PIO VII, PAPA

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PIO VII, PAPA. - Barnaba Gregorio Chiaramonti, n. il 14 ag. 1740 (non 1742) a Cesena dal conte Sci- pione e dalla marchesa Giovanna Ghini. Seguiti i primi studi nel Collegio gesuitico di Ravenna si fece Benedetto: nel 1775 fu a Roma abate di S. Callisto, nel 1782 vescovo di Tivoli, nel 1785 di Imola, e subito dopo cardinale. Nel governo delle diocesi affidategli il Chiaramonti rivelò quelle doti di dolcezza e di man- suetudine, che dovevano caratterizzarne la condotta anche nei momenti più ardui e tragici della sua vita.

Morto Pio VI a Valenza il 29 ag. 1799, il Con- clave per l'elezione del nuovo Pontefice si riunì a Venezia, ove sotto la protezione austriaca si erano rifugiati numerosi cardinali. Il defunto Pontefice aveva stabilito che il conclave futuro dovesse riu- nirsi appunto dove si trovasse la maggioranza dei cardinali. Il Conclave durò dal 10 dic. 1799 al 14 marzo 1800; segretario ed organizzatore ne fu il giovane prelato Ercole Consalvi. Per il governo di Vienna il candidato preferito era il card. Mattei. Nelle votazioni prevalse dapprima il card. Bellisomi, vescovo di Cesena, osteggiato dall'Austria, e poi il card. GARDINALE (v.). I voti alla fine si con- centrarono sul card. Chiaramonti, che in omaggio al suo predecessore si disse P. VII.
La elezione spiaceva a Vienna dove il neo-eletto aveva fama di una certa inclinazione per le idee democratiche: si parlava di una omelia pronunciata ad Imola in cui aveva affermato non esservi antitesi tra democrazia e cristia- nesimo. Dopo l'incoronazione, avvenuta in S. Giorgio Maggiore il 21 marzo 1800, il governo imperiale lo invitò a Vienna per regolare pacificamente la questione delle Legazioni. P. recisamente rifiutò ed appena gli fu possibile (6 giugno) lasciò Venezia e per mare si recò a Pesaro e di là entrò in Roma il 3 luglio. Il 15 maggio da Venezia era comparsa la sua prima enciclica: con semplicità e fer- mezza proclamava il diritto della Chiesa di seguire in piena indipendenza le sue leggi divine. P. fece cardinale Consalvi (v.); e tra i due vi fu sempre completa intesa e comprensione. La Pace di Lunéville (1801) ristabilì lo Stato della Chiesa nelle condizioni in cui era stato prima del Trattato di Tolentino. P. ora si trovava di fronte al problema della restaurazione religiosa in Francia e nei paesi in cui era passata la bufera rivolu- zionaria. Il Primo Console subito dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) incaricò il card. Martiniana,

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PIO VII, papa - *Verso delle med. annuali del 1814 (ritorno di P. VII)* e del 1822 (inaugurazione del braccio nuovo del Museo Chiaramonti).

Pio VII, papa - Il Pontefice prelevato dal Quirinale dal gen Radet, il 5 luglio 1809. Affresco del sec. XIX - Musei Vaticani.

vescovo di Vercelli, di comunicare al Papa la sua intenzione di stabilire tra la Chiesa di Roma e la Repubblica francese accordi in uno spirito di pace. P. aderì, ed incaricò delle trattative a Parigi mons. Spina ed il teologo Caselli: a Parigi si incontrarono con l'abate Bernier, rappresentante del Primo Console. Il Primo Console con l'offerta di ristabilire la pace religiosa in Francia intendeva sfruttare l'appoggio della Chiesa e del clero. P. dovette presto rinunciare ai progetti di difendere i vescovi refrattari, di salvare il patrimonio della Chiesa di Francia, di rifare del cattolicesimo la religione ufficiale dello Stato francese. Le trattative lunghe ed estenuanti furono troncate nel giugno del 1801. P. dovette inviare a Parigi il card. Consalvi ed il Concordato fu firmato il 15 luglio 1801. Quando il Papa ne ebbe sotto gli occhi il testo, sorseo gravi opposizioni da parte dei cardinali, ma il Consalvi ottenne la ratifica papale dell'accordo e P. firmò il Concordato il 15 ag. ed inviò a Parigi con autorità di legato per l'applicazione il card. Caprara. Allora il Primo Console per calmare l'opposizione dei vecchi rivoluzionari promulgò gli Articoli organici, che sottoponevano al controllo statale e poliziesco alcune attività religiose, secondo lo spirito del vecchio giurisdizionalismo. A P. non rimase che protestare contro questi arbitri del governo francese nella allocuzione ai cardinali del 24 maggio 1802. Il 18 apr. 1802 in Notre-Dame fu promulgato il Concordato e cantato solennemente il Te Deum. In realtà molti furono i malcontenti tanto tra gli anti-rivoluzionari quanto tra i rivoluzionari più intolleranti. P. fu accusato di aver tradito la Chiesa. Come conseguenza del Concordato scomparvero nel 1805 i principi ecclesiastici in Germania e vennero confiscati i beni degli enti religiosi. Con la proclamazione di Napoleone Bonaparte ad imperatore dei Francesi vennero fatte stringenti sollecitazione a P. perché si recasse a Parigi per la cerimonia dell'incoronazione imperiale. I cardinali erano contrari e facevano eco a parecchi governi cattolici. P., attratto dalla speranza che dal suo sacrificio personale potesse derivare vantaggio per la Chiesa, il 2 nov. partì accompagnato da sette cardinali e quattro vescovi. Il viaggio papale in Francia, primo dopo il periodo avignonese, diede luogo a commosse dimostrazioni religiose da parte delle popolazioni, lungo l'itinerario Firenze-Torino-Cenisio-Lione. Il 25 nov. a Fontainebleau P. venne accolto nella foresta dall'Imperatore in abito da cacciatore durante una partita di caccia: accoglienza assai grossolana di cui il Papa non fu entusiasta. La cerimonia della incoronazione avvenne in Notre-Dame il 2 dic. : P. ricevette dall'Imperatore il giuramento di mantenere la pace alla Chiesa ed al popolo, Napoleone stesso prese la corona dall'altare e la pose in capo. P. era riuscito il giorno prima a convincere Napoleone a contrarre il matrimonio religioso con Giuseppina, e ciò fu fatto in segreto. Napoleone cercò di convincere il Papa a rimanere in Francia, a Parigi o ad Avignone. P. si sottrasse ad ogni insistenza; avvertì che se lo si voleva trattenere con la violenza, l'Imperatore avrebbe avuto nelle mani soltanto il monaco Barnaba Chiaramonti, perché egli aveva lasciato a Roma istruzioni dettagliate al riguardo. Papa ed Imperatore si separarono freddamente: fin da allora incominciò quella tensione che doveva condurre in breve alla rottura. P. rientrò in Roma il 16 maggio. Durante la sosta a Firenze gli riuscì di ottenere la sottomissione del vescovo giansenista di Pistoia, Scipione de' Ricci (v.).

Forte del prestigio che gli veniva dalla incoronazione imperiale, Napoleone prese ad agire a suo arbitrio nei riguardi della Chiesa e del Papato. Così in Francia come in Italia egli emanava provvedimenti anche nell'ambito religioso, sino a pretendere l'annullamento del matrimonio dal fratello Gerolamo contratto in America e la rottura con l'Inghilterra e gli altri governi contrari all'Impero. Alle resistenze papali Napoleone rispose occupando militarmente Ancona. P. protestò, ma Napoleone dopo la vittoria di Austerlitz gli rispose superbamente dicendosi figlio primogenito della Chiesa così come i monarchi suoi predecessori carolingi e capetingi; mentre lo Stato pontificio era un dono degli imperatori ed i papi dovevano seguire la politica imperiale.

Quando Napoleone fece il fratello Giuseppe re di Napoli, Consalvi protestò richiamando i diritti del Papa e la sua alta sovranità sul Regno: l'Imperatore rispose con la minaccia di far arrestare il cardinale ed assegnò Benedetto e Pontecorvo, terre papali, a Talleyrand e Bernadotte in feudo. Il Consalvi rinnovava le proteste, ma fu costretto ad abbandonare il suo ufficio (17 giugno 1806). Il Papa affidò la segreteria di Stato al card. Casoni che dovette presto ritirarsi e fu sostituito dal Doria e poi dal Gabrielli, che continuarono nella politica di resistenza. Napoleone fece allora presentare al Papa un ultimatum: diritto di nominare un terzo dei cardinali, incoronazione del Re di Napoli, adozione del Codice napoleonico, riconoscimento delle libertà galiliane e degli Articoli organici, nomina di un patriarca francese autonomo, abolizione del celibato ecclesiastico e degli Ordini religiosi. Il rifiuto del Papa precipitò gli avvenimenti: il 2 feb. 1808 il generale Miollis occupò Roma. P. elevando nuova protesta dichiarò il generale francese che si considerava d'ora in poi prigioniero. Il regime francese si volse all'aperta violenza: i cardinali vennero o espulsi o arrestati. Dopo l'arresto del segretario di Stato Gabrielli, il Papa lo sostituì con il Pace. Da Palermo gli Inglesi offrirono a P. ospitalità in Sicilia ed i mezzi per evadere, ma il Papa rifiutò. Un tentativo di arrestare il card. Pacca nello stesso Palazzo del Quirinale fu stornato dall'intervento personale del Papa. Intanto Napoleone il 2 apr. 1808 da St-Cloud promulgava un decreto che stabiliva l'unione delle Marche con il Regno d'Italia. Il 17 maggio da Schoenbrunn sopprimeva il potere temporale dei papi, dichiarando Roma città imperiale ed assegnando al Papa un reddito annuo di due milioni di franchi. P. rispose ordinando al Pace la pubblicazione della bolla di scomunica contro tutti quelli che avevano ordinato o perpetrato le violenze a danno della S. Sede (10 giugno 1809). Napoleone il 20 giugno scrisse al Murat che il Papa era un pazzo che si doveva rinchiudere; si arrestasse il Pacca e tutti coloro che più erano fedeli. L'incarico della odiosa operazione fu preso dal generale Radet: questi la notte del 5 luglio, scalato il Quirinale, entrò nella camera dove era il Papa, gli intimò a nome dell'Imperatore di rinunciare al dominio temporale. Il Papa levatosi in piedi rispose: «Non posso, non debbo, non voglio. Ho promesso a Dio di conservare alla Chiesa i suoi Stati e non mancherò mai al giuramento». Il Radet costrisse allora P. ed il card. Pacca a salire in una vettura e partire. L'8 luglio i due prigionieri giunsero a

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(1st. Galleria a Musri Vaticani)
Pio VII, papa - Il Pontifico prelevato del Quirinale del gen Radet, il 3 luglio 1800 . Aflresco del sec. xix - Musri Vaticani.

Firenze, donde subito ripartirono per Genova, Alessandria, Cenisio; il 21 luglio erano a Grenoble. Il Pacca fu chiuso a Fenestrelle. Il Papa fu condotto a Valenza, poi ad Avignon e finalmente il 15 ag. a Savona, dove arrivarono ben presto disposizioni imperiali per una stretta sorveglianza dell'illustre prigioniero alloggiato nel Palazzo vescovile. In apparenza onori sovrani, in realtà vera prigione, controllò delle relazioni personali e della corrispondenza epistolare; a poco a poco si doveva isolare completemente il Papa. L'Imperatore sperava di ridurre Paccassentire ai suoi voleri; convinto di aver da fare con un vecchio debole ed incapace di resistere quando avesse al suo fianco consiglieri avveduti e fedeli.

Nell'affare del divorzio da Giuseppina per sposare Maria Luisa d'Austria, il Papa, unico competente in materia, fu ignorato. I cardinali che, in segno di disapprovazione, si astennero dall'intervenire alla cerimonia solenne del nuovo matrimonio furono spogliati dei beni ed esiliati con il divieto di portare le insegne della loro dignità. Quando Napoleone ordinò che i vescovi nominati da lui raggiungessero le sedi senza preoccuparsi della instituzione canonica, il Papa condannò i vescovi intrusi. Per rappresentare la prigionia di P. diventò più dura: gli si tolsero i libri e persino il necessario per scrivere. Nel nov. 1809 e nel marzo 1811 Napoleone riunì a Parigi due consigli ecclesiastici al fine di preparare un concilio; nazionalmente, questo infatti fu convocato per il giugno 1811; nel frattempo fu inviata una commissione di vescovi a Savona per premere sul Papa: sotto minaccia dell'annullamento del Concordato egli doveva confermare i vescovi già nominati; per l'avvenire, trascorsi tre mesi dalla nomina senza che fosse intervenuta la istituzione canonica pontificia, essa doveva essere data dal vescovo metropolitano o dal più anziano dei suffragani; il Papa inoltrava avrebbe dovuto prestare giuramento di fedeltà all'Imperatore e risiedere ad Avignon. P. dopo una lunga resistenza finì per cedere accogliendo, in via preliminare di trattativa, la proposta che nel Concordato venisse inserita una clausola per la quale il Papa doveva dare l'investitura canonica entro sei mesi, trascorsi i quali, avrebbero provveduto i metropolitani. P. appena stilata la bozza del documento si pentì, ma esso era già partito per Parigi. Il Concilio nazionale sedette dal 17 giugno 1811 al 5 ag. Il decreto previsto, che i rappresentanti dell'Imperatore strapparono ai vescovi, fu portato a Savona da una nuova delegazione di cardinali e vescovi imperialisti. P., oppresso dalle insistenze di quanti parlavano delle necessità della Chiesa, dopo lunga contesa (3-20 sett. 1811) si arrese con la riserva che il metropolita dovesse procedere in forza di formale delegazione del Papa. Napoleone si infuriò leggendo il breve papale e da Dresda, alla vigilia della spedizione di Russia, mandò ordine al governatore di Torino, il principe Borghese, di trasferire in tutta segretezza P. al castello di Fontainebleau. Partito da Savona il 10 giugno sebbene ammalato, P. giunse all'opificio del Cenisio il 12: quasi agonizzante, ricevette da quei monaci il Vaticano. Riavutosi, e costretto a partire, giunse a Fontainebleau il 20 giugno P. e cardinali e vescovi imperialisti gli furono al fianco perché si arrendesse al volere del padrone. Dopo la catastrofica spedizione di Russia, alla fine del dic. 1812, Napoleone ritornò in Francia, volle tentare un avvicinamento per impressionare le popolazioni, ma P. respinse le proposte avanzategli dal vescovo di Nantes, Du Voisin, e da altri vescovi. La sera del 18 genn. 1813 bruscamente Napoleone, di nuovo in abito da caccia, visitò P. Nei giorni seguenti Papa ed Imperatore discussero a lungo: il 25 genn. 1813 furono un accordo che doveva costituire i preliminari di un nuovo concordato. Il Papa accettava le decisioni del Concilio di Parigi e otteneva come concessione la liberazione del card. Pacca e di alcuni altri, la restituzione delle sedi suburbicarie, il diritto di provvedere a dieci sedi. Napoleone si affrettò a pubblicare un tal atto che doveva rimanere segreto a vantaggio della sua politica. I card. Consalvi e Pacca, appena arrivati presso P., lo fecero accorto dell'errore compiuto; P. il 26 marzo scrisse a Napoleone ritrattando quanto aveva consentito e dichiarò in una lettera ai cardinali nulla qualsiasi istituzione canonica data dai metropolitani. Il Papa rimase in Francia sino al febbr. del 1814, quando, oppresso dalla sconfitta, Napoleone ordinò che P. venisse ricondotto a Savona ed il 10 marzo che venisse rimesso in libertà. P. entrò in Roma il 24 maggio, ma nella primavera del 1815, quando Gioacchino Murat iniziò la sua avventura impresa, il Papa si rifugiò a Genova, ma rientrò in Roma già il 7 giugno 1815. Dopo il 1815 dovette nuovamente fronteggiare i problemi della ricostituzione dello Stato e della restaurazione ecclesiastica. Al Consalvi spetta il merito di essere riuscito, con trattative condotte a Londra ed a Vienna, ad ottenere che il Congresso stabilisse la restituzione di tutti gli Stati del Papa, respingendo le pretese austriache sulle Legazioni. Soltanto Avignone rimase alla Francia, al Veneto austriaco fu ceduta una piccola striscia di territorio ferrarese sulla sinistra del Po; Benevento e Pontecorvo vennero anche restituite dal Regno di Napoli; venne in parte ristabilita la legislazione papale previroluzionaria, riorganizzata l'amministrazione su nuove basi più consone ai tempi. Il card. Consalvi salvò il Papa da responsabilità gravi, mostrandogli la necessità di mettere una pietra sul passato e di rinnovare l'amministrazione statale. Il motu proprio del 6 luglio 1816 annullò i diritti feudali, riorganizzò i tribunali, unificò secondo i concetti napoleonici le amministrazioni delle province e dei comuni. Fu preannunciata anche la riforma dei tribunali ecclesiastici e la pubblicazione di nuovi codici. Il Consalvi adottò, d'altra parte, nella politica interna una grande tolleranza verso i seguaci di idee liberali resistendo alle pressioni austriache, che avrebbero voluto ottenere un controllo sullo Stato pontificio. A Roma P. accordò la maggiore ospitalità alla madre ed ai famigliari di Napoleone compreso lo stesso card. Fesch. Con la bolla Sollicitudo omnium del 7 ag. 1814 P. ristabilì la Compagnia di Gesù soppressa da Clemente XIV. Per regolare i rapporti ecclesiastici secondo le nuove esigenze, attorno al 1817-18 vennero conclusi concordati con le monarchie di Spagna, Sardegna, Francia, Napoli, Baviera, Prussia. Notevole ripresa si nota anche nel campo missionario. Riconosciò a funzionare su nuove basi la Congregazione di Propaganda Fide, e grazie alle sollecitudini del Papa s'andò riordinando il lavoro di assistenza religiosa e di penetrazione nel Medio ed Estremo Oriente. Si pensava a provvedere alle difficoltà creata nell'America latina scossa dalla ribellione contro il dominio della Spagna, mentre si cominciavano a realizzare le migliori speranze nell'America settentrionale. P. morì il 20 ag. 1823 in seguito ad una caduta nello stesso suo studio, in cui riportò la frattura del femore. Morì senza conoscere la distruzione della basilica di S. Paolo avvenuta per un grave incendio alcuni giorni prima. Fu sepolto in S. Pietro; il card. Consalvi incaricò lo scultore danese Thornwaldsen di un grandioso monumento funerario: Saggezza e Forza fanno guardia al sepolcro. - Vedi tav. CIII.

BML: dal punto di vista biografico cfr.: Arnaud de Montor, Histoire de la vie et du pontificat du pape Pie VII, Parigi 1836; E. L. Henke, Papa Pius VII, Marburg 1860, Stoccarda 1862; E. Vercesi, P. VII, Torino 1933. Sulle relazioni di P. con Napoleone, V. gli studi di J. Rinieri: La diplomazia pontificia nel sec. XIX, Roma 1902; id., Il Congresso di Vienna e la S. Sede, Torino 1904; id., P. VII e Napoleone nel 1814, Genova 1914; id., Napoleone e P. VII, Torino 1926; D. Haussoville, L'Eglise romaine et le Premier Empire, Parigi 1868-70; H. Welschinger, Le Pape et l'Empereur, 1915; L. Madelin, La Rome de Napoléon, 1916; A. Latteille, Napoléon et le St-Sige, 1915; I. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, Monaco 1933; ed inoltre J. Leflon, La crise révolutionnaire, Parigi 1949, pp. 161-379; P. de Leturia, Bolivar y la enc. de P. VII sobre l'independencia hispano-americana, in Rev. de hist. de America, 29 (1950), pp. 1-35. Cfr. anche l'ampia e scelta bibl. di W. Martini, s. V. ENOCH. Ital., XXVII, pp. 318-19; e quella alla voce CONSALVI ERCOLE, alla quale è da aggiungere la nuova ed. critica delle Memorie del cardinale a cura di M. Nasalli Rocca, Roma 1951. Francesco Cognasso