Fondò in Roma la casa di S. Biagio in Montecitorio (1573) alla quale era annessa la cura degli orfanotrofi di S. Maria in Aquiro e dei SS. Quattro Coronati. Fu secondo preposito generale dell'Ordine (1571-74) e con il favore di S. Carlo Borromeo aperse parecchie case e orfanotrofi, e codificò le Regole che la Congregazione doveva tenere nell'accettare e dirigere gli orfanotrofi secondo le tradizioni provenienti dal fondatore S. Girolamo Miani. Dopo aver più volte rifiutato la nomina a vescovo suffraganeo del principato di Trento, morì in concetto di santità nel 1585.
SPAVENTA, BERTRANDO. - Filosofo, n. a Bomba (Chieti) il 26 giugno 1817, m. a Napoli il 20 febbr. 1883.
Allievo del Seminario di Chieti, poi insegnante nel Seminario di Montecassino (1838-40), ricevette gli Ordini sacri (1840) e si stabilì a Napoli dove da O. Cocchi venne indirizzato allo studio della filosofia moderna, soprattutto di Kant e di Hegel. Nel 1846 aprì una scuola di GALLUPPI, PASQUALE (v.) all'Università fece chiudere, per le idee professate da S. Questi allora (1848) si fece precettore del figlio del generale Pignatelli e insieme con lui, nel 1849, passò a Firenze. Nel 1850 lasciò l'abito sacerdotale, causa la maturata crisi filosofico-religiosa, e si trasferì a Torino, dove trovò ambiente favorevole ai suoi sentimenti politici, e invece contrasti per la dissonanza tra il suo crescente laicismo e l'ambiente religioso e filosofico. In questi anni pubblicò gli Studi sopra la filosofia (in Riv. ital., 1850, pp. 1-78) e i Principi della filosofia di G. Bruno (in Atti dell'Accad. di filo. italiana, Genova 1854, ristamp. in Saggi di critica filosofia, politici, e relig., Napoli 1867, pp. 139-75). Visse della sua opera di pubblicista scrivendo su giornali e riviste e prese posizione contro il pensiero cattolico circa la libertà d'insegnamento (gli scritti pubblicati nel 1851 sul Progresso vennero raccolti da G. Gentile nel volume La libertà d'insegnamento, Firenze 1920). Polemizzò pure contro La civiltà cattolica, con articoli sul Cimento, e nel quotidiano Il Piemonte (raccolti dal Gentile con il titolo La politica dei Gesuiti nel sec. XVI e XIX, Roma 1911). Dopo un breve insegnamento a Modena e Bologna ottenne la cattedra di filosofia a Napoli. Qui sviluppò il suo pensiero esponendo Hegel (scritti riuniti dal Gentile nel volume Scritti filosofici, Napoli 1900), e sistemando il proprio punto di vista speculativo, con il volume (incompiuto) Principi di filosofia (ivi 1861, integrato e ristampato dal Gentile con il titolo Logica e metafisica, Bari 1911), e con gli studi sull'etica di Hegel (ristampati da Gentile con il titolo Principi di etica, Napoli 1904). Scrisse inoltre su Bruno e Campanella (Rinascimento, Riforma e Controriforma, Venezia 1928), su Gioberti (La filosofia del Gioberti, 2a ed., Napoli 1883) e soprattutto gli studi raccolti dal Gentile nei vol. Da Socrate a Hegel (Bari 1905) e La filosofia. Ital. nelle sue relazioni con la filosofia (ivi 1908; nuova ed. scolastica a cura di G. Gentile, Firenze 1937; di G. Tarozzi, Torino 1937; di E. Vigorita, Napoli 1938). Membro del
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Consiglio Superiore dal 1861 e deputato al Parlamento nella X, XI e XII legislatura, lo S. nell’ultimo periodo della sua vita fondò il Giornale napoletano di fìlos. e lettere «lottando contro l’indirizzo positivistico» negatore della metafisica (cf. Esperienza e metafisica, edito da D. Jaja, Torino 1888).
S. mirò a ripensare criticamente Hegel (v.) e insieme rinnovare la dialettica mediante una valorizzazione del pensiero umano, inteso non come il punto di arrivo, ma come il punto di partenza presente fin dalla prima categoria della logica. Di qui il suo singolare approfondimento della logica hegeliana, anche in rapporto a una concezione dell’esperienza, capace di superare i punti di vista parziali dell’positivismo (v.). Egli riconosce la necessità della metafisica (con cui va integrato il pensiero kantiano); ma metafisica non significa trascendenza, bensì, piuttosto, affermazione del trascendente. La posizione dello S. fu spesso polemica e chiave ricreativa, più che originale; tuttavia va notato il suo notevole influsso sull’attualismo (v.) gentiliano. Egli inteso di reinserire la filosofia italiana nella filosofia europea: mantenendo la sua originalità e razionalità e chiarezza la sua efficacia nel pensiero europeo già fin dal Rinascimento, in cui Bruno preluderebbe a Spinoza, Campanella a Cartesio, mentre Vico sostituirebbe alla metafisica dell’essere la metafisica della mente. La filosofia italiana ebbe nuovo rilievo nel sec. XIX, subendo tuttavia l’influsso del pensiero germanico, con Galluppi «kantista suo malgrado», Rosmini, scopritore dell’«unità dello spirito», e Gioberti.