NUMISMATICA. - La n. è la scienza che studia la moneta in tutti i suoi elementi costitutivi e nella evoluzione che essi hanno subito nel corso dei secoli.
La moneta metallica costituisce quel mezzo di scambio che, apparso ed adottato nel VII sec. a. C. nel mondo ellenico orientale, si è esteso subito a tutto il mondo ellenico mediterraneo e poi a quello romano, per giungere sino ai nostri giorni, mantenendo intatte le sue generali caratteristiche e ripetendo sino ad oggi i vari esperimenti ed adattamenti che lo sviluppo della civiltà economica le ha imposto in ogni età.
Quanto ai tipi che ne ornano le due facce, esse portano sempre il riflesso soprattutto del concetto religioso dei vari popoli, antichi e moderni, sia con i simboli dei suoi dati del mondo della natura, dal mondo animale e dai manufatti dell’uomo, sia con la figura stessa della divinità, concepita e ritratta nella forma umana. La moneta romana è giunta sino all’età costantiniana imbevuta dello spirito e delle forme della religione pagana, ripetendo simboli e figurazioni di tutte le divinità dell’Olimpo greco-romano; ma da quando la religione di Cristo esce alla luce, anche la moneta riflette il trionfo del pensiero cristiano.
La n. cristiana per la penisola italica si estende a tutto il periodo che va dall’età costantiniana ai giorni nostri, e comprende tre grandiosi gruppi di emissioni: la monetazione da Costantino a Romolo Augustolo; quella bizantina, per tutto il mondo bizantino e per i paesi che hanno imitato più o meno a lungo la sua moneta; quella italiana del medioevo e del Rinascimento.
I. IL BASSO IMPERO ROMANO
Comprende l’età costantiniana e quella dei Valentiniani sino alla caduta dell’Impero. La moneta presenta i primi segni cristiani e denunzia la successiva e completa sparizione di quei numerosi tipi che per tre secoli illustrarono tutta la moneta di Roma riflettendo la religione ed il culto pagano.I tetrarchi presentano soltanto 5 divinità; Costantino Magno, 4; Costantino II, 3 (Jupiter, Mars, Sol); Costantino I, una (Mars), e con lui ha fine la tipologia che riguarda le divinità pagane di Roma imperiale. Lo stesso può dirsi delle personificazioni (Concordia, Iustitia, Fides, Pietas, Felicitas, Spes, Virtus, Genius ecc.), le quali nel loro maggior numero assunsero al rango di divinità vere e proprie: esse costituirono un grandioso pantheon multiforme di almeno 30 figurazioni varie, quante se ne contano all’età degli Antonini. Di esse i tetrarchi ne presentano ancora 22; Costantino I, 15; Crispo, 6; Costantino e Costanzo la sola Securitas. In questa successiva e rapida sparizione dei tipi pagani si esprimono in realtà sulla moneta l’evoluzione della politica religiosa di Costantino e l’imporsi della nuova fede. La moneta rivela infatti questo trapasso in tutti i suoi gradi. L’età costantiniana in senso lato, e poi l’età dei Valentiniani, segnano i due periodi nei quali più chiaramente si constatano momenti di tale evoluzione sino all’ultima fase.
Il cristianesimo fa la sua prima apparizione sulla moneta con segni del simbolismo cristiano primitivo: la croce ed il chismon; in secondo luogo compare quell’individuo atteggiamento del ritratto imperiale, la testa riguardante in alto, che rimarrà nell’arte quale espressione di esaltazione e di ispirazione divina; segue l’apparizione della «manus Dei» che denunzia la tangibile presenza della divinità a protezione degli Augusti; infine si ha l’avvento dell’Angelo crucigero, diretta derivazione della Vittoria romana.
La Croce ed il chismon iniziano la loro apparizione, solitamente al rovescio, quali «simboli», cioè quali ele
menti secondari, estranei al tipo monetale, che continua ad essere pagano, ed ancora su di un minimo numero di emissioni e di pezzi. Quasi nel contempo si ritrovano quali «accessori» del tipo; più tardi assurgono a costituire il «tipo» vero e proprio, prima di poche emissioni, poi di tutta la moneta con assoluta esclusione di ogni altro elemento. Quest’evoluzione dura più di un secolo e raggiunge il pieno sviluppo poco prima della caduta dell’Impero d’Occidente, attraverso i due momenti principali di cui si è detto sopra. La salutarità e la sporadicità di tali segni del primo periodo non è da imputarsi alla responsabilità ed all’iniziativa personale dei monetieri, ma alla circostanza che la Cancelleria imperiale doveva avere riguardo ai moltissimi pagani dell’Impero.
a) La Croce (nelle tre varianti 1 2 3) compare quale simbolo nel campo dei bronzetti costantiniani soli INVICTO e MARTI CONSERVATORI (314-18); poi sull’aria sulla quale due Vittorie stanti posano lo scudo iscritto VOTA POPULI (ROMANI) (320 ca.); più tardi sui bronzetti GLORIA EXERCITUS, fra due soldati a guardia delle insegne (333-35). Ritorna poi, quale simbolo, sulle emissioni d’oro e di bronzo dei Valentiniani, di Teodosio, Onorio, Giovanni, ecc. Quale accessorio del tipo monetale la Croce appare sullo scettro dell’imperatore o sul globo scorretto da Roma o dalla Vittoria o dall’imperatore (globo crucigero), sempre nel periodo dei Valentiniani. Infine compare la lunga Croce germana nella destra della Vittoria stante, e ne determina la trasformazione nell’angelo cristiano, proprio con le Auguste di Valentiniano III (Galla Placidia e Grata Onorina); la Croce sostituisce ogni altro attributo: la corona, la palma ed il trofeo. Si deve però ricordare che l’imperatore Zenone sul suo grande bronzo classicheggiate (471-476-491) riesuma la Vittoria romana andante con corona e palma [IMP(ERATOR) ZENO FELIX PER(PETVVS) AV(OVSTUS) – INVICTA ROMA S(ENATVS) C(ONSVLTO)], tipo che Teodorico adotterà sul suo modo medaglione aureo (497-500), così come più tardi Teodato (534-36) sul suo magnifico grande bronzo D(OMINVS) N(OSTER) THEODAHATUS EX – VICTORIA PRINCIPUM S(ENATVS) C(ONSVLTO)].
Soltanto dall’età dei Valentiniani la Croce costituisce il tipo vero e proprio dei soldi, dei triennali d’oro, degli argenti e dei bronzetti sino alla caduta dell’Impero; sul bronzo di Galla Placidia si legge attorno alla Croce SALUS REPUBLICAE; sul soldo di Olibrio SALUS MUNDI; e poi nell’Impero d’Oriente, sull’argento di Tiberio II Costantino, LUX MUNDI.
b) Il chismon si ritrova come simbolo già nell’età costantiniana, nel campo dei bronzetti GLORIA EXERCITUS – VIRTUS EXERCITUS, presso i due soldati a guardia del labbro, o presso lo stendardo fra due prigionieri seduti (320-24); quindi su altri bronzetti VICTORIA LAETAE PRINC. PER con le due Vittorie (320-24); poi di nuovo sui bronzetti GLORIA EXERCITUS presso i due soldati a guardia del labbro (323-35); sui soldi d’oro di Costanzo II GLORIA REPUBLICAE fra le due figure di Roma e di Costantinopoli; infine fra le quattro insegne militari del grande argento di Costante ecc. Anche per queste emissioni si ripete la circostanza che una minima parte di esse presenta questo simbolo.
Per l’età dei Valentiniani sino alla caduta dell’Impero, il chismon, quale simbolo, compare sui soldi d’oro fra Roma e Costantinopoli che sorreggono lo scudo dei voti, presso l’imperatore stante, o la Vittoria stante o scrivente, o all’esercito di emissioni auree ecc.; ed ancora sul soldo di Antemio fra i due imperatori Antemio e Leone. Quale accessorio del tipo monetale orna l’elmo di Costantino sui bronzetti delle zecche di Treviri, del periodo 313-17; orna quindi lo scudo di Costanzo II e la corazza di Costante; sormonta il globo scorretto da Roma sul medaglione aureo di Nepoziano, la corona dei voti sorretta dalle due Vittorie dei bronzetti di Magnenzio, Decennio ecc. Poi per l’età dei Valentiniani il chismon compare sullo scudo dell’imperatore al diritto dei soldi di Onorio e Valentiniano e di Maggioriano; sullo scudo della Vittoria del medaglione di Attalo, in quello dei soldi di Valente ecc.; infine viene iscritto dalla Vittoria sui soldi di Galla Placidia, Flacciella ecc.
Quale tipo vero e proprio il chrisonn compare inizialmente sui grandi bronzi di Magnenzio e Decenzio affiancato dall'A-Ω; sono i pezzi che si ritrovano anche nei loculi delle catacombe ad uso di medaglie di devozione, le sole messe intenzionalmente, perché le altre sono state attaccate fuori, soltanto per segno di riconoscimento, e di esse è visibile il dritto. All'età dei Valentini, il chrisonn costituisce il tipo dei quinari e dei trienti d'oro di quasi tutti i successivi imperatori, degli argenti di Severo II, Antemio, Glicerio ecc.
Ma il chrisonn ha avuto il suo più importante adattamento sul vessillo della cavalleria imperiale, labaro (v.) cristiano. Nella forma descritta da Eusebio (Vita Constantini, I, 31) il labaro compare, a quanto si sa, soltanto una volta sulla moneta romana, cioè sul bronzetto di Costantino SPES PUBLICA. Nella seconda forma invece (drappo che sormonta l'insegna romana, sul quale è scritto il monogramma cristiano) appare inizialmente dal 325 su cui comuni bronzetti GLORIA EXERCITUS, sul quale sono due soldati a guardia dell'insegna sormontata dal labaro cristiano, di Costantino e suoi figli; poi, dopo il 337, nelle mani di Costante e Costanzo, ora stanti sulla nave, ora coronati dalla Vittoria, ora in atto di calpestare il nemico vinto; e sono le emissioni FEL. TEMP. REPARATIO — GLORIA ROMANORUM — TRIUMPHATOR GENTIUM BARBARORUM — VIRTUUS CONSTANTI — VIRTUUS CONSTANTINI AUG(VST) — GAUDIUM POPULI ROMANI. Tali tipi si ripetono sino ad Arcadio ed Onorio. Con Valentiniano III l'uso del labaro quale accessorio della figura dell'imperatore tende a venir meno, perché ora l'imperatore assume la croce lunga quale scettro, o corta ed appoggiata alla spalla, e trionfa in quel tipo che ora domina sul solo: l'imperatore stante frontale appoggiato allo scettro crucigero calpestante il drago a testa umana, tipo che per Valentiniano pare esaltare la vittoria su Attila a Châlons e la sua cacciata dalle Gallie, e poi per Marciano la circostanza che egli, con l'aiuto di s. Leone, ne libera anche l'Italia. Eppure ancora un labaro si trova sui bronzi e sui soldi d'oro di alquanti imperatori bizantini, da Teofilo (839-42) a Costantino VIII (1025-28) almeno.
c) La manus Dei quale accessorio con significato chiaramente cristiano appare inizialmente su piccoli bronzetti di consacrazione di Costantino, dove si tende ad incontrare il nuovo divus che trasvola nella quadriga al cielo; poi si vede incoronare la testa di Costanzo II sul medaglione aureo GAUDIUM ROMANORUM; quindi quella di Onorio stante che schiaccia il leone accosciato, sul solo VICTORIA AUGG.; infine le teste diademate di Valentiniano III, Galla Placidia, Grata Onoria, Arcadio, Eudocia ecc. Spesso la manus Dei compare sulla testa degli imperatori bizantini da Costantino V e Leone IV, a Giovanni I Zimesce, a Basilio II, Michele IV, Alessio I, Giovanni II e fino almeno ad Isacco II (1185-95).
L'iconografia imperiale da Costantino in poi presenta ancora sporadicamente una particolarità, quella degli occhi rivolti al cielo. Parrebbe determinata dal sentimento religioso: ma tale atteggiamento si ripete in realtà su alcune serie di monete coniate in occasione degli anniversari imperiali a partire dal 25 luglio 326 e non è mai accompagnato da simboli religiosi. Sono rare serie coniate al nome di Costantino e dei suoi figli, poi di alcuni successori sino a Giuliano Cesare, cioè dall'anno seguente il Concilio di Nicea sino al momento in cui Giuliano, fatto Augusto, si dichiara avversario del cristianesimo.
d) L'uso del nimbo, rarissimo per i primi tre secoli dell'Impero e che risale agli Antonini, sembra abbia avuto origine dall'Oriente; certo acquistò particolare importanza dopo la conquista dell'Oriente da parte di Costantino. Esso espresse sempre e dovunque la divinità dell'imperatore, e solo più tardi assunse un significato cristiano. Sono già nimbati Diocleziano e Massimiano sul medaglione plumbeo di Parigi che celebra il passaggio del Reno del 287, poi Costantino Augusto e Costanzo Cesare sul medaglione aureo AETERNA GLORIA SENAT(US) P(OPULUS)Q(UE) R(OMANUS); e Costantino a sua volta sul medaglionico aureo SOLI INVICTO COMITI della zecca di Siscia; ed ancora Costanzo II Augusto sul grande medaglione d'oro
D(OMINUS) N(OSTER) CONSTANTIUS VICTOR SEMPER AUG(USTUS); Fausta sul suo magnifico pezzo aureo PIETAS AUGUSTAE, e Graziano sul solido PRINCIPIUM IUVENTUTIS; quindi Valentiniano e Valente su soldi e medaglioni aurei e tutti gli imperatori che siedono appaiati in abito di cerimonia: Valentiniano e Valente, Onorio ed Arcadio, Teodosio e Valentiniano sui soldi VOTA PUBLICA; VICTORIA AUGG.; GLORIA ROMANORUM; SALUS REPUBBLICAE; sono infine nimbati Antemio e Leone stanti e sorreggenti insieme una lunga croce, sul solido SALUS REP(UBLICA).
e) L'evoluzione dal tipo della Victoria a quello dell'Angelus appare evidente dalle monete. Mentre ancora continua ad apparire la Vittoria romana, con i suoi soliti attributi ed in quegli atteggiamenti più propri di questo tardo periodo (che sorregge lo scudo dei vota, che iscrive lo stesso scudo, che porta il trofeo ecc.) si trova la sua figura a mezzo busto frontale e ad ali aperte, in uno schema ieratico ma accademico; sospesa nel campo superiore della moneta dove siedono i due imperatori sulle cui teste pare imporre le mani od una corona. Si vede già su di un aureo di Diocleziano CONCORDIAE AUGG. NN., ma è apparizione incidentale; più tardi però si fissa sui soldi aurei di Graziano, poi dei Valentiniani, di Teodosio, Massimo, Flavio Vittore, ecc. (cf. i rovesci VICTORES AUGUSTI; VICTORIA AUGG.; BONO REPUBBLICAE NATI). Una seconda fase è rappresentata dal tipo del rovescio delle Auguste da Valentiniano III in poi: rigidamente posata e frontale, con le ali parallele abbassate, appare appoggiata alla lunga croce che posa a terra. Dal mondo occidentale questo tipo, come tutti gli altri dell'epoca, passa al mondo ed alla moneta bizantina; e, quale tipo fisso, perdura sino ad Eraclio (metà del sec. VII), quando viene soppiantata dalla croce potenziata apparsa alla fine del sec. VI (cf. le monete di Anastasio, Giustino I, Giustiniano, Giustino II).
II. Bisanzio
Con gli ultimi tipi trattati, e che si ripetono così in Occidente come in Oriente, si entra nel dominio del mondo bizantino vero e proprio.In tale momento storico ci si imbatte nel fatto singolare, ma spiegabilissimo, della vastissima imitazione dei soldi e tremissi a tipo e carattere bizantini, in Italia per opera dei erostrogi e poi dei Longobardi; in Francia per opera dei Borgognoni nella regione del Sequani, già alla fine del sec. IV, e dei Franchi di Clodoveo I; nella penisola iberica per opera dei Visigoti, quando invasero la Narbonense (412) e col favore di Onorio occuparono la Spagna Romana e l'Aquitania dall'Oceano a Tolosa, fino alla conquista degli Arabi (inizio del sec. VIII), ecc.
Nel mondo bizantino va soprattutto notata la fissità anche maggiore dei pochi tipi monetari ancora in uso, il maggiore schematismo di essi, la frontalità che domina completamente nel campo delle monete come del resto in tutta l'arte figurativa. La figura umana, divinità o imperatore, assume la sagoma di un manichino rivestito di rigidi abiti gemmati, sovraccarichi di simboli ed emblemi, dove non si possono più riconoscere l'uno o l'altro Augusto, né questo si distingue dalla Augusta che gli è accanto, se non per qualche vago particolare ornamentale del vestito o della corona.
Monocorde è la moneta anche nei tipi del rovescio che hanno perduto qualsiasi contatto con la realtà della vita politica, sociale e civile, ma si ispirano unicamente alla religione dello Stato. Predomina dovunque e sempre la croce, in numerose varianti: a braccia uguali e disuguali, a doppie braccia o patriarcale, su più gradini o potenziata, ancorata, crociata ai quattro estremi, con medaglione centrale per la reliquia, con medaglione quadrilobato in cui è inserito il busto dell'imperatore, o con due busti imperiali appesi alle braccia orizzontali, ecc.
Successivamente compaiono la figura del Cristo e della Vergine Madre in talune notevoli varianti, alcune delle quali sovente imitate da opere d'arte dell'epoca; poi pochi santi, sempre denominati; mentre sull'argento e poi sul bronzo trionfa il tipo epigrafico in frasi di invocazione e di evocazione sacre.
L'effige di Cristo viene introdotta da Giustiniano II: un busto frontale con la croce dietro il capo, il libro dei Vangeli chiuso nella sinistra, e con la destra benedicente, in due varianti: con barba e capelli lisci lunghi e fuenti; con tratti duri del volto, capelli stilizzati con riccioli corti e duri, barba breve e dura. Dopo il movimento iconoclasta, con Teodora riappare il busto del Cristo, e Basilio inaugura il Cristo seduto in trono frontale con nimbocrucigero e poi gemmato, che con poche varianti nei particolari dura sino alla fine dell'Impero. Si hanno poi tipi che potrebbero dirsi episodici: Cristo che incorona Romano I (inizio sec. x), e stante fra Romano IV e la moglie Eudocia il incorona entrambi con le braccia levate (1076-1071); e incorona Emanuele I, ed Andronico I e II ecc.
Poi è il Cristo cosiddetto «di Calchi», stante frontale su sgabello, con Teodora (1055-56), Alessio I Comneno (1081-1118) e Alessio IV (1203-1204). Infine si ritrova stante in ovale, ad imitazione dello zecchino veneto, con Manuele II e Giovanni VIII (1391-1425; 1423-48).
Leone IV introduce il busto della Vergine orante (886-912) chiusa nel velo e nel manto e con le braccia aperte, tipo che si alternerà per secoli con quello del Cristo. Con Niceforo II la Vergine compare presso l'imperatore a mezza figura, ammantata e nimbata, e con lui sorregge la croce patriarcale; la si ritrova ancora stante accanto a Giovanni I, Michele III, Romano III ecc., poi sul soldo di Teodora, la quale appare stante in stretta tunica con grembiule crociato e sorreggete con la sinistra il lungo labbro; la Vergine accosta al labbro la destra.
Con Romano IV (1067-71), ricompare il tipo inaugurato da Giovanni I Zimisce alla fine del sec. x, cioè la figura della Vergine frontale, a mezzo busto, reggente con le due mani il medaglione del Divin Figlio. Il tipo dura a lungo alternandosi con quello della Vergine seduta, con davanti al seno tale medaglione, e con quello della Vergine orante stante con lo stesso medaglione sul seno. Quindi è il tipo episodico della Vergine che incorona l'imperatore. Ma la più graziosa figura, la meno stilizzata e più naturale, è la Vergine del grande argento di Romano IV, stante con velo, tunica e manto lunghissimi e largo nimbos, portante sulla sinistra il Divin Figlio nimbato e benedicente. Forse è da riconoscersi la Vergine Odegitria, nota da altri monumenti dell'epoca.
Poi compaiono i santi. Primo è s. Giorgio in corazza, corta tunica e mantello. È giovane e nimbato, la sinistra sull'impugnatura della spada, sorreggete con la destra la Croce patriarcale insieme con Giovanni II Comneno (1118-43). Poi si trovano s. Teodoro e s. Demetrio, introdotti da Manuele I Comneno (1143-80). Sono nimbati e stanti, e sorreggono insieme con l'imperatore la Croce patriarcale o il labbro o l'ostensorio: s. Teodoro è barbato con corazza, breve tunica e mantello e posa la sinistra sulla lunga spada inguainata; s. Demetrio è nimbato con corazza e la sinistra sul petto. L'arcangelo Gabriele viene assunto da Isacco II Angelo (1185-95); appare giovane, nimbato e alato, vestito di corazza e tunica, la sinistra sul petto e sorregge insieme all'imperatore una spada alta da terra. Su altre emissioni s. Michele incorona l'imperatore, ovvero insieme sorreggono la lunga Croce. Con Alessio III Angelo (1195-1203) si trovano s. Costantino e s. Demetrio. Infine Michele VIII Paleologo (1261-82) compare sulla sua moneta in ginocchio davanti al Salvatore che lo benedice, e s. Michele appare dietro di lui alato e nimbato. Sul rovescio di questo soldo è una veduta convenzionale ed a volo d'uccello del circuito delle mura turrite di Costantinopoli, al cui centro appare il busto della Vergine orante, protettrice della città.
III. L'ITALIA CRISTIANA
Al periodo intorno al Mille, con la prima fioritura dei Comuni italiani, risale l'apertura delle zecche urbane comunali. Le serie si iniziano con denari dai contorni indecisi ed irregolari, con iscrizioni dalle lettere goticizzanti, dal tipo limitato prima a dispositivi epigrafici, poi raffigurante la Croce, il fiore, l'aquila imperiale. Questo tipo con lo sviluppo delle libertà comunali si dispiega e si fissa nella figura del vescovo e nell'effige del santo patrono; questa finisce presto per prevalere ovunque, impersonando il libero Comune.Molti sono questi santi che appariscono a data incerta nei singoli Comuni e in successivi periodi del medioevo italiano: i s. Pietro e Paolo a Roma, s. Giovanni a Firenze, s. Marco a Venezia, s. Zeno a Verona, s. Ciriaco ad Ancona, s. Ansonino a Camerino, s. Emidio ad Ascoli, s. Novolone a Faenza, s. Savino a Fermo, s. Imerio a Cremona, s. Abondio a Como, s. Siro a Pavia, s. Prosodico a Padova, s. Gaudenzio a Rimini, s. Apollonio a Brescia, s. Ercolano a Perugia, s. Giusto a Trieste, s. Loredano a Viterbo, s. Secondo ad Asti, s. Posidonio a Mirandola, s. Petronio a Bologna, s. Maurelio a Ferrara, ecc. I tipi sono costituiti, secondo i periodi e i nominali, ora da un busto, ora dalla figura stante frontale, ora ancora dalla figura seduta in trono ed anche sotto un arco. In questi coni primitivi il busto è disegnato schematicamente e si inserisce a triangolo nel piccolo campo della moneta; appare frontale, la testa nimbata o coperta dalla mitra papale o vescovile, vestito dal manto sacerdotale chiuso sul petto da una grossa gemma a fermaglio.
Il santo stante fronte porta anch'egli mitra, nimbos e manto sacerdotale; solitamente è in attitudine benedicente ed appoggiato con la sinistra al pastorale o all'alta croce. Anche questo tipo trova riscontro nei prodotti delle arti maggiori e minori contemporanee. Alcune volte i santi sono contenuti in una nicchia, come s. Siro a Pavia. Non è poi raro il caso che il santo sorregga sulla mano una città o chiesa; così si presentano s. Terenzio a Pesaro, s. Petronio a Bologna, s. Prosodico a Padova ecc. Meno comune è il santo seduto frontale, di Bologna, Parma, Cremona, Milano, Como, Monza ecc.; ad esso fanno riscontro il pontefice benedicente dei grossi avignonesi d'argento, la Roma coronata, con il manto senatorio ed il globo, dei grossi papali anonimi (secc. XIII-XIV), i re angioini dei gigliati d'argento delle zecche dei Regni di Napoli e di Sicilia; ed infine il Cristo seduto in trono e benedicente dei matapani veneziani, ecc.
Individuose sono le due figurazioni dello zecchino veneto coniato dal 1244; il Redentore benedicente in nimbos stellato, e s. Marco che consegna al doge inginocchiato lo stendardo di Venezia; tipi di stile e concetto ancora bizantinenggiati, che trovano riscontro in alcune figurazioni a museo delle più antiche cattedrali.
Per l'Italia meridionale non si determina un analogo comportamento della civiltà monetaria. Qui sono poche le zecche funzionanti sotto l'influenza della dominazione e della relativa monetazione bizantina; ne derivano le serie bizantinenggiati di Benevento, Salerno, Mileto, Napoli ecc., dove prevale innanzi tutto la Croce, cui si accompagna, sui grossi follari enei, un busto rozzissimo, sommaro, ad elementi prettamente lineari, che si denomina e si indentifica a Salerno per il busto del Cristo, di s. Pietro, della Madre di Dio e di s. Matteo; a Gaeta per s. Erasmo; a Napoli per s. Gennaro, ecc.
Ma prevalendo qui sin da questo momento le varie dinastie normanne, sveve, angioine, durazzesche e aragonesi, si realizza, con assoluta precedenza sul resto della Penisola, il sovrapporsi dell'interesse dinastico all'interesse religioso. Ciononostante sui tareni d'oro di Enrico VI, Federico II e Manfredi compare la Croce con la leggenda bizantina (HÉXOY) C(XIPTO) C NIKA e Ruggero duca sul ducato d'argento di Brindisi pone il busto del Salvatore; a Benevento Sicone muta il vecchio tipo della Vittoria romana nell'arcangelo Michele debitamente denominato; e Ruggero conte di Mileto pone sul suo trifollaro la bella e suggestiva figurazione della Vergine seduta col Divin Figlio fra le braccia.
Poco più tardi, nella seconda metà del sec. XIII, Carlo I d'Angiò inaugura sul suo soldo d'oro la complessa figurazione dell'Annunciazione (ripetuta da Carlo II), dove ispirazione, ingenuità e freschezza concorrono alla preziosa opera d'arte del conio, e la finissima, piccola ma complessa figurazione appare ispirata a qualche opera pittorica (AVE GRACIA PLENA DOMINUS TECUM). Poi Alfonso I d'Aragona attorno alla figurazione del sovrano al galoppo servire D(OMI)N(U)S M(EUS) ADIUTOR ET EGO DESP(ERAVI) IN
NUMISMATICA - NUMISMATICA DI ROMA PAPALE
M(E): mentre più orgogliosamente Ferdinando I d'Aragona si proclama CORONATUS QUIA LEGITIME CERTAVIT attorno alla scena dell'incoronazione che presenta il Redentor in trono, frontale, con scettro e globo crucigiorno, incoronato da un cardinale stante alla sua destra, assistito a sua volta da un vescovo stante alla sua sinistra. Infine accanto alla figura dell'arcangelo Michele, stante sul drago steso ai suoi piedi, tipo del suo carlino, si legge IUSTA TUENDA. Ancora Alfonso II di Aragona scrive CORONAVIT ET UNXIT ME MANUS T(UA) D(OMINE) sul suo coronato d'argento che dichiara e sanziona il diritto divino del suo regno.
Nel Cinquecento si affermano quasi ovunque signorile, ducati e principati, dove predomina l'interesse dinastico e quindi quello iconografico o diritto di effigie. Ma se nel contempo, si affievolisce l'interesse religioso espresso dal tipo monteale, pure esso non si elimina del tutto, non si esaurisce: si complica anzi e riflette ormai spesso prototipi della grande arte contemporanea pittorica e scultorea. Sono tipi sovente episodici, riprodotti ed adattati sul cono con vero senso artistico; sono leggende religiose che vi si inseriscono e si moltiplicano per riflettere quel sentimento religioso popolare delle masse più umili, non mai spento in Italia.
Nella serie sabauda Amedeo VIII ostenta s. Maurizio a cavallo con nimbos, stendardo e spada; sui ducati del 1430 il Santo consegna lo stendardo al Ducat in ingocchiatore ripetendo il gesto di s. Marco a Venezia. Ludovico scrive sul ducato: DEUS IN ADIUTORIUM MEUM INTENDE; e Carlo ripete la giaculatoria CHRISTUS VINCIT, CHRISTUS REGNAT CHRISTUS IMPERAT. Carlo Emanuele I accanto alla figura di s. Carlo scrive DISCERNE CAUSAM MEAM, allusivo alla guerra per la successione del Monferrato; ed accanto a b. Amedeo si legge: BENEDIC HAEREDITATI TUAE; FODERE ET RELIGIONE TENEMUR, con il quale motto è voluto spiegare il FERT, ancora del resto enigmatico. A Milano, con gli Sforza, s. Ambrogio appare mitrato nimbato, a cavallo al galoppo contro gli eretici, o stante percuote un guerriero con lo staffile; appare infine sulle nubi con i nemici ai suoi piedi. A Pisa già dalla prima Repubblica (sec. XII) la Vergine col Divin Figlio compare seduta e vi prende stabile dimora per secoli, mentre Siena si denomina CIVITAS VIRGINIS; ad Aquileia già sulle monete del patriarca Raimondo (seconda metà sec. XIII) compare la Vergine e poco dopo la invocazione VIRGO MARIA ADVOCATA MUNDI. Proprio la Vergine Madre col Divin Figlio compare di frequente sulle monete della Penisola un po' dovunque: a Modena con Francesco d'Estela la Madre di Dio che adora il Divin Figlio: AVERTITI IRAM INDIGNATIONIS; a Parma coronata da angeli; a Pesaro, con Giovanni Sforza, seduta in trono; a Firenze, con Francesco I, l'Annunciazione: ECCE ANNULLA DOMINI; a Venezia la Vergine che benedice il doge ingocchiatore, ecc.
Poi sono le scene della vita di Cristo che compaiono sporadicamente sulla moneta: a Ferrara, con Ercole I al trono Cristo che risorge e l'adorazione dei Magi; con Alfonso III d'Estela il Calvario; con Ercole II la Maddalena ai piedi della Croce. A Reggio, Gesù sostiene la Croce ed il suo sangue riempie il calice (CUIUS CRUORE SANATI); a Camerino sotto Guidobaldo è la risurrezione di Cristo (RESURREXI ET ADHUC TECUM SUM) ed ancora Cristo e s. Tommaso (CREDERE TUTIUS); a Firenze sullo scudo di Ferdinando II è il Battesimo di Gesù (FILIUS MEUS DILECTUS); a Mantova, su uno scudo di Francesco II, Gesù a semibusto emerge dal sepolcro dietro il quale si eleva la Croce (SI LABORATIS EGO REFICIAM VOS). A Mirandola è la risurrezione di Cristo fra i discepoli ecc.
Poi appaiono ancora i santi più popolari un po' dovunque: s. Francesco che riceve le stigmate o è in ginocchio ai piedi della Croce a Pesaro, a Urbino, a Mantova, a Bardi, a Mirandola ecc.; s. Giorgio a cavallo che trafigge il drago a Mantova, a Mesocco, a Ferrara ecc. A Mantova Francesco II presenta l'arcangelo Raffaele con il piccolo Tobia ed ancora s. Andrea che riceve da s. Longino la reliquia del preziosissimo Sangue; a Pesaro è s. Girolamo nel deserto con il leone accosciato; a Lucca, insieme col SANCTUS VULTUS DE LUCA, si trova s. Pietro stante o s. Martino a cavallo col mendico, ecc.
Con l'Ottocento, ed anche prima, la moneta moderna italiana non desume più dalla religione dei padri la sua ispirazione, ma classicheggiano e pagheggiano ripetere formole e simboli che hanno perduto l'antico significato e valore.
- Vedi tavv. CXXIV-CXXV.
Per l'età bizantina: J. Sabatier, Description générale des monnaies byzantines, 2 voll., Parigi 1862; W. Wroth, Study of byzantine numismatics, in Corolla numismatica, Oxford 1906, pp. 325-35; id., Catalogue of the byzantine coins in the Brit. Museum, 2 voll., Londra 1908; H. Goodacre, Notes on some rare byzantine coins, in Numismatic chronicle, 5a serie, 11 (1931), pp. 151-99; id., The Story of Constantine VIII, ibid., 15 (1935), pp. 114-19; id., A numisma of Andronicus III, Anna, and John V, ibid., pp. 232-40; id., The flat bronze coinage of Nicaea, ibid., 18 (1938), pp. 159-64; S. L. Cesano, La zecca di Costantinopoli, s. V. Costantinopoli, in Enc. Ital., XI, pp. 627-30.
Per il medioevo italiano: A. Engel, Recherches sur la numismatique des Normands de la Sicile et d'Italie, Parigi 1882; J. Friedländer, Die Münzen der Ostgothien, Berlino 1884; G. Bazzi-M. Santoni, Vademecum del raccoglitore italiano o Repertorio, Camerino 1886; M. Cagiati, Le monete del Reame delle due Sicilie da Carlo d'Angiò a Vittorio Emanuele II, Napoli 1911-12; id., Supplemento, ivi 1913-15; G. Sambon, Repertorio generale delle monete coniate in Italia dal sec. V al sec. XX, parte 1 (476-1266 d. C.), Parigi 1912; S. Ferraro, Le monete di Gaeta, Napoli 1915; M. Cagiati, La zecca di Benevento, Milano 1916-17; U. Monneret de Villard, La moneta in Italia durante l'alto medioevo, estratto da Rivista ital di numism., 1919-20; id., La monetazione nell'Italia barbarica, ibid., 1921; S. L. Cesano, L'oro in Italia nella età di mezzo e nell'oro moderno, in Atti e memorie dell'Istituto ital. di numismatica, 5 (1925), p. 113 sqq.; M. Cagiati, I tipi monetali della zecca di Salerno, Napoli 1925.
Seconda Lorenza Cesano