PREFAZIO. - È la preghiera solenne di lode e di ringraziamento cantata o recitata, finito l’Offertorio, all’inizio dell’azione del Sacrificio. La voce P. deriva dall’antico uso di una formula o preghiera solennemente proferita davanti una assemblea (etimologicamente prae = in senso locale = coram). Nel senso di una formula liturgica occorre nel can. 12 del II Concilio Millevitano (416) e nel Gregoriano. In s. Cipriano (De oratione Dominica, 31) la voce P. si trova ristretta ai versetti introduttivi « Sursum corda » (« praefatione praemissa... dicendo: Sursum corda ») anche questo nel senso antico di un’ammonizione o un avvertimento prima dell’azione importante (prae in senso temporale ante). Ai tempi di s. Giustino, d’Ippolito, delle Costituzioni apostoliche fino al medioevo, il P. formava un complesso unico con il canone (« Incipit Canon actionis » del Sacramentario Gelasiano, come in quello Gregoriano), almeno il P. comune, mentre gli altri occorrono nel testo. Sotto l’influsso gallicano, il P. distaccato diviene una formula preliminare, ma ritiene il primo elemento della l’antica « Eucharistia » di lode e di ringraziamento, mentre l’altro elemento, la supplica, diventa parte del Canone.
Nei primi secoli, si lasciava al celebrante la facoltà di comporre il P., ma già la Traditio apostolica raccomanda di servirsi di una formula. Nell’antichissima collezione dei libelli romani liturgici (il cosiddetto « Leoniano » di Verona) occorrono 267 P., nel « Gelasiano » 54; nel « Gelasiano » del sec. VIII di S. Gallo 186. L’uso romano tradizionale del « Gregoriano-Adriano » li ha soltanto alle feste di Natale, Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste e degli Apostoli (Pietro e Paolo), oltre che in particolari occasioni, ora non più in pratica, come in natali Papae, nei giorni in ordinatione presbyteri, per gli sposi, in una dedicazione dell’altare. Nel medioevo si aggiunsero i P. della S.ma Trinità, della Quaresima, della Passione e della Madonna (sotto Urbano V nel 1095). Questo numero di 11 P. si ritiene fino ai tempi presenti, sotto influsso dello pseudo-decreto attribuito a Pelagio II (m. nel 590) da Burcardo di Worms (m. nel 1025), passato poi nel Decreto di Graziano. Sotto Benedetto XV nel 1919 s’introducono i P. di s. Giuseppe e dei defunti; sotto Pio XI nel 1925 quello di Cristo-Re e nel 1928 quello del S. Cuore. Oltre questi P. della Chiesa universale, alcune diocesi (Lione, Besançon) ed alcuni Ordini religiosi hanno il loro propri P.
Il contenuto del P. proviene dalla grande preghiera dell’« Eucharistia », di ringraziamento e di lode, inaugurata dalla béràkhâh dei Giudei alla fine dei pasti sull’esempio di Cristo all’Ultima Cena. Nel senso della tradizione antichissima si loda Dio e si ringrazia per la creazione del mondo, per tutti i suoi benefici, specialmente per la Redenzione, per la Passione e morte del Salvatore, per la sua Risurrezione ed Ascensione. Si ringrazia il Padre per mezzo di suo Figlio. Questo tema centrale di ringraziamento occorre già nei primi documenti, p. es., della Didaché, di s. Giustino, d’Ippolito Romano (Traditio apostolica), ecc. La lode a Dio vien cambiata ben presto con il ringraziamento.
Il dialogo iniziale fra il celebrante ed il popolo contiene le tre frasi tradizionali con le relative risposte del popolo: il saluto del celebrante e le due esortazioni Sursum corda (Io. 11, 41; Col. 3, 1; Lam. 3, 41) e Gratias agamus (una formula simile pronunciata dai Giudei dopo il pasto), già riferite da s. Cipriano e da Ippolito. Lo schema fondamentale del P. è contenuto nel P. comune.
1921 PREFAZIO - PREFETTURA APOSTOLICA E PREFETTO APOSTOLICO 1922
S'inizia con l'invocazione al Padre (come anche nel De sacramenlis, IV, 5, 21, si legge meglio « Domine, sancte Pater, omnipotens aeternus Deus»: cf. A. Baumstark, Liturgie comparée, 2ª ed., Chevetogne 1939, p. 72). Poi viene un ampliamento secondo l'anno ecclesiastico o della festa in tre modi: a) dopo « Deus » si continua con « Et te... Iesum C. D. N. Per quem » (della Madonna e di s. Giuseppe) o con « Qui... Per C. D. N. Per quem » (Quaresima e Passione); b) si mette un ampliamento cristologico « Quia... et ideo » (Natale, Epifania, S. Cuore di Cristo-Re); alla Pasqua si varia l'inizio; c) l'ampliamento segue dopo « Per C. D. N. Qui... Et ideo » (Ascensione) o « Per C. D. N. In quo... Et ideo » (per i defunti). Solo il P. degli Apostoli rappresenta una supplica, tutti gli altri sono inni di glorificazione e di ringraziamento. Secondo questo contenuto anche lo stile dei P. è elevato e la melodia varia in toni feriale e solenne. Altre particolarità: al saluto, il celebrante non si volta verso il popolo, perché si è iniziato il sacrificio e non si deve più voltare; durante il canto, come per tutto il Canone, le mani si tengono elevate ed estese. Nella liturgia orientale, a differenza di quella latina, il P. non si cambia mai o si cambia con tutta la formula o liturgia.
Nella liturgia gallicana la voce P. si usa come praefatio missae, nel senso di un preambolo della colletta (come nella liturgia latina-romana al Venerdì Santo). Nello stesso senso la voce P. occorre in praefatio symboli, praefatio orationis Dominicae nell'Ord. del Battesimo. La preghiera corrispondente al P. romano nella liturgia gallicana si dice contestatio (voce forse già conosciuta da s. Agostino) o immolatio; nella liturgia mozarabica in latino.
All'esempio del P. della Messa si componevano altri P. per usarsi fuori del sacrificio in particolari e solenni momenti: consacrazione del vescovo, ordinazione del sacerdote, del diacono, delle vergini, benedizione dell'abbate, benedizione o consacrazione delle cose (chiesa, palme, fonte battesimale, cero pasquale, Exultet). Per abbreviare l'inizio del P. « Vere... salutare », si usava il segno formato dalle iniziali delle due prime parole VD fuese in una sigla unica. Ancora semplice nell'epoca carolingia, la sigla diviene molto ricca e sviluppata in ampi e fastosi ornati nell'epoca romanica; più semplice nel periodo gotico nei secc. XIV-XV, si omette nei libri stampati.