PRESBITERO, PRESBITERATO

PRESBITERO, PRESBITERATO. - Termine greco (πρεσβύτερος: anziano) con cui si indica il secondo grado (sacerdote) della gerarchia di Ordine (v.).

I. ORIGINE

Nel Nuovo Testamento più volte sono ricordati i presbísteri delle diverse Chiese: a Gerusalemme prendono parte attiva nell'amministrazione della Chiesa, a fianco di s. Giacomo, fratello del Signore (Act. 11,30; 15, 2, 4, 6, 22, 23; 16, 4; 21, 18). Nelle Chiese fondate da s. Paolo viene regolarmente costituito dallo stesso Apostolo un collegio di p. per il governo spirituale della comunità cristiana (Act. 14, 22; 20, 17; I Tim. 5, 17; Tit. 1, 5). Poiché s. Paolo dà ad essi anche il nome di επισκοπή (Act. 20, 28; Tit. 1, 7) fin dai primi secoli si è vivamente discusso sulla distinzione, per l'età apostolica, dei due gradi (cf. L. Marchal, Evêque, in DBs, II, coll. 1298-1318). Qualunque sia il giudizio che si voglia dare della difficile questione, è fuori dubbio che all'inizio del sec. 11, nelle Chiese in Asia Minore, sotto l'influsso dell'apostolo s. Giovanni, i p. uniti quasi in un corpo solo (presbyterium), appaiono come sacerdotes secundi ordinis, subordinati al vescovo, che è l'unico a tenere la suprema direzione della Chiesa, cui è preposto (episcopato monarchico). Numerose e precise sono le testimonianze di s. Ignazio martire per le Chiese di Efeso (2, 2; 4, 1; 20, 2), di Magnesia (3, 1-2; 6, 1; 13, 2), di Tralle (2, 1-3), di Filippi (4; 7, 1-2), di Smirne (8, 1-2; 9, 1; cf. A. Casamassa, I Padri Apostolici, Roma 1938, pp. 185-89). Lo stesso Ignazio fa inoltre esplicite affermazioni (Smirn. 8, 1; Eph. 6, 1; Magn. 6, 1; Trall. 3, 1; Phil. 7, 12) sull'origine divina del presbyterium come del diconato e dell'episcopato monarchico (i tre gradi della gerarchia di Ordine). Tale persuasione, in un discepolo diretto degli Apostoli, suppone una comunicazione orale di quanto Gesù Cristo aveva stabilito, sulla costituzione della Chiesa, nei quaranta giorni, in cui parlò con gli Apostoli «de regno Dei» (Act. 1, 3). A buon diritto pertanto il Concilio di Trento definì: «Si quis dixerit in Ecclesia Catholica non esse hierarchiam, divina ordinatione instituam, quae constat ex episcopis, presbyteris et ministris, anathema sit» (sess. XXIII, can. 6; cf. cap. 4; Denz-U, 966 e 960).

II. FUNZIONI

I presbiteri, fin da principio, assistono e coadiuvano il vescovo: «sono il sinedrio di Dio e l'adunanza degli Apostoli» (s. Ignazio, Trall., 3, 1), che circondano Gesù Cristo, rappresentato dal vescovo (ibid.); essi «siano onorati come gli Apostoli; i consiglieri del vescovo e la corona della Chiesa» (Didascalia, 2, 28, 4). Liturgicamente, celebrano insieme con il vescovo e consacrano l'Eucaristia (Canones Hippolyti, 20; Constitutiones Apostolicae, VIII, 12, 4); insieme con lui impongono le mani nell'ordinazione degli altri presbiteri (s. Ippolito, Traditio apostolica, 8) e nella riconciliazione dei penitenti (s. Cipriano, Epist. 16, 2; Epist., 17, 2). Autorizzati dal vescovo conferiscono anche il Battesimo da soli (Tertulliano, De Baptismo, 17); amministrano inoltre il Sacramento dell'Estrema Unzione (Iac. 5, 12-15). Esercitano pure la funzione di catechei e di maestri: s. Paolo allude (I Tim. 5, 17) a presbiteri, probabilmente sacerdotes secundi gradus, che «lavorano con la parola e l'istruzione»; nella Passio sanctae Perpetuae, 13, si ricorda un presbyter doctor; del resto è noto che Tertulliano, Ippolito e Origene insegnarono come veri δάσχηχαι oi essendo semplici presbiteri.

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(da F. Hendrich, La voce delle chiese antichissime di Roma, Roma 1932)

PARESITERO, PRESBITERATO - Iscrizione sepolcrale del p. Gaudenzio (389) - Roma, Monastero di S. Paolo.

Con l'organizzazione dei titoli (o parrocchie), all'inizio del sec. II, i presbiteri acquistarono particolare importanza e la loro figura giuridica si delinea più chiaramente. Al sec. IV nelle grandi metropoli di Roma, Cartagine, Milano i presbiteri esercitano già tutte le funzioni (cf. V. MONACO, La cura pastorale a Milano, Cartagine, Roma nel sec. IV, Roma 1947, pp. 20, 158, 199, 328, 329, 330) che sono loro attribuite nel Pontificale romano. Per l'indole sacramentale: V. ORDINE; per il rito dell'Ordinazione: V. SACERDOZIO.

BIBL.: E. Ruffini, La gerarchia della Chiesa negli Atti degli Apostoli e nelle lettere di s. Paolo, Roma 1921, pp. 67-90; P. De Puntel, Le Pontifical Roman. Hist. et comment., I, Parigi 1930, pp. 262-81; J. Tixeront, L'Ordine e le Ordinaz., trad. it., Brescia 1939, pp. 72-77; B. Kurtscheid, Hist. Jur. Can. Hist. Institutionum, Roma 1941, pp. 56-59; A. Michel, Ordre, in DTHC, XI, coll. 1212-16; J. Colson, L'évêque dans les communautés primitives, Parigi 1951, pp. 18-21, 39, 106-108, 117-22. Antonio Piolanti

III. LITURGIA DELL'ORDINAZIONE

A Roma l'Ordinazione dei p. si faceva in pubblico nei sabati delle Quattro Tempora, specialmente dell'Avvento.

Il rito era semplice: giuramento (lunedì), presentazione al popolo (mercoledì o venerdì). L'Ordinazione si faceva prima del canto Alleluia. Deposita la dalmatica, il candidato riceveva dall'arcidiacono la pianeta; seguivano i riti dell'invito, delle litanie, dell'imposizione delle mani di tutti i sacerdoti e la formola consacrativa. Il bacio di pace chiudeva il rito. All'Offertorio, i neo-p. offrivano prima degli altri.

A Roma si tennero questi riti semplici fino al sec. X. Nella Gallia, invece, i riti e le preghiere erano molto più sviluppati (Statuta Ecclesiae antiqua [sec. VI], Missale Francorum, Gelasianio antico). Le principali aggiunte sono: a) l'apposita istruzione sui poteri e doveri correlativi; b) la consegna degli oggetti sacri con parole immediatamente: Accipe (per il diacono il libro del Vangelo, per il sacerdote il calice con vino e la patena con l'ostia, per il vescovo le insegne); forse ad imitazione e in conseguenza dell'amministrazione degli Ordini minori nella Chiesa gallicana. Quivi venne specialmente in uso: 1) l'unzione (dal sec. VIII per la Gallia, Inghilterra, Germania); 2) la consegna degli strumenti sacri e l'investitura solenne, propria di ciascun Ordine, che si faceva sotto l'influsso del feudalmismo germanico, pervaso di cerimonie indicanti le investiture feudali. Con queste successive accessioni i riti divennero più grandi. Nei sec. X e XI s'introdussero, per influsso degli Ottoni e dei papi tedeschi, anche a Roma e finirono per diventare i riti odierni.

Ora nel presbiterato il rito, più complesso di quello diaconale, si svolge nella parte preparatoria come quello diaconale. Nella parte principale s'impongono tutte e due mani del consacrante e di tutti i preti presenti; si aggiunge, come rito proprio, dopo la consegna delle vesti, l'unzione delle mani con l'olio dei catecumeni, preceduta dal canto Veni Creator. Nella consegna delle vesti sacre si aggiusta la stola al modo sacerdotale; della pianeta si tiene la parte posteriore ripiegata sulle spalle; segue l'unzione delle mani, poi nelle mani unte vengono consegnati il calice con il vino e la patena con l'ostia. Dal

1963 PRESBITERO PRESBITERATO - PRESCRIZIONE 1964

linio recentemente scoperta sulla via Labicana, in Nuovo bull. di arch. crist., 4 [1898], pp. 164-66; E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. di arch. crist., 1 [1924], pp. 79-81; 93-96; B. Bagatti, Il cimitero di Commodilla, Città del Vaticano 1936, p. 115 sgg.), abbreviando la loro dignità con PRB o PBR e solo più tardi con PRST come in S. Sebastiano (M. Colagrossi, Di un monumento recentemente scoperto presso il monumento apostolico dell'Appia, in Nuovo bull. di arch. crist., 15 [1909], p. 53).

Fuori Roma sono note iscrizioni di p. di Ficulca, Velletri, Veroli, Amiterno, Capua, Nola, Mirabella Eclano, Tropea, Ravenna, Voghera, Como, Biella, Vercelli, Milano, Tortona, delle Gallie, di Salona, della Spagna, dell'Africa Romana, di Filippi, ecc. Caratteristiche sono le espressioni per indicare la durata del presbiterato: «sedit presbyterio» (G. B. De Rossi, Inscrip. chr., I, Roma 1857-61, n. 879); «cuius anni fuerunt in presbyterio» (loc. cit., n. 1351); «ministravit in presbyterio», in epigrafi della Spagna (E. Dichl, Inscrip. lat. christ. veteres, Berlino 1924-31, nn. 1175, 3265, 3274); «vixit in presbyterio», in epitafii africani (CIL, VIII, 23563-64); per umiltà un p. si dice «indignus» (CIL, XI, 326); mentre ad altri si dà il titolo di «vir venerabilis» (Notizie degli Scavi, 1918, p. 169; CIL, V, 5204, 5219, 5405, 5426; XIII, 11211). Si trova anche usata talvolta l'espressione «famulus Dei» (E. Dichl, op. cit., nn. 1175 a e b, nella Spagna; 1175 d, nel Portogallo); un p. di Como è detto «Sanctae Comensis Ecclesiae», (CIL, V, 5219), come uno di Roma morto in Spagna (E. Dichl, op. cit., n. 1176).

BIBL.: E. Dichl, Inscrip. lat. christ. veteres, Berlino 1924-31, V. indice; H. Leclercq, Presbiter, in DACL, XIV, 11, coll. 1717-21. Enrico Josi