SAPIENZA. - Libro del vecchio Testamento. In latino è chiamato *Liber Sapientiae*, ma negli autori più antichi è documentata anche la denominazione *Sapientia Salomonis*, che corrisponde a quella riferita dai migliori manoscritti e scrittori greci (*σφάλα Σαλαμῶνος*).
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SAPIENZA (nella Bibbia) - La S. emanata da Dio. Tavoletta della Biccherna, dipinta da Sano di Pietro (1471) - Siena, Archivio di Stato.
Lo scritto si suole dividere in due grandi sezioni, una didattica (1, 1-9, 18) e l'altra storica (10, 1-19, 22). Si apre con un caldo invito al culto della sapienza, considerata fonte di ogni virtù e mezzo per avvicinarsi a Dio. Solo gli stolti od empi non si curano di essa, ma saranno puniti (1, 1-2, 24). Alla loro sorte si oppone la felicità dei giusti in questa e nell'altra vita (3, 1-5, 23). Dopo un invito particolare ai re perché apprezzino ed amino la sapienza (6, 1-23), viene presentato il più famoso sapiente, Salomone, che tesse l'elogio del dono a lui concesso da una grazia particolare di Dio: esalta i beni che la sapienza apporta agli uomini, descrivendola non tanto come una qualità dell'anima quanto nella sua bellezza oggettiva come attributo e perfezione divina, per cui il creatore regge il mondo ed esercita la sua provvidenza (7, 22-8, 1). In alcuni versetti (7, 22-27) si presenta la sapienza come quale cosa di intrinsecamente divino, ma nello stesso tempo come distinta da Colui da cui promana, rendendo a tutti manifesta la gloria e la grandezza dell'Onnipotente è la sapienza ipostatica.
Nella parte storica si descrivono, a grandi tratti, i veri benefici e privilegi dei patriarchi come effetto della sapienza (10, 1-11, 4), quindi si contrappongono i castighi inflitti da Dio agli Egiziani ed ai Cananei, facendo risaltare sempre la giustizia e la clemenza divina nel punire (11, 5-12, 23). In 13, 1-15, 19 è condannata l'idolatria. Il libro si chiude (16, 1-19, 22) con un nuovo paragone fra Israeliti ed Egiziani, riassumendo i diversi episodi che precedettero ed accompagnarono la liberazione degli Ebrei dall'Egitto: sono indici della predilezione di Dio per il popolo eletto e della sua giustizia contro gli idolatri oppressori.
Il libro ha un grande valore dottrinale-dogmatico. Sua caratteristica inconfondibile, condivisa in qualche
modo solo con II Mach., è l'insistenza su una ricompensa ultraretranna riservata ai giusti, che vivranno una vita beata con Dio (3, 1-9; 4, 7; 5, 16), e quindi sull'immortalità dell'anima. Tale beatitudine è frutto della sapienza, in quanto questa è fonte primaria della giustizia (1, 15; 3, 15; 4, 2; 5, 16). Nel descrivere la sorte degli inquiri si insiste nel rilevare l'infelicità in questa vita (2, 21; 3, 10; 4, 3-6), ma si parla anche in maniera evidente del loro miseria futura (1, 16; 3, 19; 4, 19-5, 14). Proiezione risultano parimenti le affermazioni sulla conoscibilità di Dio attraverso il creato (13, 4-9; cf. Rom. 1, 20), sulla potenza e provvidenza divine (12, 12-15; 15, 7; cf. Rom. 9, 19-23), sull'idolatria e sulla corruzione del paganesimo.
Spesso, specie fra i protestanti, si segnalano errori gravi nel libro, che presupporrebbe la preesistenza delle anime (8, 20) e l'eternità della materia (11, 18). In realtà nel primo caso si tratta di un'affermazione recisa della superiorità dell'anima sul corpo; nel secondo il termine d'apogee (δυχη) non va interpretato nel senso di materia amorfa, innescata da cui avrebbe avuto origine il nome secondo i filosofi greci, ma in quello di caos, che è presente in Gen. 1, 2 come primo effetto della volontà di Dio.
Sebbene si notino somiglianze stilistiche notevoli con i libri della Bibbia ebraica, è certo che la lingua originale fu la greca. I molti vocaboli composti, talune parono-masie, il modo spesso elegante usato nell'unire le varie proposizioni, l'impiego di termini tecnici della religione greca o presso i filosofi sono indici evidenti che il libro fu scritto in tale lingua. Del resto già gli antichi ne erano convinti (cf. s. Girolamo, Praefatio in libros Salomonis: PL 28, 1307-1308). Siccome tali caratteristiche si estendono a tutto il libro, non ebbero seguito le varie ipotesi circa un originale, magari solo parziale, ebraico.
Il fatto che l'autore si presenti come il famoso Re sapiente (7, 1 sgg.) non reca difficoltà. Si tratta di un semplice artificio letterario, che non implica nessuna conclusione speciale riguardo all'ispirazione. Già s. Agostino (De doctrina cristiana, II, 8, 13; De civitate Dei, XVII, 20, 1) affermava che i dotti non ponevano neppure un dubbio che lo scritto non fosse composto da Salomon (non autem esse ipsius, non dubitant doctiores).
L'esame intrinseco dimostra che l'autore era un giudeo egiziano e che scriveva per i suoi correligionari di quella regione per distoglierli dall'idolatria e confermarli nella religione mosaica, confortandoli per le angherie che subivano (cf. 2, 10-20; 15, 14). Quest'ultima ricerca stanzata fa pensare al tempo di Tolomeo IV Filometro (221-204 a. C.) o di Tolomeo VII Fiscone (170-163 a. C.), ostili ai Giudei. Da altri indizi risulta più verosimile la seconda data. Ma non è escluso un periodo anche più recente. L'idea, riferita da s. Girolamo (loc. cit.), secondo cui il libro sarebbe di Filone, si può definire inverosimile, sebbene qualche moderno l'abbia riesumata. La S. non è affatto un'opera filosofica né un tentativo per conciliare i concetti platonici con il moralismo. Le sue rare allusioni alla filosofia greca si spiegano con l'ambiente culturale e con la preoccupazione dell'autore per premunire i suoi correligionari riguardo ai pericoli insiti in una falsa dottrina.
La S. fa parte del gruppo dei libri deuterocanonici (v. Bibbia), perché non fu accolto nel canone ebraico, almeno in Palestina. Esso, perciò, è rigettato anche dai protestanti. In favore della sua canonicità sta innanzi tutto l'autorità infallibile della Chiesa e tutta una tradizione veneranda di Padri e di scrittori antichi. S. Girolamo l'escludeva come «pseudepigrafo»; per questo non lo traduce. La Chiesa, perciò, lo legge ancora nella tradizione della Vetus Latina. Il libro non è mai citato esplicitamente nel Nuovo Testamento; ma non mancano allusioni (Rom. 1, 20; 9, 19-23; ecc.).