saggio di commento e amplificazione poetica di un episodio che la fonte storica (Ex. 10, 23) riferisce nei sobri tratti essenziali.
10) La morte dei primogeniti (ibid. 11, 1-10; 12, 29-35). Dopo le precedenti nove p., che colpirono gli Egiziani nei loro beni e nel loro bestiame, in parte nelle persone, fu minacciato da Mosè e poi inflitto l'ultimo e più tremendo castigo: la morte dei primogeniti. In quella occasione furono date da Dio le prime disposizioni per il sacrificio dell'agnello, del cui sangue dovevano essere segnate le case degli Israeliti (ibid. 12; V. PASQUA).
Il 14° giorno di nisán (che poi in ricordo dell'avvenimento segnò il primo mese dell'anno religioso) l'agnello sterminatore colpì, nottetempo, tutti i primogeniti degli Egiziani, dal figlio del Faraone a quello dell'infima schiava, nonché i primi nati degli animali; ma non entrò nelle case degli Israeliti, le cui porte erano segnate con il sangue dell'agnello. Il Faraone, impressionato per la sorte toccata al suo primogenito e per il grave lutto del paese, concesse finalmente agli Israeliti il permesso di partirsene con le loro famiglie e con tutti i loro beni e averi.
Molti di questi portenti (l'infestazione delle rane, zanzare, cavallette e altri insetti, come pure i fenomeni del fiume rosseggiante e della fitta tenebra) presentano indubbie analogie con fenomeni soliti a verificarsi, in determinate circostanze e stagioni, nell'Egitto inferiore. Dio, per punire gli Egiziani, poté servirsi degli elementi e forse della natura, ma in tali circostanze e con tanta gravità che divennero un vero flagello e si vide chiaramente il dito di Dio (Ex. 8, 15; Hummelauer, Vigouroux, Mallon, Vaccari, ecc.). Volerli pertanto ridurre a semplici fatti naturali, sia pure di una certa intensità, ma studiosamente amplificati dall'autore per presentare in una cornice di prodigio la liberazione del suo popolo dalla servitù di Egitto, come vogliono molti razionalisti, dopo A. Du Boys (noto membro della spedizione scientifica in Egitto al tempo di Napoleone), è falsare il racconto biblico. È ovvio che nel sacro testo le dieci p. sono presentate come reali portanti, operati da Dio in prova e sostegno della missione di Mosè, e come tali riconosciuti dallo stesso Faraone. Ma se fossero stati semplici fatti naturali, di quelli che si ripresentano con una certa regolarità o periodicità, non avrebbero fatto alcuna impressione né su Faraone né sugli Israeliti, né Mosè avrebbe potuto appellarsi ai medesimi, per comprovare la sua missione, senza rendersi ridicolo (P. Heinisch [V. BIBLICA.], p. 78). Il carattere prodigioso risalta all'evidenza dal fatto che questi portenti vengono preannunciati da Mosè e poi si compiono e cessano al cenno della sua parola o per la sua preghiera; essi sorpassano, per intensità ed estensione, qualunque analogo fenomeno; e mentre colpiscono per lungo tratto il paese, risparmiano la regione abitata dagli Israeliti.
Particolarmente miracolosa la decima p. Si è parlato della mortalità infantile, che nell'antichità era assai più frequente a causa della negligenza dei genitori: ma il racconto biblico precisa che non furono i bambini ad essere colpiti, ma i primogeniti, senza distinzione di età.
Alcuni esegui, anche cattolici, per l'analogia degli accennati fenomeni naturali, hanno tentato di distribuire le dieci p. (del cui ciclo il racconto biblico non offre chiare indicazioni cronologiche) nello spazio di 9 o 10 mesi, dalla fine di giugno o principio di luglio ad apr. (le prime sei tra luglio e sett.; le altre tre dalla metà di nov. alla metà di marzo; l'ultima al 14 di nisán, verso la fine di marzo). Ma sono semplici congetture; il racconto biblico lascia facilmente supporre una più rapida successione degli eventi.