PRISCILLA, CIMITERO di. - Sulla Via Salaria nuova (oggi ingresso Via Salaria 430). È indicato nella Depositio martyrum e nel Sacramentario leoniano
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per i martiri Felice
e Filippo (10 luglio) e nella Depositio episcoporum per i papi Marcellino (16 genn., data della deposizione di Marcello sepolto nello stesso cimitero, come è indicato nel Lib. Pont., ed. Duchesne, I, p. 164) e Silvestro (31 dic.). Il Lib. Pont. indica sepolti

(fot. Pont. comm. arch. 1879)
Nella biografia del papa Marcellino il Lib. Pont. attesta che egli fu deposto nel cimitero presso il corpo del martire Crescenzione in un cubicolo rischiarato da un luminare, accessibile ancora al sec. VI. G. B. De Rossi ne identificò il luogo per mezzo di un graffito che invoca il martire; se ne ebbe più tardi la conferma da una iscri-
zione di due coniugi Felicissimo e Leoparda che acquistarono un sepolcro bisomo at (ad) Crescentionis introitum. I pellegrini del sec. VII additano anche altre tombe di martiri: la Notitia ecclesiarum segnala nel sotterraneo Prisca, Potenziana, Prassede e Fimite in un cubicolo presso l'uscita; l'itinerario de locis e la Notitia portarum aggiungono un s. Paolo e un s. Simetrio (R. Valentini e G. Zucchetti, op. cit., pp. 77, 116-17, 144). Il cimitero risulta composto di una grande area sepolcrale cristiana all'aperto, nella quale nel 1890 e nel 1905 furono identificati i resti di due basiliche cristiane e di una serie di mausolei od oratori, che subirono i danni delle invasioni barbariche; il sotterraneo è composto al primo piano di una serie di ipogei, in origine autonomi poi collegati, e da un secondo piano posteriore scavato con grande regolarità sotto l'area del primo, con grande scala autonoma.
Una delle regioni più antiche è quella detta del criptoportico (sec. II), con ingresso in piano dalla Via Salaria nel vivo della collina, dove furono praticati una serie di cubicoli, alcuni rivestiti di stucchi, e in modo speciale la cosiddetta Cappella greca (da due iscrizioni greche dipinte in rosso) che contiene il più antico ciclo di affreschi, in parte di tipo classico, come le personificazioni delle stagioni e la fenice col nimbo radiato scoperta nel genn. 1952 dalle Suore Benedettine di P.; in parte con scene del Vecchio Testamento (Noè, Sacrificio di Abramo, miracolo della fonte, tre fanciulli nella fornace, Susanna in due grandi affreschi, Daniele tra i leoni) e del Nuovo Testamento (Epifania con tre magi, paralitico guarito, resurrezione di Lazzaro). Nella parete di fondo la fractio panis scoperta da G. Wilpert: ivi sette personaggi sono assisi intorno a una mensa, sulla quale è posato un calice a doppia ansa, un piatto con pesci; la prima persona a sinistra spezza il pane; ai due lati della mensa sono disposti i sette cesti simboli della moltiplicazione dei pani. Per G. Wilpert la scena è l'atto della cena eucaristica; per P. Styger e F. X. Dölger un banchetto funebre. L'ambiente vicino alla cappella fu giudicato da A. Profumo un battistero, da P. Styger una cucina.
Una seconda regione fu identificata da G. B. De Rossi per l'ipogeo degli Acilii Glabrioni; è a nicchie per sarcofagi con decorazioni dell'epoca dei primi Antonini, con aggiunte e modificazioni posteriori. Ivi nel pavimento è l'iscrizione greca notevole per la dosologia: « O padre di tutti quelli che hai creato, ti sei preso con Te Irene, Zoe e Marcello, Gloria a te in Cristo »; un'altra epigrafe pure greca termina con l'augurio « per la risurrezione eterna ». Le iscrizioni relative alla gens Acilia ricordano in latino un Manius Acilius Verus C(larissimus) v(ir), cioè di rango senatorio come la sorella P. c(larissima foemina o puella) e un Acilio Glabrione; in greco un Claudio Acilio Valerio giovane e un Acilio Rufino al quale si augura che « possa vivere in Dio ». Tutti sono discendenti di Manio Acilio Glabrione console nel 91 ricordato da Svetonio (Domit., 10) e da Dione Cassio (Hist., 67, 13), accusato d'ateismo e insieme con molti altri fatto uccidere da Domiziano. L'eponima del cimitero venne perciò identificata da G. B. De Rossi come appartenente alla gens Acilia, come è attestato dalla P. sorella di

(per cortesía delle Benedettine di Priscilla)
Acilio Vero sopra ricordata, mentre P. Styger la suppone senza prove una libertà.
Per la datazione del cosiddetto arenario occorre tener presente che non pochi bolli portati dai mattoni impiegati per la chiusura dei loculi in tale regione appartengono
alla fine del sec. II e all'inizio del sec. III (CIL, XV, 1, 164; 371 a; 337 b; 408 c, ecc.). La regione più tarda del primo piano contiene un cubicolo detto della velata per la vestizione d'una vergine sacra, dipinta nella parete di fondo (da A. Mitius ritenuta per scena matrimoniale), nella volta il Buon Pastore; a destra, i tre fanciulli nella fornace, a sinistra il sacrificio di Abramo; sulla parete d'ingresso Giona rigettato dal mostro marino (fine sec. III). Un altro cubicolo è detto delle botticelle per la scena realistica di un gruppo di trasportatori di botti di vino dipinta nella parete di fondo (sec. IV).
Al romanzo « Quo vadis? » del polacco Senckiewicz si deve anche l'idea che Pietro avesse predicato e battezzato in P., sorta a O. Marucchi quando fu incaricato di scrivere una prefazione archeologica al romanzo stesso tradotto in italiano. Ivi era descritto Pietro intento a predicare e battezzare nel cimitero Ostriano, identificato allora con il « Maius » della Nomentana, presso S. Agnese. O. Marucchi invece propose di riconoscere l'Ostriano e quindi la memoria di Pietro in P. Ma in nessuno dei documenti antichi sia biografici (Lib. Pont.) sia liturgici (calendari o martirologi) che topografici (itinerari) si trova mai qualsiasi accenno a una memoria di s. Pietro in uno dei cimiteri della Nomentana o della Salaria. I due documenti che offrono un riferimento sono due testi apocrifi: le Gesta Liberii e la Passio Marcelli delle quali il Profumo e il Duchesne hanno fissato il valore e la data rispettiva non anteriore alla fine del sec. V. Per molti anni il Marucchi cercò tutti gli indizi favorevoli alla sua tesi; prese le conserve d'acqua in P. per battisteri, tentò di collocare in P. carmi relativi a battisteri, e di datare al sec. I alcune gallerie del cimitero, ma fu validamente contraddetto da G. Bonavenia, da L. Duchesne e da A. Profumo. Nel cimitero sotterraneo di P. nessuno dei suoi nuclei più antichi può risalire oltre la metà del sec. II. Storicamente non si hanno testimonianze di luoghi Pietro (v.) abbia svolto il suo apostolato, molto meno si possono indicare cimiteri cristiani sotterranei nei quali, come si legge nel romanzo « Quo vadis? », Pietro avrebbe battezzato. Non risulta che all'età apostolica i cristiani avessero già costituito aree sepolcrali in Roma esclusive per loro, e molto meno che queste fossero sotterranee; si sa infatti che i due fondatori della Chiesa romana furono tutti e due depositi in aree sepolcrali pubbliche all'aperto cielo, Pietro (v.) sul colle Vaticano e Paolo (v.) sull'Ostiense. Tertulliano accenna fugacemente che Pietro in Tiberi tinxit (De baptismo, 4: PL 1, 1312); ma neppure quando i cristiani possedettero cimiteri per loro, cioè non prima della metà del sec. II, consta che essi li abbiano adibiti per battisteri; questi invece, come risulta dai fortunati DUBA EUROPOS (v.), facevano parte integrale delle case di preghiera, costituite nell'interno della città e non fuori come i cimiteri. - Vedi tav. I.