TRASFIGURAZIONE (GR. ΜΕΤΑΜΌΡΦΩΣΙΣ).

TRASFIGURAZIONE (gr. μεταμόρφωσις).

I. L'AVVENIMENTO

Apparizione miracolosa di Gesù
Cristo, verso la fine della sua predicazione, ai tre di-
scopoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, in
forma gloriosa.

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(per costasia detto sig.na
Trapani, diocesi di - Statua di Maria S.ma conservata nel santuario dei-

L'avvenimento è descritto con molti particolari
dai Vangeli Sinottici, ognuno dei quali mostra caratteri-
stiche proprie, pur concordando nella sostanza del fatto.
I tre Apostoli furono colpiti non solo dallo splendore
delle vesti di Gesù, ma anche dalla presenza di Elia e
Mosè, che udirono parlare, e dalla voce misteriosa che at-
traverso una nube proferì le parole: «Questo è il mio
Figlio diletto (Mt. aggiunge «nel quale mi sono compia-
ciuto»), ascoltatelo». Discendendo dal monte, Gesù ri-
chiede agli Apostoli il silenzio su quanto hanno veduto
e sentito. Lc. 9, 28-36 limita qui il suo racconto; mentre
Mt. 17, 1-13, con Mc. 9, 1-12, vi aggiunge la questione,
suscitata dai discepoli, sulla seconda venuta di Elia. Gesù
spiega che la missione di questo profeta è stata già svolta
da Giovanni Battista.

L'avvenimento della T. è ricordato anche da II Pt.
1, 16-18, ove si afferma che i tre Apostoli poterono con-
templare «la grandiosa manifestazione» (μεγαλειστής) e
che udirono le parole del Padre celeste. Dall'antitesi pao-
lina (Phil. 2, 6) fra la «forma di Dio» (μορφή τοῦ Θεοῦ)
e la «forma dello schiavo» (μορφή τοῦ δούλου) e dalle
varie affermazioni degli Evangelisti bisogna concludere
che da tutto l'insieme risultava la presenza di una na-
tura divina. Il fenomeno è descritto in relazione all'im-
pressione prodotta sugli Apostoli. Non si richiede affatto
che fosse venuta meno la natura umana (cf. Giovanni Da-
masceno, Hom. in Transfig. Domini, 12; PG 96, 564;
s. Tommaso, Sum. Theol., 3ª, q. 45, a. 2). Con la T.
Gesù confermò la confessione di Pietro, confortò gli Apo-
stoli, ai quali poco prima aveva preannunciato la sua pas-
sione e morte, mostrò la superiorità propria e del Vangelo
rispetto ai più famosi personaggi antichi ed alla legge mo-
saica. Manifestò la sua divinità, mentre le parole del Padre
ne affermarono la filiazione eterna, reale, trascendente.

Tutti gli esegui anteriori al razionalismo biblico
ammettono l'autenticità del racconto e la realtà oggettiva
del miracolo. Quanti non credono al soprannaturale ne
dànno una spiegazione «naturalistica» (Paulus, Spitta,
Schleiermacher), attribuendo magari una grande parte
all'illusione degli Apostoli (Neander, Gratz, Blek, Weiz-
säcker, B. Weiss, A. Reville, A. Harnack, Ed. Meyer),
oppure ricorrono ad un «mito», dovuto ad influssi ebraici
(Strauss, De Wette, Reisenfeld). greci (Lohmeyer, W.
Bousset) o indiani (Seydel, Van den Bergh van Eysinga).

Bibl.: J.-M. Vosté, De Baptismo, Tentazione et Transfigu- ratione Iesu, Roma 1934, pp. 115-67; J. Blinzler, Die neutesta- mentlichen Berichte über die Verklärung Jesu, Münster 1937; J. Holler, Die Verklärung Jesu, Frührgörn Nr. 1937; E. Dabrowski, La Transfiguration de Jésus, Roma 1939; H. Riesenfeld, Jésus transfiguré. L'arrivée plan du récit évangélique de la Transfigura- tion de Notre-Seigneur, Lund 1947. Angelo Penna

II. L. LUOGO DELLA T. - Il luogo del mistero della
T. è indicato dagli evangelisti sinottici sopra «un
monte» (Lc. 9, 28) «alto» (Mt. 17, 1; Mc. 9, 1) e
detto da s. Pietro, testimone oculare, «santo» (II Pt.
1, 18), senza esserne specificato né il nome, né la
posizione topografica. Eusebio, che raccolse le tra-
dizioni locali della Palestina, si mostrò perplesso sul
sito della T. Spiegando Ps. 88, 13 «Il Thabor e
l'Hermon esulteranno...» (PG 13, 1092) scrive: «Io
penso che su queste monagne ebbero luogo le T.
straordinarie del nostro Salvatore»; nell'Oinomasticon,
descrivendo i due monti, non vi fa alcuna allusione.
Una tradizione del sec. IV (il testo di Seleca in Psalmus
attribuito ad Origene, che afferma la T. sul Monte
Thabor, non sembra autentico: cf. R. Devreesse, in
DBs, I, coll. 1120-22), costante sino ad oggi, rico-
nosce il Thabor come «il monte santo della T.».

Il primo teste è s. Cirillo di Gerusalemme, m. nel
386 (PG 33, 743-44), seguito da s. Girolamo, il quale, de-
scrivendo l'itinerario di s. Paola, dice che essa «san-
debat Montem Thabor, in quo transfiguratus est Domi-
nus» (PL 22, 889, cf. 491). Alcuni autori moderni, sia
cattolici sia protestanti, hanno preferito il Monte Hermon,
per i motivi che esso è nella regione di Cesarea di Filippo
dove si trovava Gesù, è il monte più alto (2759 m.),

(fot.

Article illustration
(Par. Alivarti)
TrasfiguraZIONe - La T., dipinto di Raffaello (1217-20), Roma, Pinacoteca Vaticana.
Alinari)

TRASFIGURAZIONE - La T., dipinto di Raffaello (1517-20).
Roma, Pinacoteca Vaticana.

e perché la neve che ne ricopre la cima offre analogia
con il candore delle vesti del Trasfigurato. Ma in favore
del Thabor si fa osservare che «il viaggio di una setti-
mana» sarebbe troppo lungo per raggiungere l'Hermon,
sufficiente, invece, per andare da Cesarea di Filippo al
Thabor; che, disceso dal monte, Gesù trovò una folla
di Giudei intorno all'epitelio che i discepoli non ave-
vano potuto guarire; ma ai piedi dell'Hermon non avrebbe
trovato che pagani. Thabor (v.), alto 588 m. e isolato
sulla vasta piana di Esdrelon, appare come alta montagna.
Si obietta pure che, essendo la cima occupata da una for-
tezza, non era un luogo isolato; ma la fortezza fu messa in
stato di difesa da Flavio Giuseppe, al tempo della rivolta
dei Giudei contro Roma nel 67 a. C. (Bell. Iud., I, 8).

La storia del monte dal sec. IV si confonde con quella
del Santuario, sorto a ricordo del mistero. L'anonimo pel-
legrino di Piacenza (570) vi trova tre basiliche in ricordo
dei tre padiglioni menzionati da s. Pietro, e Arculfo (670)
vi nota un gran numero di monaci («monachorum
inest grande monasterium et plurimae eorundem cellu-
la»). Nell'808 il Commemoratorium de casis Dei parla
del vescovato del Thabor con 18 monaci al servizio di
chiese. Nel 1100 vi si insediò una comunità di Bene-
dettini, che Tancredi, principe di Galilea, dotò di grandi
rendite. Nel 1113 vi furono trucidati dai Turchi 72 be-
nedettini, ma una nuova comunità ripopolò le rovine,
ricostruendo e fortificando il monastero e completando
i lavori della Chiesa. La comunità tenne fronte nel 1183
a Saladino, mentre il convento greco fu spogliato e saccheg-
giato, ma dopo la sconfitta crociata di Haftin (1187)
anche i Benedettini dovettero abbandonarlo.

Il sultano al-Malik al-'Adil vi fece ricostruire una
fortezza, terminata nel 1212 e per suo ordine abbattuta
nel 1218. Trasferiti da Alessandro IV nel 1255 all'Ordine
ospitaliero, chiesa ed edifici religiosi furono rovinati
dalla campagna di Bajbars nel 1263. Il luogo, rimasto nel-

l' abbandono per più di 4 secoli, era visitato da pellegrini, accompagnati dai Francescani di Nazareth; fu da questi acquistato nel 1631; ma solo nel 1924, sopra i ruderi delle antiche chiese, rialzate nello stesso luogo, la Custodia di Terra Santa fece risorgere la magnifica Basilica (architetto A. Barluzzi).

BIBL.: Bernabé d'Alsace (Meistermann), Le Mont Thabor. Parigi 1900; D. Baldi, Enchiridion Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935, nn. 490-529.

III. LA FESTA LITURGICA DELLA T

La festa della T. si celebra oggi nella Chiesa latina il 6 agosto con rito doppio di II classe. La messa ha Ormus di magnifica composizione, l'Ufficio una salmodia proprio ed è di un tono molto solenne.

La pericope di Matteo (17. 1-8), l'unica che è entrata nell'uso liturgico, si legge anche il sabato delle Tempora di Quaresima, e la domenica seguente. È orato, o almeno molto equivoco, parlare di una festa della T. celebrata nel sec. v dalla Chiesa romana in Quaresima, che poi sarebbe stata trasportata fuori del tempo quaresimale: si tratta della lettura di una delle tante pericopi quaresimali a scopo puramente dottrinale, nel quadro dell'istruzione di Quaresima che si concentra sull'idea della redenzione che è il trapasso dallo stato di peccato a quello di Grazia, mediante la partecipazione alla Passione e Morte di Cristo. L'episodio della T. che rivela lo stato finale di gloria di Cristo e, con lui, degli eletti, viene unito dallo stesso Signore alla sua Passione, nelle parole che concludono l'episodio stesso. Il sermone di s. Leone Magno, tenuto in questo sabato (la messa domenicale è posteriore; al suo tempo era ancora all'urgica; o meglio, la messa terminale della veglia del sabato cadeva già nella stessa domenica), non è un sermone festivo, ma uno della serie di sermoni quaresimali, forse più solenne e lungo, perché pronunziato nella veglia delle Tempora (Serm., 51: PL 54, 308-13). I sermoni dei Padri greci fanno in genere parte dell'esposizione corrente evangelica, come il celebre sermone di s. Giovanni Crisostomo, Hom. 75 in Matth. (PG 57, 549 sgg.).

Nell'Oriente però, a parte e fuori della Quaresima, la T. appare presto come oggetto di una vera festa liturgica. Gli Armeni riconducono detta festa (celebrata la domenica VII dopo Pentecoste) direttamente al loro illuminatore, s. Gregorio (sec. IV), il quale avrebbe sostituito la festa popolare della Venere e Rosa flamma e con quella della festa del Signore glorificato; così il meno vuole nel sec. VII la tradizione, conservata da Gregorio Arhauni (690 ca). Poco dopo (sec. V-VI), i Nestoriani del regno dei Sassanidi la celebrano come festa dei tabernacoli. In Etiopia appare nello stesso tempo, in data 13 ag.

Per trovare (con grande probabilità) la ragione della data più usuale, 6 ag., occorre tornare sullo stesso monte Thabor, ritenuto molto presto come luogo della T. (Origene). Anche se la notizia della fondazione di una chiesa (oratorio) sul detto monte da s. Elena non pare accertata, nondimeno esisteva un oratorio, se non una basilica, sulla vetta del Thabor sin dal sec. IV; il vescovo di certo con sede sul Thabor nel 553, dal V Concilio di Costantinopoli, contribuì alla formazione di un gruppo di chiese, oratori, monasteri, come lo vide l'Anonimo Piacentino nel 570.

Ora, la data del 6 ag. si spiegherebbe come data della consacrazione della chiesa episcopale, e del suo anniversario. Comunque sia, anche in Occidente appaiono tracce di una festa della T. molto presto, ma con date non sempre certe. Nella Spagna visigotica la festa venne celebrata il 6 ag., come assicura s. Isidoro (anzi, si celebrava tra Messe, come al Natale). Nel Martiriolo di Varsavia fu il 874, la festa si trova alla stessa data. Vari calendari di S. Gallo, Tegernsee, Colonia dei secc. VIII-XI, hanno la festa alle date 27 luglio, 5, 6, 8 ag.; il Calendario autografo di S. Villibrordo (702-706) al 27 luglio. Durante il medioevo la T. si solennizza in vari luoghi, e a date diverse; alla fine del medioevo, per dare qualche cenno, a Meissen si celebrava la festa il 17 marzo (era rimasta nella vicinanza del sabato delle Tempora); il 26 ag. a Passavia, il 3 sett. a Halberstadt, ecc.

La festa della T. dunque, specialmente verso la fine del medioevo, non era più ignota; ma la sua estensione ufficiale a tutta la Chiesa e l'unificazione della data è legata al pontificato di Callisto III, il Papa catalano che si dedicò con tanta forza alla lotta contro i Turchi. La notizia della vittoria di Belgrado da parte delle armi cristiane (21 e 22 luglio 1456), giuntagli in data 6 ag., fu l'occasione per elevare la festa della T. al rito di duplex e di imporla a tutta la Chiesa. Callisto lo fece con la bella Inter divinae dispositionis arcana, in data 6 ag. 1457 (Bull. Rom., ed. Cocquelin, III, 3, Roma 1743, pp. 85-88) e con una serie di brevi ai principi delle maggiore rilievo a questa imposizione liturgica. La data del 6 ag. fu scelta perché era già in uso come data principale della festa e per la bella coincidenza sopra ricordata. Callisto III fece comporre dal domenicano Giacomo Gil un ufficio nuovo che fu però in parte (lezioni, inni) cambiato da Pio V. rito, da lui introdotto, di dupl. maius; Pio X, nella riforma del 1911-13, elevò la festa al rito attuale, soprattutto perché festa titolare della Basilica Lateranense, capo e madre di tutte le chiese del mondo. Infatti, la T. viene ripetuta come festa titolare di tutte le chiese dedicate al Salvatore, senz'altro titolo particolare.

Tra i vari usi liturgici-popolari è da notare che in certi luoghi si usava in questa festa spegnere il primo grappolo d'uva rosso, per mescerne il sugo con il vino della Messa, in ricordo della luce emanata nella T. dal corpo glorificato del Signore.

BIBL.: N. Nilles, Kalend. man. utriusque ecc., I, Innsbruck 1896, pp. 235-38; II, 187, 1897, pp. 562, 588; A. Baumstark, Festbrevier u. Kirchenjahr der syr. Jakobiten, Paderborn 1910, p. 261; K. Kastner, Praktischer Brevierkomment, II, Breslava 1924, pp. 237-40; F. G. Holweck, Calend. lit. fest. Dei..., Philadelphia 1925 (v. indice); Martyr. Romanum, p. 325; E. Munding, Die Kalendarien V. St. Gallen, II, Beuron 1951, p. 88.

Giuseppe Löw

IV. ARCHEOLOGIA

S. Agostino insegna che nella T. Gesù Cristo significa il Vangelo che riceve la sua testimonianza dalla legge rappresentata da Mosè e dai Profeti, raffigurati da Elia (Tractatus XVII in Evangelium Iohannis: PL 35, 1529). Nel ciclo della Basilica Ambrosiana a Milano si trovava rappresentata la T. accompagnata dal distico: «Maiestate Sua rutilans sapientia vibrat discipulisque Ducem si possint cernere monstrat» (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, Roma 1888, p. 242; S. Merkle, Die Ambrosianischen Tituli, in Römische Quartalschrift, 10 (1896), p. 214). La scena si trova raffigurata anche in avori, dalla cassetta della Lipsanoteca di Brescia, ad un avorio già Barberini, ad un altro del British Museum. A Ravenna nel museo abside di S. Apollinare in Classe in luogo del Redentore è la croce gemmata tra Mosè ed Elia; in basso tre Apostoli sono simboleggiati da tre angeli. R. Garrucci riconosce la rappresentazione in una miniatura dell'Evangelio di Rabbulla dell'anno 586 (Storia dell'arte crist., Prato 1873-81, tav. 133, 1). Nel museo sull'arco trionfale dei SS. Nereo e Achilleo (795-816) Gesù Cristo in una mandorla a fondo azzurro in tunica, pallio, nimbo crucigero, destra in gesto oratorio, sinistra con rotolo; a destra e a sinistra più piccoli Elia vecchio, Mosè giovane, prostrati e nimbati i tre Apostoli. Di poco posteriore è la scena nella cappella di S. Zenone in S. Prassede (817-24). In Milano la scena della T. fu rappresentata nell'altare di Volvinio in S. Ambrogio (824-59) secondo il tipo bizantino. Nel manoscritto greco delle omelie di S. Gregorio di Nazianzo, al sermone ottavo, fol. 75, Gesù è sul monte con nimbo aureo, tunica azzurra listata di porpora, fa il gesto oratorio con la destra, mentre con la sinistra stringe il volume; a destra è Mosè giovane, imberbe, a sinistra Elia anziano barbato. La scena è indicata dall'iscrizione in lettere unciali: «Η αγία μεταμόρφωσις. Ai piedi del monte e di due palme sono

Pietro, Giovanni e Giacomo. Alla miniatura è ispirata la scena nel calendario musivo del Tesoro di S. Giovanni in Firenze (sec. X), come pure nella miniatura del sec. X del cod. Greco 1156 della Biblioteca Vaticana e in un museo portatile del Museo del Louvre a Parigi. Dello stesso tipo è la rappresentazione nella cappella di S. Caterina al monte Sinai e in un evangelario di Iviron al monte Athos.

Bibl.: Ch. Diehl, Iustinian et la civilisation byzant. au VIe siècle, Parigi 1901, fig. 107, p. 295; A. De Waal, Zur Inhoorg. der Transfiguratio in der alt. Kunst, in Römische Quartalschrift, 16 (1902), pp. 25-40; S. Vailhé, in Revue de l'Orient chrét., 2a serie, 2 (1907), pp. 96-98; A. Wilmart, T., in Bull. ancl. littér. chrét., 1911, pp. 282-92; J. Herwegen, in Festschr. Georg von Hertling, 1913; G. Millet, Rech. sur l'inconnu. de l'Evang., Parigi 1916, pp. 216-31; O. Wulff, Altehrst. und Byzant. Kunst, II, Berlin 1922, p. 419, fig. 364; V. Benesevic, in Byzantion, 1 (1924), pp. 145-72; G. Mesini, La T. a S. Apollinare nel mosaico della Basilica Clasente, in Illustraz. Vat., 5 (1934), pp. 661-64; L. Prévost, Le Sinai hier., aujourd'hui : étude topogr., bibl., histor., archéol., Parigi s. d. (1937), pp. 94-97.

V. Arte

A quanto pare, la mandorla raffigurata nel museo dei SS. Nero e Achilleo sarebbe la più antica finora conosciuta e l'uso che se ne fece in seguito nelle sacre rappresentazioni, fino al sec. XVI, sarebbe da considerarsi derivato dalla iconografia della T. e anche dell'Ascensione di Cristo.

Lo schema iconografico della T. nella cosiddetta dalmatica di Carlomagno, finissimo ricamo orientale, della fine del Duecento, nel Tesoro della Basilica Vaticana (riprodotta alla voce HIZANTINA ARTE) non si scosta sostanzialmente da quello del manoscritto delle omelie di S. Gregorio di Nazianzo. Cristo si vede nella parte alta della scena fiancheggiato ad una certa distanza dai due profeti, presentati di profilo, mentre in basso sono tre Apostoli abbagliati dal candore divino. Tale disposizione iconografica si stabilirà poi in tutte le raffigurazioni della T. di Cristo. Fra esse si ricordano, come esempio tipico per l'arte trecentesca, una formella dipinta da Taddeo Gaddi, alla Accademia a Firenze, e per l'arte della prima metà del Quattrocento una formella in bronzo di Lorenzo Ghiberti, nella prima porta del Battistero fiorentino. Il Beato Angelico affresco, in una cella del convento di S. Marco a Firenze, una T. dove il Cristo è presentato con geniale semplicità; le figure dei due profeti, ed anche della Vergine e di S. Domenico, che assistono qui al S. Mistero, sono appena segnate ai lati. Il modello dell'Angelico venne imitato dopo alcuni anni da Alessio Baldovinetti, negli sportelli dipinti per l'armadio della S.ma Annunziata, ora nel Museo di S. Marco a Firenze. Alla soglia del '500 Giovanni Bellini dipinse la bellissima T. del Museo nazionale di Napoli, mentre il Perugino ne affrescava la rappresentazione sulle pareti del Collegio del Cambio a Perugia, seguendo più rigorosamente lo schema iconografico tradizionale. La più famosa rappresentazione della T. di Cristo è quella di Raffaello, nella Pinacoteca Vaticana. Questa grandiosa opera, rimasta incompiuta alla morte del maestro, e condotta a termine nella sua parte bassa da Giulio Romano e da Giovanni Penni, nella rappresentazione del popolo che assiste al divino mistero appare una libera innovazione iconografica, certo dovuta al genio dell'Urbinate. Il maestro fiammingo Gerard David dipinse in un notevole pannello della chiesa di Maria Vergine a Bruges, nei primi anni del Cinquecento, una T. di Cristo, dove allo schema iconografico tradizionale venne aggiunta la figura benedicente del Padre Eterno, posta in alto tra le nuvole, al di sopra della candida figura di Cristo. — Vedi tav. XLV.

Bibl.: K. Künstle, Ikonogr. der Christl. Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 403-408.