PIO VI, PAPA. - Giannangelo Braschi, n. a Cesena il 25 dic. 1717 dal conte Marc'Aurelio Tommaso e da Anna Teresa Bandi. Educato presso i Gesuiti, si addottorò in utroque iure nel 1735. Completò, quindi, i suoi studi all'Università di Ferrara, sotto la guida e la protezione dello zio Giovanni Carlo Bandi, uditore del card. Tommaso Ruffo, legato pontificio. Alla morte di Clemente XII (1740) seguì a Roma, come conclavista, il cardinale, e dopo l'elezione di Benedetto XIV, divenuto il Ruffo vescovo di Ostia e di Velletri, ne amministrò le due diocesi. A Velletri lo sorprese il combattimento dell'11 ag. 1744 tra Austriaci e Napoletani; l'opera di soccorso prestata in quella circostanza gli valse la gratitudine di Carlo II, giovandosi della quale riuscì, nel 1746, a comporre le divergenze sorte tra la S. Sede e la corte di Napoli, in materia di competenza del foro vescovile. Cameriere segreto partecipante e aiutante di studio di Benedetto XIV, canonico di S. Pietro (1755), ricevette tre anni dopo gli Ordini maggiori. Tesoriere della Camera Apostolica nel 1766, attese a risanare l'amministrazione finanziaria e ad incrementare la vita economica dello Stato Pontificio. Le ricerche da lui promosse nelle miniere della Tolfa
(fot. Sanssini)
Pio V, papa, santo - Trasporto del corpo di s. P. V in S. Maria Maggiore. Affresco del salone sistino (1585-90) - Biblioteca Vaticana.
ne migliorarono la produzione e portarono alla scoperta di filoni argentiferi.
Il 26 apr. 1773 fu creato cardinale dell'Ordine dei preti, con il titolo di S. Onofrio e le commende di S. Gregorio al Celio e dell'abbazia di Subiaco (ritenne questa anche durante il pontificato). Alla morte di Clemente XIV (22 sett. 1774), dopo un conclave di più di quattro mesi, i voti si raccolsero su di lui, allorché si seppe che avrebbe continuato l'opera del suo predecessore nei confronti dei Gesuiti. Il 15 febbr. 1775 fu eletto, il 22 febbr. fu consacrato vescovo ed incoronato. Il suo pontificato, uno dei più lunghi, fu travagliato dall'acuirsi delle controversie dottrinali, dal rifiorire del giurisdizionalismo, dallo scisma rivoluzionario in Francia e dagli sforzi del razionalismo illuministico contro i fondamenti stessi della fede cristiana. In Olanda, le due diocesi di Haarlem e di Utrecht, guadagnate al giansenismo, esercitavano una notevole influenza sulle correnti giansenistiche italiane e trovavano simpatia anche in Germania, dove le idee febroniane erano state accolte con entusiasmo. La propaganda dei giansenisti francesi, benché diminuiti di numero e combattuti dalla grande maggioranza dei vescovi, si estendeva anche in Italia, attraverso l'Università di Pavia, l'opera del vescovo di Pistoia, Scipione de' Ricci, e di altri circoli minori. Nella stessa Roma fu necessaria una vigorosa azione per reprimere le infiltrazioni giansenistiche. Negli Stati austriaci Giuseppe II, sostenuto e diretto dai ministri Kaunitz e Cobenzl, mirava in tutti i modi a rendere puramente onorifica la supremazia del Papa quanto alla collazione dei benefici ecclesiastici e a separare la Chiesa austriaca con il vietare ogni dipendenza degli Ordini religiosi da Superiori stranieri, con l'impedire il ricorso a Roma per le dispense matrimoniali, con il sottoporre i vescovi al giuramento, con l'ostacolare la pubblicazione degli atti pontifici. Si pretese persino intervenire nell'ordinamento liturgico e nella scelta dei libri di teologia per i seminari, la cui direzione si cercò di assoggettare allo Stato. Contemporaneamente si intese limitare l'attività degli Ordini religiosi e sopprimere quelli contemplativi, secolarizzandoli e dispensando dai voti i monaci. I beni delle comunità non disciolte avrebbero dovuto essere amministrati dallo Stato. Riuscita vana ogni protesta, P. VI decise di recarsi a Vienna per trattare direttamente con l'Imperatore. Il gesto del Pontefice, variamente apprezzato, suscitò molta impressione in Europa, ma le conversazioni, svoltesi dal 23 marzo al 22 apr. 1782, non portarono a nessuna intesa, avendo Cobenzl e Kaunitz congiurato per impedirla. Il Papa riuscì ad ottenere solamente qualche concessione riguardante il placet reale per la pubblicazione delle definizioni dogmatiche, la diffusione della Unigenitus, il conferimento dei benefici in Lombardia.
Dietro l'esempio di Giuseppe II, il re di Napoli, che già nel 1776 era venuto a contrasto con la S. Sede per la nomina dell'arcivescovo di Napoli, disconosceva gli obblighi tradizionali di feudatario della Chiesa, tra i quali vi era l'omaggio della Chiesa. Il Concordato del 1741 era caduto in desuetudine e il re si arrogava il diritto di legiferare in materia ecclesiastica. Nel 1775, avendo P. IV, all'indomani della sua coronazione, pubblicato il giubileo, Ferdinando IV prescrisse ai suoi sudditi, in luogo del pellegrinaggio a Roma, di visitare le quattro maggiori chiese di Napoli. Si soppressero numerosi conventi, fu intralciata la libertà d'azione dei vescovi, si vietò qualunque ricorso a Roma, anche in materie puramente religiose. Molte sedi episcopali rimasero vacanti. In Toscana si ebbero le riforme ecclesiastiche del granduca Leopoldo, promosse ed incoraggiate dal vescovo Scipione de' Ricci. Nella Spagna e nel Portogallo si era molto attenuata la lotta contro la Chiesa, che durava dagli inizi del secolo, ma le conseguenze erano ancora in atto. In Germania l'istituzione di una nunziatura a Monaco provocava un altro grave conflitto tra la S. Sede e gli arcivescovi elettori di Treviri, Magonza e Colonia, ai quali si era unito l'arcivescovo di Salisburgo (v. EMESA, PUNTUAZIONE di). Pretese giurisdizionalistiche furono avanzate anche da Caterina II di Russia.
Sotto l'incalzare della Rivoluzione Francese si cercò

(fot. Bildarchiv d. Ö. Nationalbibliothek)
Come sovrano temporale P. VI diede notevole impulso alle opere pubbliche; sotto la sua guida personale fu intrapreso il prosciugamento dell'Agro Pontino e la bonifica di vasti territori paludosi a Città della Pieve, Perugia, Spoleto e Terni. I porti di Anzio e di Terracina vennero riattati, mentre si provvedeva al ripristino della Via Appia e si progettava un canale che avrebbe dovuto congiungere Roma con Terracina. P. VI restaurava S. Giovanni in Laterano e costruiva la monumentale sagrestia della basilica di S. Pietro (1784). Fece anche innalzare gli obelischi di Piazza Montecitorio e della Trinità dei Monti e portò a termine la costruzione, iniziata dal suo predecessore, del Museo che prese appunto il nome di Pio-Clementino. I ritrovamenti archeologici dal Papa incoraggiati, lo splendore delle cerimonie, la protezione accordata alle arti richiamarono a Roma artisti ed ospiti illustri.
Il finanziamento di questo vasto complesso di opere contribuì ad aggravare il dissesto economico dello Stato,
e vi influì anche il risorgere del nepotismo. Per il nipote Luigi Onesti, al quale aveva dato, in occasione delle nozze con Costanza Falconieri, diecimila doppie d'oro, P. VI elevò il Palazzo Braschi e facilitò l'acquisto del Ducato di Nemi; un altro nipote, Romualdo Onesti, fu creato cardinale; i due Braschi (v.). Il debito pubblico, che all'inizio del pontificato ammontava a quarantadue milioni di scudi, si accrebbe enormemente, anche per le forti spese militari derivanti dalle minacce della Francia, né valsero a migliorare la situazione l'aumento delle imposte, il riordinamento delle dogane, l'impulso dato all'agricoltura e all'industria tessile, protetta con forti dazi dalla concorrenza straniera. P. fu quindi costretto ad emettere carta monetata (cedole) in sempre maggiore quantità ed a conire monete di lega deteriore. Nel 1797, in seguito all'invasione francese, dovette ricorrere alla vendita di un quinto dei fondi rurali del clero e delle opere pie.
Dopo la condanna della costituzione civile del clero, i rapporti tra la S. Sede e la Francia divennero ancora più tesi. Il card. de Bernis, ambasciatore di Luigi XVI, fu revocato, mentre il nunzio mons. Dugnani partiva da Parigi. P. VI, a sua volta, ricusò tutti gli ambasciatori che successivamente gli furono proposti dalla Francia. L'ospitalità concessa alle zie di Luigi XVI, Adelaide e Vittoria, ed a più di quattromila preti refrattari, Bassville (v.), incaricato francese a Roma, la propaganda giacobina, che si infiltrava anche nello Stato della Chiesa, aggravarono la tensione. Con la discesa di Bonaparte in Italia, lo Stato Pontificio era per scomparire, ma, contro gli ordini del Direttorio, il generale preferì temporeggiare. L'armistizio di Bologna (21 ag. 1796) ed il Trattato di Tolentino (19 febbr. 1797) imposero la cessione delle Legazioni e di Ancona con la rinuncia ad Avignone ed al Contado Venassino; P. VI dovette, inoltre, consegnare ai Francesi trentuno milioni di lire e numerose opere d'arte. DUPHOT, LÉONARD (v.), in un tumulto provocato dai rivoluzionari (28 dic. 1798), diede il pretesto per l'occupazione di tutto il territorio. Proclamata in Roma la Repubblica, i Francesi, dopo aver tentato di strappargli la rinuncia allo Stato, obbligarono P. VI a trasferirsi a Siena e, dopo tre mesi, alla certosa di S. Casciano presso Firenze. Proposito del Direttorio era di relegarlo in Sardegna, ma le penose condizioni di salute del Pontefice lo impedirono. Scoppiata alla fine del 1798 la guerra tra la Francia ed il Regno di Napoli, i Francesi invasero la Toscana, mentre le armate russa ed austriaca si preparavano a scendere in Italia. P., costretto a partire da Firenze il 28 marzo 1799, per Parma e Torino fu condotto a Briançon e di là a Valenza. I disagi del lungo viaggio aggravarono le sue malattie e ne affrettarono la morte (29 ag. 1799). La salma, inumata dapprima nella cappella della cittadella ed in seguito nel cimitero di S. Caterina in Valenza, nel 1803 poté essere solennemente trasferita a Roma. La serena fermezza con la quale P. VI sopportò la deportazione e la prigionia destarono l'ammirazione anche dei suoi avversari. - Vedi tav. CIII.
economica e sugli armamenti a difesa contro i Francesi: C. De Cupis, Le vicende dell'agricoltura e della pastorizia nell'agro romano, Roma 1911, pp. 330-45, 367; G. Testi, Un chirografo di P. VI per l'industria cartaria, in Accad. e Bibliat. d'Italia, 13 (1939), pp. 253-60; L. Del Panz, La riforma doganale di P. VI, in Studi in memoria di B. Scarza, Roma 1940; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'esercito pont., in Rass. stor. del Risorg., 28 (1941), pp. 3, 9-12, 27, 30, 32, 44-46, 50; V. FRANCHI, Gli indirizzi e le realizz. del Settec. econom. romano, Milano 1950. Sulla prigionia e la morte: G. Merck, La captività et la mort de Pie VI, Londra 1814; T. De La Rive, L'esilio e la morte di P. VI, Roma 1899; D. Simpson, P. VI and the french Revolution, in Amer. Cath. Quart. Review, 35 (1906), pp. 220-40, 413-40, 106-31; 32 (1907), pp. 94-123, 313-40.