RAVENNA, ABCIDIOCESI di - Velo per le offerte liturgiche con intessute frasi scritturali. Stoffa in seta della fine del sec. VII, proveniente da S. Apollinare in Classe, rinvenuto in un sarcofago nel 1949 - Ravenna. Museo arcivescovile.
Zattoni, fu sempre lotta ai ferri corti, con un alternarsi di sottomissioni e di ribellioni, a seconda del vescovo sedente, che durò per secoli e si può comprendere ed esprimere solo con il testamento di Mauro stesso, di cui sono eco le parole, scritte sulla sua tomba « Liberavit ecclesiam suam de jugo Romanorum servitutis ». Il sec. VIII, che vede la distruzione totale di Classe, ha per la storia della Chiesa ravennate una sua importanza particolare. Caduto l'Esarcato il governo s'accentra, come si è detto, nelle mani degli arcivescovi. In questo secolo si può anche documentare presso la basilica classense di S. Apollinare una comunità monastica. È sul cadere del secolo che Grazioso, figura caratteristica di vescovo, la cui semplicità rimarrà proverbiale, accoglie in R. Carlomagno, venuto per spogliare dei suoi marmi e dei migliori ornamenti il Palazzo di Teodorico, per adornare le sue costruzioni di Aquisgrana. Di ribellioni a Roma e di spirito antiromano è teste qualificato nel sec. Agnello (v.) con il suo Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis. Nel medesimo secolo i Benedettini si insediano a S. Vitale, a S. Giovanni Ev., mentre nel seguente si trovano anche presso S. Apollinare Nuovo. Con gli Ottoni, si riafferma l'importanza della sede. Sono gli anni in cui Romualdo degli Onesti, dopo la conversione, diviene monaco di Classe e compie nell'abbazia una vasta riforma. Sono gli anni in cui il Santo si ritira al Perèo e dà inizio alla sua riforma eremitica. Partono da questo eremo, posto a ca. 15 km. dalla città, e la cui chiesa fu una delle prime dedicata al martire s. Adalberto di Praga, il primo nucleo di missionari camaldolesi, condotti da s. Bruno di Querfurt. La chiesa di R. nel biennio 998-99 è retta da quel Gerberto di Aurillac, che doveva salire al trono di Pietro con il nome di Silvestro II. Dopo il Mille s. Stefano d'Ungheria fonda nel territorio della diocesi l'abbazia di S. Pietro in Vincoli, per essere sosta ai romei della sua nazione e la cui chiesa fu consacrata da s. Gerardo. Nella prima metà del sec. XI ha luogo la lotta accanita tra R. e Milano per il diritto di precedenza; questione risolta nel 1047 in favore di R., per cui fu riconosciuto al suo presule il diritto di sedere alla destra del Papa, assente l'Imperatore, alla sinistra, lui presente.
Poi di nuovo l'antagonismo latente con Roma si fa apertamente sentire e sfocia nell'episodio più triste, quando il suo arcivescovo, Guiberto, viene eletto antipapa con il nome di Clemente III e trascina R. nello scisma. Sono gli anni dell'opera indefessa di s. Pier Damiano, che muore (Faenza 1072) reduce da una missione conciliatrice tra Roma e R. La fedeltà a Roma condusse nei primi anni del sec. XII alla fondazione di quella canonica portuense, in cui l'Ordine dei Canonici Regolari ebbe un centro importantissimo di riforma e la cui Regola si diffuse in Italia e fuori. Ne fu istitutore e riformatore Pietro chierico, una figura intimamente e caramente unita alla storia di R., spesso confuso con s. Pier Damiano, per il comune
epiteto di « Peccatore » e che ancor oggi non è possibile meglio identificare. Poi ormai, come comincia la decadenza per la città, così la chiesa di R. rientra nell'ambito comune. Nei primi secoli dopo il Mille, però, ebbe il massimo della estensione metropolitana, comprendendo tutte le diocesi dell'Emilia, da Piacenza a Rimini e sino oltre il Po con Adria.
Nel sec. XIII emerge la figura dell'arcivescovo Filippo. Uomo di grande energia, fu prigioniero di Ezzelino da Romano; riformatore e flagellatore dei mali costumi diffusi tra clero e popolo, introdusse in R. nel 1261 i Minori di s. Francesco, cui concesse l'antica basilica di S. Pietro Maggiore. All'inizio del secolo successivo, si ebbe Rainaldo da Concorrezzo, venerato come beato. È l'arcivescovo di Dante e muore nemmeno un mese prima del Poeta (18 ag. 1321). Lo spirito della riforma cattolica, già nella prima metà del sec. XVI trova in R. un ambiente preparato, cui dovette contribuire l'opera di due donne, le bb. Margherita da Russi e Gentile Giusti. Sotto la ispirazione della prima il ven. Gerolamo Malucelli, fondo
quella congregazione dei Preti regolari del Buon Gesù, che fu nella Chiesa tra le primissime famiglie di chierici regolari. Ebbe vita puramente locale e fu soppressa nel 1651 con bolla di Innocenzo X. Con l'episcopato del card. Giulio Feltrio della Rovere (1566-78) s'inizia la serie dei vescovi riformatori, secondo lo spirito del Concilio di Trento. Nel 1567 fondò il Seminario; provvede alla riforma del clero della Cattedrale, sopprimendo i due Capitoli dei canonici-cardinali e dei canonici cantori, per formarne un unico di beneficiari corali. Con lui, teste Girolamo Rossi, storico contemporaneo, sparì dai libri liturgici ravennati ogni superstite traccia di riti non romani: l'unica testimonianza sicura è questa della sopravvivenza in R. di preci e riti in lingua greca, ma ciò non autorizza a credere che l'antica liturgia ravennate fosse in tale lingua. Ogni testimonianza epigrafica e documentaria ci dà assicurazione, che nel sec. VI la lingua latina era la lingua liturgica della chiesa di R. Solo più tardi, con l'affermarsi dell'Esarcato, usi e costumi non latini poterono entrare nella liturgia. Ma è certo che già nel 1454 era in uso nella Basilica Ursiana il Messale romano (codice di quell'anno nell'Archivio capitolare ravennate). Cominciarono con il Della Rovere gli Atti della S. Visita alla diocesi, che proseguono durante il pontificato del suo successore, Cristoforo Boncompagni (1578-1604), durante il quale sorge in R. una modesta congregazione femminile, secondo lo spirito di s. Filippo Neri: le Pie terziarie viventi in comune, fondate da suor Adriana Tavella, comunità esistente tuttora. Con Pietro Aldobrandini l'opera di riforma prosegue alacremente e gli atti delle sue visite danno per la prima volta un panorama completo. Cominciarono però contemporaneamente le prime mutilazioni della giurisdizione metropolitana, con il distacco di Bologna, poi costituita essa stessa in metropoli, con chiese suffraganee già soggette a R.
Le leggi rivoluzionarie francesi annientarono, alla fine del sec. XVIII, tutte le comunità religiose, che durante i secoli eran venute formandosi. Undici famiglie religiose maschili furono soppresse. Tra di esse le grandi abbazie, che tanta parte avevano avuta nella vita di R. Quella dei Benedettini neri di S. Vitale disparve dopo quasi mille anni di vita. Così quella formatasi all'ombra della basilica placidiana di S. Giovanni Evangelista, in cui nel 1459 il commendatario card. Bessarione aveva introdotti i Canonici Regolari, ed in cui egli finì i suoi giorni il 18 nov. 1472. L'abbazia classense, centro di cultura, seguì la sorte comune. Da S. Apollinare in Classe i monaci camaldolesi si eran trasferiti entro città nel 1515. Così pure, a seguito di una decisione della Repubblica veneta, all'inizio del sec. XVI, dall'antica sede sul lido adriano era emigrata in città la canonica portuense, eretta in abbazia nel 1566. Fu l'unica delle 4, che dopo la restaurazione fu riaperta ed ebbe vita grama sino alle leggi eversive del Regno
d'Italia. Tra le numerose comunità femminili, cessarono per opera dei Francesi la loro vita ultracentenaria i monasteri benedettino di S. Andrea Maggiore e domenicano di S. Stefano de Ulivis, tra le mura del quale era stata monaca Beatrice figlia di Dante.
La bufera napoleonica trovò arcivescovo un uomo dalle larghe vedute e dal gran cuore: Antonio II Codronchi. Il suo atteggiamento di fronte al nuovo monarca può essere discusso: vescovo giurato, grande elemosiniere di corte, cavaliere della corona di ferro, presente al battesimo dei Re di Roma, sembrò ad alcuni ligio in tutto all'Imperatore. Eppure nei 40 anni di episcopato (1785-1826) svolse un'opera multiforme, sagace, prudente, costruttiva. Salvò dalla rovina e dalla profanazione tutte, o quasi, le chiese conventuali d'importanza storica ed artistica, trasferendovi le sedi parrocchiali. Comprati con il proprio i chiostri dell'ex abbazia di S. Giovanni Evangelista vi trasportò il vecchio ospedale di S. Maria delle Croci, che dotò di numerose rendite.
Gli successe il romano C. Falconieri-Mellini, sin dalla giovinezza unito in amicizia a Pio IX, che accolse in R. nel suo ultimo viaggio alle Legazioni. Creato cardinale nel 1834, morì il 22 ag. 1850; pochi mesi prima era cessato in R. il governo pontificio. Cominciò da allora il periodo d'anticlericalismo più smaccato e della scristianizzazione della Romagna. Dopo lo smarrimento dei primi anni, il disorientamento anche del clero, la ripresa fu promettente sin dagli inizi del secolo nostro. Nel 1904 diveniva arcivescovo il milanese Pasquale Morganti, figura tipica dell'episcopato contemporaneo. Autore di scritti ascetici per il clero (Sic oredetis, Vos divi omicos), nella sofferenza, nell'umiliazione, preparò la rinascita della diocesi. Il suo governo si concluse con la celebrazione veramente degna dei cattolici in onore di Dante, nel secentenario della morte del Poeta (1921).
II. MONUMENTI
Della R. romana, di cui sono note con esattezza l'estensione e la forma, rimane qualche avanzo delle mura di cui era già cinta nei 45 d. C. e miseri avanzi in situ della Porta Aurea, aperta allora dall'imperatore Claudio. Nel Museo nazionale le due patere e qualche altro elemento marmoreo della medesima porta: stele classiarie, il fregio augusteo e poco più. Del porto di Classe, più nessun vestigio sopra terra. Come nulla è rimasto degli edifici, che formarono il « castrum classis ».Scomparsi i palazzi imperiali, gli edifici civili teodoriciani, esarcali ed ottoniani, R. è oggi famosa nel mondo per un gruppo singolare di monumenti paleocristiani. Prima del sec. v v'è solo il ricordo della più antica cattedrale classense, costruita fuori delle mura del « castrum classis » di cui non si conoscono né la forma né l'ubicazione precisa; unico punto fisso architettonico il quadripotico, che ebbe non prima dell'età massimiana. Tre i gruppi principali dei monumenti paleocristiani di R., corrispondenti a tre specifici periodi di vita e sviluppo politico, di cui occorre tener conto della loro valutazione. Il sec. v s'inizia con la costruzione della nuova Basilica intramuranea del vescovo Orso e del contiguo battistero. A 5 navate con 56 colonne marmoree, essa è arrivata sino alle soglie dell'età contemporanea. Abbattuta nel 1733, rimangono i disegni allora eseguiti a cui si è prestato troppa fede da storici dell'arte e da critici. Difatti nulla oggi si può dire di sicuro sulle sue particolarità originarie, essendo essa arrivata al sec. xviii dopo molti rimaneggiamenti, non ultimo quello del sec. x, che le dette la cripta, ancora esistente sotto l'abside dell'attuale Basilica settecentesca, che dell'antica conserva l'ampiezza ed il titolo. Il Battistero, fortunatamente, è arrivato sino a noi. Costruito dalle fondamenta da Orso, ci si presenta nella splendida decorazione musiva, che gli dette il vescovo Neone nella seconda metà del sec. V. A pianta ottagona, con 4 absidiole alternantisi nei lati, appare oggi sfasato nelle sue proporzioni, specie all'interno, per l'interramento di ca. 3 m. Dopo il complesso ursiano, quello onoriano-placidiano. Appartenne ad esso quel singolare gruppo di edifici, che lo storico Agnello chiama « monasteria », sparì purtroppo da secoli. Unico esempio tuttora esistente è il piccolo sacello, che si continua a chiamare erroneamente

(fot. Trapani)
Per il secondo periodo bisogna attendere il Regno di Teodorico. Il Goto volle forse emulare gli antichi imperatori, volle che la R. « sua » nulla avesse da invidiare alla precedente. È un periodo di pochi decenni, ma le costruzioni sacre si moltiplicano: tutte ariane. Per la Chiesa cattolica ravennate è invece un periodo di stasi: unico monumento, la cappella dell'episcopio. Caratteristiche edificio a tre piani, a croce greca, come elemento architettonico comune ai tre ambienti principali. Al piano superiore il « monasterium S. Andreae » del Tricoli, absidato e preceduto da un piccolo atrio. Fu costruito da Pietro II (494-510). Del complesso ariano è pervenuta l'antica Basilica Palatina, a tre navate, dedicata al nome di Gesù, ed oggi conosciuta con quello di S. Apollinare Nuovo. Spoglia di ogni ornamento, rimane ancora in piedi la minore basilica dell'Anastasi ariana (chiesa dello Spirito Santo), che ha contiguo il proprio battistero, il quale nella forma ripete quello dell'Ursiana. Solenne, possente, quasi opera romana, dove già fu il sobborgo settentrionale con le abitazioni, chiese ed episcopi dei Goti, sta ancora la « Rotonda », il mausoleo del Re, unico edificio tra gli antichi non in cotto, cui fa da cupola l'immenso monolito in pietra d'Istria del peso di 300.000 kg.
Più fastosa la fase bizantina. Ad essa è unito il nome di Giuliano Argentario, figura ancora misteriosa nelle sue attribuzioni, ma intimamente legata ai maggiori monumenti del secondo quarto del sec. VI. Con lui, la basiliche ravennati hanno tramandato il nome di Massimiano, che nei primi anni del governo di Bisanzio resse la chiesa di R.: la basilica di S. Vitale, che nella sua pianta centrale, si differenzia da tutte le altre di R.: l'altra coeva di S. Apollinare in Classe, in cui il trionfo del fondatore della Chiesa ravennate raggiunge il suo apogeo. Altre di quest'epoca sono cadute: S. Stefano Maggiore, S. Andrea Maggiore S. Michele in Africisco. Altre sono arrivate a noi più o meno strasformate: S. Maria Maggiore, S. Agata Maggiore, i SS. Giovanni e Paolo. Ma le superstiti furono e

Anche i complessi musivi ravennati seguono cronologicamente le diverse fasi costruttive e dei singoli periodi risentono l'influenza. Appartengono al periodo più antico e sono più sobrii nella composizione e nel cromatismo, quelli del mausoleo detto di Galla Placidia e del battistero dell'Ursiana. Al periodo teodoriciano risalgono le composizioni del battistero ariano, la gran parte di quelli
di S. Apollinare Nuovo, con i quadri evangelici superiori, la solenne Vergine in Trono, la raffigurazione delle città di R. e di Classe, le figure dei Profeti, tra le finestre, il Cristo in trono (sebbene in gran parte rifatto). Anche quelli della Cappella arcivescovile, con i clipei dei santi (forse quelli dell'antico canone ravennate), hanno una pacatezza di colore ed una bellezza di forma, che non si troverà più tardi. Singolarmente interessanti qui, la più antica immagine di s. Cecilia che abbia tramandata l'arte cristiana; la testa di s. Paolo e quella caratteristica di s. Andrea. Mentre la figura del Cristo guerriero nell'atrio, richiama il più antico stucco del vicino battistero. In S. Vitale, in Classe, nei musaici giuliani, il disegno cede al colore. L'oro, lo sfarzo cromatico regnano talmente sovrani, che i difetti di disegno appaiono trascurabili. Eppure anche in queste due Basiliche la mano degli artisti è sempre guidata da un concetto preordinato, che non è fine a se stesso. Così in S. Vitale per i due grandi quadri storici di Giustiniano e Teodora e nelle raffigurazioni dei sacrifici. Così in S. Apollinare in Classe, dove la figura del Santo eponimo campeggia sovrana, nel concetto dominante del Buon Pastore, di cui Cristo, trasfigurato e raffigurato al centro della gran Croce gemmata, è il tipo e l'esempio ed Apollinare l'imitatore. R. è per antonomasia la città del musaico, del più bel musaico, che per il suo colore possa colpire occhio umano. Ma nella valutazione anche di questa sua prerogativa, contrasti e dissensi. Certo più vicino allo spirito di Roma ed a quello che ha animato i musaicisti di Napoli e Milano, i nostri del sec. V, specie le raffigurazioni placidiane del Buon Pastore e del s. Lorenzo del Mausoleo. Già preludio di uno spirito nuovo quelli del periodo teodoriciano: spirito nuovo, che si manifesta in pieno nei musaici della metà del sec. VI e, quasi maggiormente, nelle due teorie di santi e sante, con cui Agnello, successore di Massimiano, decorò le pareti di S. Apollinare Nuovo, quando consacrò al culto cattolico ed al nome di s. Martino di Tours la chiesa palatina ariana. Arte, che durò nei secoli, quella dei musaicisti ravennati; che più tardi poté comporre alcune raffigurazioni di sostituzione o di restauro; che si diffuse nell'alto Adriatico e in R. dette gli ultimi suoi prodotti, non indegni del passato, nel grande ciclo della rinnovata Basilica Ursiana, ai tempi dell'arcivescovo Geremia (1112). Raffigurazione questa, che ora è nota solo attraverso i disegni senecenteschi ed i testi lasciati dai distruttori (Vergine orante e teste di santi nel Museo arcivescovile).
Oltre ai musaici R. ha un complesso particolare di sculture, i cui pezzi maggiori sono dati da un numero singolare di sarcofagi in marmo greco, i quali, iconograficamente, si distinguono dai paleocristiani di Roma. Se circa i musaici e le basiliche vi sono state e vi saranno ancora discussioni, i dissensi e le teorie non sono minori per le opere scultoree. Manca per i sarcofagi un punto sicuro di riferimento. Ed anche i pezzi cui è possibile dare una data son di tale natura, che non servono al raffronto. Da quelli romano-pagani riadoperati, ai cristiani dallo schema semplice, con Cristo in cattedra o ritto, che dà la legge, agli altri scompartiti ad edicolette, ma sempre con figure umane si va alle casse in cui domina sempre e solo il simbolismo, sino agli ultimi, sicuramente del sec. VIII, di lavorazione rozza, quasi infantile. Sono sparsi un po' ovunque per R.; nelle sue basiliche e tra il verde della zona dantesca e del prato circostante S. Vitale; pochi esemplari nel Museo nazionale. In S. Vitale quello detto di Isacio, dove i temi cimiteriali si fanno ancora vedere; in Bracciforte il grandissimo, già presunta tomba del profeta Eliseo, dove il Cristo seduto in cattedra, con cui leone e drago mentre nei fianchi sono due scene mariane: la Visitazione e l'Annunziazione. A Porto fuori, tratto di tra le macerie della Basilica, il bellissimo sarcofago di Pietro peccatore ed in S. Francesco due, ad edicolette, che sono tra i più importanti. In Metropolitana un gruppo di 4 (uno nascosto entro l'altar maggiore), tra cui due grandissimi e ricchissimi nell'ornamentazione. In S. Apollinare in Classe, il gruppo più cospicuo, tra i quali quello detto di Teodoro, che per la sua ornamentazione si avvicina tanto, anche in piccoli particolari, ad un altro
cospicuo monumento ravennate sicuramente attribuibile al sec. VI: la cattedra eburnea di Massimiano, pezzo più unico che raro. Altre sculture: i due amboni del sec. VI, il mutilo della Cattedrale, che reca il nome dell'arcivescovo Agnello (m. nel 569) e la parte anteriore di quello dei SS. Giovanni e Paolo, degli ultimi anni del secolo. Il concetto, che ha guidato i due artisti, è il medesimo, ma quanto differente l'esecuzione! In riquadri son raffigurati animali, dai pesci sino agli agnelli ed ai volatili.
Sino al 1000-1100, oltre che con i musaici l'arte di R. si prolunga anche con quelle costruzioni sacre, diffuse maggiormente nelle campagne, le quali hanno tutte uno schema generale e le navate son divise non più da colonne, ma da pilastri, spesso con appendici rostrate. È quella che è stata chiamata l'architettura deutero-bizantina o protoromanica, architettura che ha i suoi primi prodotti nelle torri campanarie, che verso il 900 cominciano a sorgere ai lati delle antiche basiliche e delle nuove chiese. Torri così caratteristiche nella forma cilindrica, la più diffusa, che danno una nota specifica alla città di R.
Dopo gli ultimi fulgori dei musaici dell'arcivescovo Geremia e la costruzione delle basilichette rurali, anche nel campo artistico la grande missione di R. è finita. Nel '300 e nel '300 gli Ordini religiosi nelle loro chiese o nuovamente erette, o frutto di trasformazioni, danno qualche bell'esempio del gotico italico ed i cicli pittorici di S. Francesco, di S. Maria in Porto fuori, di S. Chiara (i primi due quasi per intero scomparsi); ma son maestri costruttori, che vengono dal di fuori. Sono i maestri del colore della scuola di Rimini, che, seguaci di Giotto, tengono in Romagna il campo. Il sec. XV, veneziano, lascia in R. alcune costruzioni civili, semplici e piacevoli; il Palazzetto di Piazza maggiore, in cui furono reimpiegate le colonne di granito della distrutta Basilica « gotorum », che nei capitelli recano il monogramma di Teodorico. Come Pietro Lombardi lavora per la città il complesso delle due colonne di Piazza, con la statua benedicente di S. Apollinare, e l'opera marmorea della tomba di Dante. Il XVI, lascia invece le nuove costruzioni monastiche imponenti di S. Maria in Porto in città, con la nuova Basilica, la loggetta del giardino ed il chiostro veramente mirabil. Così pure i grandiosi chiostro di S. Vitale e del cenobio urbano classense, pieni di eleganza. Nella scultura Tullio Lombardi lavorerà per R. il suo capolavoro nella statua giacente di Guidarello Guidarelli. Per munificenza del card. Pietro Aldobrandini, nei primi anni del '600, sorge, quasi appendice dell'antica Ursiana, la cappella del S.mo Sacramento, una delle più belle di Romagna, di cui dette il disegno il Maderno, e curò la decorazione pittorica Guido Reni. Già nei due secoli precedenti alcuni pittori ravennati, buoni, ma non ottimi, diffusero nella chiesa di R. le loro opere: Niccolò Rondinelli, quattrocentesco, e Luca Longhi, del '500. Il sec. XVIII fu invece terribilmente nefasto, perché antiche chiese furono malamente trasformate, troppe cose, che forse era possibile salvare, furono condannate al piccone. In compenso si ebbe la nuova Cattedrale e da Camillo Morigia, architetto non di scarso valore, il complemento dell'imponente facciata di S. Maria in Porto e l'attuale tempietto sepolcrale di Dante. L'Ottocento serbò solo distruzioni, il Novecento sembra voler trasformare il volto della vecchia città, mentre i lavori di consolidamento degli antichi monumenti formano la preoccupazione di cittadini e governo. Si hanno i ripristini, non sempre lodevoli, si procede al distacco ed alla pulitura dei complessi musivi, lavoro che ancora prosegue.
III. PERSONAGGI ILLUSTRI
Uomini celebri R. ha spesso accolto tra le sue mura, ma pochi dei suoi figli sono usciti dalla mediocrità, come pochi hanno raggiunto la celebrità e la gloria.Venanzio Fortunato, sebbene figlio della Marca Trevigiana, ebbe in R. la sua formazione culturale e di educazione potrebbe quasi chiamarsi ravennate. Nel sec. IX Andrea Agnello, il già ricordato autore del Liber Pontificalis (v.). Poi Guidone, meglio conosciuto come l'Anonimo o il Geografo di R. Negli anni attorno al Mille, dominano figure gigantesche, i tre Santi ravennati: Romualdo, Guido Strambiati, abate di Pomposa, Pietro Da-

(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
IV. R. ATTUALE. - La città sembra quasi non presentare nulla di notevole. La pianura immensa la circonda. Il canale naviglio Corsini la unisce ancora al suo mare, per lei sempre fonte di vita. La pineta, che Dante ha cantato e Byron prediletta, pur molto rovinata dalle devastazioni tedesche ed alleate dell'ultima guerra, è sempre la sua corona regale. Gravi le rovine recate dai bombardamenti, dalle quali sta risorgendo alacremente. Rimane però sempre la « dolce morta » e nelle sue vie, regna spesso il silenzio. È capoluogo di una delle più piccole province d'Italia (kmq. 1863, ab. 294.782), mentre il territorio del suo comune (kmq. 61.777, ab. 87.000) è tra i più vasti. Le sue mura hanno ancora il perimetro che le dette l'ultimo ampliamento teodoriciano, mentre alla sua periferia stanno risorgendo quei sobborghi che già le facevano corona nell'antichità.
Il Museo nazionale raccoglie pezzi preziosi; stoffe antiche e medievali, avori bizantini, ceramiche, sculture romane e paleocristiane, tra cui, preziose, le antiche transenne di S. Vitale e S. Michele in Africisco. Ricchissimo il medagliere con tutte le monete coniate dalla zecca di R. Più ridotto il Museo arcivescovile, che ospita pezzi di eccezionale importanza; la cattedra eburnea di Massimiano; una croce stazionale d'argento, forse del sec. IX: steli classiarie; musaici e transenne dell'antica Ursiana. Preziosa una raccolta di stoffe liturgiche, tra cui due casule (la più antica riferibile intorno al Mille); guanti liturgici con borchie del '300 ed alcuni brandelli rinvenuti nel 1949 in sarcofagi di Classe, tra cui un velo per le offerte liturgiche, frammenti di cingolo ed, integro, un succintorio, l'unico che sinora si conosca dell'antichità. Stoffe queste ultime che vanno assegnate alla fine del sec. VII o al principio del seguente.
Preziosissimo il materiale archivistico di alta antichità. La sezione di R. dell'Archivio di Stato raduna tutti i fondi delle soppresse corporazioni religiose, con copia immensa di materiale, tra cui ca. 8000 pergamene, le più antiche del sec. VIII. L'Archivio storico arcivescovile, lo « scrinarium » della Chiesa ravennate, oltre ai catasti, diaccetti ed ai 200 diversorum, raccoglie ca. 13.000 pergamene, che vanno dal sec. VIII in poi, 5 sono i papiri che rimangono: la gran parte del patrimonio archivistico-papiraceo ravennate è ora dispersa. Si ricorda il grandissimo di Pasquale I (819), il più antico diploma pontificio che si conservi integro. Anche l'Archivio capitolare custodisce buon numero di pergamene antiche ed un codice con miniature di Giulio Clovio, messale del card. Della Rovere (sec. XVI).
Tra le biblioteche italiane di provincia, un posto di
primaria importanza tiene la Classense di R., iniziata come biblioteca monastica camaldolese. Quale Biblioteca aperta al pubblico ne fu fondatore il cremonese abate Pietro Canneti, agli inizi del sec. XVIII. A quest'epoca risale la bella sala maggiore, con scansie di legno intagliato e decorazione in stucco e pittoriche. Divenuta comunale nel 1804, fu ampliata con i fondi delle biblioteche religiose soppresse; poi in seguito il suo patrimonio librario fu continuamente accresciuto sino al numero attuale di ca. 150.000 voli. Possiede inoltre 700 incunaboli, preziosi codici, tra cui un membranaceo del sec. XI con 11 commedie di Aristofane, ed un gruppo, per numero e qualità più unico che raro, di xilografie primitive italiane e tedesche del sec. XV. Completa può dirsi la bibliografia ravennate in opere antiche e moderne. Cospicua la raccolta delle edizioni e pubblicazioni dantesche, tra cui un codice della Divina Commedia del 1369. Ausilio grandissimo per gli studiosi: il ricco schedario ravennate, raccolto con paziente lavoro di lunghi anni dal bibliotecario S. Muratori.
Specializzata in materie politiche ed in storia contemporanea la moderna Biblioteca Oriani.
Il Seminario arcivescovile raccoglie i giovani aspiranti al sacerdozio per tutto il corso degli studi, dal ginnasio alla teologia. Mentre le pubbliche scuole hanno tutti gli istituti d'istruzione media. L'Accademia di Belle Arti raduna il Liceo artistico e la scuola del musaico e possiede una buona pinacoteca, nelle cui sale si conservano la statua di Guidarello e preziosi dipinti, non ultimo il S. Romualdo del Guercino. La Ca' Matha, unica tra le istituzioni ancora esistenti, continua le antiche Scholae Romanae. È essa un'antica società di pescatori, tra le più antiche compagnie di Europa, di cui si ha notizia già in una pergamena dell'Archivio arcivescovile del 943.