PALESTINA

PALESTINA - Iscrizione che ricorda il concorso del diacono Giovanni per l'erezione della chiesa di S. Sofia (febbr. 604) - Halid al-Kifaji.

tato e dove si poteva facilmente costruire un monastero con celle e chiostri. Tra i meglio conservati del periodo bizantino si notano Sijāgāh (completamente scavato), Sijar el-Ganem presso Betlemme (con belle installazioni per acqua), Hān el-Aḥmar (v sec.) che hanno un complesso circondato da mura e parecchie celle. Della installazione duplice, presso il Giordano, di S. Gerasimo non rimane quasi nulla, perché le celle dovevano esser fatte con materali assai deboli. In un primo tempo una grotta servì di chiesa, ma con il sec. v si costruirono molte chiese (Mār Sābā, Kossiba, Wādi Fārah, ecc.), ordinariamente ad una sola navata con pilastri, senza però abbandonare del tutto le cappelle rupestri.

I cimiteri cristiani della P. sono spesso a camera scavata nella roccia, con tombe prevalentemente ad arco-solio. Le camere sono raramente dipinte ed il repertorio è limitato: croci, uccelli, palmette (Gethsemani, Bejt Gibrīn, 'Ajn Kārim) forse una figura di un angelo (Qolōnjijah). Non manca mai la croce sul frontone e viene aggiunta se la tomba è riadoperata ('Ajn Hannieh, Gerusalemme, ecc.). Questo sistema di tomba qualche volta è in muratura, p. es., il complesso presso la porta di S. Stefano a Gerusalemme. È conosciuto, sebbene con pochi esempi, il sistema catacombale o a gallerie riunite, p. es., le tombe dette 'dei Profeti' sull'Oliveto con un piano semicircolare. Si trovano sparse ovunque molte stele sepolcrali, il che mostra che anche i cimiteri all'aperto erano molto usati. Esse recano la croce, il nome del defunto e qualche breve frase. Per trovare formole di sapore prettamente cristiano bisogna scendere, ordinariamente, al sec. VI. La data è computata dalle ore locali: di Eleuteropoli (Bejt Gibrīn Gaza, Scitopoli (Bejsān), Bosra, di Pompeo, ecc. Nelle chiese e monasteri si hanno i poliadri, ossia fosse comune assai profonde, munite di un anello verso la bocca dove si depositavano tre pietre una delle quali con foro (pellai-kon) in modo da essere estratta facilmente. Talvolta le tombe sono coperte da musicao (Sijāgāh, a Gerico la chiesa di Antimo, 'Amwās, Bejsān, ecc.).

La ceramica continua senza notevoli differenze il sistema del periodo romano, con vasi, coppe, piatti ecc., mantenendo buona cottura. I vasi son rivestiti con tinta nera e decorati con linee bianche, ovvero solo con righe di minio a disegni floreali geometrizzanti, raramente con qualche figura. Come decorazione in rilievo si trova usato il roulette e molte modanature negli orli. La terra sigillata, lavoro meno preciso rispetto al tempo precedente, reca la croce sotto svariate forme ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi), Sijar el-Ganem (pianura di Gerico), figure umana indeterminata (Sijāgāh), forse personaggio imperiale (Bejt Alfah, Sinagoga) e può essere Gesù Cristo (Gerico). Tra i piatti, è notevole uno per policiandiloni trovato al Gallico, che reca l'iscrizione: 'S. Teodosio: Giuseppine umile monaco ed uno trovato ad 'Ajn Kārim (Visita-zione) che porta le lettere: IC XC YC OY ai lati della croce ed i nomi di Giovanni e Paolo. Le lucerne fittili hanno generalmente il corpo allungato ed ovoidale, buona cottura ma decorazioni assai ristrette; la croce in molte guise, palmette e poche iscrizioni, tra cui le due molte comuni: AYXNAPIKA KAAE e QOC XY FENH IIACIN, C'è anche un tipo 'a cuore', con cottura meno buona, e decorazioni fini anche con rappresentazioni di scene e di animali, ma sembra che si sia sviluppato dopo il sec. VI. I timbri per il pane, mattoni, ecc. recano spesso la croce con l'A e l'O, qualche volta solo cantonata da puntolini (Sijāgāh) o piantata sul Calvario fatto con un archetto o tre in modo piramidale (Tulul er-Rūsum presso Gaza). Si notano anche alcune falette fittili, evidentemente usate per gli oli santi, con due piccole anse presso la bocca e pareti ornate con rappresentazioni semplici in cui domina la croce e le tre croci sul Calvario (Sion, Ophel) o colombe, vasetti e palme ('Ajnabus presso Nābulus). Sono conosciuti come eulogie alcuni dischi di terra, seccata al sole, che recano impressioni di scene della Natività, Annunciazione, la croce e il leggendario nascondimento alla montagna di S. Giovanni (disco conservato a Bobbio e proveniente da 'Ajn Kārim).

Molti gli oggetti di metallo, AMPOLLA (v.) conservate a Bobbio e a Monza provenienti dalla P., tramite il console Leonzio (fine del sec. vi) che le inviò a S. Gregorio Magno. Si crede che riproducono alcune composizioni esistenti in P. in quel tempo e alcune rappresentazioni del Santo Sepolcro con elementi forse ricopiati dal vero. Molte sono le catenelle, provenienti da scavi di chiese, con anelli intercalati da croci per i 'policiandili' e per i turiboli. Questi presentano la caldaia, rotondeggiante a spicchi (Gerico) o senza (Muḥmās), oppure pari (Bejsān), o esagonale (eremitaggio nestoriano presso Gerico). Pochi sono i candelieri conosciuti e di forma rotonda senza ornamento ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi). Le lucerne metalliche hanno spesso la croce come ansa. Le medaglie ritrovate nelle tombe presentano talvolta le figure di N. Signore e della Vergine (piombi a Bejsān, monastero) o figure di santi tra cui S. Giorgio e un altro sulla Croce in atto di benedire, forse uno stillato. È curioso osservare che queste ultime siano state trovate insieme (ad el-Gīs, l'antica Gisala) ad altre che recano l'occhio mistico per scongiurare il malocchio e l'iscrizione assai usata: EIC OEOC O NIKN TAKA KAA. Gli anelli sono spesso semplici; da notare uno con simboli: serpente, aquila e leone (Ascalon) ed altri con la parola YIYA seguita dal nome, ed uno con le figure del Salvatore e della Vergine (Gezer) fatte in modo assai rozzo. Anche i pesi metallici recano ordinariamente la croce con ornamenti intorno o sotto un loggiato, qualche volta (piombo) sul Calvario.

I vetri continuano il repertorio del tempo romano: di vetro sono molti pesi e calici, tra cui emerge quello trovato a Gerasa, che reca pecore alla pianta simbolica e colombe. Le lampade vitree hanno coppa semplice e piede affusolato, per metterlo nel policandiloni, terminato con piccolo tondo. I vetri delle finestre sono giallognoli e spessi, ovvero ripiegati e curviline con grande raggio. Sono infissi nel gesso, il quale è sostenuto da frammenti di mattoni messi uno sopra l'altro come si trattasse di una colonnina.

3. Dal sec. VII al XII. - Dalle iscrizioni trovate si deduce che i cristiani continuarono a costruire chiese, o almeno a ripararle, fino al sec. VIII. Notevoli quelle di Sbejṭah (711 e 725-35) e di 'Awgā el-Hāfir (767-68) in P. e di Quwejsmeh (717-18) e di Mā'n (719-20) in Transgiordania. Sotto Jazīd II (722-23), incomincia il movimento iconoclastico, che non rispetta né le immagini sacre, né le figure umane dei pavimenti musivi. È difficile dire se le

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chiese che presentano i musicali non distrutti siano state o no abbandonate prima di questa data. Come edifici si segnala la ricostruzione del S. Sepolcro fatta nel sec. XI dopo la feroce distruzione di al-Hakim (1000), forse, l’erezione della chiesa di S. Croce presso Gerusalemme, ancora esistente, mentre della chiesa degli Amalfitani, allora celebre, nulla resta. I graffiti trovati nel Palazzo arabo di Mefger, presso Gerico (sec. VIII) ed altrove, attestano che i cristiani parteciparono alla costruzione delle opere d’arte arabe.

4. Dal sec. XII al XIII. – In questi secoli si ebbe un movimento edilizio quasi incredibile: ovunque sorsevo chiese e castelli e per lo più di proporzioni piuttosto rilevanti, fatte con pietre squadrate ovvero roze nelle parti non in vista. I muri sono spessi 2 m. per poter sostenere il peso delle massicce vòlte. Le piante sono per lo più di stile basilicale, salvo quando vi fu l’adattamento di antichi ambienti, come a. S. Sepolcro e all’Ascensione. Gli operai lavorarono le pietre per traverso, cosicché oggi le impronte diagonali, lasciate dal loro strumento, servono come caratteristica di questo periodo. I muri furono letteralmente coperti di pitture e di musica, giunti, sfortunatamente, molto decimati. Tra le pitture si notano i frammenti di Abū Gōs (Santi, Seno di Abramo) della stele di Bethphage, opera di un artista assai abile e un po’ indipendente (Risurrezione di Lazzaro, Discepoli che prendono gli asini, Processione delle palme), di Betlemme (in una cappella e sulle colonne della Basilica), assai rozzi e primitivi (Deesis e santi), di Sebaste (Invenzione della testa di S. Giovanni, sfregiata dagli operai allorché fu trovata nel 1931), a Dej Mükelik (Cristo con santi e Crocifissione). Tra i musicali si nota un frammento dell’Ascensione sul Calvario e parti di tre scene della vita di Cristo (Entrata in Gerusalemme, Trasfigurazione e Ascensione, Natività, nella Grotta), santi, angeli e rappresentazione dei concili nella Basilica di Betlemme. Fra le opere di scultura sfuggite al vandalmismo si nota un «abbraccio» o «bacio» proveniente dall’ospedale di S. Giovanni (ora al Museo della flagellazione), gli artistici capitelli di Nazareth con scene della vita di Cristo e degli Apostoli, già sepolti prima di essere messi nella facciata della Basilica, i bei capitelli con figure di animali mostruosi dell’Ascensione e del chiostro di Betlemme, le belle cornici del S. Sepolcro e soprattutto il sontuoso portale dello stesso S. Sepolcro che reca le scene dell’ultima settimana della vita di N. Signore (Cena, Risurrezione di Lazzaro, Processione delle palme). Gli altari sono costruiti in muratura (S. Elena al S. Sepolcro) e presentano anche palchetti pitturati (S. Stefano). Vi è una serie di campane, una con l’iscrizione Vox Domini, altre con una sola lettera ed una con un anse a delfini alati. Erano insieme a un centinaio di canne d’organo.

La ceramica non ha caratteristiche speciali e continuò ad essere fatta dagli Arabi, di cui porta il nome, con il sistema a mano (vasi rozzi e pitturati a minio) e alla rota. Furono trovate belle invetriate, ma per lo più con disegni geometrici (Emmaus el-Qubejbeh) e raramente con disegni di fiori, stemmi e figurette umane (Aftit). Le lucerne sono sempre di forma allungata, ma recano spesso iscrizioni arabe senza le caratteristiche formale musulmane. – Vedi tavv. XLIII-XLV.

Bibl.: per le chiese: C. R. Conder-H. H. Kitchener, The survey of western Palestine, 3 voll., Londra 1861; L. Woolley-W. Laurence, The wilderness of Zin (Palest. Exploration Fund, Annual 1914-15), Londra 1914-15; H. Vincent-F. Abel, Jerusalem nouvelle. Parigi 1914-26 e la relazione degli scavi dei vari luoghi; E. Mader, Alterhist. Basiliken und Leolattrationen in Süddüda, Paderborn 1918; C. Watzinger, Denkmäler Palästinas, II, Lipsia 1935; J. W. Crowfoot, Early Church in Palestine, Londra 1941; V. BIBLICA. in Riv. di arch. crist., in Biblica e in P. Thomsen, Palästina-Literatur, I-IV, Lipsia 1911-13. Per alcune questioni particolari: C. Cecchelli, Il problema della basilica crist. pre-costantiniana (con nota di A. Prandi), in Palladio, 7 (1943), pp. 5-11; A. Graber, Martyrium, I. Architecture, II. Iconographie, Parigi 1946; J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie, ivi 1947. Per i musici: M. Avi Yona, Mosaic pavements in Palestine, in The quart. of Depart. antiqu. in Palestine, 2 (1933), pp. 136-81; 3 (1934), pp. 26-73; 4 (1935), pp. 187-93 (catalogo); S. Saller-B. Bagatti, The town of Nebo, Gerusalemme 1949. Per le iscrizioni: Supplementum epigraphicum Graecum, 8 (1937). Per la ceramica: J. C. Wampler-C. C. Mc Cowan, Tell en-Nasbeh, 2 voll., Nuova

Haven 1947; B. Bagatti, Lucerne fittili «a cuore» nel Museo della flagellazione, in Faenza, 35 (1949), pp. 98-103; H. Scheeder, The Memorial of Moses on Mount Nebo, parte 3*, Gerusalemme 1950. Per i piccoli oggetti si possono vedere i vari cataloghi dei musei palestinesi: Palestine archael. Museum, gallery book, Persian, Hellenistic, Roman, Byzantine periods (poligrafato in consultazione), Gerusalemme 1943; inoltre J. Germer-Durant, Un musée palestinien. Notice sur le Musée archéologique de Notre-Dame de France à Jérusalem, Parigi 1905; B. Bagatti, Il Museo della flagellazione, Gerusalemme 1939. Ad es., di una tomba intatta con oggetti: N. Makhouly, Rock-cut Tombs at el-Jish, in Quart. Depart. antiqu. in Palestine, 8 (1939), pp. 45-50. Per il periodo crociato: C. Enlart, Les monuments des Croisés, 2 voll., Parigi 1928.