PIO VII, di Cesena, Barnaba (Gregorio) Chiaramonti, 14, 21 marzo 1800 - 20 ag. 1823.
LEONE XII, di Genga (Fabriano), Annibale della Genga, 28 sett., 5 ott. 1823 - 10 febbr. 1829.
PIO VIII, di Cingoli, Francesco Saverio Castiglioni, 31 marzo, 5 apr. 1829 - 30 nov. 1830.
GREGORIO XVI, di Belluno, Bartolomeo Alberto (Mauro) Cappellari, 2, 6 febbr. 1831 - 1° giugno 1846.
PIO IX, di Senigallia, Giovanni Maria Mastai Ferretti, 16, 21 giugno 1846 - 7 febbr. 1878.
LEONE XIII, di Carpineto (Anagni), Gioncchino Pecci, 20 febbr., 3 marzo 1878 - 20 luglio 1903.
B. PIO X, di Riese (Treviso), Giuseppe Sarto, 4, 9 ag. 1903 - 20 ag. 1914.
BENEDETTO XV, Genovese, Giacomo della Chiesa, 8, 6 sett. 1914 - 22 genn. 1922.
PIO XI, di Desio (Milano), Achille Ratti, 6, 12 febbr. 1922 - 10 febbr. 1939.
PIO XII, Romano, Eugenio Pacelli, 2, 12 marzo 1939.
V. IL NUMERO DEI P
Per quanta acribia si metta nello sceverare le fonti, la lista dei p. rimane incerta in più di un caso sino all'elezione di Martino V (1417); da questo p. sino al regnante Pontefice la serie non presenta più nessun dubbio. I principali casi dubbi sono costi-tuiti: 1) dai binomi: Cleto-Anacleto, probabilmente unica persona, benché lo sdoppiamento risalga al sec. IV e forse già al sec. III, e Marcellino-Marcello, ma l'ipotesi che ne vorrebbe fare un'unica persona non ha riscontrato l'assenso dei critici; 2) dagli antipapi dubbi o impropriamente detti (v. ANTIPAPA); 3) dall'elezione rimasta senza effetto, perché non seguita dalla ordinatio o consacrazione episcopale dell'eletto, che, secondo le norme giuridiche correnti prima di s. Gregorio VII, era la condizione sine qua non perché l'eletto regolarmente venisse considerato p.: è il caso di Stefano II, eletto tra il 16 e il 23 marzo 752. m. due giorni dopo senza l'ordinatio, che storicamente e giuridicamente non è p.: 4) da alcune elezioni papali della fine del sec. IX che suscitarono vivissime polemiche e che culminarono nell'abominevole « Sinodo del cadavere »; l'origine di queste contestazioni va ricercata nell'elezione di Marino, vescovo di Caere (882), primo caso d'un vescovo che diventa p., e soprattutto di quella di Formoso (891), vescovo di Porto; il carattere anticanonico di queste due elezioni fu notato dai contemporanei, ma il dissenso scoppiò violentemente con la successione di Teodoro II (m. nel dic. 897) e il formarsi dei partiti formosiano e antifermosiano: si ebbero allora due elezioni: Giovanni IX (genn. 898) che si fece subito consacrare e Sergio III, vescovo di Caere, che dovette lasciare Roma, finché nel 904, rovesciato l'antipapa Cristoforo, riuscì a farsi intronizzare il 29 genn. Sergio non considerò mai come legittimi Giovanni IX e i suoi successori e tanto meno Formoso. Di fronte a questi fatti lo storico rimane perplesso, pur accettando la serie papale quale risulta dalle varie fonti; 5) dalla deposizione di Giovanni XII per opera di Ottone il nel Sinodo romano del 4 dic. 963: la Chiesa fu certamente liberata da un pontefice indegno, ma ciò avvenne in spregio alle regole canoniche e più per motivi politici che morali. Leone VIII fatto eleggere da Ottone dovrebbe essere quindi posto tra gli antipapi e il vero successore di Giovanni XII dovrebbe essere Benedetto V, eletto alla morte di Giovanni XII (964); i cataloghi antichi invece sostengono il contrario; 6) dall'inserzione nei cataloghi di p. inesistenti, come nel 972 o 974 Dono II (Domnus o Bonus) e Giovanni XX, creato in seguito allo sdoppiamento di Giovanni XV; del resto Giovanni XVI è un antipapa; 7) dalle successioni intricatissime di Benedetto IX (1014), Stefano IX (1057) e Onorio II (1124); 8) dalla situazione creatasi in seguito all'esistenza di tre « obbedienze » agli inizi del sec. XV che ebbero poi termine con il Concilio di Costanza che per il bene della Chiesa procedette più d'autorità che giusta le norme tradizionali. A seconda quindi delle soluzioni che si possono dare a taluni di questi intricati problemi, il numero dei p. cresce o diminuisce. Secondo la nostra cronotassi i veri p. sarebbero 258, compresi Diacoro e Celestino II Buccapeus da considerare come p. autentici. Gli antipapi veri sarebbero 36 con Vigilio, che è poi stato legittimato. Gli antipapi dubbi sarebbero 2 oltre gli inizi, non chiari, dei pontificati di Bonifacio II, Eugenio I, Sergio III, Gregorio VI e Clemente II; quelli impropriamente detti sarebbero 9. In quanto alla patria d'origine (per i primi secoli il Liber Pontificalis rimane fonte incontrollabile), i p. si possono così distribuire: Romani 100; italiani 106; stranieri 50; di patria non specificata 2. In quanto al culto, 77 p. sono venerati come santi; 8 come beati; un antipapa, Ippolito, come santo martire.
VI. RITRATTI DEI P
Per i p. antichi e medievali si hanno, più che vere effigie riproducenti le loro fattezze personali, tipi iconografici che vengono ripetuti con poche varianti. Per l'evo moderno e contemporaneo, invece, i ritratti dal vero abbondano. Tra le collezioni di ritratti di p. si devono ricordare: 1) quella affrescata nella basilica di S. Paolo al tempo di Leone Magno, continuata sul finire del sec. IX da papa Formoso, da Niccolò III sul finire del sec. XIII, da Benedetto XIV ca. il 1750, completamente rifatta in musaico dopo l'incendio del 1823; 2) quelle affrescate in S. Pietro e in Laterano ora distrutte; 3) quella di S. Piero a Grado (presso Piso) che termina ora con Giovanni XVII, attribuita a Deodato Orlandi (1300-12); 4) quella dipinta su tela, del Palazzo Altieri aOriolo, del tempo di Clemente X, tuttora aggiornata; 5) quella di Marino nella casa Colonna, ora Palazzo comunale (sotto il pontificato di Gregorio XVI). Nel sec. XV la cattedrale di Siena fu dotata d'una serie completa di busti dei p. Altra serie di 40 medaglioni ovali con i ritratti dei primi p. santi si svolge sui rivestimenti marmorei dei pilastri interni delle navate minori di S. Pietro in Vaticano (bassorilievi ad opera di allievi del Bernini; Innocenzo X, 1644-55).
Nelle nostre tavv. LVIII-LXII si dà la serie completa dei ritratti di p., riprodotti su medaglie coniate durante i singoli pontificati, da Niccolò V a Pio XII.
VII. STEMMI DEI P
Esistono molte raccolte antiche e recenti di stemmi dei p., ma ancora non se ne ha una critica nel senso pieno della parola. La nostra serie di stemmi, disegnati araldicamente, comincia con Innocenzo III; per Urbano IV (1261-64) e i p. di Avignone (1309-76) si è fatto ricorso a un ottimo articolo anon. della Revue de l'art chrétien, 51 (1908), pp. 254-65, 409-411; per l'antipapa Clemente VII a Galbreath; per gli altri antipapi e p. sino si giorni nostri agli stemmi esistenti su monumenti quasi tutti romani, controllati uno ad uno dal dott. Witold Wehr. Da notare che spesso torna difficile stabilire esattamente i metalli o gli smalti adoperati, trattandosi nella maggior parte dei casi di sculture; così pure talune figure rimangono incerte, perché disegnate o scolpite in vario modo dai contemporanei, anche in modelli di stemmi veramente autentici.VIII. SEPOLTURA DEI P
Alle voci rispettive si troverà l'indicazione del luogo di sepoltura dei singoli p.: basti qui ricordare che il Liber Pontificalis dà come luogo di sepoltura per i p. del sec. I e del sec. II S. Pietro in Vaticano; ora, in occasione degli scavi eseguiti per identificare la tomba del Principe degli Apostoli, non sono affiorati, nella zona esplorata, elementi capaci di confermare tale notizia. Nel sec. III i p. furono sepolti nel cimitero di S. Callisto; nel secc. IV e V in vari cimiteri: Callisto, Priscilla, Balbina, Calepodio, ecc., e nelle basiliche di S. Lorenzo e S. Paolo. Leone Magno fu nuovamente sepolto in Vaticano, nella basilica di S. Pietro, che divenne poi il luogo preferito della sepoltura della maggior parte dei p.Sul primato del p.: V. PRIMATO DI S. PIETRO E DEL ROMANO PONTEFICE.
V. in DACL, XIII, 1, 1097-1111
II.- Oltre la bibl. delle voci CONCLAVE e INCORONAZIONE, cf. G. J. Ebers, Der Papst u. die römische Kurie, I. Wahl, Ordination u. Krömming des Papstes, Paderborn 1916 (raccolta di testi); C. Mirbt, Quellen z. Geschichte der Papsttums u. des römischen Katholizismus, 5ª ed. anastatica, Tubinga 1934 (l'autore d. raccolta è protestante), H. Leclercq, Pape, in DACL, XIII, 1, 1111-1345. - III-IV. - Oltre la bibl. delle voci ANTIPAPA: CATALOGHI DI PAPI E DI VESCOVI, cf. L. Duchesne, Lib. Pont., la maggior parte dell'introduzione tratta delle questioni qui accennate; Th. Mommsen nell'introduzione alla sua ed. del Lib. Pont., in MGH, Regesta pontificum Romanorum, Hannover 1898, pp. XXVIII-LXIX, tratta dell'Ordo et spatia epp. Romanorum; H. K. Mann, The lives of the popes in the Middle ages, 19 voll. Londra 1902-32; A. Cappelli, Cronologia, cronografia e calendario perpetuo, 2ª ed., Milano 1930, pp. 206-289; A. Mercati, La serie dei p. nell'Annuario pontificio per l'anno 1947, in L'osservatore romano, 19 genn. 1947 (vers. inglese in Mediaeval Studies, 9 [1947], pp. 71-80). - V. - L. Duchesne, Le nombre des papes, in Miscellanea di Storia ecl. e di studi ausiliari, 2 (nov. 1903), pp. 3-8; R. L. Poole, The names and numbers of medieval Popes, in The English historical Review, 32 (1917), pp. 465-78, cf. anche pp. 204-14. - VI. - P. D'Achiardi, Gli affreschi di S. Piero a Grado presso Pisa..., in Atti del Congr. internazionale di scienze stor. (Roma, 19 apr. 1903), VII, Roma 1905, pp. 193-285, cf. p. 270-282; H. K. Mann, The portraits of the Popes, in Papers of the British School at Rome, 9 (1920), pp. 159-204; L. De Bruyne, L'antica serie di ritratti papali della basilica di S. Paolo fuori le Mura, Città del Vaticano 1934; G. Ladner, I ritratti dei p. nell'antichità e nel medioevo, I. Dalle origini fino alla fine della lotta delle investiture, Città del Vaticano 1941; H. Leclercq, Pape, in DACL, XIII, 1, coll. 1139-47. - VII.- Tra le numerose raccolte di stemmi di p. si ricordano quelle di: O. Panvinio, Epitome pontificum Romanorum, già cit.; A. Ciseconio, Vitae et gesta già cit.; G. Gigli, Selva di Varia, cod. Vat.Ottob. lat. 2976, scritto sul finire del 1644: F. Pasini-Frassoni, Essai d'armorial des pages d'après les manuscrits du Vatican et les monuments publics, Roma 1906; estratto dalla Rivista del Collegio araldico, 3 (1905), pp. 706-13; 4 (1906), pp. 17-24, 81-96; H. G. Stroehl, Album Pontificale, München Gladbach 1909; R. Granozio, Stemmi e p., Roma 1936; D. L. Galbreath, A treatise in eccl. Heraldry, I. Papal Heraldry, Cambridge 1930; C. Erdmann, Das Wappen u. die Fahne der römischen Kirche (Quellen u. Forschungen aus ital. Archiv. u. Biblioth., 22), 1930, pp. 227-255. - VIII. - F. Gregorovius, Die Grabenhändler der Papate, Lipnia 1881 (vera. it., 2ª ed. riveduta e ampliata da C. Huelsen, Roma 1931); H. K. Mann, Tombs and portraits of the Pages of the Middle ages, Londra (1929); B. M. Apolloni Ghetti-A. Ferrua-E. Josi-E. Kirschbaum, Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano, Città del Vaticano 1951, p. 27.
A. Pietro Frutaz
IX. ATTI DEI P
La mole imponente dei documenti pontifici, se rappresenta una fonte storica di prim'ordine in relazione ai destinatari, è anche testimonianza fedele dello zelo pastorale dei p. ed elemento principe per la ricostruzione dei loro itinerari, nei periodi in cui la corte pontificia, per particolari predilezioni dei p. regnanti o per cause esterne, passò da una sede all'altra (fermo restando il principio del sommo governo della Chiesa legato alla Cattedra di Roma). Tali documenti si trovano sparsi in numerosissimi archivi, di cui quasi sempre rappresentano i «pezzi» più preziosi; la serie dei registri (v.), che comincia ad essere sistematica solo con il pontificato di Innocenzo III, è custodita invece nell'Archivio Segreto Vaticano. Introdotta la stampa, non sfuggì il valore di questi atti e si ebbero moltissime iniziative per raccoglierli in corpora diversi di mole e di valore, che vengono compresi generalmente sotto il nome di «Bullari», anche se i documenti ivi compresi non rientrano tutti nella categoria delle «bolle».A parte un incunabolo (Norimberga 1481 [?]) e numerose edizioni cinquecentine (la più importante è quella del card. Antonio Carafà, Epistolae decretales Summonum Pontificum, 3 voll., Roma 1591, ispirata da Sisto V e interrotta rispetto al disegno originario; contiene le bolle da Clemente I a Gregorio VII), le raccolte più importanti si ebbero nei secc. XVII e XVIII. Apre la serie il Bullarium magnum Cherubinorum che, iniziato da Laerzio Cherubini alla fine del sec. XVI (922 atti da Leone Magno a Sisto V, 3 voll., Roma 1586; 2ª ed. ivi 1617; lo stesso curò l'ed. delle costituzioni di Sisto V, Roma 1586 e 1588), ebbe impostazione più vasta ad opera del figlio, il benedettino Angelo Maria Cherubini. Egli pubblicò, come 3ª ed. della raccolta del padre, un Bullarium Romanum novissimum a b. Leone Magno usque ad S. D. N. Urbanum VIII (4 voll., Roma 1634-44), estendendolo successivamente (4ª ed.) fino a Innocenzo X (Lione 1655: 2 dei 4 voll. di questa ed. sono all'Indice «donec expurgentur» per l'intrusione di una bolla falsa e l'alterazione di un'altra). Nel 1659 apparve a Viterbo un'Appendix; quindi i pp. Angiolo di Lantusca e Giovanni Paolo di Roma ne curarono una nuova ed. (5ª, ma indicata come 6ª per aver incluso nel computo anche l'Appendix), uscita in 6 voll. a Roma tra il 1669 e il 1672, in cui il materiale arriva fino a Clemente X (ristampe a Lione nel 1673 e 1697). Infine la 6ª ed., assai più ampia, ma non più accurata, uscì a Ginevra (nel frontespizio si indica però Lussemburgo) a partire dal 1727 (voll. I-VIII; nel 1730 i voll. IX-X. Dal 1741 si ebbero vari supplementi che portarono i voll. a 19 [l'ultimo è del 1758], giungendo al pontificato di Benedetto XIV: gli atti di questo pontefice sono però soltanto copiati dall'ed. romana del Mainardi [V. sotto]). Un fratello di Angelo Maria, Flavio Cherubini, curò inoltre un Compendium bullarii a patra editi, Roma 1623 (altre edd. a Lione, 1624 e 1638).
Altra importante raccolta, sebbene di proporzioni più modeste, è quella di P. Constant (in collaborazione con S. Mopinot), Epistolae Romanorum Pontificum et eae quae ad eos scriptae sunt, a s. Clemente I usque ad Innocentium III, rimasta interrotta al vol. I (Parigi 1721); il materiale si arresta all'anno 440. Lo Schönemann ne curò una 2ª ed. (Gottinga 1796), che presenta qualche omissione e alcune aggiunte. Si considera di solito come 3ª ed. dell'opera del Constant quella di A. Thiel, Epistolae Romanorum pontificum genuinae et quae ad eos
scriptae sunt a s. Hilario usque ad Pelagium II, anch'essa interrotta (a s. Ormisda; vol. I, Brunsberg 1868).
Vastissimo, e certamente il più famoso, è il Bullarium magnum seu novissimo et occursissimum bibliotheca apostolicarum constitutionum, di C. Cocquelines, in 14 voll. e 28 tt. (Roma 1739-62: i primi 6 voll. [tt. I-XX], con il titolo Bullarium, privilegiorum ac diplomatum Romanorum pontificum amplissimo collectio, sono in sostanza una riedizione, assai ampliata, dell'opera del Cherubini; gli ultimi 5 furono pubblicati dopo la morte del Cocquelines, senza il suo nome); gli atti arrivano al pontificato di Benedetto XIV. La raccolta interferisce variamente con un'altra, dalla storia molto intricata: il Bullarium magnum di G. Mainardi, calcolato generalmente in 18 voll. (Lussemburgo e Roma 1733-58), che comprenderebbe documenti da Leone Magno a Benedetto XIV. In realtà solo 12 voll. sono del Mainardi: egli concepì in origine l'idea di fare un supplemento all'ultima ed. romana (1669-72) del Bullarium del Cherubini: ristampò quindi nel suo vol. I (che chiamò VII) gli atti di Clemente X; proseguì poi fino agli inizi del pontificato di Benedetto XIV con altri 7 voll. (1734-44); infine aggiunse i 4 voll. del Bullarium di Benedetto XIV (1754-58), mentre affidava la riedizione dei volumi del Cherubini al Cocquelines. L'opera dei Mainardi fu compendita da L. Guerra, Pontificarum constitutionum... epitome (4 voll., Venezia 1772), e continuata fino ai primi 4 anni del pontificato di Gregorio XVI da A. Barberi, A. Spetta, R. Secreti, Bullarii Romani continuatio, 9 voll. in 19 tt., Roma 1835-57.
Larga risonanza ebbe pure la Bullarium, diplomatum et privilegiorum s. Romanorum pontificum Taurinensis editio, pubblicata dal Tomasetti per cura del card. F. Gaude, arcivescovo di Torino, in 22 voll. (Torino 1857-72), più i di Appendice (ivi 1867); continuata quindi a Napoli, sotto il patronato del card. Sant'elice (5 voll., 1867-85).
Il moltiplicarsi degli atti e le scoperte di altri rimasti sepolti negli archivi rendeva però sempre più problematica un'edizione complessiva: si affermarono invece da un lato i bullari particolari (di singoli pontefici, di SS. Congregazioni, di Ordini religiosi e cavallerecchi, di sedi episcopali, ecc.); dall'altro la pubblicazione di regesti condotti con rigoroso metodo scientifico, ma limitati al periodo compreso fra le origini e gli inizi del sec. XIV (v. REGESTO). Alessandro Pratesi
X. MEDAGLIE PAPALI
Costituiscono un ricchissimo insieme di prodotti monetiformi da ca. la metà del sec. XV ai giorni nostri. Prodotti quasi annualmente in uno o più esemplari vari, da tutti i pontefici, accanto alla moneta papale, i pezzi, contemporanei dei singoli titolari, ne illustrano la storia nelle rispettive benemerenze in ogni campo, mentre rispecchiano e ripetono la tecnica e l'arte dell'epoca cui appartengono; quindi inizialmente sono fuse, e le figurazioni concepite e prodotte secondo i canoni della tecnica dell'arte medagliatica rinascimentale da poco inaugurata in Italia; poi, da ca. la metà del sec. XVI, sono coniate e si adeguano sempre più all'arte monetaria dello successivo epoche, i pezzi essendo incisi e coniati nella zecca di Roma.Ciò premesso si devono respingere dalla serie vera e propria papale numerosi gruppi di pezzi che vi sono stati inseriti abusivamente nel corso dei secoli, e che quasi sino ad oggi ne hanno fatto parte. Primieramente una congerie di pezzi fusi che raffigurano quasi tutti i pontefici, da s. Pietro a Martino V, e che si vuole ancora distinguere in due gruppi, differenziati da alcune caratteristiche estrinesche, tecniche e tipologiche; ma i tipi sono senza eccezione di minimo valore artistico, iconografico e storico. È stato da tempo riconosciuto quale autore di queste falsificazioni il milanese G. B. Pozzi, della fine del sec. XVI, che avrebbe lavorato di fantasia, creando ritratti convenzionali, che si differenziano per gli stessi personaggi rappresentati nella doppia serie (cf. Gregorio VII, Innocenzo IV, Clemente IV, Adriano V, Innocenzo VII, Gregorio XII); sono pezzi che non sarebbe possibile attribuire allo stesso personaggio senza la leggenda esplicativa. Analogamente per i rovesci, il disegno è rozzo e disadorno, privo di qualsiasi contenuto

(Int. Enc. Catt.)
L'autentica serie papale inizia con la metà del sec. XV ed anche per il sec. XVI non è ricca di pezzi. Questi prodotti poi non presentano firme celeberrime, pur rivelando l'opera di incisori e medagliati quali il Guazzalotti, Lisippo, Vittor Camelio, il Fioravanti, il Caradosso, il Cellini, Leone Leoni e Federico Parmense, per ricordare solo i più noti.
È pure stato riconosciuto giustamente che a Roma è mancata una vera e propria scuola di medagliati, riconoscibile da uno stile; e che gli artisti che vi lavoravano, da Niccolò V e per tutto il '500, sono immigrati da varie città italiane e dalle loro scuole, ed infine che la loro produzione è assai meglio rappresentata da medaglie non romane: persino per il Cellini si può affermare che le caratteristiche della sua arte preziosa si affermano molto più evidenti ed apprezzabili in ogni altra produzione del suo cesello che non sulle monete e sulle medaglie di Roma. Ma devesi pure tener presente che a Roma la loro produzione assunse una fisionomia individua dall'ambiente, per la dipendenza e le relazioni degli artisti con la corte papale, e quindi dagli obblighi inerenti alla loro produzione ufficiale, ristretta ai soggetti
loro commessi e da essi obbligatoriamente trattati e ripetuti per le successive emissioni.
Le medaglie della serie papale vera e propria, cioè contemporanee dei p. di cui presentano il nome ed il ritratto, prendono inizio con pochi pezzi fusi di Niccolò V, Callisto III, e Pio II. La medaglia di Niccolò è postuma e, firmata dal Guazzalotti da Prato, presenta il Pontefice seduto nella barca iscritta ECLESIA; il disegno e la

(Int. Enc. Catt.)
Un altro ricco gruppo di pezzi, coniato, presenta le caratteristiche dell'arte del sec. XVI e raffigura i P. almeno da Martino V
tecnica sono grossolani, ma dall'insieme spira semplicità e naturalezza. Allo stesso artista si attribuiscono il pezzo anonimo di Callisto III, con magnifico ritratto, con lo stemma papale; i due esemplari di Pio II, anonimi e fusi, l'uno (NUDUS EGRESSUS SIC REDIBO), con lo stemma, l'altro col noto rovescio copiato dalla medaglia di Vittorino da Feltre, del Pisanello, con il pellicano che nutre del suo sangue i suoi nati (ALES UT HEC CORDIS PAVI DE SANGUINE NATOS).
Più numerosi sono i pezzi di Paolo II, tutti fusi e in buona parte anonimi; con i loro tipi commemorano l'attività costruttiva del P., già iniziata da cardinale (cf. i pezzi: HAS AEDES CONDIDIT... HANC ARCEM CONDIDIT, per il Palazzo S. Marco, ecc.). Altri pezzi anonimi vengono attribuiti a Cistoforo di Geremia e raffigurano la casa del fisico Gottifredo, la tribuna di S. Pietro ecc. Allo stesso si attribuiscono le belle medaglie ovali dedicate PAULI VENETO PAPE II ITALICE PACIS FUNDATORI, con un magnifico ritratto. Un solo pezzo (LETITIA SCOLASTICA) porta la firma di Aristide Fioravanti di Bologna (A. BO.).
Nella serie di Paolo II un posto speciale spetta alla grande medaglia del Concistoro del 1466, di mm. 78 di diametro, e di autore ignoto (si fanno i nomi di Andrea Niccolò da Viterbo,
Pier Matteo Orfini ed anche del bolognese Fioravanti). Il pezzo presenta tipi di minimo rilievo, ma di un disegno netto nei particolari delle due scene. Queste raffigurano l'una il Concistoro presieduto dal P. in trono, circondato dalla sua corte [SACRUM PUBLICUM CONCISTORIUM PAULUS VENETUS P(A)P(A) II]; l'altra, nel campo superiore, Cristo seduto in gloria al centro di

(Int. Enc. Catt.)
Un certo numero di pezzi anonimi di Sisto IV sono attribuiti al Guazzalotti ed a Lisippo, un solo pezzo è firmato da Vittor Camelio. Al primo si attribuiscono la medaglia per la liberazione di Otranto dai Turchi per opera di Alfonso duca di Calabria, comandante dell'esercito pontificio (PARCERE SUBIECTIS ET DEBELLARE SUPERBOS SIXTE POTES-CONSTANTIA-MCCCLXXXI), dove la figura della Constantia ripete quella della medaglia del Dotti di Padova attribuita al Geremia; e l'esemplare con il rovescio noto dalla medaglia del Geremia stesso per Costantino. A Lisippo si attribuiscono due medaglie anonime, quella con il ponte Sisto (CUBA, RERUM PUBLICARUM) e quella con l'incoronazione del Pontefice. Vittor Camelio ha firmata una sola medaglia fusa con la figurazione dell'udienza papale [OP(US) VICTORIS CAMELI VE(NETI) all'esergo del rovescio], che ha davvero qualcosa della caratteristica forza del '400.
Tre medaglie fuse di Innocenzo VIII gli sono contemporanee. Sono anonime: due con il rovescio IUSTITIA-PAX-COPIA, e le tre personificazioni; la terza in INNOCENTIA MEA INGRESSUS SUM, e lo stemma papale; si attribuiscono al Pollaiolo, o al Francia o anche a Niccolò Fiorentino.
Le quattro medaglie note di Alessandro VI sono attribuite per lo stile al milanese Caradosso; sono fuse,

TIAM CUM FORTUNA CONIUNCT(AM).
(fot. Enc. Catt.)
Per Leone X non si conoscono medaglie firmate e dei pochi esemplari con il suo nome è incertissima l'attribuzione ad incisori contemporanei.
Da questo momento anche per la medaglia viene adottata la tecnica della contazione propria della moneta: di qui una diminuzione del valore artistico ed un'aderenza sempre più stretta fra i due prodotti della stessa zecca romana.
Le medaglie del Cellini per Clemente VII sono due: quella firmata (CLAUDUNTUS BELLI PORTAE) che commemora la pace tra il P. e l'Imperatore, e l'altra anonima (UT BIBAT POPULUS) con Mosè che fa sgorgare l'acqua dalla roccia, per l'esecuzione del pozzo di Orvieto. Per le altre medaglie di Clemente VII si fanno ancora i nomi di Giovanni Bernardi da Castel Bolognese e di Francesco Ortensi di Girolamo Dal Prato; al primo si attribuisce il magnifico esemplare EGO SUM IOSEPH FRATER VESTER, che altri preferisce considerare di mano del Cellini; al secondo quello fuso di buona arte (POST MULTA PLURIMA RESTANT) con Cristo legato alla colonna, tipo che allude ai dolori sofferti dal P. per il sacco di Roma.

la prima con la scena della incoronazione (CORONAT); la seconda, in due varianti, con Castel S. Angelo ed il ponte omonimo (ARCEM IN MOLE DIVI HADR(IANI) INSTAUR(AVIT) FOSS(IS) AC PROPUGNACULIS MONS(VIT), e MOLEM HADRIANI VALLIS FOSSIS PROPUGNACULIS CORRIDORISQUE CINXIT); l'ultima col toro dei Borgia incoronato da un angelo: OR SAPIEN-
derico Bonzagna Parmense si attribuiscono i pezzi ALMA ROMA, HARUM AEDIUM FUNDATOR, con il Palazzo Farnese, e IN VIRTUTE TUA SERVATI SUMUS con il licorno; infine la veduta di Parma, ecc. Da lui sono firmate alcune medaglie di Giulio III, e la sua produzione continua poi sotto Paolo IV, Pio IV e Gregorio XIII. L'arte è già scadente ed alquanto trascurata: deficiente l'ispirazione dei pochi nuovi tipi di Giulio III, mentre sempre più numerose le ripetizioni dei tipi delle serie precedenti.
Dal Cavino, celebre falsario dell'epoca, è firmata la medaglia ANGLIA RESURGENS - UT NUNN NOVISSIMO DIE, in occasione del matrimonio di Maria Tudor con Filippo II nel 1554; alquanti pezzi dell'Anno Santo sono firmati dal Cesati insieme con l'esemplare KPATOUMAI. Ma il maggior numero sono anonime e non attribuibili.
Una medaglia di Marcello II, che regna 23 giorni, è firmata da G. B. De Rossi, milanese, che sostituì il Cesati alla zecca di Roma ed incise numerosi pezzi di Paolo IV, Pio V e Gregorio XIII. Di Paolo IV firmò il pezzo con il Calvario e quello con HAERESI RESTITUTA per l'istituzione del tribunale dell'Inquisizione; altri esemplari del medesimo papa (DOMUS MEA DOMUS ORATIONIS E BEATI QUI CUSTODIUNT VIAS MEAS) sono del Parmense.
Le numerose medaglie di Pio IV sono firmate, oltre che dal De Rossi e dal Parmense, dai nuovi artisti Marco Argo, scolaro del Cesati, e Simone Pallante. Di questo è l'esemplare PIETATI PONTIFICIE di ispirazione classica; di Marco Argo i pezzi TUI SECTATOR, con vescovo a cavallo che insegue a frustare il nemico fuggente, trasparente allusione al card. Ippolito d'Este, legato in Francia a combattere gli Ugonotti; infine il pezzo con il P. che esce con la Corte dalla Porta Flaminia. Notevoli del Parmense i pezzi TU AUTEM IDEM IPSE ES E VIRGO TUA GLORIA PARTUS.
Un ricco gruppo di pezzi di Federico Parmense, qualche esemplare di G. A. Rossi insieme con alcuni esemplari anonimi costituiscono il gruppo di Pio V, fra i quali notevole del Parmense DEXTERA TUA DOMINE PERCUSSIT INIMICUM, che rievoca la battaglia di Lepanto.
Le numerose medaglie di Gregorio XIII, oltre che dai due precedenti artisti, sono state firmate da Domenico Poggini, G. Melone, L. Fragni, Niccolò De Bonis, Lodovico Leoni, Domenico Argentario e Bernardino Passero (ed anche da un F. C. ed un R. C. non meglio identificati). Argentario e Passero lavorarono insieme ca. il 1582 alle 5 grandi medaglie eseguite per il X anno di regno, che dovevano essere poste nelle fondazioni del Collegio dei Gesuiti. Del Parmense i pezzi migliori sono UGONOTTORUM STRAGES E IN FLUCTIBUS EMERGENS - RESTAURAVIT col ponte sul Tevere. Di D. Poggini IN NOM(INE) JESU SURGE ET AMBULA, con la guarigione del paralitico. Di L. Fragni parmense SUPER HANC PETRAM con la facciata della Basilica Vaticana secondo il progetto di Michelangelo e VIATORUM SALUTI - PELIA, con il ponte sul Paglia presso Acquapendente; di Niccolò De Bonis la medaglia che ricorda l'istituzione del Collegio Germanico voluto da Giulio III ed ultimato da Gregorio XIII.
Numerosi i pezzi al nome di Sisto V firmati dagli incisori dell'epoca sunnominati. Ormai la serie medaglistica papale è uni-
forme nella tecnica e nei sistemi che si ripetono e si rielaborano nel pesante stile dell'epoca, ma non presenta più molto interesse, salvo per i nuovi tipi di carattere architettonico.
Le poche medaglie di Urbano VII, che regnò solo 12 giorni, sono postume. Di Innocenzo IX, che regnò due mesi, non si hanno monete ma qualche medaglia fir-
(fot. Enc. Catt.)
PAPA - Verso della medaglia di Alessandro VI con Castel Sant'Angelo e il ponte (per il recto V. tav. LIX. 7). Attribuita al Caradosso - Medagliere Vaticano.

(fot. Enc. Catt.)
I numerosi pezzi di Clemente VIII sono firmati dai due De Bonis, da Gaspare Cambio, Giorgio Rancetti e da Fr. Mochi. Quelli di Paolo V, dal Rancetti, dal Moro e dal Sanquirico; e quelli di Urbano VIII e di Innocenzo X dal Moroni, dal Mola, dal Korman di Augusta, ed altri minori.
Le medaglie di Alessandro VII sono, salvo poche eccezioni, firmate dal Moroni e presentano in maggior numero tipi architettonici e di opere d'arte dell'epoca, in figurazioni prospettiche di grande effetto. Quelle di Clemente IX e di Clemente X dagli Hamerani, dal Lucenti, dal Travani; per Innocenzo X si aggiunge il Guglielmata e per Alessandro VIII G. Ortolani e Ferdinando di S. Urbano; con Innocenzo XII e poi con Clemente XI ancora gli Hamerani, Paolo Borner, A. Pilaia; Ermenegildo Hamerani firma il diritto del pezzo di Clemente XI FACTUS EST PRINCIPATUS SUPER HUMERUM EIUS con Gesù caduto sotto il peso della Croce, e ancora il bel ritratto del Pontefice stesso di tre quarti a sinistra. Dall'età di Benedetto XIII sino alla fine del secolo le medaglie sono firmate dagli Hamerani, dal Cropanese; da Pio VII in poi si trovano le firme di Mercandetti, Brandt, Pasinati, Passamonti, Cerbara, Caputi, Girometti; infine per Pio IX quelle del Cerbara, del Girometti e anche dei due Bianchi.
Il numero delle medaglie papali prodotte dagli inizi del sec. XVI (Giulio II) in poi è enorme, ma non precisabile; le fonti risultano incomplete ed insufficienti. Il Bonanni ne ha descritto un buon numero, ma si ferma ad Innocenzo XIV (1700); il Mazio si limita a descrivere i coni raccolti ed esistenti al suo tempo presso la zecca di Roma (e tutti sanno come e quando tale raccolta fu fatta), e vi comprende anche i coni paladianiani ivi esistenti; il Martinori ne triplica il numero, ma vi inserisce, oltre le invenzioni paladiniane, anche buon numero di pezzi ibridi, spuri, scarti di conio, ripetizioni, ed infine numerose medaglie di devozione di nessun carattere ufficiale. Il quesito del numero rimane insoluto, e si può calcolare solo approssimativamente ad alcune migliaia di pezzi.
Il primo e massimo interesse di tale serie è quello iconografico: è una galleria completa di ritratti di tutti i p. che si susseguirono per più di quattro secoli e mezzo: ritratti cui gli incisori rivolsero le maggiori cure: proprio sotto il ritratto i numerosi artisti di tutti i tempi apposero la loro firma. Il valore iconografico è tanto più grande per il fatto che sulle monete papali il ritratto, comparso inizialmente con Giulio II, già con lui e poi dopo di lui si ritrova esclusivamente sui maggiori nominali di oro e d'argento, emissioni che diventano rare ed anche rarissime con Innocenzo XI, perché scarse di pezzi; per giunta alcuni p. non hanno posto mai il loro ritratto sulla moneta, come Paolo IV, Gregorio XV, Alessandro VII, Clemente IX, Benedetto XIII e Clemente XIV. Solo con Leone XII ricompare più frequentemente il ritratto, di cui Pio IX orna il maggior numero delle sue numerose emissioni.
In secondo luogo si deve considerare l'interesse tipologico che fa di questa serie una preziosa documenta-
zione storico-religiosa soprattutto per le rappresentazioni del rovescio.
L'andamento tipologico come quello artistico della medaglia si affianca ed è analogo a quello delle monete, ma il maggior diametro della medaglia permette un più ampio sviluppo dei tipi che d'altronde non si ripetono mai eguali sulle due serie, ma si presentano sulle medaglie come varianti di un analogo tema proposto all'artista da una stessa autorità, e che illustra gli stessi concetti e gli stessi avvenimenti. Saranno trattati qui pochi gruppi, che daranno modo di trarre alcune constatazioni di notevole importanza in rapporto ai sistemi di lavoro nella zecca di Roma: cioè la ripetizione sistematica degli stessi tipi sovente anche con gli identici coni, senza pregiudizio del cosiddetto diritto di autore; si noti poi che sul rovescio non si trova mai la firma dell'artista incisore; sono i tipi religiosi e le personificazioni sacre e profane.
Il tipo di Cristo che consegna le chiavi a S. Pietro (CLAVES REGNI CELORUM), compare già con Giulio III, ritorna con Marcello II sino a Gregorio XIII; è tipo monetale ricorrente nei secc. XV e XVI da Giulio II in poi (cf. ACCIPE CLAVES REGNI CELORUM). Una delle ultime edizioni è quella di Clemente X TU ES PETRUS ET SUPER MANC PETRAM AEDIFICABO ECCLESIAM MEAM, con una figurazione nello stile enfatico dell'epoca. Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio (DOMUS MEA DOMUS ORATIONIS) compare nello stesso periodo, con Paolo IV, ed insiste fino a Sisto V.
Il busto nimbato di Cristo (BEATI QUI CUSTODIUNT VIAS MEAS), compare con Paolo III e ritorna con i successori almeno fino a Gregorio XV. È sempre lo stesso tipo, severo, ieratico, con i lunghi capelli spioventi sulle spalle, che ricompare con Alessandro VII. Si affianca ad analogo tipo monetale da Giulio III a Sisto V almeno. Da notare la mezza figura frontale del Padre eterno raggiunto con globo crucigero dell'esemplare di Giulio XII, con la leggenda EGO SUM VIA VERITAS ET VITA più propria delle note medaglie con l'effige del Salvatore, attribuite al De Rossi ed a Leone Leoni (cf. anche i pezzi analoghi con EGO SUM LUX MUNDI). Un'altra edizione del busto, ringiovanito ed abbellito, si trova con Urbano VIII (1623-1644): DOMINE QUIS SIMILIS TIBI.
Gesù che lava i piedi all'Apostolo (TU DOMINUS ET MAGISTER - EXEMPLUM DEDI VOBIS), si trova da Leone X, una o più volte per ogni pontefice, sino a Pio IX incluso, che ne presenta numerosi esemplari. Con Alessandro VII la succitata formola è sostituita da FORMAM SERVI ACCIPIENS; ma poi ritorna la vecchia dizione, che con Gregorio XVI si muta in EGO DOMINUS ET MAGISTER. Anche il tipo subisce varianti da Alessandro VII in poi, giacché non vi partecipa più un solo discepolo, ma cinque, sei, e anche dieci, dando movimento alla scena che prima si svolgeva tranquillamente tra Cristo ed un solo assistente.
Il tipo di Cristo che predica alle turbe (NE DETERIUS VOBIS CONTINGAT), pare sia stato introdotto da Paolo IV, e dura per tutto il sec. XVI. Cristo che discute nel Tempio coi Dottori (TU AUTEM IDEM IPSE ES) è proprio di Paolo III e di Pio IV; deve considerarsi una variante dei testoni di Paolo III.
Il tipo degli Apostoli nella nave in tempesta che ri-

(fot. Enc. Catt.)
Una variante nella leggenda nei pezzi di Gregorio XIII che imitano il tipo di Pio V succitato dice DOMINE ADIUNA NOS. La pesca miracolosa (IN FLUCTIBUS EMERGENS) si ripete da Paolo IV per tutto il sec. XVI ed i pezzi derivano da uno stesso conio.
Il tipo di s. Pietro che tira la rete (IN VERBO TUO) si trova con Clemente VIII e Urbano VIII, variante del tipo monetale del ducato da Sisto IV in poi. GREGEM NE DESERAS, un pastore che invoca dal Cielo la salvezza del suo gregge, è conio di Gregorio IV ripetuto da Clemente VIII. Gesù caduto sotto il peso della Croce (FACTUS EST PRINCIPATUS SUPER HUMERUM EUS) compare con Clemente XI, e viene ripetuto, dallo stesso conio, da Clemente XIV e da Pio VI.
La figurazione della madre di Dio ricorre in alquante varianti del tipo monetale e si ripete sovente dagli stessi coni: VIRGO TUA GLORIA PARTUS, da Giulio II sino a Gregorio XIII; CAUSA NOSTRAE LAETITIAE di Gregorio XV. VIRGO POTENS ORA PRO NORIS di Clemente XI e SUB TUUM PRAESIDIUM di Innocenzo XII del 1699, sono due varianti dal dipinto del Maratta. Più complesse composizioni, quella di Alessandro VIII (VICTRICEM MANUM TUAM LAUDEMUS) per la vittoria dei Veneziani sui Turchi nel 1690 ed AUXILIUM CHRISTIANORUM con la Madonna del Rosario di Clemente XI. Infine i due tipi della Immacolata Concezione di Clemente X, CUM ME LAUDARENT SIMUL ASTRA MATUTINA, dal testone dello stesso.
Il rovescio BEKTERA DOMINI FACIAT VIRTUTEM 1591, con il P. che consegna il vessillo per la guerra, compare identico, e da un sol conio, per Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX. Si vuole accenni alla spedizione in Francia del nipote del p. Gregorio contro gli ugonotti; se così è, si ha qui un molteplice patente esempio di pezzi ibridi, ma presenti in tutte le collezioni.
Anche per gli Anni Santi che si susseguirono dal 1500 in poi, si coniarono numerosissime medaglie che riproducono la Porta Santa aperta e chiusa, e le varie funzioni inerenti; tutti i tipi si ripetono con poche varianti in ciascun periodo e per tutte le cerimonie, come nelle monete.
Lo stesso dicasi per le personificazioni allegoriche sacre e profane, queste di ispirazione prettamente classica, precedendo quelle: l'Annona pontificia di Paolo III, che vien ripetuta per tutto il sec. XVI e sovente dagli stessi coni; Roma resurgens di Paolo IV; la Poe di Pio IV, la Hilaritas pontificia, tipo del Paladino per Paolo II e successori immediati, che ritorna con Sisto V; la Securitas da Paolo III in poi e la Liberalitas di Leone X e Clemente XIII, che sono due tipi analoghi.
Dal 1600 in poi si presentano quelle personificazioni di concetti religiosi che sono note dall'arte statutaria monumentale dell'epoca: la Religio, la Fides, e la Chiesa; la Charitas, la Iustitia, la Clementia, la Providentia, la Fortitudo, ecc. Nel qual settore è possibile, ad un esame particolareggiato, ritrovare identità di coni per vari pontefici; basterà ricordare che il gruppo IUSTITIA ET CLEMENTIA COMPLEXAE SUNT di Urbano VII e di Innocenzo X derivano dallo stesso conio.
Quanti accostamenti ibridi e postumi si possano e debbano riconoscere in questa ricca serie papale e per ogni periodo, non sarà mai possibile dire e nemmeno riscontrare; i pezzi han preso diritto di esistenza perché presenti in tutte le collezioni e nei manuali e nei cataloghi; basterà pensare al fenomeno Paladino, la cui produzione, da non molto riconosciuta postuma, si ritrova inserita dovunque e di cui si è tentato sino ai nostri giorni una giustificazione sotto il nome di « restituzioni ».
In un solo settore il fenomeno dell'uso ripetuto dei coni nei più diversi periodi non si è verificato e non si poteva verificare, in quello dei tipi architettonici. Questi tipi testimoniano per ciascun p. le specifiche benemerenze nel campo delle costruzioni sacre e profane, di cui ogni p. andava giustamente fiero, onde nessuna confusione e ripetizione abusiva di coni era possibile.
Particolarmente sono illustrati: con Giulio II la Basilica Vaticana con la cupola e i due campanili secondo il progetto del Bramante [TEMPLI PETRI INSTAURACIO - VATICANUS MONIS], la Basilica Lauretana, il porto e la fortezza di Civitavecchia, ecc.; con Paolo III, il Palazzo Farnese, una veduta di Frascati con la Villa Rufina; una magnifica veduta di Roma a volo di uccello, ecc.; con Giulio III: la Basilica Vaticana secondo il progetto del Sangallo, Villa Giulia, ecc.; con Pio IV: Castel S. Angelo e la chiesa di S. Caterina; con Pio V: la chiesa di S. Croce in Bosco; con Gregorio XIII: il progetto della Basilica Vaticana secondo Michelangelo e la Cappella Gregoriana della stessa Basilica, il ponte sul Pelia ad Acquapendente, il Palazzo Capitolino con la torre, la Madonna dei Monti ed il Collegio Germanico, ecc.; con Sisto V: le colonne Traiana ed Antonina con le statue dei ss. Pietro e Paolo, i colossi del Quirinale, i quattro obelischi (CRUCI FELICIUS CONSECRATA), ecc.; con Clemente VIII: la città di Ferrara (FERRARIA RECUPERATA), il ponte e la caduta delle acque del Velino (VELLINO EMISSO MDC), ecc.; con Paolo V: la Cappella Borghesiana di S. Maria Maggiore, S. Carlo al Corso, la colonna del tempio della Pace elevata davanti la Basilica Liberiana sormontata dalla statua della Madonna (PRO IUI NOMINIS GLORIA), il Palazzo del Quirinale e la porta della Cappella Paolina, quella del Vaticano sotto l'orologio, il ponte sul Liri presso Ceprano, il porto artificiale di Fano, ecc.; con Urbano VIII: la Confessione del Vaticano, Castel S. Angelo, il porto di Civitavecchia, le chiese di S. Bibbiana, di S. Caio presso le terme di Diocleziano, il Battistero Lateranense, i granai di Termini ed il baluardo del Quirinale, le mura di Roma, la Porta Gianicolense, il Palazzo pontificio di Castel Gandolfo, le ferriere di Monte Leone, ecc.; con Innocenzo X: l'interno della Basilica Lateranense e di S. Pietro, il Palazzo del Museo Capitolino, Piazza Navona con le fontane e l'obelisco e la relativa chiesa di S. Agnese, ecc.; con Alessandro VII: le chiese di S. Maria della Pace, di S. Maria in Campitelli, di S. Maria in Via Lata, di S. Andrea della Valle, la Cattedra di S. Pietro in Vaticano, la Scala Regia, il cortile dell'Archiginnasio romano, il Palazzo del Quirinale per la famiglia pontificia, Porta del Popolo dall'esterno e dall'interno, l'Ospedale di S. Spirito, Ponte S. Angelo con le statue berniniane, ecc.; con Clemente X: il Palazzo Altieri, il porto di Civitavecchia, la tribuna della Basilica Liberiana, ecc.; con Clemente XI: la basilica dei XII Apostoli e la Cappella gentilizia della famiglia Albani, la chiesa ed i portici della basilica di S. Clemente, i granai di Termini, la chiesa e i bagni di Nocera, il porto e l'acquedotto di Civitavecchia, l'Istituto di Bologna, ecc.; con Clemente XII: l'arco di Costantino [OB MEMOR(IAM) CHRISTIAN(AE) SECURIT(ATIS) REST(AURATAE)], le grandi medaglie con S. Giovanni in Laterano con il portico e la cappella Corsini, la fontana di Trevi (PONTE AQUAE VIRGINIS ORNATO), il Palazzo della Consulta, ecc.; con Benedetto XIV: S. Maria Maggiore, il sepolcro di Maria Sobieski al Vaticano, l'abside del triclinio leoniano, davanti alla Basilica Lateranense, l'interno del Pantheon, le mura urbane (SECURITAS PUBLICA - MOENIA URBIS RESTAURATA); con Clemente XIII: i granai di Termini, i due centauri in marmo nero della Villa Adriana in Campidoglio (CURA PRINCIPIS AUCTO MUSEO CAPITOLINO CELBERRIMIS ADRIANAE VILLAE ORNAMENTIS), Civitavecchia (CENTUMCELLIS AMPLIATA CIVITAS MDCCLXIV), ecc.; con Clemente XIV: la basilica dei SS. XII Apostoli ed il Museo Clementino con i candelabri Barberini; con Pio VI: la Sacrestia vaticana, il conservatorio Pio sotto S. Pietro in Montorio, S. Lorenzo alle Grotte, Civitavecchia ed i suoi forni, l'Ospizio dei fanciulli in Foligno, l'ospedale a Città di Castello, le carceri e l'Accademia di Treia, il Conservatorio di Fabriano, ecc.; con Pio VII:
la Basilica Vaticana, Piazza del Popolo, Ponte Molle, il gruppo del Laocoonte ed il Braccio nuovo del Museo Vaticano; con Leone XII: la Basilica Ostiense dopo l'incendio, il fonte battesimale di S. Maria Maggiore, ecc.; con Gregorio XVI: il tempio di Antonino e Faustina, il Museo egizio vaticano, Porta Maggiore ed il monumento Claudio, il ponte ed il canale di Terracina, l'ospedale di S. Giacomo in Augusta, il ponte Gallore, la fortezza di Ancona; e sulle grandi monumentali medaglie l'entrata e l'uscita dell'Aniene dai cunicoli presso Tivoli, ecc.; con Pio IX: la prospettiva interna della Basilica Lateranense, la Via Appia con S. Sebastiano, il Museo Lateranense, Porta Pia vista dall'interno e dall'esterno, Porta S. Pancrazio, S. Paolo ricostruita, la basilica di S. Lorenzo, la Piazza del Quirinale, la Galleria Piana al Palazzo pontificio, il ponte che unisce Albano all'Ariccia, il tempio della B. Vergine detta di S. Luca in Bologna, S. Lorenzo al Verano, ecc.
Alcuni templi e monumenti ricorrono più di una volta per i successivi restauri, abbellimenti ed aggiunte subiti, così S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni in Laterano; con i monumenti romani ricorrono sovente anche templi e monumenti e costruzioni varie di singole città, grandi e piccole, dello Stato papale, a dimostrazione che la cura pontificia si estendeva a tutti, per tutte le necessità. Anche dopo il 1870 la coniazione delle medaglie annuali fu continuata a tutt'oggi, recando sul recto il busto del Pontefice e sul verso la figurazione dell'avvenimento più saliente dell'anno. - Vedi tavv. LVIII-LXV.