seminuda maschile si allontana con il covone tra le braccia; al centro in primo piano altra figura seminuda miete con la falce le spighe mature mentre ai suoi piedi sono covoni legati. Pio VI infine accoppia a S. Pietro sulle nubi (APOSTOLORUM PRINCIPES) un giglio con vari fiori aperti: FLORET IN DOMO DOMINI.
15. I cartigli iscritti
Pare che sia stato Alessandro VII Chigi (1655-67) ad iniziare l'uso di apporre sulle sue doppie d'oro quelle leggende così significative e piene del più alto insegnamento cristiano-morale, che soprattutto tendono a moralizzare l'uso della moneta e della ricchezza in generale. Queste leggende costituirono, poco dopo, il tema preferito delle monete, il tipo epigrafico dovuto a calligrafi veri e propri, che vennero sostituendosi all'artista incisore del conio, onde la moneta, perduto l'intreccio artistico, assume quello di mezzo di moralizzazione della società. Questo tipo, costituito da un'epigrafe che assomma e riassume un pensiero ed un insegnamento, è contenuto solitamente in una corona o più spesso in un cartiglio, che assume le sagome più varie, dettate da spiriti innovatori. D'altronde già gli estremi papali avevano modificato la sagoma periferica quasi ad ogni emissione.Alessandro VII (1655-67) sull doppio ducato d'oro scrive in un cartiglio in 4 righe, fra due rame di lauro, NON EX TRISTITIA AUT EX NECESSITATE, e sul grosso e mezzo grosso d'argento HILAREM DATOREM DILIGIT DEUS - TEMPERATO SPLENDET USU. Innocenzo XI (1676-89) impone già numerose iscrizioni sulle quadruple, sulle doppie, sullo scudo d'oro e sugli scudi e mezzi scudi d'argento, sui numerosissimi testoni e sui giuli. Innocenzo XII (1691-1700) iscrive sui testoni e sui giuli: NOLI AMARE NE PERDAS - NON SIT TECUM IN PERDITIONEM - PRAECUCUPAEUS FACIEM EIUS - TAMQUAM LUTUM AESTIMABITUR - QUI MISERETUR BEATUS ERIT - ROGATE EA QUAE AD PACEM SUNT - ELEVAT PAUPEREM - NE OBLIVISCARIS PAUPERUM - PECCAA ELEMOSYNIS REDIME - QUI VIDET TE REDDET TIBI - DA PAUPERI. Clemente XI (1700-21) ha numerose esortazioni sulle doppie, sugli scudi d'oro e sugli scudi, tutte riguardanti l'uso e l'abuso della moneta, la fame dell'oro e suoi danni, il dovere di aiutare i poveri e di evolvere la ricchezza in buone opere. Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII, Benedetto XIV e Clemente XIII ne adottano altre ancora analoghe nel significato.
16. Sede vacante e Anno Santo
La serie delle sedi vacanti è costituita dalle monete coniate a Roma e in qualche zecca locale p.pale durante gli intervalli fra la morte di un papa e la nomina del successore, a cominciare dalla vacanza del 1521. Sono serie costituite da pochi pezzi, solitamente d'argento, più o meno rari secondo la durata della vacanza. Al diritto di ogni pezzo è lo stemma del cardinale camerlengo sormontato dalle chiavi legate, incrociate, e dal padiglione; sul rovescio sono tipi di solito imitati dal periodo immediatamente precedente. Le serie più numerose sono quelle della sede vacante del 1655, durata tre mesi, per la quale sono state coniate quadruple e doppie d'oro, scudi, testoni, giuli, ecc. d'argento; quelle del 1677 per la quale si hanno scudi d'oro e d'argento, testoni e giuli; quelle del 1669 (quadruple, doppie, scudi d'oro, e quasi tutti i nominali d'argento); del 1689 (quadruple d'oro, scudi e testoni d'argento), e così via. Della sede vacante del 1730 in poi si hanno zecchini d'oro, scudi d'argento ecc.La serie degli Anni Santi, dopo l'istituzione nel 1500 da parte di Alessandro VI, della Porta Santa, o aurea, presenta tra i tipi più frequenti le cerimonie allora iniziate dall'apertura o della chiusura della Porta. Le monete più comuni recano di solito la data con la leggenda ANNO IMBELLE, e il tipo della Porta Santa, chiusa, variamente ornata della Croce, del sudario, di angeli ecc., laddove i tipi episodi che raffigurano le cerimonie sono stati riservati sia alle medaglie sia ai grandi scudi d'argento. Grandi quantità di monete vennero in tali occasioni coniate in vari metalli e in tutti i nominali, da ogni pontefice; così Clemente VI (1525) coniò un pezzo da 10 ducati d'oro, il triplice giulio ecc.; Giulio III (1550) scudi d'oro, testoni, giuli, grossi ecc. in argento; Gregorio XIII (1575), e Clemente VII (1600), solo argento; Urbano VIII (1625), Innocenzo X, Clemente X ecc. scudi e doppie d'oro, scudi d'argento ecc.; e così i successori fino a Pio VI (1775) che coniò soltanto il giulio e il grosso d'argento. — Vedi tavv. CXXVII CXXVIII.