TRITESI-MO. - Dal gr. «πρ» = «τ» e «Θ» = «Ό»; tendenza di alcuni teologi che nell'esplicazione del mistero della Trinità giungono ad ammettere in Dio non soltanto tre distinte persone, ma anche diverse nature.
Il t. compare, la prima volta, a quanto sembra, nel sec. VI in Oriente, Giovanni Filopono (v.) il quale per difendere il monofisismo identificava i termini «persona» e «natura» e pertanto essendovi in Dio tre persone realmente distinte, veniva ad ammettere anche tre nature. Nonostante ciò, egli rifiutò sempre energicamente di parlare di tre divinità (cf. Timoteo, De recept. haeret.: PG 86, 60).
Si riscontra ancora il t. nelle sue conseguenze, se non nella sua vera forma, ROSSI, PELLEGRINO (v.), e presso il realista esagerato Gilberto Porrettano (v.), per i nominalisti, non esistono che le sostanze individuali e concrete, non le entità comuni e astratte. Questa concezione spinse Rosselino alle medesime conclusioni del Filopono. Il t. di Rosselino, combattuto con logica stringente da s. Anselmo e da Abelardo, fu condannato nel Concilio di Soissons (1092). Per i realisti esagerati, invece, esiste l'universale in sé. Coerentemente a questo principio, Gilberto Porrettano riteneva che le tre persone divine si distinguessero realmente non solo tra loro, ma anche dalla essenza; ne derivava pertanto una quaternità, dato che l'essenza divina veniva così ad avere un'esistenza propria. La sua dottrina fu combattuta da s. Bernardo di Chiaravalle e condannata nel 1148 dal Concilio di Reims (cf. Denz-U, 389). Una specie di t. fu Gioachino da Fiore (v.). Pietro Lombardo (v.), cui rimproverava di avere introdotto una quaternità in Dio, Gioachino da Fiore negò una natura comune alle tre persone divine, secondo i principi del nominalismo, e attribuiva per conseguenza ad esse una unità puramente collettiva e morale. Poiché il suo Libellus de essentia Trinitatis contra Lombardum è andato perduto, il suo errore risulta dalla condanna del Concilio Lateranense IV del 1215 (cf. Denz-U, 431-33).
Verso la metà del sec. XIX, A. Günther (v.) cercò di applicare al mistero della S.ma Trinità i presupposti della filosofia hegeliana, partendo dalla identificazione dei concetti di personalità e di autocoscienza. La sua dottrina fu condannata da Pio IX nel 1857 (cf. Denz-U, 1655).