TITO (TITO), SANTO

TITO (Tito), santo. - Pagano di origine e forse antiocheno, fu compagno e valido collaboratore di s. Paolo, specialmente nel pacificare la cristianità di Corinto (ca. il 57). Lasciato provvisoriamente a Creta dall'Apostolo per riorganizzare le Chiese dell'isola, fu da lui poco dopo chiamato a Nicopoli di Epiro con una breve lettera (v. Pastorali, lettere; TIMOTE, SANTO) scritta forse dalla Macedonia nel 66. Durante l'ultima prigionia di Paolo, T. si recò in Dalmazia (II Tim. 4, 9); negli anni seguenti, secondo la tradizione unanime, fu vescovo di Creta fino alla morte, avvenuta in tarda età.

Non essendo mai nominato negli Atti (omissione difficile a spiegarsi), alcuni lo identificarono con altri personaggi noti (Timoteo, Sila, Tizio Giusto), ma senza fondamento. Compare la prima volta con Paolo e Barnaba diretti a Gerusalemme per il Concilio degli Apostoli (ca. 49-50): la presenza di un cristiano esemplare, convertito dal paganesimo (forse dallo stesso Paolo, che lo dice «figlio»: Tit. 1, 4) e non circonciso, era l'espressione vivente del Vangelo libero dalla Legge (Gal. 2, 1, 3). Fu di nuovo con Paolo ad Efeso (54-58), insieme con Timoteo ed altri, però sembra con maggiore indipendenza dall'Apostolo. Dopo l'insuccesso di Timoteo e dello stesso Paolo a Corinto (v. Corinti, vol. IV, col. 553 sg), accettò di andarvi lui, forse con la lettera intermedia «delle molte lacrime», riuscendo a riportare l'ordine in quella Chiesa (II Cor. 7, 6, 13; 12, 17 sg.). Ritornava ancora a Corinto per terminare la colletta e forse latore di II Cor. Come carattere era diverso da Timoteo: forse più anziano di lui, certo più forte davanti alle difficoltà. Probabilmente era ancora con s. Paolo nel viaggio da Roma in Oriente dopo la di lui liberazione; in questo tempo fu incaricato di riorganizzare le cristianità di Creta, fondate forse da quei Cretesi convertiti in trentennio prima (Act. 2, 11). Poi seguì o raggiunse l'Apostolo, prigioniero a Roma nel 66, di dove si diresse, certo per motivi di apostolato, nella Dalmazia, ma sembra con dispiacere di Paolo, rimasto quasi solo (II Tim. 4, 9 sg.).

T. morì senza lasciare scritti; una sua pretesa lettera contro l'usanza delle «virgines subintrodotte» (D. De Bruyne, Epistula Titi, discipuli Pauli, in Revue béné-dictine, 37 [1925], pp. 47-72) è di origine priciliànista. Il Martirologio romano lo commemora il 4 genn. e il 6 febbr., giorno in cui è venerato nella Chiesa latina, dopo

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(per cortesia del sen. G. Trecrans)
Tito, santo - Incipit dell'Epistola di s. Paolo a T. Bibbia di Burso d'Este, con miniature eseguite tra il 1423 e il 1461 - Modena, Biblioteca Estense, vol. II, f. $210^{\circ}$.

che Pio IX ne introdusse la festa con decreto del 18 maggio 1854. Il suo corpo, rimasto per lungo tempo a Gortina, capoluogo di Creta, fu trasferito a Venezia nella basilica di S. Marco. Andrea vescovo di Creta (m. nel 740), ne scrisse un entusiastico elogio (PG 97, 1141-69).

LETTERA DI S. PAOLO A T. - Scritta da s. Paolo all'incirca nello stesso tempo e per le medesime necessità che la 1a a Timoteo (v.), confrontata con questa presenta un caso analogo a quello di Col. confrontata con Eph. ed è generalmente ritenuta posteriore di poco a I Tim. benché la gerarchia ecclesiastica vi si presenti meno evoluta. Secondo l'annotazione finale di alcuni codici, sarebbe stata scritta da Nicopoli, ma è forse una conferma occasionata da Tit. 3, 12; è più probabile che Paolo l'abbia scritta da qualche località della Macedonia, prima di arrivare nell'Epiro.

L'autenticità letteraria, ammessa anticamente anche da Taziano, presenta minori difficoltà di I Tim. e fu messa in dubbio solo per le affinità con quest'ultima; anche i seguaci della «teoria frammentaria» riconoscono in Tit. numerose frasi o biglietti sicuramente autentici. Nelle pastorali s. Paolo dimostra una cultura letteraria più estesa che nelle altre epistole, ed anche in questa si nota la citazione di varie fonti. Tit. 1, 12 sg. cita approvandolo un verso del poeta cretese Epimenide (sec. VI a. C.), che dice «profeta» forse perché i suoi connazionali lo ritenevano tale (Cicerone, Divin., I, 18); nonostante l'approvazione dell'aggiunto, rimane largo margine alla iperbole poetica e alle eccezioni. Tit. 3, 5-8 cita forse un inno liturgico battesimale (analogo a quello di I Tim. 3, 16; cf. I Cor. 14, 26; Eph. 5, 14, 19). È stata anche notata qualche somiglianza con I Pt., scritta intorno al tempo in cui Paolo era a Roma per la prima volta.

Il contenuto è analogo a quello di I Tim., della quale Tit. sembra un riassunto.

In forma solenne il prologo rievoca il disegno di Dio, che ha voluto servirsi di Paolo per la diffusione del Van-

TITO - TITO IMPERATORE ROMANO

Discepolo per breve tempo a Napoli presso l'olandese Van Haanen, il T. era ancora un ragazzo quando a Venezia divenne scolaro di Pompco Marino Molmenti. Ed a Venezia ebbe un primo grande successo alla Biennale del 1887 esponendo Pescheria Vecchia, oggi alla Galleria d'Arte Moderna a Roma, ove è anche La gomma. Altre sue opere quasi sempre d'ambiente veneziano, tratte dal vero o ispirate dall'estroso fantasia, sono nelle principali raccolte d'arte moderna di tutto il mondo. Infatti E. T. fu considerato fra i maggiori pittori della sua età per la spontanea larghezza nel comporre, per la facile bravura nel segnare scorci e prospettive, per l'ordine di certi squillanti accordi di colore, onde a proposito della pittura sua si può perfino riconoscere, se non proprio una derivazione, una certa aspirazione tipologica. Tali caratteri infatti il T. mostra nel dipinto della volta della chiesa degli Scalzi a Venezia (già affrescata dal Tiepolo e distrutta da una bomba austriaca nel 1917), che fu da lui composto con accenti che hanno evidenti richiami alla pittura veneziana del sec. XVIII.

Una sua famosa pala d'altare con la Deposizione dalla Croce dopo aver avuto uno dei maggiori successi all'esposizione di Roma del 1911 fu acquistata dal Museo di Buenos-Aires.

BIBL.: E. Somaré, Stor. dei pitt. ital. dell'800, Milano 1928; U. Ojetti, La pitt. ital. dell'800, 1929; A. M. Comanducci, I pitt. ital. dell'800, 1934; E. Cecchi, Pitt. ital. dell'800, 1936. Emilio Lavagnino