SCARAMELLI, GIOVANNI BATTISTA. - Teologo ascetico-mistico, gesuita, n. a Roma il 23 nov. 1687, m. a Macerata l'11 genn. 1752. Entrato a diciotto anni nella Compagnia di Gesù a Roma, insegnò umanità a Loreto e fu ripetitore di filosofia nel Collegio Germanico. Dopo il sacerdozio (1716) si distinse come predicatore e direttore spirituale nel ministero sacro. Campo del suo apostolato furono specialmente l'Umbria e le Marche; risiedette ora a Macerata, ora a Monte Santo e a S. Sepolcro. Quivi scrisse la maggior parte delle sue opere, che gli hanno dato un posto importante nella storia della spiritualità.
Il solo libro pubblicato, lui vivente, fu la Vita di suor Maria Crocifissa Satellico, monaca francescana nel monastero di Monte Nuovo (Venezia 1750). Nel Discernimento degli Spiriti (ivi 1753) dà regole basate su quelle di s. Ignazio di Loyola e sull'analogo studio di Alvarez de Paz, ma arricchite da esperienze nuove. L'opera sua più nota è il Direttorio ascetico (ivi 1754) in 2 voll., nei quali «insegna il modo di condurre le anime per le vie ordinarie della Grazia alla perfezione cristiana». Oltre a queste scrisse la Dottrina di s. Giovanni della Croce,
in cui espone in tre brevi trattati la Salita del Monte (I), le Notti oscure (II), l'Esercizio di amore e la Fiamma di amor vivo (III), e che fu pubblicata solo nel 1860 a Lucca; la Vita della serva di Dio Angelina Cospari, fondatrice delle Maestre Pie in Borgo S. Sepolcro (rimasta manoscritta); il Direttorio mistico (Venezia 1754) insegna il modo di guidare le anime nelle vie straordinarie.
Il Direttorio ascetico è il più diffuso dei suoi scritti; ha avuto oltre 20 edizioni italiane, 8 inglesi, 5 tedesche, 21 francesi, 4 spagnole, 3 latine, e anche parecchie edizioni abbreviate. Il Direttorio mistico, nonostante i ricorsi di S. al Generale, non fu approvato dai revisori generali della Compagnia, sia per alcuni difetti intrinseci nell'interpretazione di testi biblici e nell'uso di espressioni tratte dall'amore profano, sia soprattutto per una recente condanna di un opuscolo del p. B. Benzi e per la campagna sferrata contro l'Ordine dei Giansenisti. La pubblicazione avvenne in seguito per un puro caso, con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare che quei timori erano stati eccessivi e che la dottrina era sicura.
S. rimane tra gli scrittori ascetico-mistici più apprezzati, che hanno esercitato vero influsso sulle generazioni posteriori. Caratteristica dei trattati di S. è la praticità. In entrambi i Direttori, numerosi avvertimenti seguono sistematicamente le varie trattazioni teoriche, nelle quali pure non mancano i richiami pratici ed i fatti. S. era persuaso che la maggior parte degli uomini si muove più dagli esempi che dalle ragioni (Dir. asc., Introd. n. 8). S. mise anche in luce più che altri la decisiva importanza del compito del direttore spirituale; dalla propria esperienza pastorale trasse la convinzione della necessità della direzione spirituale per le vie ordinarie e straordinarie della perfezione (Dir. asc., I, n. 2; Dir. mist., I, n. 1). Se l'anima, potendo trovare confessori o direttori, rifiutasse di assoggettarsi a una guida, ciò sarebbe atto di gran temerità (Dir. asc., I, n. 95). Il direttore deve avere un piano ben definito, conformandosi alle leggi che regolano il sorgere e lo sviluppo della perfezione di un'anima. Nell'amore di Dio e nell'unione di conformità al divino volere S. stabilisce il punto preciso di orientamento, a cui sin dall'inizio bisogna indirizzare ogni anima. Se diverse sono le vie, unico resta il fine, ossia la perfetta carità (ibid., IV, n. 388). S. è maestro nell'arte di adattamento, ossia nel suggerire i modi di direzione secondo il temperamento, lo stato di vita, il grado di perfezione e le forze d'animo del penitente, seguendo la classificazione tradizionale d'incipienti, proficienti e perfetti (ibid., I, cap. 3) e raccomanda di non esigere più di quello che comportano le forze dello spirito che Iddio comunica alle anime (ibid., I, n. 80).
Dopo aver impiegato trent'anni nel ministero pastorale ed aver girato varie province italiane, S. afferma che quasi in ogni luogo si trovano anime che Iddio conduce per strade straordinarie ad un'altra perfezione e che molto rari sono i confessori esperti. Raccomanda di evitare gli eccessi: quello di non credere affatto alle opere straordinarie della Grazia e quello di credere troppo senza ragionevole fondamento (Dir. mist., I, n. 2). Ammette la contemplazione acquisita, oltre l'infusa (ibid., II, nn. 67-69); non le ritiene necessarie alla perfezione, e opina che moltissimi santi non siano stati contemplativi (ibid., II, nn. 9-14, n. 263). Insegna d'altronde che le anime hanno il dovere di desiderare la contemplazione e di procurare quella acquisita (ibid., III, n. 284). In generale vuole che in ciò si debba piuttosto seguire e non precedere il lavoro della Grazia. Nello stile di S., si sente spesso il predicatore che cerca di convincere ed indurre al bene.
Arnaldo M. Lanz