SAPETO, GIUSEPPE. - Missionario di s. Vincenzo de' Paoli, n. a Carcare (Genova) il 27 apr. 1811, m. a Genova il 25 ag. 1895.
Entrato nella Congregazione della Missione il 29 ott. 1829, fece i voti il 21 feb. 1832. Era missionario in Siria quando seppe che i fratelli d'Abbadie erano giunti in Egitto con lo scopo di compiere un viaggio in Abissinia. Il S. andò a raggiungerli e con essi penetrò, via Massaua, in Abissinia dove formò un piccolo gruppo di proseliti nella capitale del Tigrai. Questo fatto spinse

papa Gregorio XVI ad inviare in quelle contrade altri missionari vincenziani con a capo il b. Giustino De Jacobis. Dopo cinque anni di fatiche apostoliche, il S., colpito dallo scorbuto, si portò al Cairo. Il 16 sett. 1848 ottenne la dispens
l'opera Viaggio e missione cattolica fra i Nuova e la Persia, con la sua base e il timore di Dio (Prov. 1, 7; 9, 10; Iob 28, 28; Eccli. 1, 16-22; Ps. 110, 10). Specialmente dopo l'esilio la s. diventa il tema preferito degli scribi ispirati. Talvolta viene presentata come una persona, oltre che come un attributo intrinseco di Dio.
Cinque testi risultano quanto mai caratteristici in proposito. In *Iob* 28, 20-27 la s. è personificata e descritta come inaccessibile all'uomo, che rimane sempre in una sfera materiale; Dio solo la conosce perfettamente, e creò il mondo per suo mezzo. Secondo la maggioranza degli eseguiti qui si tratta di una semplice personificazione poetica di questo attributo essenziale di Dio. Il medesimo concetto riappare in *Bar.* 3, 9-4, 4, che vi aggiunge l'idea che la Legge mosaica costituisce una sua manifestazione più evidente per gli uomini (*ibid.* 3, 37). In *Prov.* 8, 22-36 è molto più accentuata la personificazione della s., descritta come l'idea che guidò Dio nella sua opera; pur insistendo sulla s. quale attributo divino, l'aggiunto la presenta come qualche cosa di distinto, rivestita di propria personalità (*ibid.* 8, 27-31). In *Eccli.* 24, 1-47 gli stessi concetti sono dati sotto forma alquanto diversa: la s. è qualche cosa di eterno ed intrinsecamente divino; e la sua personificazione è accentuata ancora di più (cf. *ibid.* 24, 3-4). Tale concetto compie un nuovo passo in *Sap.* 7, 22-8, 1, dove si descrive la s. come "intelligente" (*vēpōv*), santa, unica, molteplice, immateriale, nobile, perspicace, immacolata, diafana, onnipotente, che tutto sorveglia, che penetra tutti gli spiriti intelligenti puri...; è un vapore della potenza di Dio ed una emanazione pura della maestà del Dominatore universale; tali espressioni non permettono alcun dubbio circa la personificazione della s. Già gli antichi apologisti e scrittori sul dogma trinitario usarono simili testi per provare l'esistenza personale del Figlio di Dio.
Permane viva la questione fra gli eseguiti se in tali libri si tratta di una semplice personificazione poetica oppure della rivelazione della personalità del Figlio di Dio. Alcuni autori (F. S. Patrizzi, R. Cornely, E. Tobac, U. Lattanzi) sostengono che almeno in "senso pleniore" qui si ha la rivelazione parziale del mistero della S.ma Trinità: "La S. divina personale del Vecchio Testamento è il Verbo incarnato" (U. Lattanzi [V. op. cit. in bibl.], p. 38). Per altri autori (A. Vaccari, J. Lebreton, P. Heinisch, F. Ceuppens, P. Van Imschoot ecc.) si tratta della personificazione poetica di un attributo divino, e tutto l'insieme costituisce una preparazione provvidenziale alla rivelazione avvenuta con il Nuovo Testamento; l'applicazione al Cristo è possibile in forza del "senso pleniore". Soltanto nel "senso conseguente" i vari testi si possono applicare alla B. V. Maria, come è stato fatto nella liturgia.
La differenza fra le due opinioni antagoniste sta principalmente nel modo diverso di fissare i limiti del senso letterale della Bibbia. Se uno determina quest'ultimo secondo quanto potremo comprendere gli antichi Israeliti o gli agiografi, è il logico vedere nella s. una persona divina; ciò si potrebbe concludere in rigoroso monoteismo ebraico. Se invece, si prende il senso letterale in modo più ampio, includendovi quanto Dio stesso intendeva senza badare alla comprensione o meno degli ascoltatori immediati, si può riconoscere nei testi citati qualche cosa di molto più profondo di una semplice personificazione poetica.
*Bibl.* J. Göttsberger, *Die göttliche Weisheit als Persönlichkeit im Alt. Test.*, Münster 1919; A. Vaccari, *Il concetto della S. nell'Antico Test.*, in *Gregorianum*, 1 (1920), pp. 218-51; *ibid.* De *libris didacticis*, Roma 1935, pp. 151-72; P. Heinisch, *Die persönliche Weisheit des Alt. Test.*, Münster 1923; *ibid.*, *Teologia del Vecchio Test.*, trad. II. Torino 1950, pp. 114-20; E. Tobac, *Les cinq livres de Salomon*, Bruxelles 1926; J. Lebreton, *Histoire du dogme de la Trinité*, I, Parigi 1927, pp. 122-31; B. Botte, *La Sagesse dans les livres sapientiaux*, in *Revue des sciences philo.* et *theol.*, 19 (1930), pp. 83-94; P. Van Imschoot, *La Sagesse dans l'Ancien Test.*, est-elle une hypostase? in *Collationes Gandavenses*, 21 (1934), pp. 3-10; *ibid.*, *La Sagesse et esprit dans l'Ancien Test.*, in *Revue biblique*, 47 (1938), pp. 23-49; F. Ceuppens, *De conceptu Sapientiae* in *libris didacticis* Ant. Test.*, in *Angelicum*, 12 (1935), pp. 333-45; *ibid.*, *Theologia biblica*, II, Roma 1938, pp. 26-38; U. Lattanzi, *Il Primato universale di Cristo secondo le S. Scritture*, Roma 1937, pp. 1-40.