NUMISMATICA DI ROMA PAPALE

NUMISMATICA DI ROMA PAPALE. - Nel quadro della moneta della penisola italica dalla caduta dell'Impero romano sino ai nostri giorni, la moneta di Roma papale costituisce uno dei gruppi di più lunga durata, più ricchi di emissioni, più vari di pezzi e più interessanti, sotto ogni punto di vista, di quante serie sono state coniate in Italia.

I. METALLI E LEGHE

La moneta di Roma papale fu coniata nei metalli e nelle leghe adoperati nel contempo dalle altre zecche italiane ed estere (oro, argento, mistura, bronzo), a seconda dei periodi e delle serie monetali stesse.

1. Oro

Pare che il Senato di Roma ca. il 1350 abbia istituito il ducato o fiorino romano (imitato dallo zecchino veneto), la cui emissione veniva un secolo dopo definitivamente sospesa da Eugenio IV (1431-47) per sostituirvi il suo ducato, che inizia la vera e propria serie aurea papale di Roma. Ma già prima il papa Giovanni XXII, nel 1323 ca., aveva coniato nella zecca di Ponte della Sorga il primo fiorino d'oro di imitazione fiorentina, la cui emissione continuò sotto i suoi immediati successori Clemente VI, Urbano V, ecc. Paolo II (1464-72) accanto al ducato papale coniò il fiorino o ducato di camera, che venne sostituito da Paolo II (1534-49) con gli scudi d'oro. Con Alessandro VI (1472-1503) fece la prima apparizione il doppio ducato di camera, coniato ancora da Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III. Con Paolo V (1605-21) si ebbero doppie e quadruple d'oro, coniate insieme allo scudo da Clemente IX e X, Innocenzo XI, Alessandro VIII e Clemente XI. Con Benedetto XIII (1724-30) si aggiunsero il doppio zecchino, lo zecchino, il mezzo ed il quarto di zecchino.

La Repubblica romana (1798-99) e l'occupazione napoleonica (1799-1800) non coniarono oro. Napoleone invece coniò il pezzo da 20 franchi. Con Pio VII (1800-22) riprese la serie delle doppie. Gregorio XVI coniò pezzi da 10 scudi, 5 scudi, 2 scudi e mezzo, e 2 scudi; infine dal 1866 al 1870 la seconda monetazione di Pio IX, a sistema decimale, comprese i pezzi d'oro da L. 100, 50, 20, 10, 5.

2. Argento. - D'argento è la prima monetazione di Roma papale, rappresentata dai denari di Adriano I (772-795 d. C.), cui segue la serie dei cosiddetti antiquiores, monete d'argento che accoppiano al nome del papa quello dell'imperatore contemporaneamente regnante; essi presentano le sigle dei nomi da Stefano V a Benedetto VII, accoppiati alla sigla dei nomi degli imperatori da Ludovico I a Ottone III. Dopo una carenza di ca. due secoli, con Celestino V ricomincia a Roma l'emissione dell'argento, ma a nome del Senato romano (1184-1439); sono i grossi e i mezzi grossi prima anonimi, poi con i nomi dei senatori romani Brancaleone di Andalò e Carlo I d'Angiò, poi con gli stemmi delle famiglie Caetani, Orsini, Colonna, Savelli, Annibaldi, Stefaneschi, con i quali si giunge ca. alla metà del sec. XIV. Nel contempo sono coniati i cosiddetti sampierini anonimi del Senato romano. Durante la parentesi dell'esilio avignonese, da Bonifacio VIII ad Urbano V, coniarono in Italia, al nome del pontefice, le zecche di Ponte della Sorga, Viterbo, Macerata, e forse anche Parma; ed in Francia Avignone. L'attività della zecca di Roma riprese con Urbano V, con i mezzi grossi e bolognini di argento, che continuarono a Roma con Gregorio XI, Bonifacio XIX, e Gregorio XII; l'emissione di questa moneta si regolarizzò con Martino V Colonna, Eugenio IV ecc. Giulio II coniò i giuli; Leone X anche il triplice ed il doppio giulio; Paolo III il testone, il paolo e il mezzo paolo; Sisto V la piastra.

Scudi e testoni rappresentarono da Urbano VIII a Gregorio XVI, con nominali inferiori, la coniazione dell'argento. La prima Repubblica e l'occupazione napoleonica coniarono scudi e mezzi scudi, e Napoleone, imperatore e re d'Italia, il franco e il pezzo da cinque franchi. La prima monetazione di Pio IX (1846-66) è costituita da scudi, mezzi scudi, doppi giuli e giuli; e la seconda (1866-1870) da pezzi da 5 lire e nominali inferiori.

3. Mistura-rame. - A cominciare dai provisini del Senato romano (1184-1439 ca.) buona quantità della moneta divisionaria di Roma, di minimo valore reale ed a corso eminentemente forzoso, è stata coniata in mistura, una lega varia di argento e rame. Così i denari o cinque, i piccioli del Senato romano della zecca di Roma (croceleone), i denari provisini del Senato romano (1184-1250; 1300-1404); i piccioli di Benedetto XI, di Giovanni XXII, Benedetto XII, di zecche locali; i doppi denari e gli oboli di Urbano V; i piccioli di Niccolò V, Calisto III, Pio II, Paolo II; e ancora i quattrini di Leone X, Clemente VII, Paolo III ecc.; le muraiole di Alessandro VIII, i pezzi da 4 baiocchi, da 2 baiocchi e il baiocco di Clemente XII, Benedetto XIV ecc.; i carlini e le muraiole di Clemente XIV, i pezzi da 60 baiocchi, 25 baiocchi ed il baiocco di Pio VI.
Il rame servì preferibilmente per i nominali inferiori delle zecche papali locali, attive soprattutto nei secc. XVII e XVIII, a cominciare dal doppio quattrino di Alessandro VI al mezzo baiocco di Paolo V. Paolo V, Gregorio XV, Urbano VIII, Alessandro VII; i quattrini e i mezzi baiocchi coniati da quasi tutti i successori, sino alle madonnine da cinque baiocchi e i sampierini da 2 baiocchi e mezzo ed i baiocchi di Pio VI e VII, Gregorio XVI e Pio IX.

II. ZECCHE PAPALI LOCALI

Oltre alla zecca di Roma altre hanno funzionato nello Stato pontificio in numero vario, più o meno attivamente, ed anche saltuariamente a seconda dei periodi.

Già nei secc. XIII e XIV si trovano monete di Viterbo «Patrimonium beati Petri», e nel periodo della cattività avignonese, oltre Avignone, Ponte della Sorga, e poi Macerata, Parma, Bologna.

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NUMISMATICA DI ROMA PAPALE - Zecchino romano di tipo veneziano - Medagliere Vaticano.
(fot. Enc. Catt.)
Avignone è la zecca che ha coniato una serie quasi ininterrotta di emissioni a cominciare da Bonifacio IX (1389-1404) per tutto il sec. XV e XVI sino almeno ad Alessandro VII, e poi sotto Innocenzo XII (1691-1700). Più a lungo ancora ed in una ricca serie ininterrotta, nei tre metalli, ha coniato Bologna dal sec. XIII a Pio IX. Attive già nel sec. XV erano Fermo, Foligno, Ascoli, Spoleto, Ancona e Macerata (Paolo II), Recanati (Niccolò V), cui si aggiunsero con Giulio II Perugia, e con Leone X Pesaro, Ravenna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio, Camerino, Fabriano ecc. Con Alessandro VI e Giulio II si contano almeno 9 e poi 7 zecche funzionanti, con Leone X 14, con Clemente VIII 4; da Paolo V sino ad Alessandro VII pare ne siano attive soltanto più 3 (Ferrara, Bologna, Avignone); da Innocenzo XI a Clemente XII solo più 2 (Bologna e Ferrara); con Clemente XIV saltuariamente anche Gubbio e Ravenna; poi con Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX, solo Bologna. Con Pio VI il rame è coniato al nome di almeno diciotto città. Con Pio VII resta attiva solo Roma.

III. TIPOLOGIA GENERALE

L'andamento e lo sviluppo della tipologia dell'enorme congerie di monete nei tre metalli, coniate dalla zecca di Roma papale per almeno 13 secoli e che ebbero corso per altrettanto tempo sulla penisola, seguono solo in minima parte le direttive generali della tipologia delle altre maggiori serie italiane.

Il primo periodo esprime i tentativi di una monetazione argentea autonoma che vuole adeguarsi alla moneta corrente dei paesi più o meno viciniori, tutti sotto l'influenza del denaro carolingio o della moneta bizantina. Sono i denari d'argento di Adriano I (772-95) che imitano stranamente il soldo d'oro beneventano di ispirazione bizantina. Poi i denari a tipo monogrammatico che accoppiano il nome (in sigla) dell'imperatore con quello del pontefice regnante: i cosiddetti antiquiores, una serie a parte non bene definita né storicamente né politicamente, ma che è testimone di un abbinamento sullo stesso piano dei due poteri. La serie comprende il periodo ed i nomi di almeno 36 pontefici e almeno 15 imperatori e re, da Leone III e Carlomagno (795-816; 801-14), e si continua saltuariamente senza e con il nome dell'imperatore, sino a Leone IX (1048-54). Poi è la grande parentesi delle monete cosiddette senatoriali (ca. 1184-1439), emanazione del governo civico senatoriale di Roma, rappresentate dai provisini di mistura e di imitazione straniera, dai grossi con stemmi senatoriali e con i tipi del leone passante di ispirazione guelfa e della Roma seduta in trono derivata dal tipo della bassa romanità, ed infine dagli zecchini d'oro di imitazione veneziana. Il periodo della cattività avignonese è contrassegnato dai grossi d'argento con il papa mitrato, benedicente, seduto frontale in trono, di ispirazione angioina, coniati da varie zecche papali in Italia e fuori, e dai bolognini d'argento con il busto frontale del papa mitrato, dove la leggenda DE ROMA URBI O IN ROMA URBI ne determina senza equivoci la zecca romana.

Segue il periodo di transizione più accentuato che va dal ritorno di Urbano V (1362-71) in Roma sino alla riforma di Eugenio IV (1431-47), il cui ricco gruppo di monete presenta ancora il tipo, che può denominarsi

avignonese, del papa seduto frontale in trono con tiara e piviale benedicente, cui è accoppiato il tipo delle due chiavi legate, simbolo di s. Pietro e della sua potestà nel regno dei cieli. Tale periodo si denomina anche di conciliazione fra le due autorità, la papale e quella senatoriale o del popolo di Roma. Con Eugenio IV la moneta assume finalmente carattere esclusivamente papale; lo stemma del pontefice o della sua famiglia, sinora imposto sulla moneta soltanto quale accessorio del tipo del rovescio (di solito le due chiavi decussate e legate), diventa il tipo vero e proprio della moneta stessa, cui viene abbinata la figura di s. Pietro o di s. Paolo, o di entrambi, stanti, frontali, con i relativi accessori. La stessa tipologia presentano i papi successivi Niccolò V, Callisto III, Paolo II, ecc. mentre si insinua il nuovo tipo della navicella di s. Pietro e qualche scena episodica. Con Giulio II compare sulla moneta il primo ritratto del papa regnante, che si presenterà costantemente per ciascuno dei suoi successori, se pure soltanto sulle emissioni più importanti e significative. Con Leone X più numerosi si inseriscono i tipi episodici e qualche tipo emblematico, con Giulio II le prime personificazioni (Roma-Concordia). Paolo III presenta s. Pietro con triregno seduto in cattedra. Sisto V inizia, con s. Francesco, la non ricca serie dei santi. Con Clemente VIII, Paolo V, ecc. i grossi scudi d'argento permettono figurazioni sempre più complesse e movimentate, scene varie con sfondi architettonici, vedute panoramiche, monumenti ecc. Con Innocenzo XI comincia a predominare sulle monete il tipo epigrafico che viene largamente sfruttato dai successori per tutto il sec. XVIII; anche il rame abbondantemente coniato con Benedetto XIV porta iscritto in corona o in cartiglio la denominazione del nominale che esso rappresenta (1 baiocco romano, mezzo baiocco ecc.). A pochi tipi, i più comuni, si limita la tipologia dei papi del sec. XVIII; già scarsa per Innocenzo XIII, Benedetto XII ecc., povera per i lunghi regni di Benedetto XIV e Pio VI, si esaurisce nel sec. XIX con Pio VII, Leone XII e Pio IX.
Poco si può dire dell'arte dell'incisione monetale e dell'evoluzione stilistica, che sulla moneta si sorprendono soltanto nelle loro linee generali e in una espressione ridotta ai minimi termini. Nell'alto medioevo la moneta rispecchia in tipi di imitazione l'ambiente artistico dove nasce, in ogni suo elemento formale, cioè nel trattamento dei tipi a punti ed a linee, nel più assoluto schematismo, nella fissità frontale delle figure, nella rigidità degli atteggiamenti, nella completa mancanza di espressione e di individualità, onde solo dagli accessori e dalle leggende si riesce ad individuarli.

Ma, oltrepassato il millennio ed inoltratici nel basso medioevo italiano, a poco a poco la posizione frontale del corpo umano viene attenuata dal leggero movimento laterale del capo; si accentua la corporeità delle figure, le braccia si distaccano dal corpo, le gambe assumono diversa posizione per accennare ad un movimento, per determinare una ponderazione più normale, il panneggio si ammorbidisce in pieghe dove luci ed ombre tornano ad insinuarsi ed a sottolineare le forme; quindi tutta la figura sembra muoversi in una azione, ed assume atteggiamenti sempre più naturali e rispondenti alla concezione dell'artista incisore cinquecentesco. Infine vengono sottolineati i particolari dell'ambiente stesso, le onde del mare sotto la nave, il pavimento sotto le figure della scena ecc. Quando poi, nei sec. XVI, XVII e XVIII, il diametro del largo scudo d'argento lo permette, torna a prevalere ed a dominare la legge delle proporzioni, con una raffigurazione di scene realistiche, e di genere vario, nei più vari ambienti, con ricchi particolari ambientali: chiese e palazzi, fontane, ponti e viadotti, sfondi e vedute panoramiche ecc. Poi il Seicento avanzato si rispecchia sulla moneta, dove l'esagerazione muta le qualità del precedente periodo in altrettanti difetti, nell'enfasi, nello sforzo, nella complessità, e sbocca nell'accademico e nella decadenza più accentuati.

Il piccolo disco della moneta, di qualsiasi metallo, non rivela quasi mai il nome dell'incisore, il quale all'incontro sovente firma la sua produzione medaglistica, in quanto sulla medaglia di più largo diametro, prima fusa e poi

coniata, può sfoggiare tutta la sua arte con le maggiori finezze. Delle sigle che si rinvengono sulle monete nessuna si è potuta assegnare, con qualche sicurezza, all'incisore del conio; sono degli zecchieri e più sovente degli appaltatori della zecca, e costituiscono un elemento di controllo della produzione per uso interno della amministrazione della moneta. Il Martinori parla di un Corbolini, di un Piermaria da Pescia (sotto Giulio II), di un Serbaldi (sotto Alessandro VI), di un Orfini (sotto Sisto IV), cui si attribuiscono ipoteticamente, e senza alcuna prova, i coni dei famosi multipli aurei di questo periodo; si sa del Cellini che deve aver lavorato a vari coni di Clemente VII e Paolo III; si parla anche di un Caradosso e di un Camelio che lavorarono sotto Leone X e firmarono le medaglie dell'epoca, ma circa la moneta papale tutto resta ipotetico, seppur verosimile, anche quando si voglia riconoscere dallo stile almeno una minima parte della loro rispettiva produzione monetale.

IV. TIPI PARTICOLARI

1. S. Pietro; s. Pietro e s. Paolo. — Con il primitivo gruppo di emissioni romane si trovano già iniziate le varie serie tipologiche. Da ricordare i denari d'argento di papa Adriano I (772-95) che imitano il soldo d'oro beneventano non solo nei tipi ma anche nell'arte sommaria, schematica, dove la figura umana è ridotta ad una parvenza, ad un fantasma nella sua frontalità, e sul rovescio è una croce latina su due gradini.

Dall'800 ca. in poi è la serie dei denari d'argento a tipo monogrammatico già ricordati, dove la grafia delle lettere è curata; proprio su questa serie compare un busto che viene denominato di s. Pietro dall'epigrafe che si distende verticalmente ai lati di esso, all'uso bizantino. Pare che l'inaugurazione di questo tipo umano, rozzo, schematico, frontale, a linee e punti, risalga a Giovanni VIII (872-82); con Sergio III (905-11) il busto assume la mitra conica, e si alterna con un secondo busto da intendersi per quello del papa. Agapito II (946-55) pone in mano a s. Pietro le chiavi, oltre la Croce. Al secondo periodo della monetazione medievale romana risalgono i cosiddetti sampierini anonimi del Senato romano, che presentano già i due busti frontali, nimbati, di s. Pietro e di s. Paolo, sulle due facce della moneta. Sui ducati d'oro di tipo veneto s. Pietro stante consegna il vessillo al senatore romano inginocchiato: S. PETRUS SENATOR URBIS; mentre sull'altra faccia è la figura del Cristo nimbato e benedicente: ROMA CAPUT MUNDI SPQR. Eugenio IV infine, mentre pone s. Pietro stante sul ducato d'oro, accoppia s. Pietro e s. Paolo sul grosso d'argento. Da questo momento, con Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II ecc. ritornano costantemente i due santi stanti frontali, bene riconoscibili dagli attributi (spada e libro per s. Paolo, chiavi e libro per s. Pietro). Con Giulio II essi cominciano a variare l'atteggiamento, ora sembrano a colloquio, ora si baciano; ora è solo s. Pietro seduto, ora sono i due busti. Significative le leggende: ECCLESIAE FUNDATORI, per s. Pietro; DOCTOR GENTIUM, per s. Paolo; LUMINARIA VERAE FIDEI - ROMANI PRINCIPES - FUNDATORES ROMANAE ECCLESIAE attorno ad entrambi. Paolo III predilige ed esalta la figura di s. Paolo VAS ELECTIONIS, cui dà pose marziali, mentre s. Pietro appare seduto in atto di leggere sul suo libro aperto. Con Paolo IV anche s. Paolo

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NUMISMATICA DI ROMA PAPALE — Multiplo in oro di Paolo II. Medagliere Vaticano.
(fot. Enc. Catt.)
appare stante con il libro aperto. Gregorio XIII (1572-85) presenta s. Pietro nimbato e stante con il piede su di una pietra e con il libro aperto appoggiato sul ginocchio su cui riguarda: ET SUPER HANC PETRAM; la figurazione è enfatica.

Con la fine del XVI sec. si susseguono nuovi tipi, e poche emissioni sono ormai dedicate a questi due santi. Un testone di Paolo V (1605-21) presenta un tipo pittorico; i due santi affiancano la s. Vergine con il divin Figlio, seduta, frontale, su alta base, come si ritrova su tanti quadri dell'epoca. Urbano VIII inizia il tipo dei due santi stanti, fra i quali in alto è la colomba raggiata cui riguardano. Innocenzo XI (1676-89) presenta uno scudo d'argento con s. Pietro benedicente seduto su sgabello posto su predella: ERIT LIGATUM ET IN COELIS; la figurazione è molto decorativa, ma non simpatica. Benedetto XIV (1740-58) pone a sfondo della figura di s. Pietro l'ospedale di S. Spirito: CURABANTUR OMNES; Clemente XIII (1758-1769) su di un testone pone i due santi stanti ai lati di un tempietto a cupola, sormontato da una colomba raggiata. Pio VI e Pio VII hanno s. Pietro con il capo raggiato seduto sulle nubi. Pio VIII li presenta entrambi: ISTI SUSET PATRES TUI VERIQUE PASTORES. Gregorio XVI sulla doppia d'oro scrive intorno a s. Pietro, seduto in trono e benedicente: TU REM TUERE PUBLICAM. I due santi Pietro e Paolo appaiono anche protagonisti in pochi tipi episodici. Sul ducato d'oro di Paolo II (1464-71) compare s. Pietro nimbato stante (e non il Redentore, come dice Serafini) che consegna le chiavi al Pontefice inginocchiato davanti a lui con il triregno: ACCIPE CLA(VE) RE(GNI) CELOR(UM). Con somma cura è segnato il piancito del pavimento a riquadri digradanti, primo accenno di localizzazione della scena che ricorda il rilievo del sarcofago di Urbano VI nella Grotta Vaticana. Con Giulio II (1503-1513) compare s. Pietro nimbato ed in ginocchio che riceve le chiavi dal Redentore stante nimbato davanti a lui: ACCIPE CLAVES REGNI CELORUM. La scena si ripete analoga con Pio V, con la leggenda PORTAE INFERI NON PREVALEBUNT.

A sua volta Clemente VII (1523-34) presenta l'angelo che trae dalla prigione s. Pietro; l'angelo, con le grandi ali abbassate, muove a destra ma si rivolge a riguardare Pietro che lo segue titubante e timoroso: MEIST DOMINUS ANGELUM BUDA ET LIB(ERAVIT); allude alla liberazione del Papa da Castel S. Angelo (dic. 1527). La scena ritorna con Gregorio XIII: SEQUERE ME. Sul testone di Innocenzo XI s. Pietro sta per entrare in un tempio, ma si rivolge per sollevare da terra un povero storpio seminudo ed implorante: QUOD HABEO TIBI DO. Sullo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700) è s. Pietro nimbato stante che con la destra levata parla alle turbe sdraiate ai suoi piedi: GRATIA VOBIS ET PAX MULTIPLICETUR; scena movimentata in cui però stona l'atteggiamento oratorio di Pietro. Due soli tipi di Paolo V (1605-21) riguardano s. Paolo, e sono su due testoni. Con la leggenda MORTIFERA NON NOCEBUNT s. Paolo stante frontale nimbato sorregge due serpenti; ai lati sono alcune figure stanti e sedute; ai suoi piedi è uno scorpione. All'esergo le onde del mare vogliono localizzare la scena. Con la scritta VAS ELECTIONIS è invece raffigurata la conversione di s. Paolo, in pochi elementi essenziali ma evidentemente ispirati dal celebre quadro del Carracci, della Pinacoteca di Bologna.

Una delle raffigurazioni caratteristiche delle monete papali è la navicella di s. Pietro, NAVIS AETERNAE SALUTIS. Appare primieramente sul ducato d'oro e sul grosso d'argento di Callisto III (1455-58): MODICE FIDEI QUARE DUBITATIS. La nave ha una sagoma semilunata con la prua ornata di un acrostolio, naviga a destra sulle onde segnate da linee ondulate parallele: è sormontata da alta Croce, e s. Pietro nimbato seduto a poppa regge il timone. Il tipo accenna alla Crociata contro i Turchi. Con Sisto IV sul ducato romano è una variante significativa: s. Pietro seduto a prua tira a sé con evidente sforzo la rete pesante per la ricca pesca, mentre all'intorno le acque sono un poco mosse. Questo tipo ricompare con Innocenzo VIII, Alessandro VI ecc.

Con Giulio II (1503-12) sul ducato d'oro la navicella

accoglie s. Pietro e s. Paolo; ha un alto albero e la vela gonfia; s. Pietro è in atto di tirare la rete mentre s. Paolo stringe il timone a remo. Una delle ultime apparizioni di questo tipo è quella del testone di Clemente VIII: NON PREVALEBUNT. È un'edizione seicentesca del vecchio tipo con il solo s. Pietro. Una nuova edizione della nave compare sulle monete di Pio II; una grande galera di forma semicircolare, con i vari elementi paralleli e molto ornata; la sagoma della nave sulla parete frontale lascia visibile la figura del Pontefice con triregno e piviale, seduto a poppa benedicente e con vessillo crociato. Il Papa è chino in avanti verso l'altare su cui è il calice sormontato dall'Ostia santa fra due candelabri: DIRIGE D(OMINE) OBESSUS N(OST)ROS. È forse il primo tipo che rifletta chiaramente un avvenimento storico, l'intervento del Pontefice nella Crociata contro Maometto II. Innocenzo XI (1676-89) a sua volta raffigura Cristo raggiato stante a sinistra sulla nave con i suoi discepoli in una figurazione grandiosa sullo scudo d'argento: VENTI ET MARE OBEDIUNT EI; qui sono rappresentati i due momenti consecutivi del dramma: a sinistra, dove Cristo riguarda e stende la destra, le onde sono tornate calme e sicure, mentre nella metà destra sono mosse da venti violenti che hanno travolto la vela strappata dall'albero e sommerso un buon numero di Apostoli; questi si dibattono fra le onde ed implorano il Redentore.

Ma il tema della nave nella tempesta è stato trattato più grandiosamente ed artisticamente su tre multipli d'oro eccezionali: quelli da 10 ducati di Sisto IV (1471-84); da 4 ducati di Paolo II (1464-71); da 5 ducati di Alessandro VI (1492-1502). Il primo è il più notevole, sia per il peso sia per il fatto che è datato dal Giubileo del 1475. Al dritto, con la leggenda BIXTUS IIII PONT(IFEX) MAX(IMUS) AN(NO) IOBILEI - PETRE PASCE OVES MEAS, si vedono il Redentore e Pietro stanti in aperta campagna ombreggiata da gruppi di alberi dove è un numeroso gregge; al rovescio, con la scritta DOMINE ADIUNA NOS - MODICE FIDEI QUARE DUBITASTI, è una nave con grande vela sulle onde agitate del mare; dentro sono gli Apostoli, e Paolo regge il timone. Fuori della nave fra le onde a destra Cristo appare stante sulle acque nell'atto di porgere la destra a s. Pietro semisommerso. In alto dai due lati opposti soffiano sulla vela due teste di venti. Il multiplo di Paolo II presenta al dritto, con la leggenda PAULUS II PONT(IFEX) MAX(IMUS) AN(NO) I - PETRE PASCE OVES MEAS (1464), il Redentore e Pietro stanti in aperta campagna ove pascola un gregge; in alto è lo stemma del Papa; al rovescio con la scritta MODICE FIDEI QUARE DUBITASTI è una nave in moto verso sinistra e la stessa scena di sopra. Sul bordo della nave è l'invocazione D(OMINE) ADIUNA NOS. Il pezzo di Alessandro VI ha al dritto la dicitura ALEXANDER VI PONT(IFEX) MAX(IMUS) BORGIA VALENT e lo stemma papale sormontato dal triregno e dalle chiavi e sorretto da due angeli che lo affiancano; al rovescio la scritta MODICE FIDEI QUARE DUBITASTI, e ancora la nave sul mare agitato, e scena come sopra.

I tre pezzi eccezionali presentano un rovescio analogo ma non identico, in cui è facilmente riconoscibile l'ispirazione dal musaico giottesco detto «della navicella» del portico di S. Pietro. Per il dritto si ripete su due di essi,

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NUMISMATICA DI ROMA PAPALE - Multiplo in oro di Sisto IV. Medagliere Vaticano.
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NUMISMATICA DI ROMA PAPALE - Multiplo in oro di Alessandro VI. Medagliere Vaticano.
(fot. Enc. Gati.)
ampliato e arricchito di particolari, il tipo del noto ducato di Paolo II: PETRUS PASCE OVES MEAS, dove il Redentore, riconoscibile dal nimbo crucigero e dal lungo mantello, indica a s. Pietro 4 pecorelle pascolanti ai loro piedi. I due tipi, comuni a due e a tutti e tre i pezzi, mostrano una interdipendenza determinata dalla varia stilizzazione dei singoli elementi e dalla varia ricchezza dei particolari, onde risulterebbe che la cronologia dei tre pezzi non è quella dei relativi titolari, ma la seguente: Paolo II - Alessandro VI - Sisto IV; fatto strano anche per il rispettivo valore artistico, comunque eccezionale per i tre multipli. Dell'elemento epigrafico resta a notare che la frase: PETRE PASCE OVES MEAS appare la prima volta sul ducato d'oro di Paolo II già citato, dove quell'ingenua figurazione senza alcuno sfoggio paesistico mostra di essere un primo tentativo di scena episodica e come tale ha tutta la freschezza di una creazione artistica originale ed ispirata dalla fede. La frase DOMINE ADIUNA NOS comparirà poi su alcune medaglie di Clemente VIII, con la bella figurazione degli Apostoli sulla barca in pericolo per la sopravvenuta tempesta, che supplicano Cristo addormentato, tipo che deriva proprio dai multipli ora ricordati, di cui è una variante. La frase QUARE DUBITASTI verrà iscritta sul giulio di Clemente VII accanto al tipo episodico di Cristo stante sulla superficie delle acque che salva s. Pietro mezzo sommerso dalle acque stesse, che è proprio una parte della figurazione di questi pezzi multipli o medaglioni veri e propri.

2. L'arca di Noè

Figura sulla doppia d'oro e poi sul mezzo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700). Sul primo pezzo la scena è più complessa: l'arca è una costruzione a capanna rettangolare coperta da tetto a due spioventi, sorretta da una barca ovale; naviga sulle onde calme donde emerge un isolotto; da destra appare in volo verso l'arca una colomba che apporta il ramoscello di ulivo: NUNTIA PACIS. Sul mezzo scudo si vede soltanto la nave con l'arca dallo sportello aperto, che si adagia sul monte emerso dalle onde pacificate: FACTUS EST IN PACE.

3. La Veronica

Sul ducato d'oro di Paolo II (1464-1471) compare una figura femminile stante frontale, velata e nimbata, che sorregge con le due mani tese davanti a sé il sudario con l'immagine del Divin Volto, riconoscibile dal nimbo crucigero: è la Veronica in uno stile rozzo e schematico e tuttavia impressionante.

4. Iconografia papale

Già dal primitivo periodo della monetazione sul denarius d'argento di papa Adriano I è un busto frontale imberbe a testa nuda con corona di capelli sull'alto del capo e con manto pontificale, che deve intendersi per il busto papale.

Nel ricco gruppo di emissioni a tipo monogrammatico, gli antiquiores, si inserisce un busto imberbe con capelli a corona e manto pontificale, che la leggenda circolare permette di identificare per il busto di Sergio III papa (898-900). Questo busto si alterna con quello di s. Pietro anch'esso debitamente denominato. L'esempio sarà seguito da Benedetto VI e altri. Bonifacio VIII (1294-1303) sul grosso paparino d'argento della zecca di Ponte della Sorga inserisce un altro busto mitrato frontale, con fibbia

a croce e chiave obliqua nella destra; la leggenda dice: DOMINI BO(NIFACI) PAPAE. Nessun intento di realismo iconografico, ma il pontefice nei suoi paludamenti e nelle insegne della sua autorità sacra e profana. Segue il grosso d'argento di Clemente V (1395-14) della stessa zecca, con la mezza figura del papa frontale, con mitra conica, manto e fibbia, croce obliqua, benedicente; infine Giovanni XXII (1316-34) inserisce l'intera figura del papa mitrato seduto frontale in trono e benedicente. Il tipo compare a Roma con il mezzo grosso di Urbano V e i grossi di Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII ecc. La figura del papa è analoga alla figura del re dei gigliati di Roberto, Giovanna e Renato d'Angiò e poi dei reali d'oro aragonesi. Ancora Martino V ed Eugenio IV presentano lo stesso tipo papale.

Ma già con Eugenio IV prende ad un dato momento stabile dimora sulla moneta lo stemma personale del papa, e poi con Sisto IV (1471-84) su di una emissione di grossi d'argento della zecca romana fa la sua prima apparizione il vero ritratto individuo del Pontefice: un busto a sinistra, sbarbato, a testa nuda, con stolone a fiorami e fermaglio ovale. Il tipo iconografico è ben reso nei particolari individui, piccolo naso e piccolo bocca chiusa, occhio aperto, orecchio ben disegnato; il busto interrompe in basso la leggenda circolare raggiungendo la linea esterna periferica del tondino monetale. Giulio II a sua volta pone il suo ritratto su vari nominali d'oro e d'argento; il busto è più sviluppato, volge a destra, vivo e magnifico il ritratto in tutti i suoi elementi individui. Così fanno, ma su poche emissioni, predominando lo stemma, tutti i successori con poche eccezioni (non hanno il ritratto sulle monete di Roma Paolo IV, Gregorio XV, Alessandro VII, Clemente IX). Alessandro VIII ha ritratti magnifici e realisti, a testa nuda, i baffi spioventi sulla barba appuntita; su qualche pezzo assume camauro e mozzetta. Innocenzo X sullo scudo dell'Anno Santo 1650 si presenta con trirregno e piviale. Pio VI pone il suo ritratto su vari scudi e mezzi scudi di Roma; Pio VII su un solo scudo.

Non sono molti i tipi episodici che riguardano la figura del pontefice. Uno dei più eloquenti è quello di Leone X (1513-21): PETRE ECCE TEMPLUM TUUM: il Papa con mitra e piviale inginocchiato, che presenta con le due mani un tempio a s. Pietro seduto in trono davanti a lui, forse uno dei progetti del Bramante o di Giuliano da S. Gallo. Clemente VII ha un tipo più significativo su di un doppio ducato d'oro, verosimilmente conio del Cellini; al dritto con la scritta: CLEMENS - UT OMNIS TERRA ADORET TE, è il Papa barbato, con tiara e piviale, inginocchiato verso destra e l'imperatore Carlo V, barbato, con corona imperiale e manto, inginocchiato a sinistra, in atto di sollevare una pesante Croce posta obliquamente fra di essi: al rovescio con la leggenda UNUS SP(IRITU'S ET UNA FIDES ERAT IN EIS, Pietro e Paolo stanti riguardanti). Questo ducato vuol commemorare la pace stipulata nel giugno 1529 fra il Papa e l'imperatore.

Pio V è il primo pontefice che si raffigura orante e genufesso ai piedi della Croce: ABST NISI IN TE GLORIARI. Il tipo verrà ripetuto da Clemente VIII. Urbano VIII su di un giulio si raffigura in ginocchio a capo scoperto davanti a s. Michele che, armato, e alato, appare tra le nubi con bilancia nella sinistra: TE MANE TE VESPERE.

Innocenzo XII (1691-1700) ha tre figurazioni episodiche; su di un largo scudo in una scena bene distribuita, con sfondo efficace e l'ambiente reso adeguatamente, appare il Papa seduto in trono sotto il baldacchino fra guardie stanti presso e dietro di lui, e fra prelati, nella assemblea dei cardinali seduti tutti in giro alla sala: LOQUETUR PACEM GENTIRUS. La scena è data in due varianti per la sua diversa distribuzione. Su di un mezzo scudo Innocenzo XII appare in ginocchio con le braccia incrociate sul petto ed appoggiato all'inginocchiatoio, che riguarda in alto alla colomba raggiata apparente fra le nubi: FIAT PAX IN VIRTUTE TUA. Infine, su di un testone, il Papa, con tiara e piviale, seduto sul podio fra due cardinali ascolta l'orazione ROGATE QUAE AD PACEM SUNT che un sacerdote legge da un pulpito; accanto al lettore sono due trombettieri; è la stessa scena della medaglia di Clemente VIII (1592-1605): IUBILEI INDICTIO.

Infine Clemente XI (1700-21) presenta su di un magnifico scudo una scena complessa designata con la frase: VOS DE TIRONO; nello sfondo architettonico dell'interno della Basilica Liberiana il Pontefice seduto in trono legge l'omelia sul libro tenuto aperto da un sacerdote inginocchiato davanti a lui, assistito da cardinali e davanti a numeroso popolo. La scena è affollata sino all'inverosimile, ma ha il carattere realistico delle cerimonie solenni.

5. I Re Magi

Companion una volta sola, sul pezzo d'oro da 2 ducati e mezzo di Leone X: LUX VERA IN TENEBRIS LUCET. Coronati, con il mantello sulle spalle, cavalcano verso sinistra guidati dalla stella che brilla dall'alto cui riguardano. I cavalli digradano dall'interno, sicché solo il primo è visibile per intero, mentre degli altri due si vede solo la parte posteriore. Sono tracciate soltanto sette zampe. I tre cavalieri sono uguali in altezza e nell'atteggiamento, e le loro sagome sono parallele; essi portano visibili i tre vasi delle offerte. La composizione è ingenua nella semplicità e nel parallelismo dei vari elementi, e si crede allusiva alla cometa apparsa in Europa alla fine del 1513, considerata di buon augurio per il regno del Papa.

6. Il presepe

Compare tre volte nel sec. XVI. Leone X inaugura il tipo su di un mezzo giulio della zecca di Pesaro; una casetta a tempietto su tre gradini, con timpano triangolare occupa il lato sinistro: è aperta sul davanti onde emergono le teste dei due quadrupedi: in alto è una stella. Ai piedi della casetta è il Bambin Gesù adagiato sul giaciglio; davanti a lui sono la Madre e s. Giuseppe chini ed adoranti. La composizione ingenua ignora il rapporto delle dimensioni, per cui le figure umane sorpassano in altezza la casetta: AD TE PISAURUM.

Una seconda volta compare il presepe sul triplice giulio di Clemente VII che commemora l'apertura dell'Anno Santo, nel giorno antecedente il Natale: MODIE SALUS FACTA EST. Il Divin Bambino è adagiato al centro sul giaciglio; su di lui convergono le teste dei due quadrupedi che sporgono da un astito; ai lati sono in adorazione la Vergine e s. Giuseppe, in alto brilla la stella. Il diametro maggiore del pezzo ed una concezione più artistica del tipo ha dettato all'artista una più logica se pure più semplice distribuzione della scena, che raggiunge nella sua semplicità grande effetto.

Sul testone di Gregorio XIII LETAMINI GENTES, forse anche questo in occasione dell'apertura dell'Anno Santo, ritorna schematicamente disegnata una analoga scena.

7. Il busto di Cristo e la figura di Cristo in tipi episodici

Drappeggiato, con lunghi e morbidi capelli ricadenti sul collo e breve barba appuntita, il busto di Cristo compare inizialmente sullo scudo d'oro di Giulio III: VIA VERITAS ET VITA, evidentemente di mano del Rossi, di cui si ha una medaglia di Pio V firmata con lo stesso busto; il busto ritorna su un argento dello stesso Pio V: EGO SUM LUX MUNDI e poi ancora sugli scudi d'oro di Gregorio XIII e di Sisto V: BEARE SOLEO AMICOS MEOS.

I tipi episodici con la figura di Cristo non sono molti. Si iniziano con Giulio II, che sul doppio giulio pone il Redentore che consegna le chiavi a s. Pietro: ACCIPE CLAVES REGNI CELORUM. Questo tipo interpreta più adeguatamente e logicamente la prima investitura della dignità e dell'autorità del papato, trasmessa da Pietro al Pontefice sulla doppia di Paolo II di cui si è detto. Il tipo pare ispirarsi al quadro del Perugino. Su di un triplice giulio d'argento di Leone X è la scena: DO VOSIS PACEM MEAS; il Redentore stante con i lunghi capelli ricadenti sulle spalle, nimbo crociato e lungo mantello, benedice gli Apostoli nimbati ed inginocchiati. La scena è ben resa e si suppone alluda al perdono elargito dal Papa ai cardinali dissidenti per lo scisma di Pisa. A Clemente VII si attribuisce il famoso doppio ducato d'oro, conosciuto soltanto da una impronta dello Scilla nella Biblioteca Vaticana: ECCE HOMO - PRO ED UT ME DILIGERENT; Cristo stante seminudo nimbato con il mantello sugli omeri e le mani legate davanti al corpo. Si vuole che il conio sia del Cellini. Malresa e poco chiara la scena del testone di Paolo III, Cristo che parla agli Apostoli: TU AUTEM IPSE ES. Non molto migliore quella del Battesimo di Gesù del

testone di Gregorio XIII: SIC DECET IMPLERE; racchiuse in un campo troppo ristretto, le figure danno l'impressione di eccessivo affollamento. Migliore invece la scena del testone di Pio V: VENITE AD ME OMNES ET EGO REFICIAM VOS, Cristo nimbato stante è in atto di parlare a tre individui miseramente vestiti prosternati ed a lui imploranti; la scena è di effetto e realisticamente trattata soprattutto nei poveri supplicanti; viene poi ripetuta sul testone di Gregorio XIII. Da ricordare ancora il largo scudo d'argento di Clemente XI: VIDERUNT OCULI MEI SALUTARE TUUM, dove è il Bambin Gesù raggiato fra le braccia di Simeone, presso il quale è la Vergine Madre genuflessa e dietro di lei s. Giuseppe, un angelo alato ed un assistente. Infine sullo scudo di Innocenzo X IN VERBO TUO è il Redentore raggiato che benedice s. Pietro genuflesso davanti a lui.

8. La Vergine Madre

Paolo III (1514-49) inaugura il tipo della Vergine Madre sul giulio d'argento, con il bel gruppo di Maria a mezzo busto con il Divin Figlio: VIRGO TUA GLORIA PARTUS. Il tipo verrà ripetuto da Giulio III, Gregorio XIII e Clemente VIII, da Urbano VIII (1623-44), che lo rende più artisticamente sul giulio MONSTRA TE ESSE MATREM, e da Clemente X (1670-76) che sullo scudo d'oro SUBLIMIS INTER SIDERA presenta il gruppo sulle nubi.

Poi è la Vergine con il Divin Figlio seduta frontale fra s. Pietro e s. Paolo sul testone di Paolo V (1605-21), tipo che ripete evidentemente una delle tante composizioni pittoriche che in numerose varianti si trovano nelle tele monumentali delle nostre chiese settecentesche.

Gregorio XV inaugura su vari pezzi la magnifica figurazione dell'Immacolata: SUB TUUM PRAESIDIUM; la Vergine stante sul crescente lunare posato sulle nubi a mani giunte in un ovale di fiamme con il capo in corona di stelle. Questa figurazione prevale a lungo con Urbano VIII, Innocenzo X (UNDE VENIT AUXILIUM MIHI), Alessandro VII (VIRGO CONCIPIET); con Clemente IX sulla quadrupla CANDOR LUCIS AETERNAE e con Clemente X sul testone: CUM ME LAUDARENT SIMUL ASTRA MATUTINA. Una variante compare con Clemente XI sulla quadrupla d'oro: la Vergine insiste sul globo e presso di lei è il Divin Figlio seminudo, con il capo raggiato, che caccia la lancia crucigera nelle fauci di un drago disteso ai loro piedi: CAUSA NOSTRAE LAETTIAE, e con Benedetto XIV: MACULA NON EST IN TE - TOTA PULCHRA ES.

Innocenzo XI a sua volta (1676-89) presenta sulla quadrupla la Vergine assunta in cielo tra le nubi, raggiate, frontale, con corona di 7 stelle intorno al capo: sotto di lei l'iride e nubi: FUNDA NOS IN PACE. Su di un'altra quadrupla e su di un testone è un tipo pittorico: la Vergine con il Divin Figlio seduto in trono, frontale, ai cui piedi sono genuflessi ed oranti s. Agostino, s. Francesco, s. Lorenzo e s. Stefano.

Clemente XI infine su di uno scudo d'argento pone la Vergine di S. Maria in Trastevere, nimbata e coronata, seduta, frontale, in trono, con Divin Figlio sulle ginocchi e con la Croce a quattro braccia nella destra. Due grandi angeli sono ritti ai lati del trono; ai piedi della Vergine è genuflesso il pontefice Innocenzo II: DILEXI DECOREM DOMUS TUAE. La chiesa veniva infatti restaurata da Clemente XI.

9. Scene bibliche

Sono poche e si trovano sulle monete di Gregorio XIII (1562-85), Clemente X (1670-1676), Innocenzo XII (1691-1700).

Gregorio XIII sul testone SIC EXALTATUS SANAT presenta al centro della scena una colonna sormontata dal drago alato, animale araldico del suo stemma; a sinistra è l'alta figura di Mosè, che lo tocca con una verga e lo addita alla folla che appare ai piedi della colonna stessa sdraiata o seduta. Su di un secondo testone: SIGNA INFIDELIBUS è la figura di Mosè, radiato ed ammantato, in ginocchio verso sinistra, che posa a terra una verga flessuosa che finisce con la figura del drago alato, e riguarda all'Eterno Padre, il cui busto emerge dalle nuvole in alto. A sua volta Clemente X (1670-76) pone sulla quadrupla d'oro e sul testone d'argento la figura ispirata di re David,

coronato e barbato, drappeggiato, seduto e suonante la
cettra: NE PROFICIAS ME IN TEMPORE SENECTUTIS.

Sullo scudo d'argento di Innocenzo XII (1691-1700):
EGREDIATUR POPULUS ET COLLIGAT, sono gli Ebrei nel de-
serto che raccolgono la manna. La scena, un po' trita,
è animata ed interessante nella varietà degli elementi costi-
tutivi: in primo ed in secondo piano uomini, donne e
bambini, sdraiati o seduti, mostrano la sorpresa gioiosa
dell'evento; in secondo piano in alto a destra sono le
nuvole donde piove la manna, a sinistra altre nuvole
avanzano ad oscurare il cielo; nello sfondo al centro è la
veduta dell'accampamento. Su di un mezzo scudo dello
stesso: PARATE VIAM DOMINI, viene presentata la scena
di s. Giovanni Battista che, ritto, predici alle turbe sedute
sulle pendici di un monte. La figura seminuda, poderosa
ed energica, di Giovanni, che sortegge nella destra il
labaro ed ha la sinistra distesa in un gesto oratorio, risalta
fra la folla dei vecchi barbati ed ammantati che stanno
ad ascoltare. Da ricordare ancora uno scudo di Gre-
gorio XVI: LUMEN AD REVELATIONEM GENTIUM, con il
vecchio Simeone che prende fra le braccia il Bambino
presentatogli dalla Madre; accanto sono s. Giuseppe con
il cesto delle due colombe e la vecchia Anna.

10. Santi e beati

Sono pochi e, con qualche ecce- zione, compaiono soltanto dal sec. XVII in poi, e perciò in quello stile freddo, accademico ed enfatico, che carat- terizza l'arte decadente di quel periodo.

Sisto V (1585-90) inaugura sullo scudo d'argento la
figurazione di s. Francesco d'Assisi, che, nimbato e genu-
flesso, con le braccia distese, è in atto di ricevere le stim-
mate da raggi che si dipartono da un Crocifisso sospeso
in alto. Davanti al Santo è tracciato un paesaggio roc-
cioso; dietro a lui si eleva un grande albero fronzuto che
lo ombreggia: IN TE SIGNUM NOSTRAE REDEMPTIONIS - IN
TE SITTO; la scena, magnifica di sentimento religioso emo-
tivo, presenta ancora nel paesaggio l'ambiente del prodigio.
Su di una doppia di Clemente XI (1700-21) si trova una
variante dello stesso tema: s. Francesco, in ginocchio
davanti ad un piccolo Crocifisso e ad un libro posati sulla
roccia, riguarda in alto con le braccia aperte ad un sera-
fino da cui partono i raggi delle stimmate. Questa figura-
zione è anche più raccolta e commovente.

S. Michele viene introdotto nella tipologia in alcune
varianti da Urbano VIII (1623-44) sulla quadrupla d'oro;
è armato ed alato, ora posato a terra, ora sospeso in aria,
ora con lo scudo crociato e trafigge con la lancia Lucifero.
Questi con ali di pipistrello, testa cornuta, viso bestiale,
coda serpentina, striscia ai piedi del Santo cui tenta sfug-
gire: VIVIT DEUS. Altrove sugli scudi d'argento: TE MANE
TE VESPERE, sul piano della scena sono altri tre demoni
che tentano levarsi dalle fiamme che li avvolgono. Su di
un altro scudo la scena è più semplice e raccolta: il Pon-
tefice genuflesso riguarda s. Michele che, armato, con la
bilancia, compare fra le nubi in alto. Una variante più
complessa compare sullo scudo di Innocenzo XII (1691-
1700) dove s. Michele alato ed in volo fulmina Satana
accucciato ai suoi piedi fra le fiamme.

Alessandro VII (1655-67) su di uno scudo DISPERSIT
DEDIT PAUPERIBUS pone s. Tommaso di Villanova (da
lui canonizzato il 1° nov. 1658) che fa elemosina ad un
povero storpio. Clemente X (1670-76) porta nella tipo-
logia s. Venanzio, stante frontale, nimbato, con il vessillo
crucigero ed una piccola città; poi Pio V in una scena
mal costruita, presenta ancora il Santo in ginocchio da-
vanti al Crocifisso posato sull'altare, mentre si volge in-
dietro a riguardare un angelo che, a volo, gli presenta un
drappo in cui è dipinta la battaglia di Lepanto. Inno-
cenzo XI (1676-89) introduce s. Matteo, in due varianti,
ora seduto in cattedra, ora seduto sulle nubi con il libro
aperto ma riguardante ad un angelo a volo che pare gli
parli. Le due varianti sono analoghe per l'atteggiamento
enfatico del Santo, per la torsione esagerata del corpo,
per il punteggio troppo ampio ed abbondante delle vesti;
anche qui l'arte ha tradito il concetto traducendolo con
enfasi e soprattutto con l'assoluta mancanza di raccogli-
mento e di ispirazione religiosa. Alessandro VIII pre-
senta a sua volta s. Magno vescovo e s. Brunone anacoreta;
Clemente XI s. Francesca Romana, e poi s. Clemente,

che compare in due varianti: seduto sulle nuvole con la
palma e l'ancora: DOMINUS ELECIT TE HODIE; ovvero in
ginocchio davanti all'ignello che giace morto su un'alta
roccia: DONA NOBIS PACEM; poi s. Crescentino a galoppo
con elmo e corazza che trafigge il drago: infine l'angelo
custode che a volo conduce per mano un bambino a cui
addita il cielo raggiante tra le nubi. Clemente XII pre-
senta s. Andrea Orsini, genuflesso, in abiti pontificali,
davanti al quale è un angelo seminudo con mitra: GENUS
ALTO A SANGUINE. Sul testone di Pio VIII si trova s. Esu-
peranzio e s. Sperandia entrambi stanti; e sul mezzo
scudo di Gregorio XVI s. Ronualdo in ginocchio con
il Crocifisso davanti a una roccia su cui sono un teschio
ed il bastone. La scena è ombreggiata da alberi.

11. Monumenti architettonici e vedute panoramiche

A parte i giuli di Leone X per la marca di Ancona, sui quali compare una figurazione in due varianti, di un tempio a cupola fiancheggiato da due campanili (forse la Basilica Vaticana) e sul rovescio il Pontefice inginoc- chiato che presenta a s. Pietro il tempio stesso, ma senza campanili: PETRE ECCE TEMPLUM TUUM (e lo scudo d'oro di Pio V della zecca di Avignone, con la veduta di Avi- gnone a volo d'uccello), pare che per primo Clemente VIII (1592-1605) abbia ricorso a tipi architettonici; sul suo scudo d'oro è la facciata dell'ingresso laterale della Basi- lica Lateranense con ai lati due campanili, fra i quali sono i busti di s. Pietro e di s. Paolo, riguardanti: GLORIOSI PRINCIPES ROMA; si vuole commemori i lavori eseguiti dal Pontefice nella navata trasversale della Basi- lica. La figurazione risulta oltremodo schematica.

Con Clemente X e successori i larghi scudi e i mezzi
scudi d'argento forniscono all'incisore un campo più
adatto a figurazioni complesse che rievocano le rispettive
benemerenze in costruzioni e ricostruzioni. Clemente X
(1670-76) raffigura il porto di Civitavecchia con l'arsenale
e la fortezza, e nello specchio d'acqua grandi velieri:
UT ABUNDETIS MAGIS; il tipo è di grande effetto e allude
alla circostanza che il Papa lo ridusse a porto franco.
Innocenzo XI presenta la facciata della Basilica Vaticana
dominata dalla cupola: PORTAE INFERI NON PRARTALE-
BUNT. Innocenzo XII (1691-1700) il porto di Anzio:
VENTI ET MARE OBEDIUNT EI, a ricordo dei lavori fattivi
eseguire, e sulla quadrupla d'oro del 1694 (DAT OMNIBUS
APFLUGENTER) la fontana di piazza S. Maria in Trastevere,
dal Papa rifatta. Clemente XI (1700-21) ha l'obelisco e
la fontana di Piazza del Pantheon: PONTIS ET PORI ORNA-
MENTO (in altra figurazione inquadrati dai palazzi cir-
costanti per tre lati); la chiesa rotonda di S. Teodoro al
Palatino: IN HONOREM S. THEODORI MAR(TIRIS); il viadotto
a due piani del ponte di Civitacastellana sullo sfondo
della città e del paesaggio PROSPERUM ITER PACIET - NONS
CIVIT(ATIS) CASTELLANAE; la veduta panoramica di Urbino,
sua città natale, con i monumenti più caratteristici e con
il viadotto antistante: CIVITAS URBINI; il prospetto del
Palazzo ducale di Urbino su due lati più lunghi: RESTITUI-
STI MAGNIFICENTIAM; il Pantheon isolato con i due cam-
panili: DILEXI DECOREM DOMUS TUAE; il porto di Ripetta
sul Tevere con la via e le chiese di S. Rocco e S. Girolamo,
e in primo piano le personificazioni del Tevere e del-
l'Aniene sdraiati: LAETIFICAT CIVITATEM; la sagoma dei
Palazzi capitolini a sfondo delle personificazioni della
pittura, scultura e architettura: DIGNIS VICTORIAM. Cle-
mente XII infine, su di un mezzo scudo, pone il prospetto
della chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini a Roma:
DECUS PATRIAE, ecc. Più numerosi sono però i tipi archi-
tettonici effigiati sulle medaglie annuali papali.

12. Personificazioni di concetti astratt

i. Allegorie


Non sono molte e datano tutte dalla seconda metà del
sec. XVI; si possono dividere in due gruppi: il primo delle
personificazioni che imitano tipi classici romani; il se-
condo delle personificazioni create ex novo.

Al primo appartengono i seguenti tipi di Giulio III
(1550-55): Roma, in forma amazzonica, seduta sui sette
colli con la corona nella destra protesa: OMNIA TUTAS
VIDES; CONCORDIA - ALMA ROMA, figura femminile seduta
davanti ad ara con patera e doppia cornucopia; MELIORE
MANENT, figura femminile di Roma-Minerva galeata stante

con usta e scudo e con il piede sull'elmo. Al secondo appartengono i seguenti tipi di Gregorio XIII: AGGREGATA RELIGIO, figura femminile seduta con chiavi, che con la destra abbraccia una complessa costruzione a timpano triangolare e a cupola; NON APPARENTIUM EST FIDES, figura femminile seduta frontale con il calice e lunga Croce; NUNQUAM DEFICIET, figura femminile stante frontale, appoggiata a lunga Croce con nella sinistra il triregno e le chiavi: è la Chiesa; IUSTITIA RESURGENS, figura femminile frontale con spada sguainata e bilancia; SEMPER OPERIBUS AUCTA, figura femminile con calice e lunga Croce; UT NON DEFICIAT - NUNQUAM DEFICIET, figura femminile stante che sorregge con la destra il triregno e con la sinistra le chiavi.

Sisto V (1585-90), dopo aver ripetuto i vari tipi precedenti, introduce la SECURITAS PAUPERUM, figura femminile seduta davanti ad ara accesa ornata delle chiavi e del triregno, cui si appoggia una fiaccola accesa; riesumazione del tipo classico di SECURITAS di Nerone. Clemente VII presenta il gruppo IUSTITIA PAX DEOSCULATAE SUNT, la prima con spada e bilancia, la seconda con il ramoscello, in atto di baciarsi. Clemente X (1670-76) ha la Clementia e la liberalitas dello schema classico, ma nello stile dell'epoca, accademico e freddo: CLEMENTIA MALUM MINUIT - LIBERALITAS BONUM AUGET. Alessandro VIII (1689-1691) con la leggenda LEGIONE AD BELLUM SACRUM INSTRUCTA presenta una figura femminile stante con il triregno sul capo, un tempio sulla destra, e nella sinistra l'insegna legionaria romana ma sormontata dall'aquila a due teste, che è quella dello stemma papale. Innocenzo XII (1692-1700) con COGITO COGITATIONES PACIS ha una figura femminile velata, seduta e appoggiata ad un'ara sormontata dal triregno circondato da due rami di lauro, e riguardante ad una Croce che sorregge con la sinistra: ai suoi piedi sono sparse alcune armi; con NOVIT IUSTUS CAUSAM PAUPERUM è una figura femminile seduta, la Caritas, con bimbo al seno ed altri due ai lati, reminiscenza della Pietas tarda romana; con OPUS IUSTITIAE PAX è una figura femminile stante frontale seminuda con ramoscello nella destra levata e il braccio sinistro appoggiato a uno spadone; infine con EGENO ET PAUPERI ha un'analoga figura femminile drappeggiata con fiamma sul capo, che vuota a terra la cornucopia, con gesto teatrale del prototipo romano di ideritas.

Clemente XI (1700-21) sulla quadrupla e sul testone A DEO ET PRO DEO, pone una figura femminile drappeggiata, stante, frontale, con bambino fra le braccia e due genietti nudi stanti ai suoi fianchi che versano a terra il contenuto di due cornucopie. Clemente XII con FOEDUS EST INTER ME ET TE presenta la giustizia e l'abbondanza seduta che si stringono le destre. Benedetto XIV ha il tipo della Chiesa seduta sulle nubi con il capo raggiato e nelle mani le chiavi ed un tempietto. Clemente XIII ne dà una variante con il pezzo SUPRA FIRMAM PETRAM, tipo ripetuto da Clemente XIV: FIAT PAX IN VIRTUTE TUA, e da Pio VI: AUXILIUM DE SANCTO, mentre Leone XII ha la Chiesa seduta in trono con lunga Croce, con calice ed asta: SUPRA FIRMAM PETRAM - POPULIS EXPIATIS. È facile constatare da questa breve rassegna che tutte le personificazioni ripetono tipi statuari cari all'arte accademica del Settecento ed Ottocento italiani.

13. Varia. - Ancora da ricordare brevemente tipi di vario genere che non rientrano nelle categorie sinora considerate.

Con Leone X (1513-21) si ha la bella figurazione di reminiscenza classica e allusiva al suo nome ed alla sua casa, del leone andante che posa la zampa destra su di un globo; sovente su di lui vola una Vittoria in atto di incoronarlo. Sul testone di Paolo III: APTO PRAECURRE PLEMI è un auriga nella quadriga al galoppo, anche d'ispirazione classica. Giulio III (1550-55) scrive PROVIDENTIA attorno ad ara quadrata ornata di patera e di lituo, riesumazione di un tipo romano noto e comune. Clemente VIII (1592-1605) introduce sullo scudo d'oro la colomba posata a terra con le ali levate: UNA EST COLUMBA MEA. Alessandro VII (1655-67) pone sul testone NEC CITRA NEC ULTRA un braccio che sostiene nella mano una bilancia; e poi sulla quadrupla HAEC AUTEM QUAE

PARASTI CUIUS ERUNT un cassone ferrato con il coperchio sollevato nel quale sono sacchi di monete; sul giulio CRESCENTEM SEQUITUR CURA PECUNIAM un tavolo ricoperto di un tappeto su cui è un grosso mucchio di monete. Un tipo analogo compare sul testone di Clemente XI: IMPERAT AUT SERVIT. Alessandro VIII (1689-91) sulla quadrupla RE FRUMENTARIA RESTITUTA ha due buoi aggiogati all'aratro in moto a destra, il tutto inquadrato fra due spighe alte, con una figurazione bella e suggestiva di vita campestre. Sulla doppia VECTIGALIBUS REMISSIS pone una grande ara inghirlandata su cui giacciono due pecore che sorreggono fra le fauci una grande corona vittata; tipo decorativo e freddo. Sullo scudo SPLENDET A MAIESTATE EIUS Clemente IX (1667-69) pone la cattedra di S. Pietro, che ripete la sagoma della sedia d'avorio ora contenuta nella custodia del Bernini. Quest'ultima compare poi sullo scudo d'argento di Innocenzo XII: SEDEBIT IN PULCHRITUDINE PACIS. Accanto ad un manipolo di spighe su di uno scudo d'oro Innocenzo XII (1691-1700) scrive DET DEUS DE COELO, e presso il girasole di un altro scudo: TRAHE ME POST TE; accanto al pellicano che si apre con il becco il petto: NON SIBI SED ALIIS; e presso l'aquila accovacciata sui tre aquilotti TEGIT ET PROTEGIT: infine su di un giulio con un bombardiere stante presso il cannone che spara: BELLUM CONTERAM DE TERRA. Clemente XI (1700-21) sullo scudo d'oro: CONFREGIT POTENTIAS ARCUUM pone un arco teso spezzato con il dardo incoccato; su altro scudo FIAT PAX è un albero di ulivo; e con FIXA MANEBIT è l'ancora posata verticalmente sulla superficie del mare in burrasca; sul mezzo scudo d'oro UMBRA IN LUCEM, è un astro raggiante in alto sopra il mare agitato. Innocenzo XIII ha una figurazione ispirata alla vita campestre sul mezzo scudo d'argento CUM EXULTATIONE: un campo ricco di biade mature; sullo sfondo una figura seminuda maschile si allontana con il covone tra le braccia; al centro in primo piano altra figura seminuda miete con la falce le spighe mature mentre ai suoi piedi sono covoni legati. Pio VI infine accoppia a S. Pietro sulle nubi (APOSTOLORUM PRINCES) un giglio con vari fiori aperti: FLORET IN DOMO DOMINI.

14. I cartigli iscritti. - Pare che sia stato Alessandro VII Chigi (1655-67) ad iniziare l'uso di apporre sulle sue doppie d'oro quelle leggende così significative e piene del più alto insegnamento cristiano-morale, che soprattutto tendono a moralizzare l'uso della moneta e della ricchezza in generale. Queste leggende costituirono, poco dopo, il tema preferito delle monete, il tipo epigrafico dovuto a calligrafi veri e propri, che vennero sostituendosi all'artista incisore del conio, onde la moneta, perduto l'interesse artistico, assume quello di mezzo di moralizzazione della società. Questo tipo, costituito da un'epigrafe che assomma e riassume un pensiero ed un insegnamento, è contenuto solitamente in una corona o più spesso in un cartiglio, che assume le sagome più varie, dettate da spiriti innovatori. D'altronde già gli stemmi papali avevano modificato la sagoma periferica quasi ad ogni emissione.

Alessandro VII (1655-67) sul doppio ducato d'oro scrive in un cartiglio in 4 righe, fra due rame di lauro, NON EX TRISTITIA AUT EX NECESSITATE, e sul grosso e mezzo grosso d'argento HILAREM DATOREM DILIGIT DEUS - TEMPERATO SPLENDEAT USU. Innocenzo XI (1676-89) impone già numerose iscrizioni sulle quadruple, sulle doppie, sullo scudo d'oro e sugli scudi e mezzi scudi d'argento, sui numerosissimi testoni e sui giuli. Innocenzo XII (1691-1700) iscrive sui testoni e sui giuli: NOLI AMARE NE PERDAS - NON SIT TECUM IN PERDITIONEM - PRAEOCCUPEMUS PACIEM EIUS - TAMQUAM LUTUM AESTIMABITUR - QUI MISERETUR BEATUS ERIT - ROGATE EA QUAE AD PACEM SUNT - ELEVAT PAUPEREM - NE OBLIVISCARIS PAUPERUM - PECCATA ELEMOSYNIS REDINE - QUI VIDET TE REDDET TIBI - DA PAUPERI. Clemente XI (1700-21) ha numerose esortazioni sulle doppie, sugli scudi d'oro e sugli scudi, tutte riguardanti l'uso e l'abuso della moneta, la fame dell'oro e suoi danni, il dovere di aiutare i poveri e di evolvere la ricchezza in buone opere. Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII, Benedetto XIV e Clemente XIII ne adottano altre ancora analoghe nel significato.

15. Sede vacante e Anno Santo

La serie delle sedi vacanti è costituita dalle monete coniate a Roma e in qualche zecca locale p.pale durante gli intervalli fra la morte di un papa e la nomina del successore, a cominciare dalla vacanza del 1521. Sono serie costituite da pochi pezzi, solitamente d'argento, più o meno rari secondo la durata della vacanza. Al dritto di ogni pezzo è lo stemma del cardinale camerlengo sormontato dalle chiavi legate, incrociate, e dal padiglione; sul rovescio sono tipi di solito imitati dal periodo immediatamente precedente. Le serie più numerose sono quelle della sede vacante del 1655, durata tre mesi, per la quale sono state coniate quadruple e doppie d'oro, scudi, testoni, giuli, ecc. d'argento; quelle del 1677 per la quale si hanno scudi d'oro e d'argento, testoni e giuli; quelle del 1669 (quadruple, doppie, scudi d'oro, e quasi tutti i nominali d'argento); del 1689 (quadruple d'oro, scudi e testoni d'argento), e così via. Della sede vacante del 1730 in poi si hanno zecchini d'oro, scudi d'argento ecc.

La serie degli Anni Santi, dopo l'istituzione nel 1500 da parte di Alessandro VI, della Porta Santa, o aurea, presenta tra i tipi più frequenti le cerimonie allora iniziate dell'apertura o della chiusura della Porta. Le monete più comuni recano di solito la data con la leggenda ANNO TURILAEI, e il tipo della Porta Santa, chiusa, variamente ornata della Croce, del sudario, di angeli ecc., laddove i tipi episodici che raffigurano le cerimonie sono stati riservati sia alle medaglie sia ai grandi scudi d'argento. Grandi quantità di monete vennero in tali occasioni coniate in vari metalli, e in tutti i nominali, da ogni pontefice; così Clemente VII (1525) coniò un pezzo da 10 ducati d'oro, il triplice giulio ecc.; Giulio III (1550) scudi d'oro, testoni, giuli, grossi ecc. in argento; Gregorio XIII (1575), e Clemente VIII (1600), solo argento; Urbano VIII (1625), Innocenzo X, Clemente X ecc. scudi e doppie d'oro, scudi d'argento ecc.; e così i successori fino a Pio VI (1775) che coniò soltanto il giulio e il grosso d'argento. - Vedi tavv. CXXVI-CXXVIII.

BIBL.: F. Bonanni, Numismata Pontificum Romanorum a Martino V usque ad annum 1698, Roma 1699; G. Vignoli, Antiquiores Pontificum Romanorum denarii, ivi 1709; nuova ed. accr. da B. Fioravanti, ivi 1734; S. Scilla, Breve notiz. delle monete pont. aut. e mod. sino alle ultime dell'a. XV del regnante Pontifice Clemente XI, ivi 1735; B. Fioravanti, Antiqui Romanorum Pontificum denarii a Benedicto XI ad Paulum III una cum SPOR nomine signatis, ivi 1738; G. Garampi, Dissert. de nummo argenteo Benedicti III, ivi 1748; D. M. Gianni, Ist. degli Anni Santi dal loro principio sino al 1750, Firenze 1750; G. Acami, Della origine ed antichità della zecca pont., Roma 1752; A. Selvaggi, De nummo argenteo s. Zachariae p. m. alisque vetustissimi, ivi 1807; A. Cinagli, Le monete dei papi, Fermo 1848; D. Promis, Monete dei romani pont. avanti al Mille, Torino 1859; V. Capobianchi, Un triplo ducato d'oro ined. di papa Niccolò V, in Bull. num. e sfrag., 2 (1885), p. 234 sgg.; id., Origine della zecca del Senato romano nel sec. XII, ibid., 3 (1887), p. 61 sgg.; id., Appunti per servire all'ordinamento delle monete coniate dal Senato romano dal 1184 al 1439, Roma 1895; E. Martinori, La zecca papale di Ponte della Sorga (Contado venetino), estratto da Riv. ital. num., 20 (1907); id., Della moneta paparina del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia e delle zecche di Viterbo e Montefiascone, ibid., 22-23 (1909-10); C. Serafini, L'autorità pontif. delle monete del Senato romano, in Atti e mem. Ist. ital. num., 1 (1915), pp. 129-41; V. Allocatelli, Il libro di un card. sul valore delle monete pont., ibid., 2 (1915), p. 263 sgg.; G. F. Hill, Medallie portraits of Christ, Oxford 1920; S. L. Cesano, Il ducato nuovo con l'arme di papa Eugenio IV, in Atti e mem. ist. ital. num., 5 (1925), p. 102 sgg.; id., L'oro in Italia nell'età di mezzo e nell'evo moderno, ibid., p. 113 sgg.; id., Un'insigne moneta dell'Anno Santo del 1459, in Calchia, 9 (1950), p. 89 sgg.; C. Serafini, Le monete e le belle pont. del medagliere vaticano, I-IV, Milano 1910-28; E. Martinori, Annali della zecca di Roma, Roma 1917-22 (24 fasc., da Urbano V a Pio IX); id., Annali della zecca di Roma; Serie del Senato romano (1184-1439), in Atti e mem. Ist. ital. num., 6 (1930), p. 222 sgg.; Corpus nummorum Italicorum. Primo tentativo di un catalogo generale delle monete medievali e moderne coniate in Italia o da italiani in altri paesi, voll. XV-XVII, Roma, parti 1°-3°, Roma 1934-38.

Secondina Lorenza Cesano

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“NUMISMATICA DI ROMA PAPALE.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 1170. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/numismatica-di-roma-papale.