PSICOLOGIA SPERIMENTALE

PSICOLOGIA SPERIMENTALE. - L'impiego del metodo sperimentale in psicologia, il compiere cioè le osservazioni in modo sistematico, in condizioni ben determinate per individuare le cause dei fenomeni, segui ai progressi della fisiologia del sistema nervoso nella prima metà dell'Ottocento. Johannes Mueller (1801-58), considerato il fondatore della fisiologia sperimentale, nel 1826 affermò che la diversità delle impressioni che riceviamo dai diversi sensi dipende da un effetto specifico a ciascuno di essi, e che non è prodotto da altri (il nervo ottico dà sempre una sensazione luminosa, quello acustico sempre una sensazione auditiva, qualunque sia il modo in cui è stimolato).

E. H. Weber (1795-1878) scoprì che la differenza percepibile tra due pesi diversi o di due linee di lunghezza diversa è sempre in rapporto alla grandezza degli oggetti in esame: una differenza di pochi grammi si fa notare da due soggetti poco pesanti, ma ci sfugge fra due altri oggetti che abbiano un peso maggiore. G. T. Fechner (1801-87) nei suoi Elemente der Psychophisik (Lipsia 1860), studiò ulteriormente il rapporto tra intensità dello stimolo e sensazione, scoprendo che mentre gli stimoli crescono in progressione geometrica, la sensazione corrispondente cresce in proporzione aritmetica; e che il rapporto fra stimoli e sensazioni è quindi rappresentato da una curva logaritmica. In termini meno esatti, ma più comprensibili, ciò vuol dire che per avere una sensazione di intensità dopo di un'altra è necessario quadruplicare l'intensità dello stimolo: ciò può intendersi anche reciprocamente, e cioè che dalla intensità dello stimolo si può valutare la intensità della sensazione. In questo modo Müller studia sperimentalmente il problema delle qualità sensoriali, Weber quello del confronto di sensazioni di diversa intensità e Fechner fa pensare ad una possibilità di misura esatta della sensazione attraverso la misura degli stimoli corrispondenti. Si tratta dunque di problemi psicologici studiati sperimentalmente. Questo indirizzo si accentua con gli studi di H. von Helmholtz (1821-94) sulle velocità dell'impulso nervoso, nelle sue classiche opere Physiologische Optik (1856-66) e Lehre von Tonempfindungen (1863) contenenti, oltre fondamentali dati fisici e fisiologici, uno studio anche delle percezioni ottiche e acustiche.

Wilhelm Wundt (1832-1920) pubblicò nel 1873 il primo trattato sistematico di p. s. con il titolo Physiologische Psychologie e nel 1879 fondò il primo laboratorio di p. s. a Lipsia. Wundt è considerato per questi due motivi l'iniziatore della p. s. Accettando il concetto di sensazione e di associazione come era stato formulato dagli empiristi inglesi, da John Locke a James Mill e John Stuart Mill, Wundt mirò a scoprire gli elementi psicologici e le leggi che regolano la loro connessione.

Un anno dopo la pubblicazione della Psicologia fisiológica del Wundt, appariva un piccolo volume del filosofo Franz Brentano (1838-1917): Psychologie vom empirischen Standpunkt che doveva esercitare un profondo influsso sulla p. s. Mentre il Wundt fissava la sua ricerca ai «con

tenuti» di coscienza (le sensazioni), Brentano faceva rilevare l'importanza degli «atti» di coscienza che si riferiscono ai «contenuti», gli atti di ideazione, di giudizio, di sentimento, di desiderio, di decisione. A Brentano si ricollega anche Oswald Külpe (1862-1915), prima assistente di Wundt, poi professore a Würzburg, che concepì e parzialmente attuò attraverso le ricerche dei suoi allievi un grandioso piano di studio sperimentale dei «processi superiori», del pensiero e della volontà. Attraverso i suoi allievi (K. Stumpf di Berlino, C. von Ehrenfels e A. Meinong austriaci) Brentano preparò pure il terreno alla psicologia della forma.

Nei paesi anglosassoni la p. s. assume un carattere proprio. Sir Francis Galton (1822-1911), profondamente influenzato dalle concezioni biologiche di suo cugino Charles Darwin, si può considerare il fondatore del metodo statistico applicato alla biologia ed alla psicologia. Convinte che lo studio della natura umana sia il presupposto per un progresso dell'umanità fondato su basi scientifiche, Galton studiò personalmente molti problemi psicologici con una nota di realismo e di praticità in netto contrasto con le tendenze alquanto teoriche degli psicologi tedeschi. Galton tentò pure una misura delle capacità umane e delle differenze individuali, e sotto questo aspetto può essere considerato anche l'iniziatore dei «tests» mentali. William James (1842-1910), per quanto apprezzasse la ricerca sperimentale ed abbia iniziato ad Harvard un piccolo laboratorio nel 1875 (antecedentemente quindi al Wundt), ha esercitato un enorme influsso attraverso i suoi Principles of Psychology (1890) pervaso da un vivo interesse non solo per i problemi scientifici, ma per quelli della vita concreta, e ravvivati da uno stile incomparabile. William James puntò contro l'atomismo delle scuole tedesche e sulla importanza della «azione» nella vita psichica, come adattamento alla realtà e come sforzo verso il successo. Sulla scia di W. James, John Dewey e James Angell propongono una «psicologia funzionale», non nel senso dello studio delle funzioni psichiche come erano intese da Brentano, quanto come interpretazione della attività psicologica «in funzione» delle necessità degli organismi.

Dal «funzionalismo» discende il «behaviorismo», propugnato, a partire dal 1913, da John Watson (n. nel 1878). Watson iniziò la sua attività con studi di psicologia animale e, reagendo ad una certa mentalità che attribuiva indiscriminatamente agli animali caratteri psicologici propri dell'uomo, affermò che, come si può studiare il «comportamento» (behavior) degli animali senza far ricorso ai fatti di coscienza, così si può prescindere anche nello studio dell'uomo, e fondare invece la psicologia esclusivamente sui dati oggettivi del comportamento, inteso come risposta a ben determinati stimoli. Questa posizione estrema si andò mitigando, quando Watson si trovò a dover fare i conti anche con il resoconto verbale (verbal behavior), che lo costrinse a riammetterlo, sotto nome di verso, molto introspezionismo, che in un primo tempo aveva bandito. Il behaviorismo stimolò la ricerca sperimentale e orientò la psicologia verso lo studio della condotta e del rendimento.

Va ricordato che, prima del behaviorismo, la Psicologia oggettiva di Bechterew (pubblicata nel 1907) aveva proposto una psicologia fondata sulla osservazione esterna e sul concetto di «riflesso». Ivan Pavlov (1840-1940) confermò questo punto di vista con la dottrina dei «riflessi condizionati». Oltre ai riflessi congeniti, che si conoscono come risposta obbligata ad uno stimolo (il restringersi della pupilla ad una luce intensa), Pavlov mostrò l'esistenza di «riflessi condizionati», che cioè hanno luogo non perché uno stimolo sia adeguato a produrli, ma perché questo stimolo è diventato efficace, a condizione di essere stato presentato con uno stimolo sempre efficiente. (p. es., il gatto corre al rumore prodotto dall'affilare i coltelli, non perché esso costituisce un richiamo obbligato per lui, ma perché questo rumore si è associato alla carne, che può trovare). I riflessi condizionati, secondo Pavlov, si formano nella corteccia cerebrale e consentono la connessione funzionale fra zone anche molto lontane di essa. Per quanto il lavoro compiuto dalla scuola di Pavlov sia pregevolissimo dal punto di vista strettamente fisiologico,

rimane la domanda se proprio un fatto di sua natura pas- sivo, come è il riflesso, possa essere il cardine di tutta l'attività psichica.

Il behaviorismo, come pure alcuni canoni della psicologia wundtiana, furono vivacemente attaccati dalla scuola della forma (Gestaltpsychologie) fondata in Ger- mania da Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Köhler e Kurt Koffka, e poi trapiantata in America, anche in conseguenza della persecuzione razziale che costrinse questi studiosi a lasciare la Germania.

Essa è anzitutto una vigorosa reazione all'atomismo psicologico, e afferma che la psicologia deve volgersi allo studio delle strutture totali, che si presentano alla nostra osservazione spontanea, ed al sistema di forze interne che le costituisce in unità, senza cadere nelle analisi fittizie dell'introspezionismo, né rinunciare, come ha fatto il behaviorismo al valore della introspezione. Quando ve- diamo un quadrato, è il quadrato che noi vediamo: e non la somma dei suoi elementi, ossia delle sensazioni corrispondenti agli elementi in cui pensiamo di scomporlo. Noi vediamo la «forma» del quadrato, anche quando cambiano le «sensazioni» elementari di cui dovrebbe essere costituito: cioè vediamo un quadrato tanto se è delineato da quattro rette perpendicolari nere, o colorate, o punteggiate, o anche è accennato da quattro punti isolati in un reciproco rapporto caratteristico. La psicologia della forma ha contribuito validamente al progresso di alcuni problemi della psicologia, specialmente quelli della per- cezione.

Non va tralasciato un cenno alla Psicologia ormica di W. Mac Dougall (1871-1937), che sottolinea come ca- rattere distintivo del fatto psichico l'attiva ricerca di un fine o conclusione, e dà grande importanza allo studio degli istituti. Dalla psicologia ormica e dalle scuole psica- nalistiche (v. PSICANALISI) è stato dato forte impulso allo studio della affettività e della motivazione.

I «mental tests», o «reattivi mentali» (come propone di chiamarli De Sanctis), sono prove (sia sotto forma di domanda o di problema o di compito da eseguire) conge- gnate in modo semplice e rapido, per mettere in luce parti- colari funzioni o caratteri psichici e valutare l'efficienza, dal confronto fra le prestazioni di diversi individui.

I reattivi mentali richiedono un lungo lavoro di pre- parazione e di prova su un grande numero di soggetti per consentire una misura, sia pure relativa, di diverse attività psichiche. In questo senso essi vanno considerati come «prodotti» e strumenti della p. s.

Sembrerebbe che il gran numero di scuole e la grande varietà di tendenze nell'ambito della psicologia indichino la sua inadeguatezza al compito. Ciò in parte è vero; ma è anche vero che, se molte sono le vie con cui si stu- diano i problemi psicologici, e che, se non tutte giungono allo scopo, tutte hanno portato il contributo a una scienza in rapido sviluppo, la cui importanza si impone ogni giorno più. Si noti però come la p. s., nel senso stretto e lato della espressione, si sia affermata come lo studio natura- listico del fattore umano. Con questa limitazione essa vorrebbe evitare di proposito problemi di ordine filosofico, ma non sempre può farlo, e spesso introduce di contra- bando concezioni filosofiche, che debbono essere valutate e discusse. Ecco perché è augurabile che la psicologia sia affiancata da una filosofia che ne comprenda i problemi, ne accoglie i risultati e li inquadri in una concezione totale dell'uomo.

BIBL.: A. Gemelli, Nuovi metodi e orizzonti della p. s., Milano 1924; E. G. Boring, A hist. of experimental psychology, Nuova York 1929; S. De Santis, P. s., 2 voll., Roma 1929-30; R. S. Woodworth, Experimental psychology, Nuova York 1938; id., Contemporary schools of psychology, Londra 1950; A. Ge- melli-G. Zunini, Introduz. alla psicologia, 2a ed., Milano 1950; G. Zunini, Psicologia. Scuole di psicolog. moderna, 2a ed., Bre- scia 1950.