TOSTI, LUIGI. - Abate benedettino e storico, n. a Napoli il 13 febbr. 1811, m. a Montecassino il 21 sett. 1897. Compiuti i suoi studi a Montecassino, vi si fece monaco, pronunciando i voti nel febbr. 1832.
Professore di matematica e fisica e poi di teologia nelle scuole dell'abbazia cassinese, attese contemporaneamente a studi storici, dando alle stampe nel 1842 una Storia di Montecassino che gli era costata lunghi anni di ricerche. Divisò anche la pubblicazione di una rivista storico-letteraria, L'Ateneo italiano, a cui avrebbero dovuto collaborare i migliori scrittori italiani del tempo, ma la censura borbonica negò l'autorizzazione, preoccupata dallo spirito patriottico che pervadeva la Storia del T. Nel giro di pochi anni egli dettò una Storia di Bonifacio VIII, una Storia della Lega Lombarda, un Salterio del soldato e, nel 1848, uno scritto d'occasione Il Veggente del sec. XIX, per esaltare il programma neoguelfo del Gioberti di una federazione italiana sotto la presidenza del Papa.
Nel 1849 si rivolse direttamente a Pio IX, allora esule a Gaeta, perché tornasse a Roma spontaneamente, quale
S. Francesco a Ripa e di S. Bonaventura al Palatino; si occupò intensamente dei lavori della Commissione per la riedificazione della basilica di S. Paolo ed assicurò per munificenza di Gregorio XVI (1839) alla Calcografia camerale la splendida collezione delle incisioni del Piranesi possedute dai fratelli Firmin Didot di Parigi. A sua iniziativa si devono inoltre la costruzione della Passeggiata di Ripetta, del Palazzo delegatizio di Frosinone,
pastore universale delle anime, rinunciando al potere temporale; trattò, non autorizzato, con il ministro di Francia per evitare la spedizione militare contro la Repubblica romana e si illuse di potersi fare mediatore tra il Pontefice e il Mazzini: per la quale attività essendo venuto in sospetto delle autorità napoletane, dovè trasferirsi alcun tempo in Toscana. Rientrato a Montecassino, pubblicò successivamente, fra il 1850 e il 1860, un volume su Abelardo, la Storia del Concilio di Costanza, la Storia dello scisma greco, La Contessa Matilde e i Pontefici romani, i Prolegomeni alla st. univ. della Chiesa, ed i Ricordi biblici. Dopo l'annessione del Mezzogiorno al Regno d'Italia - da lui salutata con il più vivo entusiasmo - il T. cominciò ad adoperarsi per quello che rimase poi l'ideale supremo della sua vita, la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa. Il primo tentativo, compiuto nel 1861 tramite Costantino Nigra e del quale si interessò anche il Cavour, non ebbe risultato, ma non per questo egli rinunziò ai suoi sforzi e li rinnovò nel 1863, nel 1865 (in occasione della missione Vegezzi a Roma per la soluzione del problema dalle sedi vacanti nell'episcopato italiano) e poi ancora nel 1868, all'epoca del matrimonio del principe Umberto con Margherita. Il T. era dell'avviso che per risolvere la questione romana bastasse - fuori di ogni trattativa politica - favorire un incontro personale tra il Pontefice e il Re, possibilmente nel mistico ambiente di Montecassino. Romantico sogno, al quale tornò anche nel 1878, quando annodò trattative con Benedetto Cairoli, succeduto al Depretis nella presidenza del Consiglio. Punto scoraggiato dal fallimento del nuovo tentativo - che apparve peraltro più serio dei precedenti per l'interessamento del primo ministro e per la partecipazione ai negoziati dell'abate Pappalettere, priore di S. Nicola di Bari - egli legò il suo nome all'episodio più clamoroso della storia della questione romana, quello del 1887, che gli dette rinomanza internazionale. Togliendo motivo dall'allocuzione di Leone XIII del 28 febbr., dove ci si augurava «che si volesse e si sapesse finalmente fare ragione alle giuste rivendicazioni (della Sede Apostolica)», il T. pubblicò nel maggio il famoso opuscolo La Conciliazione, auspicando il ristabilirsi della pace tra il Vaticano e il Quirinale in occasione del giubileo sacerdotale del Pontefice, che sarebbe stato celebrato l'anno successivo. L'opuscolo, che - secondo fu rivelato più tardi - era stato discusso dal T. con Francesco Crispi, allora al potere, e si disse, sebbene a torto, autorizzato dallo stesso Leone XIII, destò un'impressione enorme in tutta Italia: tanto più vasta e favorevole, in quanto pochi giorni più tardi (23 maggio) il Papa esprimeva in Conciatori il voto che fosse «finalmente tolto di mezzo il funesto dissidio (dell'Italia) con il Romano Pontefice, restando però incolumi la giustizia e la dignità della Sede Apostolica». Ma le speranze allora suscitate andarono ben presto frustrate così dall'agitarsi della massoneria nella stampa e nel Parlamento, come anche dall'intransigenza di taluni ambienti ecclesiastici, che trovarono vigoroso appoggio - a quanto apparve - nell'azione diplomatica di qualche potenza (specie la Francia), avversa alla composizione del dissidio fra Stato e Chiesa. Segui nel luglio una netta presa di posizione vaticana che sconfessava l'opuscolo del T., il quale disciplinatamente si sottomise, rassegnando le dimissioni - che però il Papa respinse - da vice archivista di S. R. C. Dal canto suo il Crispi si abbandonò a misure inique contro il pontificato (destituzione telegrafica del sindaco di Roma, Torlonia, che aveva portato al cardinal vicario gli auguri della cittadinanza per il giubileo papale, ecc.) e la frattura fra Stato e Chiesa tornò a farsi particolarmente acuta.
Il T. riprese i suoi studi e scrisse una Vita di s. Benedetto, che fu l'ultima delle sue opere. Ma di nuovo persegui il suo ideale di pacificazione nel 1890, rivolgendosi a mons. STROSSMAYER, JOSIP JURAJ (v.) perché suggerisse al Vaticano l'opportunità di stipulare un Trattato con l'Italia sotto gli auspici degli Imperi centrali. La scomparsa del T., seguita nel 1897, fu salutata con commozione dalla stampa di tutti i partiti per il merito che egli si era acquistato mantenendo viva negli Italiani la fede nella possibilità di una conciliazione fra Chiesa e Stato.