STATI UNITI (U.S.A.) - LA RALEIGH TAVERNE, CHE HA COME INSEGNA IL RITRATTO DELL'ESPLORATORE SIR WALTER RALEIGH

STATI UNITI (U.S.A.) - La Raleigh Taverne, che ha come insegna il ritratto dell'esploratore sir Walter Raleigh - Williamsburg (Virginia).
STATI UNITI (U.S.A.) - La Raleigh Taverne, che ha come insegna il ritratto dell'esploratore sir Walter Raleigh - Williamsburg (Virginia).

Fascia circumpacifica le piogge si hanno più copiose e cadono in genere d'inverno, ma con tendenza a ridursi di nuovo verso S. (California). In generale, i paesi litoranei hanno qui un clima di tipo mediterraneo, più mite ed uniforme che non quelli sull'Atlantico, le cui condizioni, a loro volta, si rivelano sotto questo riguardo meno miti e più mutevoli di quelle dei paesi europei a pari latitudine. Inoltre le regioni prossime all'Atlantico sono spesso devastate dai terribili cicloni che si formano nel Mare delle Antille ed attraversano le Indie occidentali, gli U.S.A. d'occidente e l'Atlantico settentrionale. Verso S., lungo la costa atlantica (Florida e Golfo del Messico), il clima assume un aspetto sempre più nettamente subtropicale, con forti calori e precipitazioni piuttosto abbondanti.

Il territorio degli U.S.A. si può così dividere, dal punto di vista fisico-economico, in quattro maggiori unità: al N., all'E. ed al centro una regione temperatura umida, con agricoltura, ed in particolare cerealicoltura, ed allevamento ben sviluppati; al S. una regione subtropicale, che dà cotone, riso e tabacco; all'O., una regione siccitosa, in cui accanto all'allevamento è tuttavia possibile, con l'irrigazione artificiale, anche la cerealicoltura; e sul Pacifico, una regione a carattere mediterraneo, in cui prosperano soprattutto gli agrumi, la vite e gli alberi da frutta. Ognuna di queste regioni possiede in maggior o minore abbondanza riserve minerarie. Ma lo sfruttamento di queste ricchezze non ha raggiunto dovunque il loro stesso livello, si che, nonostante il grande impulso dato ad ogni sorta di attività economica, specie per effetto delle due ultime grandi guerre mondiali, gli U.S.A. conservano ancora, per tratti abbastanza ampi, l'aspetto di un paese nuovo.

D'altronde, la colonizzazione di massa cominciò piuttosto tardi. All'epoca della scoperta, gli Indiani che vivevano nel territorio degli U.S.A. non superavano il milione e la popolazione complessiva, che era di ca. 3 milioni nel 1776 (all'atto della proclamazione dell'indipendenza), oltrepassava di poco i 23 milioni nel 1853, quando il territorio metropolitano raggiunse l'attuale espansione. Ma dal 1820 al 1930 immigrarono negli U.S.A. più di 37 milioni di individui (8 milioni nel solo decennio 1900-11), tra i quali prevalsero in un primo tempo Inglesi, Socczesi, Irlandesi, Tedeschi, Scandinavi e Fenni, e più tardi italiani, Slavi, Ebrei e Ungheresi. Secondo l'ultimo censimento (1950), la popolazione ammonta a 150,7 milioni di ab., dei quali i Negri (numerosi soprattutto nelle regioni di S. e di SE.) formano all'incirca il 10%, gli Indiani (ridotti a poche centinaia di migliaia di individui) appena il 2%, mentre un'alta percentuale (impossibile a calcolarsi con esattezza) è rappresentata da nati all'estero, o da genitori stranieri (quasi 7 milioni di Tedeschi, 4 1/2 milioni di Italiani, oltre 3 milioni di Irlandesi e altrettanti i Polacchi e i Canadesi, ecc.). La densità della popolazione (19 a kmq.) è piuttosto bassa (di poco più alta di quella della Svezia), ma le differenze da regione a regione sono notevoli: mentre gli altopiani occidentali sono quasi spopolati (meno di 1 ab. a kmq. nello Stato di Nevada), gli Stati atlantici hanno indici superiori anche a 200 ab. a kmq. (Rhode Island, Nuova Jersey, Massachusetts). Tenendo conto dei territori che gli U.S.A. controllano, la loro popolazione saliva (1951) a 155,4 milioni di ab., dei quali 2,5 in America (2,2 in Porto Rico) e 635 mila in Oceania.

Quanto allo sviluppo economico (e del resto anche dal punto di vista politico-militare), non v'è invece dubbio che gli U.S.A. rappresentino oggi la massima potenza mondiale, ciò che è conseguenza non solo della proporzione che loro spetta nel complesso delle risorse naturali d'ogni genere, in un paese nuovo ed aperto, almeno in un primo tempo, alla collaborazione di massa, e permeato ab origine da un illimitato spirito di iniziativa, nonché della scala di grandezza su cui queste risorse si sono potute sfruttare, ma anche di un progresso tecnico che il generale benessere e l'aspirazione al guadagno individuale hanno portato ad un altissimo livello, medio e assoluto.

La tendenza a realizzare in ogni forma di attività il massimo del rendimento con il minimo impiego di lavoro umano, e perciò sulla base di una pianificazione razionale che tenga conto di tutti i fattori della produzione e la stimoli con l'aiuto di una sempre più diffusa ed efficiente meccanizzazione, è visibile anche nell'agricoltura, che rimane, nonostante il grandioso sviluppo industriale, una delle più solide basi dell'economia nazionale. Nel 1950 l'agricoltura assorbì solo il 17% della popolazione attiva (il 10% durante la seconda guerra mondiale), ma gli 8,3 milioni di occupati utilizzano ca. 10 milioni di mezzi motorizzati. Del territorio statunitense meno di 1/5 è coltivato (e 4/5 nella sola metà orientale del paese): eppure gli U.S.A. raccolgono, fra l'altro, dal 50 al 60% del granturco, da 1/5 ad 1/3 del cotone, più di 1/4 di tabacco, da 1/5 a 1/4 dell'avena, da 1/6 a 1/7 del grano prodotto in tutto il mondo. Più della metà dell'arrivo (184,1 milioni di ha.) è destinato ai cereali e dà in primo luogo il granturco (da 35 milioni di tonn. nel 1934-38 a 79 nel 1950; anche in seguito si daranno le corrispondenti cifre in milioni di tonnellate) cui seguono, in ordine decrescente di quantità prodotte, il frumento (19,5-27,5), l'avena (14,0-21,5), l'orzo (45-65,3), il riso (9,6-17,2) e la segale (10,3-5,7). Mentre il granturco è consumato tutto nel paese, il frumento permette una notevole esportazione (6,5; la cifra più alta fra tutti gli esportatori mondiali, nel 1950).

Ai cereali tieni dietro, per importanza, il cotone, coltivato negli Stati sud-orientali (2,8-2,1 di fibra; 4,9-6,0 di semi): 1/2 della produzione di fibra e quasi l'intera produzione di semi (olio) sono assorbiti dal mercato interno. Notevoli anche le colture della soia (1,2-7,8) e del lino (0,2-1). Per il tabacco, gli U.S.A. sono alla testa così della produzione (0,6-0,9) come della esportazione mondiale, mentre per lo zucchero la produzione della barbabietola e quella della canna non riescono ancora a soddisfare il consumo nazionale. Grande sviluppo ha avuto la frutticoltura (California, Florida, regione dei Grandi Laghi), che alimenta un'industria florente; accanto agli agrumi, la California produce uva (16 milioni di hl., quanto la produzione spagnola nel 1950), destinata in parte alla vinificazione. Ridotto, per l'intenso rimboschi-

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(fot. U.S.I.S.)
Stati Unitr (U.S.A.) - La Raleigh Taverne, che ha come insenna il ritratto dell'esploratore sir Walter Raleigh - Williamsburg (Virginia).

mento, il prodotto delle foreste, limitate ormai agli Stati del Pacifico (douglas fire) ed alla Florida (pitchpine), che tuttavia dà vita a cospicue industrie (carta, mobilità), anche se non più sufficiente al mercato interno.

Agricoltura e allevamento sono strettamente uniti: per numero di capi (78,3 milioni; cifra superata solo dall'India) e per importanza della produzione industriale che vi è collegata, vengono i bovini, allevati soprattutto negli Stati centrali (carni) e nord-orientali (latte), cui seguono i suini (57,1; primo posto del mondo), caratteristici della regione del granturco, gli ovini (31,7), gli equini (6,0 cavalli; 2,3 muli), e i caprini (2,4). Anche la pesca è fiorente: per alcune specialità (ostriche, sardine, salmone) gli U.S.A. occupano uno dei primi, o addirittura il primo posto nel mondo.

A questa solida struttura agraria ed alle attività accessorie che la completano si accompagna una anche più grandiosa espansione industriale, le cui possibilità appaiono praticamente illimitate, data la straordinaria abbondanza e varietà delle risorse minerarie di cui gli U.S.A. dispongono. Materie produttive d'energia, in primo luogo: carbon fossile (gli U.S.A. ne estragono più di 1/3 del quantitativo mondiale; 505 milioni di tonn. nel 1950, di cui 1/2 dai giacimenti appaltati; petrolio (270 milioni di tonn., il 52% del totale mondiale), cui vanno aggiunte le risorse idroelettriche, valutate a 45 milioni di HP e che hanno dato, nel 1950, una produzione di 590 milioni di HP (1° posto nel mondo).

Dei minerali più importanti destinati a trattamento industriale, gli U.S.A. mancano, in tutto od in parte, solo di stagno, manganese, cromo, nichelio, e uranio; per tutti gli altri la produzione nazionale è di regola pari al fabbisogno, ed in molti casi lo supera. Ferro, rame e zinco vengono prodotti in misura che tocca od oltrepassa la metà del quantitativo mondiale. Il primo proviene per la maggior parte dalle regioni del Lago Superiore e dall'Alabama; il secondo soprattutto dagli altipiani occidentali, che danno anche piombo (da 1/4 ad 1/3 del totale mondiale) e argento (di cui gli U.S.A. sono i più grandi produttori dopo il Messico); il terzo dal Missouri. Oltre che in California, si estrae ora nel Colorado e nel South Dakota (60 mila kg.; 4° posto nel mondo); copiose produzioni offrono anche le bauxiti, lo zolfo, i fossati e la potassa.

Per il loro sviluppo industriale gli U.S.A. si lasciano addietro di gran tratto tutti gli altri paesi del mondo: non v'è più raro in cui la produzione non si sia affermata con quelli che ne sono i caratteri distintivi: la standardizzazione, la razionalizzazione, le meccanizzazione e la concentrazione delle imprese (trust), che hanno tutte, più o meno, una risonanza mondiale. Se alcuni rami di attività spiccano fra gli altri - p. es., le industrie metallurgiche (acciaio: 2/5 della produzione mondiale) e le meccaniche (4/5 degli automobili, 3/4 delle macchine da scrivere costruite in tutto il mondo) - soprattutto per la loro localizzazione in determinati distretti, la loro distribuzione nel vasto territorio metropolitano obbedisce a criteri di convenienza economica che permettono di provvedere in primo luogo alle eccezionali dimensioni del mercato interno: che è un altro dei caratteri distintivi dell'industria statunitense. Ne risulta una molteplicità di regioni industriali, ciascuna delle quali ha, od accentua, un suo peculiare carattere: le siderurgiche e metallurgiche nel settore prossimo ai Grandi Laghi, le tessili negli Stati centro-atlantici, quelle del legname negli Stati settentrionali e meridionali atlantici, attorno ai Grandi Laghi e lungo il Pacifico; le alimentari un po' dappertutto, ma specialmente negli Stati del centro nord-orientali.

La gigantesca organizzazione industriale degli U.S.A. non sarebbe concepibile senza un adeguato sviluppo delle vie di comunicazione. Le ferrovie misurano oltre 360 mila km. (1/3 della rete mondiale), ma sono ormai in regr

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(Int. U.S.I.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Veduta di una coltivazione nell'Arizona.

esso di fronte all'espansione automobilistica, che dispone di una imponente rete stradale (5,3 milioni di km.; 48 milioni di autoveicoli, cioè uno ogni 3 ab. all'incirca, contro 1 ogni 70 in Italia), ed a quella aerea, in rapidissimo aumento (738,7 milioni di km. percorsi; 14,2 milioni di passeggeri). Ugualmente netta si è fatta, dopo la seconda guerra mondiale, la supremazia della marina mercantile, che registra nel 1950 ben 25,2 milioni di tonn. di naviglio a propulsione meccanica, superando così la Gran Bretagna e rappresentando da sola ca. 1/3 del totale mondiale.

Tipiche degli odierni U.S.A. sono le dimensioni e l'importanza economica e politica dell'urbanesimo; si può calcolare che ca. il 60% della popolazione vive concentrata in città, molte delle quali hanno avuto uno sviluppo topografico e demografico rapidissimo. Di quelle che oltrepassano i 100 mila ab. (le cosiddette «grandi città», che nel 1950 erano 10, sulle 876 esistenti in tutto il mondo) se ne contano ora più di una dozzina che, con o senza i loro immediati dintorni (distretti metropolitani), superano ormai i milione di ab.

La distribuzione dei grossi centri urbani, come del resto quella della popolazione in genere, mostra ancora un evidente contrasto fra il settore nordorientale del paese, fra l'Atlantico e il Mississippi, a monte della confluenza dell'Ohio, da un lato, e le regioni interne, nelle quali le grandi città rappresentano ancora occorrenze eccezionali, dall'altro; mentre altre concentrazioni urbane in via di sicura espansione si sono determinate lungo il Pacifico, così a S. (California), come a N. (fra Pouget Sound e bassa Columbia). Queste città, tutte di origine più o meno recente, si distinguono nettamente dai vecchi centri urbani europei per alcuni caratteri che son loro comuni e che le fanno somigliare tutte le une alle altre: l'ampiezza dell'area cittadina, nella quale larga parte è fatta a parchi e giardini e prati pubblici e privati, la forma regolare della pianta, l'assenza di mura e di limiti verso la periferia, la separazione fra il nucleo interno (City), o città degli affari, denso di edifici pubblici e monumenti, sormontato da grattacieli, ed i più estesi quartieri residenziali, in cui prevalgono costruzioni isolate e trovan posto di rado grossi edifici. Da notare che le capitali degli Stati non coincidono di regola con le città più popolose, o più attive, o più importanti economicamente; talora hanno una tal funzione centri con popolazione inferiore ai 10 mila ab. Si volle così assicurare ai centri scelti come sedi dei governi soprattutto una posizione opportuna rispetto al territorio dei singoli Stati, ed anche condizioni di tranquillità e di isolamento, affinché l'amministrazione degli Stati stessi non venisse turbata da quella degli affari, e gli interessi di pochi o di una sola città non prevalessero su quelli comuni. Tuttavia, con

| Statí e gruppi di Stati | Superficie in kmq. | Popolazione in 1000 ab. (cens. 1950) | Densità a kmq. | Capitale (popolazione in 1000 ab.) |
| Maine | 86017 | 913,8 | 11 | Augusta 71 |
| New Hampshire | 24095 | 533,2 | 22 | Concord 28 |
| Vermont | 24884 | 377,7 | 15 | Montpelier 8 |
| Massachusetts | 21383 | 4690,5 | 219 | Boston 791 |
| Rhode Island | 3144 | 791,9 | 252 | Providence 248 |
| Connecticut | 12972 | 2007,3 | 155 | Hartford 177 |
| NEW ENGLAND | 172.495 | 9314,5 | 54 | — |
| New York | 128387 | 14830,2 | 115 | Albany 134 |
| New Jersey | 20293 | 4835,3 | 238 | Trenton 128 |
| Pennsylvania | 117399 | 10498,0 | 89 | Harrisburg 89 |
| MIDDLE ATLANTIC | 266.079 | 30163,5 | 113 | — |
| Distr. Columbia | 179 | 802,2 | 4481 | Washington 60 |
| Delaware | 5327 | 318,1 | 60 | Dover 6 |
| Maryland | 27391 | 2343,0 | 86 | Annapolis 15 |
| Virginia | 105090 | 3318,7 | 31 | Richmond 230 |
| West Virginia | 62622 | 2005,5 | 32 | Charleston 73 |
| North Carolina | 136508 | 4061,9 | 30 | Raleigh 5 |
| South Carolina | 80423 | 2117,0 | 39 | Columbia 23 |
| Georgia | 152471 | 3444,6 | 23 | Atlanta 327 |
| SOUTH ATLANTIC | 722.273 | 21183,3 | 29 | — |
| Ohio | 106753 | 7946,6 | 74 | Columbus 375 |
| Indiana | 93983 | 3934,2 | 42 | Indianapolis 375 |
| Illinois | 146059 | 8712,2 | 60 | Springfield 81 |
| Michigan | 150762 | 6371,8 | 42 | Lansing 92 |
| EAST NORTH CENTRAL | 642.979 | 30399,4 | 47 | — |
| Minnesota | 217711 | 2982,5 | 14 | St. Paul 310 |
| Iowa | 145743 | 2621,1 | 18 | Des Moines 177 |
| Missouri | 180435 | 3954,7 | 22 | Jefferson City 25 |
| North Dakota | 183001 | 619,6 | 3 | Bismarck 19 |
| Nebraska | 200021 | 1325,5 | 7 | Lincoln 97 |
| WEST NORTH CENTRAL | 1.339.515 | 14061,4 | 10 | — |
| Kentucky | 104611 | 2954,8 | 28 | Frankfort 11 |
| Tennessee | 109404 | 3291,7 | 30 | Nashville 173 |
| Alabama | 133652 | 3061,7 | 23 | Montgomery 105 |
| Mississippi | 123570 | 2178,9 | 18 | Jackson 98 |
| EAST SOUTH CENTRAL | 471.237 | 14477,2 | 31 | — |
| Arkansas | 137518 | 1909,5 | 14 | Little Rock 101 |
| Louisiana | 125660 | 2683,5 | 21 | Baton Rouge 124 |
| Oklahoma | 181069 | 2333,4 | 12 | Oklahoma City 242 |
| Texas | 692328 | 7711,2 | 11 | Austin 132 |
| WEST SOUTH CENTRAL | 1.136.575 | 14537,5 | 13 | — |
| Montana | 381043 | 591,0 | 2 | Helena 17 |
| Utah | 219907 | 688,9 | 3 | Salt Lake City 182 |
| Arizona | 294990 | 749,6 | 3 | Phoenix 105 |
| Nevada | 286265 | 160,1 | 1 | Carson City 3 |
| MOUNTAIN | 2.257.207 | 5075,0 | 2 | — |
| Washington | 176597 | 2379,0 | 13 | Olympia 16 |
| Oregon | 251152 | 1521,3 | 6 | Salem 43 |
| California | 410967 | 10586,2 | 25 | Sacramento 136 |
| PACIFIC | 838716 | 14486,5 | 17 | — |
| U.S.A. | 7.827.076 | 150.697,4 | 19 | Washington 149 |

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| Nome del possedimento (anno del suo riconoscimento) | Superficie in kmq. | Popolazione (in 1000 ab.) | Densità a kmq. | Capoluogo e sua popolazione (in 1000 ab.) |
| Alasca (1867) | 1.518.717 | 128,6 | 0,1 | Juneau 6 |
| Puerto Rico (1899) | 8.896 | 2.210,7 | 249 | S. Juan 224 |
| Canal Zone (1904) | 1.422 | 53,3 | 37 | Balboa 10 |
| Isole Vergini (1917) | 344 | 26,7 | 78 | Charlotte Amalie 11 |
| Isole Hawai (1898) | 16.772 | 499,8 | 30 | Honolulu 232 |
| Isola Guam (1899) | 534 | 58,8 | 110 | Agăna 10 |
| Isole Samoa americane (1900) | 197 | 18,6 | 96 | Pago Pago 1 |
| Islands (1947) | 2.149 | 50,0 | 23 | — |
| Totale | 3.349.000 | 3.085,0 | 1 | — |

l'evoluzione subita non solo dalla Federazione, ma anche da molti dei più importanti Stati fra il 1776 e la fine della seconda guerra mondiale, che ha condotto gli U.S.A. ad una posizione di supremazia economica-politica senza precedenti nella storia moderna, talune capitali, e la stessa capitale federale Washington, sono diventate anch'esse metropoli, pur senza raggiungere le proporzioni di quelle che debbono le loro proporzioni allo sviluppo delle industrie, dei commerci od alla loro singolare posizione geografica.

Gli U.S.A. sono ordinati a Repubblica federale; gli Stati che li compongono hanno ampiezza, popolazione ed importanza economica assai diverse, in armonia con la loro storia, con il loro sviluppo economico e con le fasi attraverso le quali è passata l'evoluzione locale e nazionale. La superficie media di questi Stati risulta pari, all'incirca, a quella della metà del territorio italiano (163,3 mila kmq.); la popolazione media ha ca. 3,1 milioni di ab. Ma è facile rilevare dalla unità tabella quanto diverse siano tali condizioni non solo da Stato a Stato, ma da gruppo a gruppo di Stati. Un confronto con i dati dei precedenti censimenti mette in luce la tendenza che si è ormai chiaramente disegnata, verso un'accettazione del contrasto fra periferia e interno. Vanno crescendo infatti soprattutto gli Stati atlantici (in primo luogo la Florida) e quelli sul Pacifico (ed in primo luogo la California), a danno delle regioni aride ad O. del Mississippi, che costituiscono aree di emigrazione.

Nella confederazione statunitense i singoli Stati godono di larga autonomia per ciò che si riferisce alla politica ed all'amministrazione interna (anche l'educazione rientra fra questi privilegi). Per il resto, il potere legislativo spetta ad un Congresso bicamerale: un Senato di 96 membri, due per ogni Stato, eletti a suffragio universale indiretto per 6 anni e rinnovabili per un terzo ogni 2; ed una Camera dei rappresentanti di 435 membri, eletti a suffragio universale diretto per 2 anni. Il potere esecutivo viene esercitato da un presidente, anch'esso elettivo (per voto indiretto), che ha poteri molto larghi, dura in carica 4 anni e può essere rieletto. La Costituzione degli U.S.A. risale, nella sua sostanza, a quella approvata a Filadelfia nel 1776, durante il movimento per l'indipendenza.

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(not. U.S.I.S.)

STATI UNITI (U.S.A.) - Cupola di osservazione dell'osservatorio di Monte Palomar.

STATI UNITI (U.S.A.) - Generatore elettrostatico, usato nella ricerca dell'energia atomica all'Università di Notre Dame.

II. STORIA CIVILE

I. Il periodo coloniale

Enrico VII, fondando i suoi diritti sui viaggi che i Caboto avevano intrapreso al suo servizio, aveva rivendicato all'Inghilterra sin dal 1497 il continente dove dovevano sorgere gli S. U. Però mercanti e avventurieri inglesi intrapresero i primi, infruttosi tentativi di colonizzazione soltanto sotto il regno di Elisabetta, specialmente dopo la sconfitta subita dall'armada spagnola (1588), che aprì i mari alla supremazia inglese. Intanto Olandesi fondavano colonie nella Nuova Olanda, Spagnoli nella Florida, Francesi nella regione dei Grandi Laghi e del S. Lorenzo.

Secondo la legge inglese, l'intero territorio rivendicato apparteneva alla Corona, che poteva disporre a piacimento. Nelle concessioni, essa creò due tipi di colonie: corporate (cioè accordate a una compagnia) e proprietari (accordate al singolo), lasciando ai beneficiari un'ampia autonomia nell'esercizio del potere e garantendo ai coloni tradizionali diritti dei cittadini inglesi: fondamenta tra questi, anche se limitato da molte restrizioni, quello dell'autogoverno. Dalla fondazione della Virginia (1607), che fu la prima, al 1733, tredici colonie sorse loro lunga fascia atlantica. Otto di queste divennero successive mente province reali, con governatori nominati dal sovrano e in possesso di ampi poteri. Ma frequenti furono i conflitti tra autorità costituita e popolazioni. I coloni avevano parte attiva nelle amministrazioni locali e centrali dei rispettivi territori, ma a regolare i rapporti reciproci e quelli con paesi stranieri spettava all'Inghilterra. Tuttavia le numerose guerre del tempo e le necessità della difesa contro le tribù indiane, che rappresentavano una costante minaccia, valsero a creare una certa solidarietà tra le diverse province.

Ondate immigratorie, sempre più frequenti e numerose, di diversa provenienza e mosse da molteplici ragioni (persecuzioni politiche e religiose, disagi economici e promessa di un futuro migliore, spirito di avventura), conferirono alla popolazione un carattere composito ed eterogeneo; però l'elemento predominante e, si può dire, catalizzatore, soprattutto dopo il 1660, fu quello inglese. Dopo la Pace di Parigi (1763), che chiuse il lungo conflitto tra Francia e Inghilterra, sanzionando il dominio inglese sul Canadà e nella valle del Mississippi, l'espanione inglese nel nuovo mondo non ebbe ostacoli e fu incrementata dalla rivoluzione industriale che, creando un problema di sovrappopolazione nella madre patria, favorì l'emigrazione. Alla fine del sec. XVIII tre erano i gruppi etnici più numerosi, dopo quello inglese: l'irlandese, lo scozzese e il tedesco. Venivano poi Olandesi e Svedesi (discendenti di imperi coloniali dissolti) e Francesi.

2. L'indipendenza

Con la seconda metà del secolo i rapporti tra Inghilterra e colonie si fecero tesi. Con l'erario impoverito dalle ultime guerre, il governo inglese adottò una serie di leggi che miravano a risanguarlo a carico delle colonie. Queste accolsero con crescente insofferenza l'imposizione di tali tributi, rifacendosi alla consuetudine inglese secondo cui qualsiasi misura fiscale doveva essere votata dagli stessi contribuenti. Forti delle antiche tradizioni di autonomia e libertà, consolidate grazie alle difficoltà cui l'esercizio del potere andava soggetto per la lontananza della madre patria, i coloni ad esse si appellarono, accusando Corona e Parlamento di voler sovvertire le secolari fondamenta dell'ordinamento politico anglo-sassone. In buona parte per l'intransigenza di Giorgio III il conflitto si aggravò e, scelta la via dell'aperta ribellione, le tredici colonie dichiararono la propria indipendenza (1776), si riunirono in confederazione (1777) e combatterono una lunga e dura guerra che, cominciata male per gli insorti, dopo alterne vicende si concluse in loro favore, per la tenacia e l'abilità del generale Giorgio Washington, con la Pace di Parigi (1783).

Uscita stremata dalla lotta, retta da una costituzione inefficace, divisa dalle tendenze autonomistiche, la nuova confederazione dovette far fronte a un travagliato periodo di difficoltà economiche e sociali. I ceti conservatori, per salvaguardare la conquistata indipendenza e unità, promossero l'adozione di una nuova Costituzione (1787), approvata dopo la vivace opposizione di coloro che, in seguito all'esperienza coloniale e influenzati dalle ideologie correnti, temevano un forte potere centrale. Essa limitò il potere dei singoli Stati, dando al paese un governo centrale (federale) ispirato alla divisione dei poteri, con un presidente che, come fu detto, raccoglie in sé i poteri di un monarca repubblicano e di un primo ministro monarchico, e un sistema bicamerale, in cui i diversi Stati hanno un uguale numero di seggi (2) al Senato e una rappresentanza proporzionale alle rispettive popolazioni alla Camera bassa. Questa costituzione, con l'aggiunta di alcuni emendamenti, presiedette al progressivo crescere della confederazione dai 13 Stati originari ai 48 attuali ed è tuttora in vigore. Primo presidente fu Washington e sotto il suo governo si cristallizzò quel contrasto ideologico che, impersonato nei due maggiori statisti del tempo - Hamilton, ministro del Tesoro, e Jefferson, ministro degli Esteri - condusse alla fondazione di due opposti partiti, detti allora federalista e repubblicano, i quali, rappresentando le due fondamentali correnti politiche espresse dalla realtà americana, dovevano, con nuovi nomi e appropriandosi spesso vicendevolmente finalità e programmi, disputarsi il potere e alternarsi al governo del paese. Hamilton, che risanò la situazione economica e fu in certo modo il fondatore del capitalismo americano, mirava alla costituzione di uno Stato forte, e sostenendo gli interessi commerciali-finanziari fu l'esponente del conservatorismo. Jefferson, che aveva dato alla nuova Repubblica con la dichiarazione d'indipendenza le sue tavole della legge e ed enunciandone la motivazione ideale aveva creato nel paese una coscienza nazionale, difese il particolarismo statale contro le ingerenze del potere centrale e fu il rappresentante degli interessi agrari meridionali. Il conflitto tra queste due correnti fu acuito dallo scoppio della Rivoluzione Francese, che ebbe notevoli ripercussioni interne, essendosi i repubblicani schierati in suo favore e combattendola i federalisti a spada tratta. Il conflitto si risolse nel 1800 con la vittoria repubblicana, che segnò la dissoluzione del partito federalista e l'inizio di un trentennio di governo del partito jeffersoniano.

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(Ist. U.S.I.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Generatore elettrostatico, usato nella ricerca dell'energia atomica all'Università di Notre Dame.

3. L'espansione continentale

La capitale, dopo breve sede a Nuova York e Filadelfia, veniva trasferita a Washington, mentre proseguiva senza soste l'espansione verso l'ovest, che costituisce l'« epopea » della storia americana e il fatto saliente nei decenni successivi alla guerra di indipendenza. A mano a mano che pionieri, avventurieri, colonizzatori conquistavano alla civiltà nuovi territori, questi passavano sotto controllo federale, finché soddisfatti taluni requisiti (dovevano avere un minimo di 60.000 ab.), una costituzione, un organo legislativo, ecc.) non venivano ammessi nella Confederazione quali Stati. Nel periodo 1791-1821 ben altri 11 vennero così ad affiancarsi ai 13 originari. Questa progressiva espansione determinò innumerevoli e sanguinosi conflitti con gli Indiani, finché i superstiti di quella fiera gente furono completamente assoggettati. Nel frattempo gli Americani, insofferenti della presenza di altri governi nel continente, acquistarono (1833) la Louisiana da Napoleone e nel 1819 estromisero la Spagna dalla Florida. Invece, il tentativo di espansione verso il Canadà, intrapreso nel 1812 per ragioni di prestigio nazionale (che l'Inghilterra aveva ferito arroganziosi il diritto di ispezionare il naviglio americano), non ebbe successo. La supremazia navale inglese, soprattutto dopo la sconfitta di Napoleone, poté farsi valere, e alla Pace di Gand (1814), con cui si chiuse la guerra, il Canadà restò possedimento inglese.

Durante il periodo successivo, di pace, di prosperità, nuovi Stati venivano costituiti; i commerci e soprattutto le industrie prendevano grande sviluppo, favorito dalle guerre, che avevano impedito l'importazione di prodotti europei, e poi dall'adozione di alte tariffe protettive. Monroe (v.) l'isolazionismo e l'assoluta indipendenza del nuovo mondo nei confronti dell'Europa, gli S. U. consolidarono la loro unità e i legami federali, nonostante i particolarismi statali, grazie alle autorevoli interpretazioni estensive dei poteri del governo federale, sanciti dalla Costituzione, sostenute per oltre un trentennio da John Marshall, presidente della Corte Suprema.

4. La guerra civile

Un latente dissidio però veniva affiorando in tutta la sua gravità. Mentre negli Stati settentrionali la schiavitù, non mai molto estesa, si estingueva naturalmente, in quelli meridionali era divenuta il pilastro della economia agricola, che appunto poggiava sul bassissimo costo della mano d'opera e sulla sua totale servitù. Gli schiavi erano negri importati dall'Africa sino dal 1619; nel 1770 essi ammontavano a un sesto della popolazione. Nella questione della schiavitù il governo federale non poteva in alcun modo intervenire, in quanto la Costituzione non ne faceva parola e per abolirla nell'intero territorio, come esigevano gli abolizionisti, era necessario un emendamento costituzionale, approvato da una maggioranza di 2/3, mentre gli Stati schiaviati e anti-schiaviati si equilibravano, nonostante gli sforzi fatti da ciascuna delle due parti per prevalere. Il fiume Ohio segnava la linea di demarcazione fra i due tipi di civiltà e a ogni Stato che entrava nell'Unione a nord del fiume faceva da contrappeso un nuovo Stato al sud. Quando nel 1820 il Missouri, territorio schiavista, entrò nella Confederazione, per bilanciare il suo ingresso si tagliò una parte del Massachusetts, facendone il piccolo Stato del Maine. Inoltre si fissò un parallelo quale linea divisoria per tutto il vastissimo territorio ancora aperto alla espansione verso occidente (Missouri compromise). Con questo espediente fu differita la soluzione del problema di alcuni decenni; mentre nuovi pionieri penetravano nel Texas spagnolo e si stabilivano lungo la costa del Pacifico.

Dopo il lungo predominio del partito jeffersoniano riprendevano vigore le lotte politiche, prima su basi regionali e successivamente di partito. Repubblicani si

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(Ed. U.S.I.S.)
Stati Unit (U.S.A.) - Monumento equestre a Paul Revere, patriota della guerra d'Indipendenza americana (1775-83). In fondo la vecchia chiesa in cui è conservata la lanterna che diede il segnale per l'impiocagione di Paul Revere - Boston.

dissero i seguaci di Hamilton, come lui preoccupati di limitare il potere dei singoli Stati, accentrandolo nel governo federale, e di favorire l'industria; con vasto seguito, quindi, negli Stati settentrionali. Democratici invece si chiamarono i seguaci di Jefferson, strenui difensori delle prerogative statali e dell'economia agricola.

La politica industriale dei repubblicani, saliti al potere, danneggió gli Stati meridionali, che reagirono riuscendo ad eleggere alla presidenza Andrew Jackson. Trascurando la volontà del Congresso (Parlamento) e ritenendosi rappresentante diretto del popolo, egli instaurò la prassi di riservare le cariche pubbliche, maggiori e minori, ai propri aderenti (spoil system). Sotto la sua presidenza apparvero le prime organizzazioni operaie, il diritto di voto venne democraticamente esteso in ogni tipo di elezione e si allargò il suffragio per quelle presidenziali; ciò condusse alla comparsa di veri e propri professionisti della politica. A Jackson va il merito di aver difeso la intangibilità dell'Unione, stroncando in uno storico conflitto le velleità secessionistiche di uno Stato, la Carolina del Sud che, contrario a una nuova legge federale sulle tariffe, minacciava l'unità del paese. Con il rapido aprirsi di nuove vie di comunicazione e l'introduzione di più celeri mezzi di trasporto, il progresso economico pareva non conoscere limiti.

L'annessione del Texas, voluta dagli Stati schiaviati per la possibilità di vastissime colture a piantagione in quel territorio, portò alla guerra con il Messico (1846-47), che si risolse con la conquista di nuove regioni (Nuovo Messico, Arizona, California), mentre in virtù di un accordo con l'Inghilterra veniva annesso l'Oregon. Nel 1848, pertanto, la Confederazione aveva raggiunto i suoi attuali confini continentali e per ottenere una via di comunicazione inter-oceanica già nel 1846 aveva stipulato un accordo con la Columbia per il libero passaggio attraverso l'istmo di Panama.

L'acquisto dei nuovi territori ripropose la questione della schiavitù. La California, datasi una costituzione anti-schiaviata, chiese di essere ammessa nella Confederazione (1849), sollevando le proteste del Sud. Un nuovo compromesso ne consentì l'ammissione (1850), escludendo che nei nuovi Stati che potessero sorgere sui territori tolti al Messico la schiavitù potesse essere vietata o abolita. Ma poiché, tolto il Texas, nessuno di quei territori si prestava a una economia schiavista, il loro ingresso nella Confederazione in qualità di Stati avrebbe dato la prevalenza agli Stati anti-schiaviati, che avrebbero potuto così votare il necessario emendamento abolizionista e sopprimere la schiavitù in tutti gli S. U. Per

STATI UNITI (U.S.A.) - Il Congresso vota l'indipendenza, dipinto di R. Edgar Pine e E. Savage (fine sec. XVIII-inizio XIX) - Washington, Biblioteca del Congresso.

ristabilire l'equilibrio, gli Stati meridionali tentarono vari colpi di mano in terre adatte alla loro economia (Cuba, Nicaragua, Honduras). Ma mentre gli abolizionisti combattivano la loro battaglia sul piano etico, e la loro causa, in continuo progresso, acquistava la forza di un imperativo categoric, gli schiavisti facevano appello a ragioni di ordine pratico, cioè all'impressionante incremento demografico dei negri, che in qualche Stato erano più numerosi dei bianchi, e soprattutto alla necessaria difesa della economia meridionale, cui l'abolizionismo avrebbe inferito un colpo mortale. Perciò dopo il 1850 il conflitto divenne aperto e intransigente, e gli schiavisti, vista in pericolo la loro causa per la fermezza dei nordisti, passarono all'offensiva. Nel 1854 ottennero dal Congresso l'abolizione del Missouri compromise, lasciando liberi z nuovi territori (Nebraska e Kansas) di adottare o meno la schiavitù. La conseguente indignazione nel Nord condusse alla costituzione di un nuovo partito repubblicano, che nel 1860 LINCOLN, A (v.). Dopo la sua elezione, gli Stati meridionali precipitarono gli eventi: sette di essi procedettero a costituirsi in una nuova Confederazione. Di fronte alla decisione di Lincoln di preservare l'Unione, la guerra divenne inevitabile. Il Nord, ricco di industrie, pur avendo il controllo della flotta, era tuttavia meno preparato militarmente; il Sud, d'altra parte, contò invano su un intervento inglese e francese. Lincoln con il sancire la liberazione degli schiavisti per il 1° gen. 1863, conferì alla guerra carattere di crociata che escluso ogni compromesso. La battaglia di Gettysburg (1863) volse gli eventi a favore dei nordisti, che nel 1865 completarono l'occupazione degli Stati meridionali, proprio mentre Lincoln veniva assassinato da un sudista. La scomparsa del Presidente, che aveva mostrato nello stesso tempo fermezza e moderazione, condusse a una politica sconsigliata contro i vinti, ai quali venne imposta con l'abolizione della schiavitù tutta una serie di umiliazioni che li esasperò. La legge marziale fu necessaria per imporre la cosiddetta ricostruzione del Sud, cioè il suo reingresso nella Confederazione, che fu in realtà occasione di sfruttamento da parte di avventurieri calati dal Nord. Il Sud cercò di difendersi con la creazione di associazioni segrete, quali il Klu-Klux-Klan, che avevano lo scopo di tenere i negri in soggezione. Con il tempo odi e risentimenti si attenuarono, però un periodo di pacificazione generale poté inaugurarsi soltanto nel 1877, con la presidenza di Hayes, durante la quale il Sud riebbe pieni diritti. Questo tuttavia non risolse il problema della convivenza delle due razze, tuttora aperto e scottante. I bianchi manovrarono a proprio favore promovendo una legislazione statale che ridusse di molto la portata degli emendamenti costituzionali e privò in pratica i negri di ogni libertà politica. Si aggiunsero i ricordati sistemi di intimidazione, che congiuntamente sono valsi a tenere i negri, fino al presente, in condizioni di minorità.

5. Il sorgere dell'imperialismo

Durante 24 anni di amministrazione repubblicana, nonostante i molti errori, il paese aveva superato la crisi di una guerra civile, s'era esteso senza sostare a scapito delle tribù indiane, ormai confinate in apposite riserve federali; aveva acquistato l'Alaska dalla Russia per una somma di denaro; aveva dato enorme impulso alle industrie e all'agricoltura, che anch'essa veniva industrializzandosi; aveva accolto sempre maggiori e frequenti ondate di emigranti che giungevano dall'Europa a popolare le grandi città e le vaste distese aperte allo sfruttamento. Il governo passò ai democratici con l'elezione a presidente di Cleveland (1885-89). Il paese, tutto assorbito dal proprio sviluppo, era completamente estraniato dal resto del mondo e pareva non avere problemi di politica estera. Cominciavano a esercitare sul piano politico una influenza, che doveva crescere ed estendersi con il tempo, i grossi interessi industriali, la cui espansione era favorita dalle grandi risorse del paese, ma che sboccava in frequenti conflitti con le classi agricole e operai; mentre i sindacati ricorrevano a manifestazioni anche violente - particolarmente gravi furono i disordini a Pittsburgh nel 1877 e a Chicago nel 1894 - per far valere i diritti del lavoro e per protestare contro la grande industria, che fra l'altro tendeva a servirsi di mano d'opera a basso costo, importata direttamente dall'Europa, a scapito dei lavoratori americani.

La questione delle tariffe protettive, volute dagli interessi industriali, riportò al potere i repubblicani, che lo conservarono per 16 anni. D'altra parte diveniva sempre più difficile distinguere e differenziare i programmi dei due partiti, che sembravano ispirarsi al pragmatismo e all'empirismo piuttosto che a precise e chiaramente definibili ideologie. Con i repubblicani ebbe grande impulso il nascente movimento imperialistico, che sotto l'insegna del cosiddetto manifest destiny sfociò nella guerra con la Spagna per Cuba (1898), voluta dagli S. U. per dominare economicamente e militarmente il Golfo del Messico e l'America Centrale, guerra risolta in quattro mesi; condusse all'acquisto dalla stessa Spagna delle Isole Filippine e all'annessione di Portorico come territorio coloniale; ed a sempre maggior ingerenza nelle questioni dell'Estremo Oriente, dove gli S. U. intervennero contro i Boxers e propugnarono poi la politica della «porta aperta»; e infine all'impulso dato per la costruzione di una flotta. La spinta oltre i confini continentali fu favorita dalla fine della «frontiera», mobile linea di demarcazione tra il territorio colonizzato e quello vergine, per cui la spinta espansionistica si volse verso l'esterno, traducendosi in imperialismo e concretandosi tra l'altro nella convocazione di una conferenza pan-americana (1889; V. PANAMERICANISMO). Gli S. U. se ne fecero promotori, mirando a conquistarsi una posizione di egemonia economica nei confronti dell'America latina e accompagnando l'azione diplomatica con una politica di forza, che valse la conquista di varie isole tra cui le Hawai. Teodoro Roosevelt, salito al potere all'inizio del nuovo secolo, proseguì con grande energia tale politica nell'America Centrale. Approvata la costruzione di un canale attraverso l'istmo di Panama, visto che la Columbia temporeggiava e pareva voler resistere alla pressione americana, si favorì la proclamazione della Repubblica di Panama, che divenne di fatto un protettorato americano. Gli S. U. cominciarono a far sentire la propria influenza nella politica internazionale, mediando il conflitto tra Russia e Giappone (1905). Si estese l'autorità del governo federale, che promosse la legislazione sui trusts, sull'immigrazione - che cominciava a impensierire per le sue vaste

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(da Art in America, 1027. p. 107)
Stati Uniti (U.S.A.) - Il Congresso vota l'indipendenza, dipinto di R. Edger Pine e E. Savage (fine sec. XVII-imizio XIX) - Washington, Biblioteca del Congresso.

\[\begin{array}{c}
\text{Fig. 1. Schematic diagram of the experimental setup.} \\
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e sempre crescenti proporzioni e per la difficoltà e riluttanza ad assimilare su larga scala elementi estranei all'originario ceppo anglo-sassone - e su molte altre questioni controverse di politica interna.

Una più accentuata tendenza al conservatorismo, profilatasi con la presidenza di Taft, succeduto a Roosevelt, provocò la scissione di un'ala progressista, guidata dal senatore La Follette. Ne approfittarono i democratici per riconquistare il potere nel 1912 con Woodrow Wilson e per modificare notevolmente quelle direttive di politica interna, che più avevano risentito dell'influenza repubblicana, riducendo le tariffe, dando un nuovo regolamento al sistema bancario, ecc. Immutata invece restò la politica estera, specie nei confronti del Messico, anche se Wilson, calvinista convinto, la rivestì di motivazione ideali che, seppur valide, tornavano in pratica a vantaggio degli interessi americani, che miravano a inserirsi nell'economia messicana.

6. Le due guerre

Allo scoppio della grande guerra gli S. U., riparando nel tradizionale isolazionismo, si dichiararono neutrali, riservandosi il diritto di continuare i loro traffici con i belligeranti, cioè, causa il blocco imposto alla Germania, soltanto con i paesi dell'Intesa e con quelli neutrali. I sistemi adottati dai Tedeschi per fronteggiare la situazione (sabotaggi in America e guerra sottomarina contro il naviglio americano) precipitarono l'intervento degli S. U. (1917), dopo un vano tentativo di Wilson per arbitrare una pace tra i belligeranti. Questo intervento, in conformità con lo spirito missionario e puritano che permea il costume americano ed esige la conciliazione degli interessi terreni con le ragioni divine, venne deciso in nome della democrazia e della libertà dei popoli e assunse il carattere di una crociata con la quale si presumeva di por fine a tutte le guerre. L'intervento, di natura soprattutto economica, divenne militare nel 1918. Ma la presenza dell'America, più che nella condotta della guerra si fece sentire nell'organizzazione della pace. Tuttavia a guerra finita, mentre l'opinione pubblica mostrava a chiari segni di essere uscita delusa dall'esperienza interventista e di voler riprendere la via dell'isolazionismo. Wilson era costretto, a Parigi, a lasciar cadere, uno dopo l'altro, i suoi 14 punti e si vedeva obbligato ad accettare i compromessi impostigli dalla situazione europea. Egli si trovò quindi isolato nella sua battaglia, non più sorretto dal paese, che si era in gran parte inimicato; e quando a caro prezzo ottenne l'inserimento del Patto della Società delle Nazioni - la costruzione che più gli stava a cuore - nel trattato di pace, fu solo per vedere la sua opera sconfessata dal suo paese, ormai contrario a trovarsi coinvolto nelle faccende europee. Questo stato d'animo e una incipiente crisi economica riportarono i repubblicani al potere nel 1921. Durante la loro amministrazione, l'immigrazione europea venne ulteriormente ridotta (al 3% annuale, per ogni nazione, del contingente di connazionali già residenti nel paese), per soddisfare le proteste operaie contro la mano d'opera a buon mercato; mentre per favorire gli interessi agricoli fu introdotta un'alta tariffa sulle importazioni di derrate. Gli S. U. estraniandosi dall'Europa si preoccupavano di salvaguardare i loro interessi in Estremo Oriente. A questo scopo era diretta la conferenza per la limitazione degli armamenti, convocata a Washington nel 1921. Nel 1924, d'altro canto, venne adottata una nuova legge, ulteriormente restrittiva, sull'immigrazione: chiaro sintomo di un crescente nazionalismo.

Fallito il tentativo di creare un terzo partito, progressista, la lotta politica si era nuovamente ristretta ai due partiti tradizionali, proibizionismo (v.), adottato nel 1920 per por riparto all'uso smodato di bevande alcoliche, non solo risultava inefficace ma creava nuovi e più seri problemi, tanto che venne abrogato nel 1933.

Nel 1929, tuttavia, una gravissima crisi economica, con ripercussioni mondiali, inizializzò con il tracollo della borsa e la chiusura delle banche, a cui seguirono, in proporzioni fino allora sconosciute, disoccupazione e miseria, scosse dalle fondamenta il tradizionale ottimismo americano e determinò il ritorno al potere del partito democratico con Franklin D. Roosevelt (1933), cui toccò il compito di rimettere in sesto il paese. Questo egli fece con il New Deal, un energico programma di diretto intervento governativo mirante a stimolare l'attività economica imponendo nel contempo una più equa giustizia sociale. La prima radicale misura adottata fu il National Industry Recovery Act, con cui il governo assunse il controllo di tutte le industrie, non alla maniera socialista o comunista, ma convocando gli industriali nella capitale e imponendo loro l'accettazione di certe condizioni (una riduzione della giornata lavorativa, una maggiorazione dei salari minimi, il diritto dei sindacati di negoziare, ecc.), che fu violentemente avversato dai ceti conservatori e finalmente dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema. Il New Deal mirava a dar sollievo immediato ai disoccupati, cui non potevano provvedere i singoli Stati e gli enti locali, e ad attuare un piano a lunga scadenza per la ripresa agricola e industriale. Ciò naturalmente accrebbe enormemente il debito pubblico. Con l'autunno del 1934 la situazione cominciò a migliorare e alle elezioni del 1936, violentemente combattute intorno al New Deal, Roosevelt riportò una schiacciante vittoria. Il 1937 fu anno di grandi battaglie sindacali, dopo che nel 1935 era stato costituito il «Congress of Industrial Organization» (C.I.O.), che mirava a sostituire l'«American Federation of Labor», organizzata orizzontalmente, con sindacati verticali, comprendenti tutti i lavoratori di una data industria.

Nel 1933 gli S. U. avevano riconosciuto l'Unione Sovietica, nel 1934 avevano concesso l'indipendenza alle Filippine; nel 1935 era stato approvato il Neutrality Act, con cui si vietava di fornire armi o denaro a eventuali belligeranti. Ma con lo scoppio della seconda guerra mondiale le questioni internazionali, fino allora trascurate, essendo il paese interamente assorbito dal New Deal, riacquistarono preminenza. La legge aiuti-prestiti, collegata da Roosevelt che sperava, aiutando le democrazie, di evitare un diretto intervento, fu approvata nel 1941, dopo che nel 1940, creando un precedente nella storia americana, egli era stato rieletto per la terza volta alla presidenza.

Attaccati dal Giappone a Pearl Harbour (1941), gli S. U. entrarono in guerra contro le potenze dell'Asse e, grazie allo straordinario potenziale industriale e bellico di cui disponevano, in breve tempo ebbero parte determinante nella vittoriosa condotta del conflitto in Asia come in Europa; mentre in Sud-America sostituivano una più feconda politica di «buon vicinato» a quella apertamente egemonica praticata in precedenza.

Con Harry Truman, che si trovò ad assumere la presidenza alla morte di Roosevelt (1945) e che se ne dimostrò fedele continuatore, gli S. U. si trovarono alla fine del conflitto in una posizione di assoluta preminenza. In un primo tempo essi volsero la loro potenza e autorità organizzare la pace, riponendo grandi speranze nella costituzione delle Nazioni Unite; in un secondo tempo, profilatosi sempre più minaccioso il pericolo sovietico, a riavvicinare tra loro e unificare, con il Patto Atlantico, in un coordinato sforzo difensivo le nazioni del mondo libero, favorendone nel contempo la rinascita e la ripresa economica dopo le distruzioni belliche. In politica interna, d'altra parte, il Fair Deal mirò a continuare l'opera di Roosevelt, proponendosi tra l'altro di liberare i negri dalla loro minorità politica e sociale.

Dal 1945, del 1953, a seguito della vittoria del partito repubblicano nelle elezioni del 1955, ha assunto la presidenza degli S. U. il generale Dwight David Eisenhower.

III. STORIA RELIGIOSA

Negli S. U. si contano attualmente ca. 256 chiese e sette religiose, che in totale si avvicinano agli 80 milioni di fedeli. Esse non hanno alcun riconoscimento ufficiale, se non come associazioni volontarie tra cittadini, e godono tutte, grandi e piccole, di uguali diritti davanti alla legge. Ciascuna di esse presa a sé rappresenta una minoranza. D'altra parte in tutte si ritrovano alcuni tratti comuni, impressi dall'ambiente, e particolarmente: un intenso individualismo, che ha, per così dire, frantumato la coscienza religiosa e ha in dotto gli Americani a dare alla parola «Chiesa» un si-

le cure spirituali del Maryland ai Gesuiti, che però, ben presto abbandonati dal proprietario della colonia, si trovarono a continuare la loro opera di propria iniziativa, pur essendo ostacolati dalle severe restrizioni imposte. Appunto per mancanza di assistenza spirituale (vari tentativi fatti per trasferire in America ordini secolari ebbero scarso successo), si calcola che ca. 1 milione di fedeli andasse perduto per la Chiesa nel sec. XVIII.

Soltanto dopo la guerra d'indipendenza, alla quale avevano dato il loro appoggio, annoverandosi un cattolico tra gli stessi firmatari della storica Dichiarazione, i cattolici poterono assicurarsi tutti i diritti e privilegi di una piena cittadinanza. Fu dunque soltanto con il sorgere della confederazione che il cattolicesimo poté svilupparsi liberamente nel Nord-America e in questa prima fase del suo progresso Carroll (v.), gesuita educato in Francia, che si dedicò al difficile compito di consolidare la Chiesa nella nuova Repubblica. Mancano tuttavia dati attendibili sul suo sviluppo nella prima metà del sec. XIX: verso il 1800 si calcola che i cattolici fossero ca. 100.000 e nel 1850 1.600.000. Il Carroll fu per 5 anni (1784-89) soltanto prefetto apostolico, riuscendogli pertanto difficile ottenere l'obbedienza del suo clero. Solamente quando fu nominato vescovo di Baltimore (1789), con giurisdizione su tutto il paese, poté svolgere la sua opera con piena efficacia e instaurare un sufficiente controllo sulle parrocchie, in cui i laici avevano finito per primeggiare, favoriti dalla legge che attribuiva alla Congregazione la proprietà dell'edificio di culto. Oltre a questo diritto, che la Chiesa dovette ammettere per un certo periodo, i laici si arrogavano anche quello di scegliere i propri parroci. Queste tendenze autonomistiche portarono al tentativo di fondare una Chiesa cattolica americana, libera da ogni legame con Roma, che, partito dalla Virginia agli inizi dell'1800, si estese poi alla Carolina del Sud, favorito dal particolare momento storico e dall'entusiasmo repubblicano del clero recentemente giunto dall'Irlanda. Il pericolo di uno scisma fu scongiurato grazie a un compromesso con cui si conservavano nominalmente i diritti dei dirigenti parrocchiali laici, ma la suprema autorità veniva riconosciuta all'episcopato.

L'altro problema che il vescovo Carroll e i suoi successori dovettero risolvere fu quello di dare alle sempre più numerose parrocchie un clero adeguato. I preti inglesi, soprattutto dopo la guerra d'indipendenza, non erano disposti a recarsi in America; mentre l'opera dei preti tedeschi della Pennsylvania era limitata ai loro connazionali. Con la Rivoluzione Francese si ebbe un notevole afflusso di religiosi francesi. Era un clero colto e ben preparato; ma appunto per questo, oltre che per le difficoltà di lingua, non sapeva soddisfare le esigenze di una popolazione piuttosto rozza. Più che lungo le coste atlantiche, ove non lasciarono tracce durature, i religiosi francesi svolsero una meritoria attività nell'interno del paese, particolarmente nel territorio che formò oggetto dell'acquisto della Louisiana. Essi erano stati reclutati in Francia con un annuncio che diceva: «Non vi offriamo né salario né ricompensa né riposo né pensione, ma molto e duro lavoro, una povera abitazione, poche consolazioni, molte delusioni, frequenti malattie, una morte violenta o in solitudine e una tomba ignota».

Al clero francese subentrò in breve, nelle città e altrove, quello irlandese, che si rivelò il più adatto al compito, l'elemento irlandese essendo venuto a costituire, soprattutto verso la metà del sec. XIX - quando una tremenda carestia si verificò nell'Irlanda meridionale ed indusse un quarto di quella popolazione a emigrare negli S. U. - il grosso del cattolicesimo americano e disponendosi a diventare il maggior coefficiente del suo incremento. La comunanza linguistica e la facilità di assimilazione contribuirono a far sì che gli Irlandesi, il cui numero veniva costantemente incrementato da successive ondate immigratorie (con il 1880 ascendeva già a 4 1/2 milioni), prendessero in breve una posizione di preminenza e di guida. Il controllo della Chiesa in America restò sempre e saldamente in loro mani: vescovi irlandesi tennero sempre tutte le principali diocesi. Di umili origini e poveris-

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(per cartone di mano. A. P. Fratez) Stati Uniti (U.S.A.) - Ritratto dell'arcivescovo John C. Carrol, Baltimora, vescovado.

gnificato parrocchiale piuttosto che universale; e un accentuato ottimismo terreno, dovuto allo sviluppo storico del paese.

simi, gli Irlandesi seppero salire rapidamente la scala sociale e, mantenendo il loro gruppo relativamente integro, arrivarono con la terza e quarta generazione a trasferire molte amministrazioni locali e statali, soprattutto lungo la costa atlantica, in mani cattoliche. Basta dire che nella Nuova Inghilterra i cattolici sono ora in maggioranza e nella città di Boston, che fu la roccaforte del protestantesimo americano, controllano ormai tradizionalmente l'amministrazione locale.

Le file della Chiesa nel frattempo si ingrossavano anche grazie a immigrazioni di altra provenienza (tra il 1830 e la prima guerra mondiale entrarono negli S. U. 5 milioni di Tedeschi, di cui si calcola che un terzo fossero cattolici). Nella seconda metà del secolo praticamente tutte le comunità cattoliche europee contribuirono con la loro parte di immigrati al vasto e continuo flusso che veniva ingrossando la popolazione del paese.

La rapida trasformazione della minoranza cattolica in ragguardevole e sempre crescente comunità non mancò di provocare una reazione. Verso la metà dell'800 questa prese corpo in un movimento, detto «nativismo», con cui si manifestò la gelosa e a volte violenta autodifesa dell'originario gruppo anglo-sassone contro la nuova popolazione, ritenuta estranea e inassimilabile. Avvenne così che al riconoscimento e alla tolleranza accordati ai cattolici eseguissero l'ostilità e manifestazioni di vera e propria persecuzione. Il «Know Nothing Party», sorto nel 1852, propone la prescrizione politica dei cattolici, rifacendosi all'animosità del periodo rivoluzionario per quanto sapeva di europeo e alle preoccupazioni che la presenza di una ingente massa di irlandesi sollevava. Verso il 1880 l'«American Protective Association» subentrò al partito sunnominatede e in seguito apparve il Klu-Klux-Klan, che ne continuò la pericolosa attività, provocando innumerevoli episodi di persecuzione e di violenza.

Nella questione della schiavitù, la Chiesa assunse un atteggiamento di moderazione e di equilibrio. In accordo con la Costituzione federale, essa non condannò né condonò la schiavitù, favorendo un graduale processo di emancipazione piuttosto che soluzioni radicali e violente. Nonostante il diverso atteggiamento dei cattolici, a seconda della loro appartenenza all'uno o all'altro campo, la Chiesa non fu turbata da alcun scisma: unica comunità religiosa ad uscire intatta dal tragico conflitto, il che valse ad aumentare il prestigio.

Negli ultimi due decenni dell'Ottocento ebbe inizio una nuova immigrazione che, a differenza delle precedenti, proveniva dall'Europa orientale e meridionale e si stabilì soprattutto nelle città. In trent'anni essa portò ben 5 milioni di cattolici negli S. U., ponendo alla Chiesa il compito di provvedere alla cura spirituale di una trentina di comunità sradicate dalla loro terra e diverse per lingua e tradizioni. La Chiesa, costituendo molto spesso l'unica guida per questa gente, in genere poverissima e incolta, ebbe il grande merito di facilitarne l'assimilazione e di contribuire efficacemente a farne buoni cittadini. Il successo di questa sua missione, tuttavia, non andò disgiunto da una progressiva assimilazione e adeguamento del cattolicesimo stesso a forme di vita e di pensiero proprie degli S. U., che il clero americano sembrò favorire in questo periodo. A tale pericolosa tendenza la Chiesa pose un freno con le encicliche di Pio IX (1864) e poi di Leone XIII, che nel 1899 indirizzò al card. GIBBONS, JAMES (v.) la lettera apostolica Testem benevolentiae, che condannava l'americanismo religioso e ribadiva e difendeva gli imperituri valori del cattolicesimo minacciato dai tentativi di compromesso con la nuova civiltà.

Superate le incertezze provocate dal timore che tale nomina potesse suscitare reazioni, nel 1893 venne nominato il primo delegato apostolico; mentre con il nuovo secolo la Chiesa vide grandemente accresciere la schiera di fedeli, grazie alle continue immigrazioni, alla prolificità delle famiglie cattoliche e anche alle numerose conversioni.

Nei confronti del proibizionismo, che venne adottato su scala nazionale subito dopo la prima guerra mondiale, la Chiesa mantenne un atteggiamento di riserbo, che l'esperienza provò ben giustificato.

Notevolissimo è stato il contributo della Chiesa nel

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(per cortesia del p. F. Antonelli, O.F.M.)

STATI UNITI (U.S.A.) - La chiesa della missione di S. José (Texas), costruita nel 1720.

campo culturale, particolarmente in quello della istruzione. Inizialmente essa rivolse le proprie cure all'insegnamento superiore, per la necessità di formare e preparare un clero locale, distinguendosi dalle altre istituzioni educative per una maggiore severità di studi e per una più fedele aderenza ai sistemi classici o tradizionali. Successivamente l'attività scolastica della Chiesa, in cui i Gesuiti furono i più solerti, si estese anche agli altri ordini di studi, per far fronte alla progressiva secolarizzazione delle scuole pubbliche. Ugualmente notevole è stata l'attività assistenziale esplicata specie nelle grandi città, ove vari ordini religiosi hanno costruito e gestiscono rinomati ospedali.

7. Le altre religioni

Ben 243 sono le sette protestanti, di cui una importante minoranza (battisti, congregazionali, quaccheri, unitari, ecc.) è organizzata su basi congregazionali, in cui cioè le singole congregazioni sono autosufficienti in assoluta indipendenza. Le ragioni di questa sconcertante diversificazione e, si potrebbe quasi dire, atomizzazione della coscienza religiosa negli S. U. sono da ricercarsi in primo luogo nella terregestione della popolazione. Tutte le religioni dell'America coloniale erano di importazione europea; oggi si ritrovano negli S. U. venti diverse varietà di luteranismo, tutte di origine europea. La completa libertà religiosa, alla quale si deve aggiungere l'estremo individualismo che caratterizzò i pionieri, fu un altro dei fattori che favorirono il sorgere di nuove sette e denominazioni, mentre la presenza dei negri e poi la guerra civile, con le divisioni che provocarono, contribuirono a suddividere e frazionare ancor più le già numerose sette esistenti. Le tre maggiori del paese (battisti, metodisti e presbiteriani) si scissero e i soli metodisti hanno potuto, in tempi recenti, ricomporre lo scisma. In generale, le divisioni che caratterizzano il protestantesimo americano, piuttosto che a controversie teologiche, le quali ebbero praticamente fine verso il 1840, vanno attribuite a differenze culturali e sociali e a contrasti politici ed economici, ai quali veniva data una giustificazione etica.

Una Chiesa di Stato a carattere protestante si era costituita verso la fine del sec. XVIII in 9 delle 13 colonie, anche se solo nella Virginia anglicana e nella Nuova Inghilterra congregazionalista la religione ufficiale avesse la maggioranza. A partire dal sec. XVIII il protestantesimo

cile, nelle Chiese dei bianchi. Se ne staccarono dopo la liberazione, per formare proprie Chiese, spesso con l'aiuto delle corrispondenti o equivalenti Chiese dei bianchi. I negri, che oggi sono ca. 14 milioni, sono suddivisi in ben 34 sette separate, che sono venute ad aggiungersi a quelle già esistenti. La maggioranza è battista (ca. 7 milioni). La religione dei negri risente dei 200 anni della loro schiavitù e, a differenza di quella dei bianchi, che è a sfondo sociale e preoccupata di applicare i principi del cristianesimo alla vita terrena piuttosto che impegnata nella vita eterna, ha carattere biblico e trascendente, mentre la condizione di inferiorità di cui essi ancora soffrono nella vita politica e sociale ha fatto della Chiesa la loro principale istituzione.

Mentre la grandissima maggioranza delle sette protestanti è di importazione europea, alcune possono considerarsi tipiche manifestazioni americane. Particolarmente importanti tra queste sono quella dei mormoni, fondata nel 1830, che conta quasi un milione di fedeli, accertati nello Stato dell'Utah, con carattere spiccatamente sociale; e "The Church of Christian Scientist" (Christian Science) fondata nel 1879. Entrambe queste sette svolgono una intensa attività missionaria. Un protestantesimo liberale, affinché a quello tedesco, fiorì nella seconda metà dell'Ottocento, mentre verso la fine del secolo e fino alla prima guerra mondiale vennero in primo piano i propagatori di un protestantesimo progressivo. La tendenza centrifuga e scismatica si esaurì verso la fine del secolo scorso, quando subentrò un opposto indirizzo, verso la federazione, che si concretò tra l'altro nella fondazione del "Federal Council of the Churches of Christ" (1908), allo scopo di accrescere l'influenza pratica della religione, che oggi raccoglie tutte le principali sette, salvo i luterani, che si sono sempre estraniati da ogni tentativo di secolarizzare, sulle orme di Calvino, il cristianesimo, e i battisti meridionali. Non include invece le piccole sette, che generalmente sono gelose della propria autonomia e indipendenza. Non ultima ragione di questa spinta federativa, che tuttora si riscontra in seno al protestantesimo, è la crescente influenza del cattolicesimo.

Il terzo maggior gruppo religioso è costituito dagli ebrei, che sono ca. quattro milioni e mezzo, di provenienza europea e in gran parte raccolti nelle grandi città, soprattutto a Nuova York. Essi sono divisi in ortodossi, conservatori e riformati.

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IV. EVANGELIZZAZIONE

I. Evangelizzazione degli Indiani

Negli attuali S. U. l'evangelizzazione cominciò dalla Florida. I cinque francescani della spedizione del Narvalz vi giunsero nel 1528, ma furono uccisi.

Anche le evangelizzazioni degli anni 1538, 1547, 1559 rimasero senza successo. La missione dei Gesuiti, fondata nel 1565 a S. Agostino, finì con il massacro dei missionari nel 1571. Dal 1577 i Francescani ripeterono tentativi con qualche frutto tra gli Indiani Timuaca e Yamene, ma anche questa missione fu distrutta nel 1601 e molti missionari furono assassinati. Più tardi si poterono fondare fiorenti missioni e nel 1634 si incontrano 44 stazioni con ca. 30.000 cristiani. Un nuovo campo si aprì ai Francescani durante il sec. XVI nel Nuovo Messico, scoperto sin dal 1538 dal P. Marco da Nizza. Dopo vari tentativi una missione stabile fu fondata nel 1598. Essa pure fu disturbata a varie riprese nel corso del sec. XVII, e poi completamente distrutta nel 1680 con il massacro di 23 francescani, e fu riapertata verso la fine del secolo. Dal Nuovo Messico i Francescani nel 1628 avevano potuto estendere la loro attività nell'Arizona e, verso la fine del secolo, anche nel Texas, dove nel sec. XVIII la missione divenne fiorentissima. Dalla loro missione della provincia nordoccidentale messicana, Sonora, i Gesuiti si spinsero verso la fine del sec. XVII verso nord. Specialmente il P. Eusebio Chino (1644-1711) si segnalò per le sue esplorazioni nella F'meria Alta e la Bassa California e per i suoi lavori cartografici. La missione della Bassa California fu fondata nel 1697 dal P. Giovanni Maria Salvatierra (1648-1717). Dopo l'espulsione dei Gesuiti nel 1767 i Francescani persero possesso delle missioni della F'meria e della California, estendendo quest'ultima verso nord, dove prim'apalmente ad opera del P. Junipero Serra (1713-84) furono poste le fondamenta delle celebri missioni e riduzioni indiane della California, le quali nel 1823 salirono a 21 stazioni con ca. 30.000 Indiani cristiani. Furono dunque francescani e gesuiti spagnoli a condurre alla sede gli Indiani degli Stati di Florida, Texas, Nuovo Messico e California, venendo dal sud. Le Missioni tra gli Indiani degli Stati settentrionali, invece, furono iniziate dai Gesuiti partendo dal Canadà. Dal 1648 fondarono alcune stazioni missionarie presso gli Indiani Abenaki nello Stato attuale di Maine. Nel 1646 i pp. Isaac Jogues e Jean de La Lande tentarono una fondazione tra gli Indiani Irochesi nello Stato attuale di Nuova York dove subirono il martirio.

Finita la guerra di sterminio degli Irochesi contro gli Uroni, durante la quale il P. Jean de Brebeuf con i compagni furono martirizzati, i Gesuiti ripresero la missione tra gli Irochesi, disturbata però per le continue guerre. Verso la fine del sec. XVII i Gesuiti scesero più verso sud, fondando stazioni tra gli Indiani degli Stati attuali di Ohio, Indiana, Michigan, Illinois, Wisconsin, Minnesota. Gli Indiani dell'Illinois del 1725 erano tutti cattolici, mentre le missioni tra i Sioux nel Minnesota ebbero scarsi risultati. Nella Louisiana, colonia francese sul Mississipi, i Gesuiti e i sacerdoti secolari del Semi-nario di Québec lavorarono nel sec. XVIII alla cristianizzazione di parecchie tribù indiane. La missione fu distrutta nel 1729 in occasione della ribellione degli Indiani Natchez, ed alcuni missionari furono uccisi. Cessata la ribellione la missione poté risorgere solo in parte. La soppressione della Compagnia di Gesù e gli sconvolgi

Alasca, Arizona, California, Colorado, Idaho, Kansas, Louisiana, Maine, Michigan, Minnesota, Mississippi, Montana, Nebraska, Nevada, Nuovo Mexico, Nuova York, North Dakota, Oklahoma, Oregon, South Dakota, Washington, Wisconsin e Wyoming. Il numero dei sacerdoti è 220, delle suore 518, degli scolastici e fratelli 77, dei maestri di scuola 40, dei catechisti 100. Le cappelle sono 413, le scuole 61 con 815 fra cancelli indiani. In una popolazione totale di ca. 400.000 indiani più di 100.000 sono cattolici.

BIBL.: J. G. Shea, History of the Catholic Missions among the Indian Tribes of the United States, 1529-1854, Nuova York 1855; id., History of the Catholic Church in the United States, 4 voll., ivi 1886-92; J. B. Tennelly, A Half-Century of Progress. Indian Mission Work, in The Indian Sentinel, 30 (Washington 1950), n. 1.

8. Evangelizzazione dei Negri

Prima dell'emancipazione degli schiavi negri degli S. U. nel 1865 la Chiesa cattolica poteva prendere cura solo degli schiavi negri che nel Maryland, nell'Alabama e specialmente nella Louisiana avevano abbracciato la fede dei padroni cattolici. Nel Maryland nel 1839 fu fondata una congregazione di suore nere «The Oblate Sisters of Providence» per l'educazione dei bambini neri. Nel 1842 seguì in Nuova Orleans la fondazione di un'altra congregazione di suore «The Sisters of the Holy Family». La mancanza di sacerdoti però non permise di svolgere un'opera più efficace. Negli Stati schiavi del Sud, ove in seguito alle piantagioni di cotone il numero degli schiavi negri era salito nel 1860 a ca. 4 milioni, l'opera di conversione da parte della Chiesa cattolica non era permessa sia per il piccolo numero dei cattolici, sia per l'avversione dei padroni e dell'opinione pubblica. Perciò al momento dell'emancipazione degli schiavi la maggioranza degli schiavi negri si unì in sette protestanti, mettendo in pericolo la fede dei pochi negri già cattolici.

Il Concilio plenario di Baltimore nel 1866 decretò una missione tra i negri su vasta scala. Ma l'attività missionaria organizzata s'iniziò soltanto con l'arrivo dei Padri di Mill Hill nel 1871, che costituirono il loro centro a Baltimore e nel 1893 fondarono una congregazione speciale, detta «St. Joseph's Society», erigendo stazioni missionarie tra i negri dei vari Stati. Nel 1872 anche i Missionari dello Spirito Santo intrapresero la missione dei negri, nel 1874 i Benedettini, nel 1906 i Padri del Verbo Divino, nel 1907 i Missionari di Lione e in seguito Francescani, Redentoristi, Padri di Scheut, Passionisti, Oblati di Maria Immacolata, ecc. Per sussidiare le missioni sia tra i negri che tra gli Indiani il Terzo Concilio Plenario di Baltimore istituì nel 1884 la «Commission for Catholic Missions among the Colored People and Indians». Nel 1881 anche le Francescane di Mill Hill si unirono alle altre suore che esercitavano le missioni tra i negri. In seguito si ebbero altre congregazioni come nel 1888 le «Sisters Servants of the Holy Ghost and Mary Immaculate» nel 1891 le «Sisters of the Blessed Sacrament».

Secondo le statistiche del 1948 il numero delle chiese sale a 423 con 640 sacerdoti, appartenenti a 29 istituti, 77 sacerdoti secolari. Due seminari maggiori e due minori, destinati esclusivamente alla formazione di sacerdoti negri, sono diretti dai Giuseppini di Mill Hill e dai Padri di Steyl: finora ne sono usciti 44 sacerdoti. In opere di educazione, cura degli ammalati e attività sociale lavorano 1894 suore appartenenti a 96 istituti e 38 fratelli appartenenti a 18 congregazioni. Il numero dei cattolici negri è di 362.427 e 306 sono le scuole con 64.847 alunni.

BIBL.: J. T. Gillard, Colored Catholics in the United States, Baltimore 1941; id., The Negro American. A Mission Investigator, 4ª ed., Cincinnati 1948. Giovanni Rommerskirchen

V. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA

Mentre i membri della Commissione americana firmavano a Parigi il Trattato di pace che metteva fine alla guerra dell'Indipendenza, il nunzio apostolico in Francia inviava una nota al presidente Franklin, in cui formulava voti augurali per la nuova Repubblica ed in segno di amicizia e di benevolenza informava sia il Presidente che il governo che i porti di Civitavecchia e di Ancona erano aperti alle navi americane (15 dic. 1784). Alcuni anni dopo, il 26 giugno 1797 veniva nominato come primo

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(104. C.S.I.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Il Capitol di Washington.

\[ \text{Fig. 1. Schematic diagram of the experimental setup.} \]

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consolè degli S.U. presso la Corte pontificia Giovan-Battista Sartori, il quale nel 1800 la sciò Roma, cedendo l'ufficio a suo fratello Vincenzo. Nel 1806 fu offerto l'incarico a John S. Cogdell che non volle accettare; il 3 marzo del 1823 fu eletto Felice Cicognani, il quale venne anche incaricato dal Dipartimento di Stato degli S.U. di prestare i suoi buoni uffici per risolvere i dissensi tra la Corte pontificia ed il Governo messicano.

Il 9 genn. 1837 gli successe George W. Green, americano di nascita, che in seguito venne rimosso per le lamentele degli americani residenti in Roma presso il Segretario di Stato, e fu sostituito da Nicola Browne il 26 luglio 1845.

Il compito di questi consoli era piuttosto economico, benché essi avessero con la S. Sede relazioni cordiali ed amichevoli.

Il consolè Browne, simpatizzando per le riforme di Pio IX e per il suo modo di governare, fece molti passi per stabilire complete relazioni diplomatiche tra la S. Sede e gli S.U. Nei suoi dispacci egli prospettò al Segretario di Stato Buchanan l'insufficienza di sole rappresentanze consolari.

Il Segretario di Stato informò il presidente Polk, il quale raccomandò la domanda nel suo messaggio del 7 dic. 1847 al 30° Congresso americano. Dopo un lungo dibattito, sia nella Camera dei rappresentanti che nel Senato, fu presa la decisione d'inviare a Roma un incaricato d'affari con la qualifica di ministro plenipotenzario, nella persona di Jacob L. Martin, segretario dell'ambasciata americana in Parigi.

Questa nomina avvenne nell'anno 1848, nel quale scoppiò la guerra tra gli S.U. ed il Messico, considerato dal Governo pontificio come Stato cattolico. La missione non aveva alcun carattere religioso, era vista in America solo sotto l'aspetto economico: il diplomatico americano non rappresentava gli S.U. presso il S. Padre come capo della Chiesa cattolica, ma come sovrano dello Stato pontificio.

I vari ministri che si susseguirono mantennero la teoria del non intervento riguardo agli affari dello Stato pontificio, secondo le istruzioni che ricevevano dal Dipartimento di Stato. La S. Sede mantenne la stessa politica nei riguardi degli S.U. Durante il conflitto con il Messico e nei fatti eversivi che ebbero inizio nel 1860, sia il Sommo Pontefice che il card. Antonelli, in molte occasioni, espresse l'intenzione di non intervenire nelle questioni interne della Confederazione.

Al principio del conflitto civile il Papa inviò tre lettere ad eminenti personalità ecclesiastiche degli S. U.: una all'arcivescovo di Nuova Orleans, un'altra a quello di Nuova York e la terza al vescovo di Cincinnati: questi documenti non avevano scopo politico ma solo ponevano in luce i doveri di carità e di fratellanza a cui dovevano attenersi i cattolici e tutti i benpensanti.

Il presidente Jefferson Davis rispose con una lettera di ringraziamento che affidò a Mann (1864). Il S. Padre, ricevuto il documento, rispose con un'altra lettera nella quale esprimeva il suo compiacimento ed auspicava la pace nella Confederazione. Il documento aveva soltanto un fine spirituale, non era intento del Papa di riconoscere la Confederazione: infatti le parole dell'iscrizione «President of the Confederate States of America» erano state poste per una semplice forma di cortesia.

Nel medesimo tempo si era sparsa, nella città di Montréal, la voce che il Vaticano riconosceva la «Southern Cause» (causa del sud). Il documento a cui si appoggiava la diceria era falso. Il card. Antonelli, per le pressioni del ministro King, dovette scrivere una lettera nella quale, accusata la falsità del documento, confermava il non intervento. Pochi giorni dopo il cardinale segretario, in un colloquio con il ministro King, di nuovo ribadì il punto di vista della S. Sede, ma nel medesimo tempo dichiarò al Ministro che era desiderio della S. Sede che la schiavitù venisse abolita.

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STATI UNITI (U.S.A.) - Veduta parziale del salone della Delegazione Apostolica a Washington. Sono visibili i ritratti di Giorgio Washington, 1° presidente, e John Carroll, primo vescovo cattolico degli Stati Uniti e fondatore della Georgetown University.

Il segretario di Stato Seward rimase soddisfatto delle comunicazioni avute dal ministro King. Nel medesimo anno arrivò a Roma il vescovo di Charleston, mons. Lynch (Sud Carolina), con il precipuo fine di ottenere il riconoscimento della Confederazione da parte della S. Sede; ma la missione non ebbe buon esito.

Nel 1866 la guerra ebbe termine e fu eletto presidente Lincoln, che nel suo messaggio all'Unione ebbe parole di tolleranza e di cristiana carità. Sia il Sommo Pontefice che il card. Antonelli espressero la loro ammirazione per le buone intenzioni del Presidente. La politica del Papa fu sempre neutrale ed ispirata a cordialità: così, quando un certo John S. Surratt, implicato nell'assassinio del presidente Lincoln, fuggì dall'Unione e si arruolò nell'escritto pontificio, malgrado mancassero tra i due Stati accordi per l'estradizione, il card. Antonelli risolvette la difficoltà ordinando l'arresto del delinquente, il quale riuscì a fuggire ma fu raggiunto dalla polizia nella città di Alessandria.

La S. Sede ritenne giunto il tempo di stringere relazioni diplomatiche con gli S. U. Nel 1853 il nunzio apostolico nel Brasile, mons. Bedini, fu inviato negli S.U., con una lettera personale di Pio IX al presidente Pierce. La missione aveva tre scopi: dirimere le questioni sulle proprietà della Chiesa cattolica; esaminare la possibilità di inviare un nunzio presso il Governo americano; consultare la gerarchia statunitense sulla condizione generale della Chiesa nell'Unione. Il legato fu ricevuto con dimostrazioni di simpatia, ma non mancaron gli oppositori. In Nuova York gli fu attentata la vita; a Cincinnati fu inscenata una dimostrazione di protesta, a Filadelfia un corteo, e a Boston fu bruciata la sua effigie. Nonostante questo apparente insuccesso la politica del Papa verso gli S.U. non cambiava, ma in ogni occasione S. Santità era pronta ad accogliere le richieste degli Americani ed a proteggere il loro diritti, come quando, essendo state danneggiate nel 1859 a Perugia le proprietà della famiglia americana Perkins e di altri cittadini americani, il card. Antonelli diede ampia soddisfazione al governo americano. Così, per gli incidenti del 19 marzo 1860 in Piazza Colonna, la S. Sede diede soddisfazione al governo americano, specialmente per le offese recate al consolo Glentworth. Il card. Antonelli dichiarò categoricamente che i soldati non avevano ricevuto alcuna istruzione e che i loro eccessi si dovevano attribuire unicamente all'iniziativa privata.

La buona volontà della S. Sede trovava forti opposizioni in America. Il 18 marzo 1867 il Segretario di Stato

Seward comunicava al generale King, ministro a Roma, che il Congresso, il 28 febbr. dello stesso anno, aveva deciso di non stanziare alcuna somma per la legazione romana. Il ministro King, sorpreso da questa decisione, espose in vari dispacci le ragioni che avrebbero dovuto far riflettere il Congresso su una così repentina decisione. Ma le sue argomentazioni non valsero a nulla. Il 30 giugno del 1867 veniva approvato il decreto di soppressione ed il 1° genn. del 1868 il generale King rassegnava le sue dimissioni al presidente Andrew Johnson.

Il Congresso prese questa decisione anzitutto perché intendeva prendere una rivincita sul generale King e sulle autorità pontificie, che sembrava appoggiassero il Presidente ed il Segretario di Stato sulla questione della ricostruzione, in opposizione alle idee manifestate dal Congresso. Inoltre i segni premonitori della fine dello Stato Pontificio davano occasione ai leaders americani di schierarsi con il nazionalismo italiano. In ultimo il Congresso aveva esercitato una ritorsione sul Vaticano per la chiusura della Chiesa protestante americana nel territorio di Roma.

La chiusura della legazione americana non includeva la chiusura del Consolato, che rimase aperto fino al 20 sett. 1870. Armstrong, ultimo console, fece appena in tempo a vedere la caduta di Roma: fu confermato in carica come console americano presso il Governo Italiano.

Nella seconda guerra mondiale il Presidente Roosevelt credette opportuno riallacciare delle relazioni con la S. Sede. Per superare le difficoltà che avrebbe opposto il Congresso inviò un suo rappresentante personale: Myron C. Taylor, al quale fu attribuito rango «ad personam» di ambasciatore. Pio XII prese contatti con il Presidente per mezzo del delegato apost. mons. Cicognani e del card. Spellman: le prime relazioni si ebbero alla fine del 1939 ed al principio del 1940. Nel Natale del 1939 il Presidente inviò una lettera a S. Santità, alla quale il Sommo Pontefice rispose il 7 genn. 1940. Seguirono altre lettere: di massima importanza è lo scambio di lettere del Natale del 1940 e della Pasqua del 1941: in esse si può constatare quanto intensa sia stata l'opera della S. Sede per il raggiungimento della pace. Nelle successive relazioni l'opera del S. Pontefice si svolse a favore dei vinti perché si ussero giustizia e clemenza, a favore delle vittime della guerra perché fossero lente le loro sofferenze e sulla organizzazione di una pace duratura.

Il 12 apr. 1945 moriva Roosevelt e gli succedeva Harry Truman, il quale conservò Taylor come suo personale rappresentante presso il Sommo Pontefice, fino al 1950. In seguito alle dimissioni di Taylor il Presidente Truman nominò il generale Clark, al quale fu impossibile raggiungere Roma per l'opposizione sorta negli S.U., opposizione basata sul principio della separazione della Chiesa dallo Stato e sul principio della libertà di religione.

Bisogna però riconoscere che la Costituzione americana non esclude la cooperazione del Governo alla religione, come vorrebbero i liberali ed i radicali e gli altri partiti avversi alla religione cattolica. Questa conclusione è evidente se si esamina attentamente la storia dell'emendamento della Costituzione, che venne redatto nella seguente formula: «Congress shall make no law respecting an establishment of religion or prohibiting the free exercise thereof». Perciò la nomina eventuale di un rappresentante a Roma, non troverebbe alcun ostacolo nella Costituzione americana.

BML: S. H. Gobb, *Rise of religious liberty in America*, Nuova York 1902; L. C. Feiertag, *American public opinion on the diplomatic relations between the United States and the Papal States*, 1843-67, Washington 1933; L. Stock, *Consular relations between the United States and the Papal States*, IV 1945; M. C. Taylor, *Wartime Correspondence between President Roosevelt and Pope Pius XII*, Nuova York 1947.

VI. LETTERATURA

La cosiddetta letteratura americana del periodo coloniale ha un'importanza puramente storica e documentaria, politica e religiosa, però non va trascurata in quanto ha validamente contribuito a stabilire i caratteri della mentalità americana.

Tra i primi documenti sono le non imparziali relazioni del capitano John Smith: *A description of what happened in Virginia* (1612) e *The general history of Virginia*, pubblicata a Londra nel 1624. Nella Nuova Inghilterra il calvinismo e il fanatismo religioso e politico delle prime società dei colonizzatori sono largamente testimoniati negli scritti di Increase Mather (1639-1723) e di suo figlio Cotton Mather (1663-1728), autore il primo di *Remarkable Providences*, ove si sostiene l'intervento divino nell'opera dei colonizzatori; il secondo di *Memorable Providences* sul medesimo soggetto, di *The wonders of the invisible world* sulla stregoneria, che padre e figlio perseguitarono crudelmente, e di *Magnolia Christi americana*, cronistoria esaltata della Nuova Inghilterra. Alla tendenza autoritaria fa riscontro, fin dalle origini, una opposta tendenza egualitaria, rappresentata agli inizi dai principi dei pellegrini della *Mayflower* sbarcati in America nel 1620. Le due opposte tendenze si possono rintracciare in tutto il corso della letteratura statunitense. Così, nel sec. XVIII, ci si trova di fronte a un Jonathan Edwards (1703-58), calvinista visionario, ossessionato dall'idea del male e della predestinazione, accanto opposito dell'odissea Arminius e degli arminiani, poi a Benjamin Franklin (1706-90), eclettico, progressista, utilitario e fondamentalmente ottimista, il quale ben rappresenta l'altro aspetto del carattere americano. Una figura a sé è quella del francese americanizzato Jean de Crèvecoeur (1735-1813) che, fattosi coltivatore nel paese d'adozione, ne ripartì allo scoppiare della Rivoluzione e pubblicò a Londra le sue *Letters from an american farmer* (1780). Franklin favorì e promosse la Rivoluzione ma non figura tra i veri e propri attori di essa. Di questi vanno citati Thomas Paine (1737-1809), il più democratico dei rivoluzionari, che dà espressione ai suoi sentimenti antinomarchici in *Common sense* (1776), al suo razionalismo e al suo antidogmatismo in *The rights of man* (1792), che egli scrisse e pubblicò in Francia, e in *The age of reason* (1793), e a una forma di distribuzionalismo agrario in *Agrarian justice* (1795); Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli S. U., l'autore della *Declaration of independence* (1776); il conservatore Alexander Hamilton (1757-1804); il moderato John Adams (1735-1826).

Una vera e propria letteratura d'invenzione nasce in America soltanto col sec. XIX, sotto l'influsso della letteratura inglese e continentale, ma con spunti originali e apporti indigeni. Brockden Brown (1771-1810) imitò i racconti sensazionali dei preromantici inglesi e in *Edgar Huntley* (1799) lasciò il primo esempio di racconto d'ambiente indiano; Washington Irving (1783-1859), che soggiornò lungamente in Inghilterra e visitò la Spagna, fu felice mediatore tra la vecchia e la nuova cultura, creatore delle popolari figure di Diedrich Knickerbocker e di Rip van Winkle, autore del raffinato e umoristico racconto esotico *The Alhambra* (1832). James Fenimore Cooper (1789-1851) è il maestro insuperato del racconto avventuroso dei pellinose, ma in *The Spy* (1821) tentò, sulle orme di Walter Scott, il romanzo storico, ispirandosi alla guerra d'indipendenza, mentre *The Bravo* (1831) ha per ambiente la Venezia dei dogi. Edgar Allan Poe (1809-49) è tra gli scrittori americani quello che ha goduto la maggiore rinomanza in Europa, e soprattutto in Francia; egli ha per così dire rinnovato il racconto d'avventura e d'orrore con prospettive più profonde e risonanze psichiche più cupe e conformemente ha raggiunto un'allucinata intensità nei suoi versi. Con Poe il «racconto» esteso ed evasivo s'asserisce in America, e resta uno dei più tipici prodotti di tutta la letteratura americana. Artista più misurato e consapevole fu Nathaniel Hawthorne (1804-64), il cui capolavoro è *The scarlet letter* (1850), potente analisi di anime travagliate dal male e dal rimorso, sullo sfondo dell'America dei pionieri; il suo ultimo romanzo è *The marble faun* (1880), scritto dopo un soggiorno in Italia e ambientato in Roma. Una figura isolata, la cui opera disordinata ma potente ha grandemente influito sulla moderna narrativa americana e in Europa venne dapprima acclamata da R. L. Stevenson, è quella di Herman Melville (1819-91). Henry David Thoreau (1817-62) fu naturista e minuzioso descrittore della natura, spirito analitico e insieme ingenuamente romantico, quale appare nel suo capolavoro *Walden* (1854), stilista consumato. Ralph

Waldo Emerson (1803-82) è fra gli scrittori più rappresentativi dell'America e caposcuola di quel trascendentalismo in cui si definiscono ufficialmente le correnti dell'idealismo e del romanticismo americani in modi più distesi che non in Poe, Melville, lo stesso Hawthorne. Nei suoi saggi e nei suoi versi sussistono, fondendosi in una serena e ammirevole stesura stilistica, note eterogenee quali il decimo, l'eclittismo, e l'entusiasmo romantico. L'appello a una letteratura nazionale, contenuto nel suo discorso *The American scholar* (1837), venne salutato come una sorta di corrispettivo intellettuale alla Dichiarazione d'Indipendenza. Altri poeti della stessa epoca sono: William Cullen Bryant (1794-1878) un delicato cantore della natura che prende le mosse dal Wordsworth; John Greenleaf Whittier (1807-1892), spirito di ottimista che dedica i suoi versi migliori alla celebrazione della vita rurale e alla lotta antischiavista e scrive, in opposizione al calvinismo dei puritani, pacati inni religiosi adottati più tardi da varie Chiese americane; i due letterati-poeti James Russel Lowell (1819-91) e Henry Wadsworth Longfellow (1807-82). Il primo divenne, dopo la guerra di secessione, il poeta ufficiale dei nordisti. Si ricordano di lui, oltre al giovanile ed esuberante *Endymion* di derivazione keatsiana, i versi vernacoli e umoristici di *The Biglow Papers* (1a serie 1849, 2a serie 1866), prezioso contributo alla causa antischiavista, la garbata satira in versi di *A fable for critics* (1848) e il tardo poemetto filosofico *The cathedral*, ispiratogli dal duomo di Chartres. Il secondo ebbe in vita una fama ufficiale esagerata. A parte la sua traduzione della *Divina Commedia*, che non possiede pregi notevoli, lo si ricorda ora soprattutto per alcune brevi composizioni, tra le quali alcuni bei sonetti su Dante. Fra i poeti non va dimenticato Sidney Lanier (1842-81) sudista di origine francese che ebbe a soffrire nella salute per la guerra di secessione e morì prematuramente. Si ricorda di lui il patetico *Sunrise*, composto nel letto di morte. Ma la voce più schietta e genuina nella poesia americana del sec. XIX è quella di Walt Whitman (1819-92). Il suo moralismo è spesso discutibile e a volte è un moralismo alla rovescia, la sua democrazia s'identifica sovente con l'anarchismo, la sua filosofia e la sua religione sono inconsistenti oltremisura, ma egli ha saputo innestare con felicissimo istinto, seppure non sempre con finezza di gusto, la vigorosa pianta del realismo nel vecchio tronco romantico e col suo linguaggio rigoglioso e arditissimo ha dato il tono fondamentale, in bene e in male, alla successiva letteratura americana; epigono dei romantici, è stato insieme il battista e il pioniere dei realisti, con i quali la produzione letteraria americana acquista caratteri suoi vitali e inconfondibili con crescente prestigio in Europa.

È proprio la narrativa regionale che, dopo la guerra di secessione, offre al lettore nuovi campi d'indagine introducendolo in ambienti sin allora ignorati, e prelude all'affermarsi delle correnti realistiche. Bret Harte (1836-1902) rappresenta coloratamente, sebbene non senza qualche artificiosità, l'ambiente dei cercatori d'oro in California in *The luck of roaring camp* (1868), un racconto che è forse il suo capolavoro, e nelle novelle e nei romanzi che ad esso fecero seguito. Samuel Langhorne Clemens (1835-1910), noto sotto lo pseudonimo di Mark Twain, si guadagna l'interesse dei lettori di tutte le età in tutto il mondo con la saporosa descrizione di scene di vita fluviale sulle rive del maestoso Mississippi in *Life on the Mississippi* (1875) e rappresentando con una ricca e larga vena d'umorismo le gesta di due ragazzi avventurosi concepiti dalla sua esuberante fantasia: Tom Sawyer e Huckleberry Finn, mentre mostra gli aspetti più rozzi e men gradevoli del suo spirito comico commentando i suoi viaggi in Europa. Realista cosciente, sebbene moderato dalle proprie esperienze di cultura, e teorico del realismo fu William Dean Howells (1837-1920), che nella sua opera più matura risente l'influsso di Tolstoi. Dalle nuove esigenze del realismo parte anche Henry James (1843-1916), che si trasferisce in Europa, dedicando il proprio talento all'analisi introspettiva dei suoi personaggi, soprattutto delle sue eroine, e alla ricerca stilistica, divenendo un devoto e quasi un asceta dell'arte narrativa. Ma già prima del nostro

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**STATI UNITI (U.S.A.) - Storia chiesa di S. Felipe de Neri nello Stato del Nuovo Messico, eretta dagli Spagnoli all'inizio del sec. XVIII e passata successivamente ai Messicani e agli Americani.**

secolo il realismo aveva conosciuto anche forme radicali e violente, p. es. in *The red badge of courage* di Stephen Crane (1871-1900), e il romanzo sociale già s'annuncia con l'irrequieto Jack London (1876-1916). Accanto ai primi realisti si ricordarono alcuni umanisti e storici saggi, di cui il maggiore è Henry Adams (1838-1918) che in *Mont St. Michel and Chartres* (1904) e in *The education of Henry Adams* (1907) inneggia all'unità religiosa del medioevo e al culto della Vergine. Nel sec. XX realismo e naturalismo assumono forme più crude e violente, permeandosi di problemi sociali e sessuali, esasperandosi nella ribellione contro ogni convenzione di costume e di linguaggio. Alcuni scrittori rimangono tuttavia nell'orbita del realismo temperato e della ricerca stilistica. Così Edith Wharton (1862-1937), narratrice colta e raffinata; Boot Tarkington (1869-1946), autore di romanzi storici e politici e umorista garbato; Willa Sibert Cather (1876-1947), convertita al cattolicesimo, che rievoca splendidamente storie di pionieri e in *Death comes for the archbishop* celebra l'odissea di due missionari francesi nel Nuovo Messico. Il racconto fantasioso vien coltivato dall'umorista James Branch Cabell (n. nel 1879), il popolare creatore di Jurgen, e dall'elegiaco Thornton Wilder (n. nel 1897). Nei romanzi di Scott Fitzgerald (1896-1940) i miti romantici sopravvivono e tramontano nella sconsolatezza e nella delusione della società postbellica. Verismo e naturalismo arrivano a posizioni estreme in *Theodore Dreiser* (1871-1945) la cui attenzione è tutta assorbita dai problemi e dai drammi sessuali; William Faulkner (n. nel 1897) che nei suoi cupi romanzi si serve di un linguaggio analitico personalissimo; Ernest Hemingway (n. nel 1896), il prosa-tore più vigoroso della sua età; John Steinbeck (n. nel 1902). Rimane invece nell'ambito del realismo moderato Sinclair Lewis (n. nel 1885) con la sua satira, in fondo bonaria, del borghese americano. Gertrude Stein (1874-1946) si stabilì a Parigi ove tentò un linguaggio la cui tecnica si adeguasse in qualche modo alla tecnica del cinematografo. Accanto ai naturalisti si affiancano i critici H. S. Canby (n. nel 1878) e Henry L. Mencken (n. nel 1880). Una figura di poetessa isolata che per l'arditezza del suo linguaggio immaginoso farà scuola ai posteri è quella della mistica Emily Dickinson (1830-86). Dei poeti del nostro secolo, prescindendo da Eliot e da Ezra Pound,

V.

I. ARTE

Scarsi resti di costruzioni delle civiltà pre-colombiane, assegnabili ai secc. XII-XIII, rimangono nelle regioni del Sud che appartengono originariamente alla Spagna (Rito de los Frijoles, Taos, Pueblo Bonito e Chetro Ketl nel Chaco Canyon, New Mexico; Mesa Verde Colorado; White House nel Canyon de Chelly, Betatakin Ruin e Walpi, Arizona).

Al Sud fiorì, nel periodo coloniale, un'architettura religiosa, aderente alle forme del barocco ispano-americano, in cui, per suggestione dell'arte azzeca e maya, gli spartiti decorativi sono esasperati fino a sommergere i valori strutturali. Più sobrie e stilisticamente coerenti le costruzioni missionarie (esempi nelle missioni di S. Juan de los Caballeros, 1598, New Mexico; S. Barbara, 1713, e cattedrali di S. Francis e S. Fè, 1713, California; di S. Agostino, 1793, Florida; di New Orleans, 1792, Louisiana). Esemplari su prototipi spagnoli sono anche i complessi delle antiche fortificazioni costiere meridionali (es. forti S. Marco e S. Agostino, Florida; Cabildo, Luisiana). Nell'insieme, questi edifici costituiscono il nucleo più originale e stilisticamente elevato dell'arte coloniale americana.

Più a nord, lungo la costa atlantica, l'immigrazione inglese e olandese trapianto forme di disparate derivazioni, in ibride commistioni. Sarebbe impresa ardua enucleare o differenziare anche cronologicamente le diverse varietà: l'accavallarsi degli stili è una caratteristica della architettura americana. Il proposito di riprodurre le fabbriche dei paesi d'origine — non ozioso, si badi, come gli accademismi teorici europei, ma radicato nel sentimento degli emigranti, e quindi ambientabile in un clima tutto particolare, che non ha corrispondente in Europa — indusse gli architetti a virtuosismi di trascrizione, dei quali si ritrovano un po' dovunque gli esempi. Nell'architettura religiosa predominano il gotico fiorito di tipo inglese e le forme tardo-rinascimentali seriane e palladiane, mediante da esemplari inglesi, olandesi, svedesi, o ricavate addirittura dalle tavole di Inigo Iones o del Vitruvius Britannicus, che ebbero così larga diffusione nel nuovo continente (esempi: Smithfeld, Va., S. Pietro, 1703; Farmington, Conn., Congregational Church, ca. 1775; Providence, R. I., chiesa anabattista, 1775; Nuova York, St. Paul's Chapel, con pronao teatrali, 1765; Filadelfia, Christ Church, 1727-54; Boston, Trinity Church, King Chapel, 1753).

Se l'edilizia religiosa e pubblica non si discosta generalmente da queste convenzioni, diverso è invece lo sviluppo dell'architettura civile: un senso positivo di fun-

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**STATI UNITI (U.S.A.)** — Chiesa in stile moderno nel Middle West, ultima opera dell'architetto finico Elial Saarinen (m. nel 1900).

che appartengono ormai alla poesia europea, vanno ricordati il classicista William Vaughn Moody (1869-1910); il neo-traditionalista Edwin Arlington Robinson (1869-1935); il naturalista Robert Frost (n. nel 1875), un sano e vigoroso poeta della natura; Amy Lowell (1874-1925), poetessa e critica letteraria che nel suo salotto tenne a battimento gli «immaginisti»; nella tradizione whitmaniana si possono includere, accanto a Carl Sandburg (n. nel 1878), Edgar Lee Masters (1869-1950), Vachel Lindsay (1879-1931), un poeta girovago e avventuroso che finì suicida; Robinson Jeffers (n. nel 1887), il più violento ed esasperato di questi poeti. Tra i poeti della scuola di Eliot e di Ezra Pound i più significativi sono Archibald MacLeish (n. nel 1892), che è anche una figura politica, e, tra i più giovani, Karl Shapiro (n. nel 1913), poeta e critico di spiccata personalità. Tra i mistici sono da nominare Thomas Merton (n. nel 1915), il poeta trappista noto anche per l'autobiografia *The seven storey mountain*, e Robert Lowell (n. nel 1917), della famiglia di J. A. Lowell e di Amy Lowell, anche egli convertito al cattolicesimo. Tra i neo-umanisti, che reagirono agli eccessi del naturalismo, va menzionato George Santayana (1863-1952), spagnolo di nascita ma naturalizzato americano, filosofo, saggista e autore di un romanzo semiautobiografico: *The last puritan* (1936), di grande pregio stilistico, che ha ottenuto un meritato successo.

BIBL.: W. P. Trent, *Hist. of american literature*, 2 voll., Nuova York 1893; C. Barret Wendell, *A literary history of America*, Londra 1908; autori vari, *The Cambridge hist. of American literature*, 4 voll., Nuova York 1917-21; id., *Literary history of the U. S.*, 3 voll., Cambridge (Am.) 1948, con ampie prospettive storico-sociali e ragguagli sulla letteratura critica; C. Cestre, *La littera americana*, Parigi 1945; S. Policardi, *Breve storia della lett. americ.*, Milano 1951; per i pro-satori moderni, V. l'ampio e brillante studio di A. Kazin, *On native grounds*, Nuova York 1942, trad. II. sotto il tit.: *Storia della lett. americ.*, Milano 1952.

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**STATI UNITI (U.S.A.)** — Ritratto della madre, Dipinto di Whistler - Parigi, Museo del Louvre.

zionalità e praticità caratterizzate le costruzioni dei pionieri, architetti per lo più improvvisati, formatisi nella esperienza diretta, che si trasmetterà di generazione in generazione, costituendo una delle più spiccate attitudini dell’indole americana. Costruzioni tipiche del periodo coloniale sono le case lignee a portico o loggia, dalle colonne esili e corte, scelta determinata non già da un criterio estetico, ma dall’imposizione del governo inglese, che per le esigenze della sua marina, proibiva l’impiego dei tronchi d’albero che superassero i 16-18 pollici di diametro. Gli edifici in muratura s’adeguano invece a criteri determinati dalle possibilità locali di procurarsi il materiale adatto: così in Pennsylvania, p. es., prevale l’uso della pietra grezza, nel Sud il laterizio. Un intero complesso di edifici coloniali è stato conservato, a cura di apposita fondazione culturale, nella città tipo di Williamsburg.

Gli stili che contemporaneamente hanno il loro svolgimento in Europa (elisabettiano, georgiano, rococo, ecc.) determinano correnti analoghe, più facilmente individuabili, ma fino al 1790 non si può in ogni modo avvertire nessun orientamento generale e preponderante. Il grande incremento edilizio che segui la proclamazione d’indipendenza, permise ai costruttori americani di guadagnare rapidamente terreno sugli europei e di portarsi, in meno di cento anni, all’avanguardia, nell’esperimento dei nuovi materiali e metodi di costruzione, prodotti o inventati della tecnica moderna e offerti in grande quantità dall’industria; ma ciò non accadde, come sarebbe stato naturale, mediante uno svolgimento organico delle premesse già poste nell’epoca coloniale, bensì superando l’irretimento di esperimenti come il neoclassicismo romano imposto dal Jefferson (il terzo presidente progettò personalmente lo State Capitol di Richmond, i colonnati e la rotonda della Università di Charlottesville. Va., la propria casa di campagna a Monticello, Albermarle County, Va.; e varò i progetti del «Campidoglio» di Washington di William Thornton, 1761-1827, e della Casa Bianca, dell’irlandese James Hoban), cui succederà un neo-classicismo greco (Classical Revival, promosso da Nicholas Biddle, reduce dalla guerra di Grecia, e sostenuto dalla rivista Port Folio, come dalla Modern Builder’s Guide di Minard Lafever, 1833), e un periodo neogotico (analogo al Gotic Revival inglese intorno al 1840), il quale ultimo lasciò le sue più tipiche manifestazioni nell’architettura religiosa (Trinity Church, 1846, S. Patrick’s Cathedral, 1850, entrambe a Nuova York). Ma proprio in questo tempo s’afferma, al di fuori dell’architettura ufficiale, un metodo costruttivo detto la Balloon Frame (struttura a pallone), il cui più antico esempio superstite sembra sia la chiesa di St. Mary a Chicago (1833). «Esso consiste essenzialmente - come scrive lo Zevi - in una serie di travicelli di legno equidistanti che formano pareti, pavimenti e tetto. La struttura è quindi ricoperta da un doppio strato di tavole che ne garantisce l’indeformabilità».

Nella direzione, indicata da questa funzionalità, radicata, come già si è detto, nella tradizione coloniale e missionaria, l’architettura americana conseguita ben presto un primato mondiale. L’opera muraria di Henry Hobson Richardson (1838-96) e della scuola di Chicago, il cui massimo esponente fu Louis Henry Sullivan (1856-1924), come poi di Frank Lloyd Wright (1869, vivente), il campione dell’architettura organica, rovesceranno il flusso delle influenze. Il capolavoro del Richardson, ispirato al romanico francese, di cui l’artista seppe interpretare il significato volumetrico, ricavandone conseguenze originali, è la «Sver Hall a Cambridge, Mass. (1877-79). La scuola di Chicago, erede della lezione del Richardson, eresse nel Middle West una serie di edifici romanici, ai quali è consegnata la sua grandezza precorritrice, di cui è testimonianza, nelle sue soluzioni armoniche, p. es., l’imponente Monadnock Block di J. W. Root a Chicago (1891), il primo grattacielo moderno. Appunto a questa scuola si deve lo sviluppo della tecnica dei grattacieli ad ossatura con l’impiego sempre più razionale del cemento armato. Il Sullivan, che fu anche teorico in Kindergarten Chats («chiacchierate da asilo infantile», 1901) e in The Autobiography of an idea (1922) - è suo il principio «la forma segue la funzione», accolto e portato alle

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**FIG. 1.** (da L. R. Evans, L’art français au XIXe siècle, Paris, 1926, p. 25) STATI UNITI (U.S.A.) - Ritratto di Signora. Dipinto di John S. Sargent - Parigi, Museo del Lussemburgo.

estreme conseguenze dai continuatori - affermò la sua personalità nell’Auditorium (in compartecipazione con Adler, 1886-90), e nei Magazzini Carson, Pirie, Scott (1899), a Chicago, esemplari per l’equilibrio perfetto raggiunto nel modulo dagli spartiti orizzontali e verticali. Sul valore dell’opera di Wright, da cui procedono per tanta parte le rivoluzionarie soluzioni di molti architetti europei, come lo svizzero Charles Edmond Jeanneret (Le Corbusier), il tedesco Walter Gropius e l’austriaco Richard Neutra, la polemica è ancora aperta; ma se il suo preconcetto disconoscimento dell’architettura del Rinascimento italiano non può essere condiviso da noi, non per questo minore è il rilievo che con l’andar del tempo hanno acquistato certe sue intuizioni geniali, applicate ad edifici di destinazioni diversissime. La solidità delle sue strutture è stata clamorosamente dimostrata durante il terremoto che nel 1923 distrusse gran parte di Tokio, ma lasciò assolutamente indenne il suo Imperial Hotel. Dal 1887 al 1942, oltre un numero rilevante di progetti, si enumerano ca. 250 edifici di sua pertinenza e si può a ragion veduta ritenere che essi costituiscano, dopo la seconda guerra mondiale, il punto d’orientamento di tutta l’edilizia civile più progredita in Europa. Il principio dell’architettura organica da lui propugnata è espresso molto chiaramente, in questa sua dichiarazione: «Sin dal principio io ho avuto la certezza che l’architettura veramente degna di questo nome venga fuori dalla terra: sono la natura del terreno, le condizioni industriali del luogo, il tipo di materiale che debbono necessariamente determinare la forma di ogni buon edificio» - e la ormai famosissima casa della cascata (Falling Water) a Bear Rum (Penn.), del 1936, sta a indicare in qual modo egli abbia applicato questo principio. Wright si è dedicato anche all’edilizia religiosa, erigendo a Oak Park la chiesa Unity (1906), in modi cubistico-espressionisti, vale a dire puntando sulle soluzioni volumetriche.

all'affermazione di una personalità di rilievo, come George Innes (1825-94), emulo del Turner e del Constable.

Fino a questo momento la pittura rimane tributaria dei modelli europei, guardando specialmente alla Francia. Al costituirsi di una tradizione indigena osta lo scarso mecenatismo delle classi ricche americane. Tutti gli artisti più dotati furono costretti ad emigrare in Francia, dove ebbero modo, nel quotidiano contatto con le vivaci scuole della capitale, di aggiornarsi e innestarsi nel vivo delle ricerche linguistiche europee. A quest'atmosfera europea appartengono pertanto i migliori pittori che l'America abbia prodotto nel sec. XIX: James Mac Neill Whistler (1834-1903), dopo un lungo soggiorno parigino in cui venne a contatto con gli impressionisti, passò in Inghilterra, dove soggiornò fino alla morte, acquistando rinomanza europea. La sua maniera è eccellente, specie nei quadri di piccolo formato e nei ritratti, di sicuro impianto e di franca pennellata. John La Farge (1835-1910), di famiglia francese, fu allievo di Couture, e risentì particolarmente l'influenza di Delacroix e Chasseirau. Ritornato in America dette l'avvio ai grandi cicli di affreschi decorativi che caratterizzano la fine del secolo. Gli appartengono gli affreschi nella Trinity Church di Boston, gli affreschi e le vetrate della chiesa dell'Ascensione a Nuova York le decorazioni della Walker Art Gallery del Boudoin College a Brunswick, Nie. (assieme al Thayer e al Vedder). Fra La Farge e Innes si muovono Alexander Halwig Wyant (1836-92). Homer Dodge Martin (1836-97), Winslow Homer (1836-1910) e altri. Il più personale ed estroso fra i pittori a cavallo dei due secoli è Albert Pinkham Ryder (1848-1917), autore di marine e di notturni nei quali si ammira la precisa intuizione dei rapporti tonali e l'ampio respiro della composizione spaziale. Di vena più facile, ed anche più propenso ad accomodarsi alle mode, è John Singer Sargent (1858-1925), considerato il maggior pittore della sua generazione, largamente noto anche in Europa. Le sue opere più importanti sono i ritratti ed affreschi della Biblioteca pubblica di Boston.

Oltre ai complessi decorativi già ricordati del La Farge e del Sargent, meritano un cenno gli affreschi della Waldorf Ballroom di Nuova York fatti da Blashfield e Low, e quelli della Biblioteca del Congresso a Washington eseguiti da Vedder, Walker e Alexander.

Scultura. - La scultura fu, tra tutte le arti, l'ultima ad affermarsi, per una ripugnanza puritana anche maggiore nei confronti dell'anatomia, e forse pure per la mancanza di marmi adatti.

La tendenza originaria degli scultori indigeni è nella cifra di un realismo documentario, cui s'oppone, all'epoca del neo-classicismo, un gruppo di artisti, educati in Europa alle scuole del Canova e del Thorvaldsen, che nelle loro opere cercarono di esaltare - nei modi freddi della stilizzazione neo-ellenica - fatti e personaggi della recente storia americana. H. Kirke Brown (1814-86) cresce la statua di Washington nella Union Square di Nuova York; T. Ball (1819-1911) quella dello stesso presidente nei giardini pubblici di Boston e Martin Millmore (1844-83) il monumento ai soldati e marinai nel Boston Common; Erastus D. Palmer (1817-1904) preferì le composizioni allegoriche, oggi conservate nel Museo di Nuova York (La prigioniera bianca, Pace in cattività, ecc.). La produzione scultorea attesta tuttavia, rispetto alla pittura, una maggiore coerenza di stile, che in forme più libere si trasmette, mediante J. Q. Adams Ward (1830-1910) e William Rimmer (1816-79), alla generazione successiva, cui appartengono artisti di grande valore come Olin Levi Warner (1844-96) e soprattutto A. Saint-Gaudens, che soggiornò a lungo a Parigi, dove eseguì le sue cose migliori (Statua dell'amm. Feragut, Giovanna d'Arco, Statua equestre del gen. Sherman, Amor Charitas). Nella sua scia procedono Daniel Chester French ed anche Paul Weyland Vartlett (1866-1925) autore della statua equestre di La Fayette a Parigi, in Place du Carrousel.

Il panorama attuale dell'arte americana, aperta a tutte le influenze, non consente ancora di fare il punto. Particolare risalto ha acquistato in questi ultimi anni la scuola cubana, che ha riscosso ammirati consensi, esercitando sensibile influenza sui molti movimenti di avan-

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(let. U.S.J.S.)
Stati Uniti (U.S.A.) - Torre della Duke University, alta 210 piedi con un carillon + di 50 campane - Durham nel North Carolina.

guardia, creati, anche per la presenza in America di maestri europei, nelle principali città del continente.

BIBL.: L. Taft, The Hist. of amer. sculpture, Nuova York 1903, 2a ed. 1924; L. Mumford, Stics and Stones. A study of amer. archit. and civiliz., 1924; L. Réau, L'art français aux Etats-Unis, Parigi 1926; S. Isham, Hist. of Amer. painting, Nuova York 1927; S. La Follette, Art in Amer., 1929; L. Vietti, Grattacieli, in Architett., 1932; D. M. Robb e J. J. Garrison, Art in the western World, Nuova York 1935; Th. E. Tallmadge, The stor. of architect. in Amer., 1936; id., The Origin of the Skyscraper, Chicago 1939; Le Corbusier, Quand les cathédrales étaient blanches, Parigi 1937; C. E. Oppo, Forme colori nel mondo, Lanciano 1938; id., L. Wright, An Organic architect., Londra 1939; L. Mumford, The South in architect., Nuova York 1942; F. J. Ross Jr., Writings on early amer. architect., Columbus 1944; N. Pevsner, Pionieri del modern. moderno, Milano 1945; B. Zevi, Verso un'archit. organica, Torino 1945; V. BADER, KARL, American painting, hist. and interpret., Nuova York 1950; Per l'opera dei maggiori architetti moderni (Richardson, scuola di Chicago, Sullivan e allievi, Wright) V. B. Zevi, Stor. dell'architett. moderna, Torino 1950, pp. 373-524 e bibl. relat., pp. 664-85.
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Riccardo Averini

VIII. ORDINAMENTO SCOLASTICO

Negli S. U., contrariamente all'universale tradizione europea, non vige un unico sistema scolastico, né un'unica autorità federale al riguardo. In luogo di un ministro federale, che presieda e coordina in campo nazionale tutte le iniziative e le attività scolastiche, vi sono per i singoli Stati parecchi comitati o sovraintendenti, alla cui competenza è affidata la soluzione dei problemi connessi con l'insegnamento. Il governo federale, per mezzo di un ufficio particolare presso il Ministero dell'interno, si limita ad una simpatica coordinazione, compiendo inchieste, pubblicando resoconti, relazioni, riviste ed opuscoli miranti ad orientare le singole scuole e gli analoghi uffici istituiti in tutti gli Stati della Confederazione. Ciò ha dimostrato, in pratica, quanto l'opera del governo centrale sia suscettibile di considerare sviluppato e ampi aggiornamento, senza nessuna necessità di interferire con l'attività dei controlli sulle scuole. Il controllo è lasciato ai singoli Stati e all'amministrazione locale, i quali pensano a rafforzare e a rendere più efficiente l'organizzazione degli uffici competenti, fornendoli di mezzi sempre più adeguati e di personale specializzato, senza che ne venga, per questo, cambiato sostanzialmente il carattere dell'ufficio centrale, che resta sempre di natura consultativa e informativa ed esprime la sua buona volontà con attestazioni verbali e, in certe circostanze, anche con interventi finanziari.

Il prospetto del sistema scolastico degli S. U. si può riassumere così:

1. Istruzione pre-elementare: a) Scuola materna o asilo (Nursery school) dai 2 ai 5 anni, dove vigono, tra gli altri, i metodi frèbeliani e Montessori, sempre meglio adattati alla libertà di movimenti, di cui abbisogna il bambino; b) Giardino d'infanzia (Children Garden), dai 5 ai 6 anni, generalmente annessa alle scuole elementari e con i metodi sopraccannati.

2. Istruzione elementare (Elementary School), che è di 8 anni nelle scuole che mantengono l'uso tradizionale, ancora assai diffuso; di 6 anni nelle scuole più moderne, che tendono a prendere sempre maggiore piede. Questa scuola elementare orienta la sua attività verso una duplice direzione: a) o seguendo i metodi di Dalton e di Winnetka, mantiene un orientamento in prevalenza psicologico e tende ad una sempre maggiore individualizzazione; b) o, seguendo il metodo dei progetti e ispirandosi al sociologismo del Dewey, tende ad una sempre maggiore socializzazione.

3. Istruzione secondaria o media: a) Scuola media inferiore (Junior High School) di 3 anni, che si sforza di aderire e assecondare l'età dell'adolescenza e procedere alla diagnosi del tipo psicologico dei ragazzi; b) a cui segue la scuola media superiore (Senior High School), ugualmente di 3 anni, che segue il principio dell'uguale efficacia formativa delle varie discipline, e con l'organizzazione plurilaterale dei suoi corsi e dei suoi insegnamenti, lascia agli alunni ampia facoltà di scelta degli studi; c) oppure, in luogo di queste due, la Scuola media (High School) di 4 anni, la dove si è seguito l'uso tradizionale della scuola elementare di 8 anni. Questa scuola secondaria comprende, generalmente nello stesso istituto, dei corsi generali e accademici, che aprono il passaggio ai corsi dell'istruzione superiore (Preparatory School) e dei corsi professionali, che sono fine a se stessi (Terminal School). Il tipo comune di scuola, che abbraccia questi due sottotipi, si chiama Scuola media comprensiva o generale (Comprehensive o General High School). C'è anche un altro tipo di scuola media, che è fine a se stessa, però meno diffusa, la Scuola di arti e mestieri (Trade School), che dà insegnamenti tecnici per chi si avvia alle industrie.

4. Collegio: Istituto superiore quadriennale, distinto in vari tipi: a) Collegio delle arti liberali (College of liberal Arts), il più diffuso, dove si impartisce un'istruzione generale e speciale nel ramo lettere e nel ramo scienze. Al termine del corso conferisce la laurea di baccelliere nelle lettere o nelle scienze (Bachelor of Arts = B.A. o Bachelor of Science = B.S.); b) Collegio professionale (Vocational College) dove gli alunni vengono preparati alla professione di insegnanti, di ingegneri, di periti agrari o commerciali.

5. Università: al corso quadriennale del Collegio segue il corso triennale universitario (Graduate School), nei vari rami di medicina, ingegneria, legge, pedagogia, giornalismo, ecc. Alla fine del primo anno si ha la laurea di Maestro nelle lettere o nelle scienze (Master of Arts = M. A. o Master of Science = M.S.); alla fine del terzo anno si ottiene il dottorato in filosofia (Doctor of Philosophy = Ph.D.), con una maggiore preparazione nel campo rispettivo di specializzazione, il dottorato di pedagogia, o scienze sociali, o ingegneria o legge, o medicina, ecc. (Doctor of Education = Ed. D.; o Social Science = D.S. Sc.; o Engineering = D. Eng.; o Law = LL. D.; o Medicine = M. D.), ecc.

Le istituzioni educative cattoliche, nel 1950, erano 12.038, così divise: seminari diocesani 72; seminari di Ordini religiosi 376; collegi e università 225; scuole medie diocesane e parrocchiali 1576; scuole medie private 806; scuole elementari parrocchiali 7914; scuole elementari private 588; istituti di protezione 129; orfanotrofi e asili 352.

Vedi tav. LXXX-LXXXV.

BIBL.: M. Rosenthal Chiaromonte - L. Borghi, La Scuola nel mondo, III, S. U., Torino 1949. Celestino Testore