TIMOTEO (Τιμόσιος), santo. - Collaboratore e discepolo prediletto di S. Paolo, n. a Listra in Licaonia da padre pagano e madre giudea (o proselita), convertito dall'Apostolo forse durante la sua prima missione in Asia (45-49), poi suo compagno inseparabile dal secondo viaggio (49/50-53) fino al termine della prima prigionia romana (ca. 62-63). Durante il suo ultimo viaggio in Asia (65-66) s. Paolo lo mise a governare l'importante Chiesa di Efeso, poi gli inviò due lettere con le direttive per il suo ufficio di pastore. Ad Efeso T. passò verosimilmente gli ultimi suoi anni, terminati con il martirio, forse nel 97 d. C.
I. VITA
Educato religiosamente e iniziato alle S. Scritture dalla madre Eunice e dalla nonna Loide (II Tim. 1, 5; 3, 5), T. fu circonciso da Paolo, ma solo per facilitare il suo lavoro fra i giudei, quando lo prese come socio di apostolato (Act. 16, 1-3). La sua conversione ai cristianesimo poté avvenire al primo passaggio di Paolo per la Licaonia, quando T. fu testimone delle fatiche e persecuzioni da lui sostenute (II Tim. 3, 10 sg.). Assunto da Paolo in vece di Marco, ne divenne l'amico e il discepolo prediletto; fu al suo fianco nella fondazione delle principali Chiese e ne ebbe incarichi di fiducia: fra l'altro fu inviato ai Corinti (v. vol. IV, col. 553 sg) per sedarvi il tumulto dei partiti (I Cor. 4, 17; 16, 10 sg.), ma il suo carattere timido e l'aspetto infermiccio (ibid. 16, 10; I Tim. 4, 12; 5, 23) non dovevano favorirgli il successo, colto poi da Tito. Seguì forse Paolo prigioniero a Cesarea e a Roma: le epistole di questo tempo sono scritte anche in suo nome. Non si sa se andò con Paolo nella Spagna; Hebr. 13, 23 accenna forse ad una sua prigionia o processo; era però di nuovo con Paolo nell'ultimo suo viaggio in Oriente (I Tim. 1, 3). È difficile precisare l'età di T. quando fu eletto vescovo di Efeso; se Paolo, «vecchio» di ca. 65 anni, lo dice «giovane» (ibid. 4, 12), poteva avere 35-40 anni. Dopo il martirio di Paolo, da Roma, dove era stato da lui chiamato (II Tim. 1, 4; 4, 8. 21), ritornò ad Efeso, rimanendovi forse anche dopo la venuta di S. Giovanni; se vi morì martire sotto l'imperatore Nerva e il proconsolo Peregrino (97 d. C.), forse le espressioni di Apoc. 2, 1-7 lo riguardano indirettamente. Il suo corpo, trasferito a Costantinopoli nel 356, poi trafugato nel sec. XIII, è stato da poco ritrovato Termoli (v.). Il Matriologo romano lo ricorda il 24 genn., appena prima di commemorare la conversione del suo maestro.II. - LETTERE DI S. PAOLO A T. - Somiglianissime tra loro per il contenuto e lo stile, I e II Tim. con Tit. si presentano come scritte nelle medesime circostanze e per gli stessi scopi dallo stesso autore, s. Paolo, formando così il PASTORALE (v.).
1. Autenticità
L'autenticità letteraria, affermata fin dall'inizio, tranne da alcuni eretici del sec. II, dalla tradizione cristiana, unanime fino al sec. XIX, è negata oggi dalla gran maggioranza dei protestanti, in tutto o in parte, solo per motivi letterari. I cattolici però, ed anche alcuni protestanti, hanno dimostrato l'insufficienza degli argomenti addotti di fronte alle testimonianze storiche favorevoli, confermate da importanti argomenti interni, per cui è giustificato l'intervento della Pont. Commissione biblica (12 giugno 1913; Denz-U, 2172-75). Marcione, Taziano, Basilide respinsero le pastorali perché contrarie alle loro eresie (Taziano però accettava Tit.). I primi dubbi critici, sollevati da J. E. C. Schmidt (1804) per I Tim., furono presto estesi alle altre due, e portati dalla scuola di Tubinga fino alla negazione totale dell'autenticità, sulla base di 5 argomenti: questi scritti non si possono collocare nella vita di s. Paolo nota dagli Atti; la loro forma letteraria è troppo diversa dalle altre epistole, e presenta molti vocaboli e frasi nuove; diversa è anche la dottrina, perfino su punti essenziali del pensiero paolino, p. es., intorno alla fede senza le opere; gli errori combattuti sono lo gnosticismo del sec. II; la Chiesa è presentata con l'organizzazione gerarchica del sec. II, nota dalle lettere di s. Ignazio.I cattolici adducono in favore numerose testimonianze storiche, a partire dagli scrittori più antichi: s. Clemente Romano, Didaché, s. Ignazio di Antiochia, s. Policarpo, con l'unanime tradizione manoscritta. Tali argomenti non sono infirmati dagli argomenti interni contrari. Poiché la prima prigionia romana (ca. 61-63) di Paolo terminò con la liberazione, dopo cui egli esercitò la sua attività fino al 67, è almeno possibile collocare in questi anni le pastorali. Confrontando queste lettere con le altre di Paolo, specie con i tratti parentetici, la differenza risulta minore rispetto alle lettere della prigionia; rappresentano quindi uno stadio ulteriore. Le false dottrine, come i consigli destinati a pastori, esigevano termini nuovi, e Paolo era un forgiatore di parole nuove (A. Deissmann). Sono numerose anche le somiglianze, perfino nelle locuzioni più rare (è quindi poco probabile che Paolo si sia servito di un redattore, come suppongono Feine-Behm). Nelle «pastorali» si ritrovano quasi tutte le dottrine di Paolo, non esclusa quella della fede senza le opere; se c'è un'evoluzione, essa corrisponde alle nuove condizioni in cui si svolgeva la vita delle Chiese. Gli errori condannati possono essere quelli gnostici, ma solo in uno stadio iniziale: Harnack riconosce che possono essere tutti anteriori al 64. Anche la forma di gerarchia qui supposta è anteriore a quella attestata da s. Ignazio (il potere supremo non è ancora interamente in mano ai vescovi locali, e i termini «episcopo» e «presbitero» risultano sinonimi), in un periodo di transizione fra quello iniziale (Act. 6, 1-6; 14, 23) e quello del sec. II (v. DIACONIA; PRESBITERIO).

Timotzo, santo - S.Paolo consegna a T. e Sila la I e la II Epistola ai Tessalonicesi. Musaico del sec. xit - Monreale, Cattedrale.
Il ra gli acattolici prevale oggi la teoria frammentaria: un falsario del sec. II, per combattere lo gnosticismo e raccomandare la gerarchia della Chiesa, avrebbe composto queste lettere imitando lo stile dell'Apostolo, inserendovi brani di lettere autentiche, anzi interi «biglietti» (Harnack, Renan, von Soden, Bultmann). Ma l'ipotesi solleva più problemi di quanti ne risolve (Dibelius): perché, fra l'altro, la gerarchia e gli errori non vengono presentati come esistevano al sec. II. Nessun dubbio è possibile sulla integrità delle pastorali.
2. Tempo della composizione
Delle circostanze di composizione non si può determinare con certezza ogni particolare. Certo è che le notizie personali si riferiscono ad un'attività di Paolo posteriore alla prigionia romana di cui Act. 28, 30.Generalmente si ritiene che l'Apostolo, subito dopo essere stato in Spagna, abbia compiuto il viaggio in Oriente attestato dalle tre lettere pastorali. L'itinerario è molto incerto: per alcuni sarebbe andato prima a Creta, lasciandovi Tito, quindi ad Efeso, dove insediò T.; sarebbe poi passato nella Macedonia e di lì avrebbe scritto I Tim. e Tit. quasi nello stesso tempo (65-66). Da Nicopoli di Epiro, dove avrà trascorso l'inverno, sarebbe ritornato a Troade, Efeso, Mileto. Forse in questo tempo fu di nuovo arrestato e condotto a Roma; secondo altri invece l'arresto avvenne a Roma, dove Paolo era ritornato da sua iniziativa insieme con s. Pietro. Poco dopo arrivato a Roma scrisse II Tim., da cui si sa che la sua carcerazione è molto severa, si che i suoi amici hanno difficoltà ad avvicinarlo; superato favorevolmente il primo dibattito del processo, Paolo non spera però altra liberazione che dalla morte.
Non c'è alcun motivo per mutare l'ordine cronologico finora universalmente ammesso. II Tim. è certo l'ultima: secondo questa Paolo è prigioniero e aspetta la morte. Resta incerto quale delle altre due, che lo mostrano libero e in piena attività, sia anteriore; i più ritengono I Tim. Senza vero fondamento von Soden, Moffat ed altri danno la precedenza a II Tim. Il canone latino antepone le due a T.
3. Dottrina
Notevole è l'importanza dottrinale di I e II Tim. Le principali dottrine del cristianesimo vi si trovano accennate con qualche sviluppo, in specie l'universalità della Redenzione, la Chiesa, i Sacramenti, la ispirazione (v. vol. VII, col. 320) biblica (II Tim. 3, 16); soprattutto i principi fondamentali del diritto ecclesiastico: il potere dei gradi gerarchici emana non dall'assemblea dei fedeli ma dall'autorità apostolica MANIA (v.); il vescovo appare già come il futuro erede dei pieni poteri apostolici.Della I Tim. argomento principale sono gli errori, dai quali T. dovrà preservare i fedeli, le virtù necessarie nei funzionari nella Chiesa, i doveri delle varie categorie di persone. Dopo la formula d'introduzione (I, 1 sg.), Paolo ricorda a T. di averlo lasciato ad Efeso per controbattere gli eretici che ancora aderiscono alla Legge, la quale invece dopo la Redenzione non ha più motivo di essere, rimanendo solo il precetto della carità; T. agisca con decisione verso chi così fa naufragio nella fede (I, 1-20). Insista poi sulla preghiera, che dev'esser fatta anche per chi governa (o Dio vuole la salvezza di tutti); essa sarà efficace quando si eleverà da un cuore puro, dedito ai propri doveri (2, 1-15). Speciali virtù si richiedono negli episcopi, nei diaconi, nelle donne che aiutano i funzionari della Chiesa; T. vi badi quando deve decidere la scelta (3, 1-16). T. stesso dovrà prevenire, con l'insegnamento autorevole corroborato dall'esempio, gli errori presenti e futuri, guardandosene per primo con l'esercizio della pietà, tenendo destra la grazia dell'ordinazione (4, 1-16). Paolo gli dice come comportarsi con le varie categorie di fedeli, come regolarsi per l'ammissione nel gruppo delle vedove, con che riverenza deve trattare i presbiteri, ma anche quanto deve essere cauto prima di conferire loro i poteri spirituali (5, 1-25). Dovrei di alcune classi di persone, specialmente dei servi verso i padroni, soprattutto se cristiani; i ricchi si guardino dall'avarizia, radice di ogni male (6, 1-21). Qui la lettera termina improvvisamente con l'augurio: «La grazia sia con voi».
La II Tim. ha caratteristiche proprie. Con l'accento accorato del padre che lascia al figlio prediletto le ultime raccomandazioni, s. Paolo inculca a T. il dovere supremo di custodire il deposito della fede, lavorando da «buon soldato di Cristo» nella predicazione instancabile del Vangelo, e termina supplicandolo di venire presto a Roma.
Nel prologo rievoca con gratitudine a Dio la fede di T. ereditata dalla madre e dalla nonna (1, 1-5), poi lo incoraggia a prodigarsi nella propagazione del Vangelo, ravvivando i doni celesti ricevuti nell'ordinazione, senza prendere scandalo dalle prove che l'Apostolo attraversa, poiché per questo Dio ha prescelto ambedue dall'eternità (1, 5-18). Lavori dunque da buon soldato di Cristo, tenendosi lontano dalle cure mondane, lieto di rivivere le sofferenze del Signore, evitando le vane controversie, arma preferita dai seminatori di errore, ma senza stancarsi d'insegnare la verità (2, 1-26). Errori e deviazioni morali anche più gravi Paolo prevede nel futuro, ma T. non perda la fiducia nel trionfo finale, anzi lavori con ardore pensando agli insegnamenti datigli da lui con la parola e con l'esempio e specialmente servendosi delle S. Scritture, la cui efficacia è assicurata dalla loro divina ispirazione (3, 1-17). T. faccia tesoro di queste raccomandazioni: sono forse le ultime, poiché l'Apostolo prevede imminente la fine attraverso il martirio, che però considera come libazione sacrificale, termine e premio delle sue fatiche (4, 1-8c). Paolo desidera ancora rivedere T. per l'ultima volta e lo prega di venire a Roma prima dell'inverno, portando con sé Marco, che lo aiuterà ad intensificare il suo troppo limitato ministero. Ora Paolo è rimasto quasi solo: i collaboratori di prima sono lontani. Ma ormai, anche se il primo dibattito della causa si è concluso bene per lui, non si fa illusioni sulla fine prossima. Intanto, nella solitudine del freddo carcere, gli farebbe comodo il suo mantello, lasciato a Troade, e grata compagnia gli terrebbero i libri e le pergamene della S. Scrittura: e chiede di portargliele. Durante l'assenza di T. da Efeso, Tichico lo sostituirà. Seguono altre notizie minori, i saluti e la benedizione (4, 8d-22).
Anche in questa lettera (come in I Tim. 1, 15; 3, 1; 4, 9) è citata forse una delle più antiche massime cristiane, introdotta con le parole «fedele è il detto» (II Tim. 1 sg.). Dalla tradizione giudaica è invece desunto il nome dei maghi Iannes e Iambres (lat. Mambres) che si oppone a Mosè davanti al Faraone (3, 8). Con particolare forza è affermata l'ispirazione del Vecchio Testamento; unica nel Nuovo Testamento è qui la menzione della preghiera per i morti, certo già in uso tra i fedeli: l'Apostolo ne formula una commovente per il cristiano Onesiforo che l'aveva beneficato e che allora quasi certamente era già morto (1, 16-18 e 4, 19). Il tono intimo è personale della lettera è un buon argomento interno di autenticità, riconosciuto da molti accattoli; fu quasi soltanto la sua somiglianza stilistica con I Tim. a far sorgere dubbi.