SALERNO, ARCIDIOCESI di - Panorama dall'aereo - Salerno. (fot. Eni)
dal ricorrere a una vera chirurgia cavitaria, sia pure a solo scopo riparatore.
Anche la terapia medica era assai progredita e dai testi si può desumere come fosse stato assimilato quanto di meglio era nelle opere di Galeno e di Avicenna, senza pertanto che fosse posta una netta distinzione con le norme igieniche. Compendia la terapia e l'igiene salernitana l'opera anonima Regimem salernitanum in versi leonini, che la tradizione vuole primieramente scritta per Roberto di Normandia e che dai 356 versi iniziali fu man mano ampliata.
Segue un terzo periodo (p. di decadenza) dovuto sia al sorgere delle università come scuole ufficiali, sia ai privilegi concessi da Federico II allo Studio napoletano. Tuttavia con alterne vicende la scuola seguì a vivere fino al sec. XIX e venne abolita ufficialmente solo per il decreto di Gioacchino Murat in data 29 nov. 1811.
SALERNO, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi della Campania. Ha una popolazione di 276.950 ab., tutti cattolici; conta 164 parrocchie, servite da 229 sacerdoti diocesani e 103 regolari; ha 24 comunità religiose maschili e 65 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 347).
STORIA. - Fino al sec. VII, quando cioè nel 646 S. venne strappata a Bisanzio dai Longobardi, la città era passata dai Romani ai vari conquistatori senza notorietà. Durante l'occupazione romana in S. si era stabilita una comunità di Ebrei, e ciò può aver favorito l'introduzione del cristianesimo nei primi secoli dell'Impero, come attestano alcune iscrizioni sepolcrali databili prima del sec. V (CIL, X, I, nn. 664-74). L'istituzione della sede vescovile può essere avvenuta tanto nel sec. IV quanto prima, ma mancano le fonti. Manca pure ogni testimonianza sui primi vescovi, quantunque non solo siano considerati tali, ma venerati come protettori della città. Si ricordano Bonoso (Acta SS. Maii, III, p. 373), Gramazio (ibid., Octobris, V, p. 671), Vero (ibid., IX, p. 47), Eusterio (ibid., VIII, 436) e Valentino o Valentiniano (ibid., Novembris, I, p. 657). Altri autori variano l'ordine e spostano il tempo del loro governo, ma senza fondamento: tutti restano avvolti nell'ombra, come due altri presuli santi, «Cyrinus» e «Quingesius» o «Quingesius», nonostante che a favore di questo ultimo, se a lui veramente bisogna considerarle dirette, restino tre lettere di Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 743, 654, 712).

L'ultimo della serie dei vescovi e primo di quella degli arcivescovi fu Amato (981), sotto il quale nel 984 Benedetto VII elevò S. a sede metropolitana con giurisdizione prima su Acerno e Campagna, quindi su Satriano, Capaccio, Pesto e poi sulle altre attuali. Il successore Dauferio (991) vide la devastazione del monastero di S. Benedetto ad opera dei Saraceni; Grimoaldo (993) ottenne da Giovanni XVI la tutela e la protezione della S. Sede; Benedetto (1016) il privilegio del pallio. Già da questi primi arcivescovi ha inizio quel potere feudale della Chiesa salernitana che, favorita invece che danneggiata dalla conquista normanna ad opera di Roberto il Guiscardo (1075), diventa nel XIII sec. effettivamente il più grande feudo dell'Italia meridionale, secondo soltanto a Palermo. Nel 1058 saliva sulla cattedra di S. il grande Alfano, eccellente poeta (RIS, VI, p. 34) e presule nobilissimo, che ottenne dal Pontefice la facoltà di nominare e consacrare undici vescovi suffraganei, intervenne al Concilio romano di Niccolò II (1059) e a quello di Benevento, vide erigere il duomo da Roberto il Guiscardo (1079) e accolse l'esule Gregorio VII che riposa nel bel sepolcro erettogli dal duca normanno. Al successore Alfano II toccò di accogliere nel 1093 Urbano II, il Papa che sei anni dopo accordava a S. il primato su Conza e Acerenza, confermato nel 1100 da Pasquale II. Romualdo, nominato nel 1121, fu cardinale di S. Maria in Via Lata
e assistette all'incoronazione di Ruggero I; di lui si ricorda il pavimento musivo della Cattedrale. Altro benemerito presule fu Romualdo Guarna (1153), il celebre cronista dell'epoca che trattò la pace tra Adriano IV e Guglielmo I, ospitò Alessandro III (1165) ed ebbe un ruolo di prim'ordine nelle trattative di pace tra il Pontefice e Federico Barbarossa. Alla morte di Niccolò d'Apello (1221), che con il fratello aveva subito il carcere in Germania ad opera di Enrico VI e con lui era stato liberato da Filippo di Svevia per le preghiere di Celestino III ed Innocenzo III, il papa Onorio III, non tenendo conto dei diritti del Capitolo, nominò direttamente Cesario d'Alagno di Amalfi, al quale il clero salernitano aveva negato in precedenza il canonicato. Ma Federico II non riconobbe questa elezione e fece sapere che avrebbe impedito l'ingresso nella diocesi. Per cinque anni, a causa di tale dissidio, la sede fu vacante; e quando il nuovo eletto poté entrare nella diocesi si dice abbia esclamato: Quem nobiisti in fratrem, habetis in pastorem. Fu questo il più grave episodio che infranse le antiche tradizioni nella nomina dei presuli, così che quando nel 1263 fu eletto Matteo della Porta, l'amico di s. Tommaso d'Aquino, l'opposizione di Manfredi costrinse a rimandare la consacrazione.
Questo stato di cose indusse Bonifacio VIII ad abolire l'elezione capitolare, riservandone il diritto alla S. Sede. Infatti, dopo la morte di Filippo Capuana (1208), egli nominò arcivescovo il provenzale Guglielmo di Godorio il quale inaugura la serie dei prelati francesi che sedettero sulla cattedra salernitana. Un tentativo del Capitolo per riavere il privilegio perduto non trovò l'accordo necessario e Clemente V poté ancora servirsi della nuova prerogativa. Così, con la scomparsa di quella consuetudine, la Chiesa salernitana perdeva di colpo il suo alto prestigio ed iniziava una lenta decadenza interrotta soltanto dall'epoca d'oro dei Sanseverino. Non pochi tuttavia furono gli uomini illustri, tra cui taluni cardinali, che omarono la sede salernitana. Si ricordano soltanto Giovanni d'Aragona, principe della casa di Spagna (1472), e il card. Marco d'Ostos, spagnolo (1692), riformatore del clero e restauratore di numerosi edifici cittadini.
Nel 1818 Pio VII con la bolla De utiliteri dominicae limitò a suffraganee di S. soltanto le diocesi di Capaccio, Policastro, Marsico Nuovo, Nocera dei Pagani e Nusco, e nello stesso tempo nominò l'arcivescovo di S. perpetuo amministratore della cattedrale di Acerno.
Per la regione conciliare, V. LUCANIA.
MONUMENTI. - La Cattedrale, eretta da Roberto il Guiscardo (1079-84) e dedicata a s. Maria degli Angeli, fu consacrata dal pontefice Gregorio VII. Costruita sull'area dell'antico Duomo, venne del tutto trasformata dai restauri settecenteschi dell'arcivescovo Bonaventura Poerio e Paolo de Vilhana Perlas; poi parzialmente ripristinata durante i grandi lavori eseguiti nel primo trentennio del secolo. Consta di un atrio, della chiesa superiore e della cripta. L'atrio, al cui fianco sorge la chiesetta di S. Lazzaro, una volta aula della famosa scuola medica, conserva il bel portale con due leoni assisi a pie' degli stipiti. L'architrave, commesso dall'ab. Desiderio di Montecassino, porta l'iscrizione commemorativa della pace avvenuta tra Roberto e Giordano di Capua. All'interno 28 colonne classiche sorreggono gli agili archi del portico, al centro del quale stava un tempo la grande vasca monolitica che oggi adorna una fontana della Villa nazionale di Napoli. Sotto il portico sono disposti vari sarcofagi romani e cristiani, taluni riadoperati per la sepoltura di uomini illustri. A destra dell'ingresso resta ancora la cappella di S. Bernardino, l'aula in cui s. Tommaso d'Aquino insegnò filosofia e teologia.
Dall'atrio si accede alla chiesa per tre portali. Il mediano, originale, ha stipiti ed architrave riccamente ornati;
la lunetta con effetti cromatici di bianco e nero serba un Cristo benedicente della scuola di Montecassino (sec. XI). Le imposte di bronzo, fuse a Costantinopoli (1099) per commissione dei coniugi Gisana e Landolfo Butromile « protosebaston », hanno 54 pannelli, una volta ricoperti d'argento. L'interno del Duomo ha molto perduto del suo antico splendore; nascosti nelle murate recenti sono alcuni dei 22 monoliti di granito, ricavati un po' dappertutto dalla demolizione di edifici paleocristiani; scomparso del pari è il musaico dell'arcivescovo Alfano che ornava il transetto. La chiesa è una tra le più interessanti costruzioni normanne; asimmetrica nell'icografia, ha il presbiterio obliquo rispetto all'asse centrale, mentre il pavimento irregolare si alza dall'ingresso verso il transetto. Sul lato interno della facciata resta un bel musaico di scuola cassinese raffigurante s. Matteo; vicino al presbiterio è il magnifico candelabro del cero pasquale e i due stupendi amboni del sec. XII (il destro dono dei fratelli d'Aiello, rispettivamente arcivescovo e cancelliere del Regno di Puglia e Sicilia; l'altro dell'arcivescovo Romualdo II Guarna). L'arte siculo-romana ha creato un capolavoro nell'ambone d'Aiello. Dodici colonne di granito rosso e bigio sorreggono la costruzione leggera, tutta intarsiata; il leggio è sorretto da un'aquila che stringe tra gli artigli un peccatore morso dal serpe e poggiato su un leone che sbrana un toro. Il pulpito a sinistra, invece, svelto ed elegante sulle quattro colonne, si attiene di più ai canoni della scuola romana; pregevoli i capitelli ed i simboli degli evangelisti nei pennacchi della fronte e del fianco destro. Un'altra decorazione musiva a grandi specchi marmorei orna l'iconostasi di Matteo d'Aiello; a musaico è pure il pavimento del presbiterio dovuto al card. Romualdo I Guarna. Un grande interesse presentano il coro ligneo cinquecentesco, l'organo del sec. XV e la cantoria barocca. In fondo all'abside è tornata in luce la cattedra di Gregorio VII, insieme con avanzi di antichi musaici con figurazioni di apostoli.

(Int. Enit)
Da segnalare infine il Museo annesso al Duomo, che serba un prezioso tesoro di reliquie, vesti liturgiche ed oggetti preziosi. Si ricordano tra l'altro il noto «Exultet», un mirabile paliotto d'avorio del sec. XII con 54 bassorilievi raffiguranti scene del Vecchio e Nuovo Testamento e vari codici miniati della stessa epoca.
Altre costruzioni medievali sono le chiese del S. Crocifisso (sec. X ca.) e quella di S. Domenico con lo stupendo chiostro d'ispirazione araba, come la cattedrale di Amalfi.