UFFICIO DIVINO (Officium ecclesiasticum; hora; horae canonicae; preces horariae; opus Dei; opus divinum, cursus). — Con questi termini si designa l'officiatura divina (escluso il sacrificio), con la quale la Chiesa, ministra del culto pubblico, intende onorare Dio ogni giorno in determinate ore diurne e notturne. Di sua natura pubblico, questo compito è affidato in diverso grado ai chierici e ai Religiose; essi pregando in nome e nella forma prescritta dalla Chiesa compiono un U. d. pubblico.
Da tempo secondo la disciplina canonica l'U. d. si compone di otto ore canoniche, denominate in base al rapporto che avevano secondo l'antico uso, ai principali momenti della giornata e della notte. Il Matutino, che si soleva recitare di notte, come è tuttora uso presso alcuni istituti religiosi, si dice ora notturna; le altre ore, diurne, sono: le Lodi (da recarsi allo spuntare del sole), Prima (alle 6, inizio del lavoro quotidiano), Terza (alle 9), Sesta (alle 12), Nona (alle 15), Vespro (al tramonto), Compieta (prima del riposo). Il Matutino, le Lodi, il Vespro si dicono Ore maggiori, per ragione del loro sviluppo più ampio; le altre ore: Ore minori (v. alle singole voci).
Benché di sua natura pubblica, la recita delle ore canoniche può essere privata o corale.
1. Recita privata
È obbligatoria per tutti i chierici, anche censurati, in sacris; per qualunque chierico beneficiario; per tutti i Religiosi non conversi solennemente professi negli istituti maschili o femminili, in cui sia obbligatoria l'officiatura corale (cann. 135, 1475, 610). Prima del CIC per i chierici l'obbligo nasceva dalla consuetudine.L'obbligo è grave; si considera grave la quantità di un'ora minore e corrispondente (si esclude il Vespro del Sabato Santo); l'omissione però di tutto l'U. del giorno costituisce una sola colpa, naturalmente più grave.
L'obbligo è grave anche riguardo ad alcune particolarità: 1) nella Chiesa occidentale è obbligatoria la lingua latina sotto la pena di nullità; 2) la disposizione deve seguire il calendario del giorno, salvo l'errore soggettivo (officium pro officio valet, e probabilmente anche hora pro hora, supposta la quantità presso a poco eguale). Chi dicesse qualche volta scientemente un U. per un altro di quantità presso a poco eguale, commette colpa leggera. Anticipata per errore un'officiatura, al tempo debito si ripete, senza errare di nuovo, riassumendo l'officiatura omessa; 3) la recita deve essere pure vocale, emettendo le singole sillabe, anche se la persona non le percepisca con le orecchie. Per alcuni istituti religiosi è discusso il privilegio della recita mentale; 4) la recita deve essere atto umano, ad valorem; basta tuttavia l'attenzione esterna (che esclude solo come incompatibili le occupazioni esterne opposte alla recita vocale), mentre l'attenzione interna (assenza di distrazioni), pur lodevole, a meno che la recita non divenga meccanica, non è richiesta; la distrazione, se è avvertita, può essere colpa leggera. Per favorire l'attenzione interna alla recita dinanzi al Santissimo sono annesse particolari indulgenze (Enchiridion Indulgentiarum, Roma 1952, nn. 731, 736); 5) la recita deve farsi entro le 24 ore, da mezzanotte a mezzanotte (pondus diei), a norma del can. 33 § 1. Il Matutino con le Lodi può anticiparsi al pomeriggio dopo le 14 (S. Congr. Rituum, 22 maggio 1905); chi prevede per il giorno seguente qualche impedimento, non è obbligato ad anticipare la recita. Per i sacerdoti il messaggio della recita del Matutino con le Lodi, prima della eventuale celebrazione della Messa; probabilmente è rubrica solo direttiva, e non precettiva. Lodevole è la recita in mattinata delle prime quattro ore minori e del Vespro nei giorni feriali di Quaresima; nel pomeriggio la recita del Vespro e Compieta. Chi prevede un impedimento nel resto del giorno, deve anticipare la recita. L'obbligo cessa a norma delle regole comuni (im-
possibilità fisica, grave impedimento o incomodo, più urgenti occupazioni di culto, di ministero o di carità, dispensa legittima).
2. Recita corale
L’obbligo è grave per ciascun Capitolo (cattedrale o collegiale); per tutti i singoli chierici, investiti di beneficio corale; per tutte le case religiose maschili o femminili, canonicamente erette con almeno 4 religiosi (non conversi) liberi, negli istituti in cui vige l’obbligo del coro (cann. 413 sg.; 1472 sg.; 610). Per legge di fondazione, per indulto apostolico si danno in merito riduzioni.V’è differenza fra l’obbligo dei canonici e beneficiani e quello dei religiosi; nei primi l’obbligo è collegiale e personale insieme, grava cioè sul Capitolo come tale e insieme sui singoli membri, negli istituti religiosi grava direttamente sulla comunità.
1) L’obbligo è reale, in quanto impone l’esecuzione effettiva e completa nel modo e nella forma prescritte dalla Chiesa. È locale, da assolversi nel luogo sacro (chiesa) in cui ha sede la persona morale; fuori di esso, anche se riuniti insieme, i membri non adempiono l’onore, probabilmente lecita la recita in luogo congiunto alla Chiesa (sagristia, penitenzieria). Deve essere quotidiana; in alcuni Capitoli invece del servizio pieno (intervento di tutti i membri non legittimamente impediti) si ha il servizio per turno, per concessione della S. Sede; di solito si escludono le solennità maggiori. Nella comunità religiosa, gravando l’onore non sui singoli, non si può parlare di servizio per turno; ma specialmente per i luoghi di studio i Superiori, a norma del can. 589 § 2, possono disporre in merito; 2) l’obbligo è grave per il Superiore (vescovo), che deve curare questo onore, quotidiano, imposto dalla legge canonica, e per i singoli beneficiari non legittimamente esenti, trattandosi di onere personale. La gravità dell’officialità corale non è da computarsi come quella della recita privata; l’omissione sporadica di un’oranza canonica non si ritiene grave; per il beneficiario si richiede l’assenza illegittima di una settimana. V’è in merito la sanzione doppia dei cann. 1475 e 2381 (non facti fructus suos, eventuale privazione del beneficio). Per i religiosi i superiori devono vigilare l’esecuzione dell’onere, supposta la presenza di almeno 4 religiosi non legittimamente impediti; non devono però notevolmente spostare l’orario, essendo obbligo divisibile; in modo che non potendosi recitare a suo tempo qualche ora canonica non v’è stretto obbligo della stessa. Per i singoli religiosi l’obbligo è per sé leggero, diviene grave in caso di scandalo, di precetto del superiore, di recita corale impossibilitata per la loro assenza; 3) in quanto vocale deve farsi nelle parti prescritte (inni, salmi, ecc.) alternativamente, e in modo intelligibile, anche se qualche corale non si faccia udire dall’altro coro. La recita per i canonici dovrebbe essere in canto; tale prescrizione si interpreta in senso lato per recita a voce alta, distinta e intelligibile; 4) si deve inoltre seguire l’ordine segnato nel Breviario e calendario (l’inversione senza causa proporzionale di qualche ora canonica è colpa lieve) e mantenere il tempo liturgico. Il Mattutino con le Lodi per sé va detto fra mezzanotte e il mezzogiorno; per indulto, dispensato o consuetudine può anticiparsi dopo la metà del pomeriggio (quindi il tempo varia secondo i mesi); le Ore canoniche minori in mattinata, interponendo la Messa a norma delle rubriche; il Vespro nei giorni feriali di Quaresima si anticipa prima di pranzo, nel resto dell’anno si dice nel pomeriggio; così pure la Compianta; 5) le cause scusanti dalla recita corale: per i Capitoli sono l’indulto, l’incomodo grave pubblico; per i Religiosi si aggiunge la deficienza del numero; per i singoli beneficiari, le vacanze a norma del can. 418, la sostituzione (can. 419), speciali incarichi per la diocesi (can. 420 sg.), la giubilazione (can. 422); per i singoli religiosi, la dispensa, il privilegio, l’incomodo grave.
I. STORIA DELLE ORE LITURGICHE
I. *Le Ore private dei tre primi secoli.* – Dalla S. Scrittura appare che gli Apostoli per la loro orazione seguivano i tempi usati già nella sinagoga, cioè l’ora terza (Act. 2, 15), la sesta (Act. 10, 9) e la nona (Act. 3, 1), che perciò vengono dette anche «ore apostoliche». A queste si aggiungono naturalmente l’orazione del mattino e quella della sera. La *Didaché* (cap. 8) ordina la recita privata del *Pater noster* tre volte al giorno, senza indicarne precisamente l’ora; ma poiché la *Didaché* ha origine nel territorio siro-palestinese, si suppone anche per la recita l’uso siro-palestinese, cioè le «ore apostoliche». S. Clemente Aless. (Strom., VII, 7), per Alessandria e Tertulliano (De iuunio, 10; De orat., 25) per l’Africa latina accennano a un duplice gruppo di preghiere; il primo gruppo della preghiera della mattina e della sera, pubblica almeno ai giorni della celebrazione della Eucaristia e dell’agape; il secondo gruppo, ma di privata devozione, delle «ore apostoliche». Lo stesso si trova in s. Cipriano (De dominica oratione, 35-36); anch’egli distingue due gruppi di ore di preghiera: il primo della giornata, le «Ore apostoliche», associate al pensiero dei fatti accennati negli *Atti* e all’idea della commemorazione della Passione di Cristo, il secondo delle orazioni del mattino, della sera e della notte: Cristo è la vera luce nella risurrezione e nella parusia. Le ore della giornata e della mezza notte (accennate anche da Tertulliano) vengono dalla devozione privata; quelle della mattina e della sera, con letture della S. Scrittura e con il canto dei salmi, sono d’un servizio pubblico che, se non quotidiano, viene sostituito da devozione privata. Ippolito nella *Traditio Apostolica* (cap. 35) accenna per primo alla divisione della giornata e alle ore di preghiera in un certo ordine temporale: dopo la levata ci si lava le mani per recitare l’orazione del mattino, ci si reca alla chiesa per intervenire alla lettura scritturale e al canto dei salmi (l’orazione pubblica del mattino distinta dalla S. Eucaristia); se non è pubblica, si fa a casa; durante la giornata non si tralascino le «ore apostoliche». Della preghiera della sera parla brevemente; l’orazione della notte – anche essa di privata devozione – è doppia: alla mezzanotte e al canto del gallo (gallicino; verso le tre). I cristiani seguirono per le ore di preghiera la divisione greca e romana del giorno e della notte, ore pubblicamente annunciate, come accenna Tertulliano (De iuunio, 10: «quae publicae resonant»). Le preghiere non avevano formulari fissi o ufficiali, eccetto il «Pater»; le preghiere e le letture erano scelte e determinate da chi presiedeva o dalla privata devozione.2. *La formazione dell’U. d. dei monaci e dei conventi.* – Nel sec. IV, organizzata la vita ascetica in comune, anche le ore di preghiera fino allora private divennero ore di preghiera comuni. Specialmente l’orazione di notte venne preferita e stabilita come «vigilia» con salmi, letture e responsori. I monaci egiziani hanno in comune soltanto i Vespri e la preghiera notturna combinata con quella dell’aurora. I monaci palestinesi e siri invece praticano anche la preghiera diurnale comune, cioè le «ore apostoliche». Questo esempio lo seguirono anche i monaci occidentali. Nel corso dei secc. V e VI alle ore diurni si antepongono le Lodi (da Bithlemm, cfr. Froger [V. op. cit., in bibl.] e la Prima; per compiere la giornata s. Basilio e s. Benedetto aggiungono la Compianta, l’ora dell’andata a riposo. Così le ore di preghiera ricevono la loro struttura e il loro numero tuttora esistente. Anche la struttura interna viene dai monaci. La preghiera preferita era il salterio, prima di seguito,
un salmo dietro l'altro. Il loro numero è lasciato libero ai singoli. Gli eremiti ed altri recitavano in un giorno tutto il salterio di 150 salmi. Finalmente i salmi vengono distribuiti in un corso settimanale o bisettimanale; è la parte principale dell'U. Alla recita dei salmi s'aggiunge da principio la lettura scritturale; dopo un certo numero di salmi segue una o più letture prese dai due Testamenti. Poiché soltanto pochi sapevano leggere, si faceva la lettura pubblica da uno o più lettori o cantori. La lettura era tanto estesa da occupare talvolta un libro intero. Oltre la S. Scrittura, si leggevano anche scritti agiografici, le passioni dei martiri, i sermoni e omelie dei Padri, distribuite nelle tre viglie. Come eco della lettura si recitavano, tra le singole lezioni, salmi in tono responsoriale. Un terzo elemento costitutivo fu la preghiera «sub silentio», cioè dopo la lettura o il canto dei salmi ognuno pregava per se stesso in silenzio e in ginocchio, poi eretti in atteggiamento di un orante; seguivano l'orazione improvvisata e recitata dal superiore. Alla fine dell'ora si recitava il Pater noster, iniziato dall'ufficiale e continuato dagli altri in silenzio; gli ultimi versetti si dicevano ad alta voce in comune. S. Benedetto introduce nelle Lodi e nei Vespri la recita del Pater intero ad alta voce riservata all'alba e al superiore. Lo schema delle ore comprende così tutte queste parti: salmi, lettura e orazioni. I salmi erano dapprima in canto responsoriale (cioè un cantore leggeva i versi, gli altri rispondevano sempre con lo stesso versetto), poi in canto antifonario (i versetti si cantavano intercalati da anti-fone). I legislatori monastici, come s. Cesario, s. Aureliano, s. Colombano, specialmente s. Benedetto, danno all'U. un posto di preminenza. L'ordinamento di s. Benedetto prevale poi su tutte le altre regole per la sua discrezione. Uno studio nuovissimo del p. J. M. Hanssens sull'origine della preghiera liturgica, specialmente sulla natura e la genesi del Mattutino e delle Lodi, dà le seguenti conclusioni: a) il Lucernario e le Lodi sono le più antiche ore della preghiera. Al Lucernario i salmi propri nel rito romano vengono sostituiti dai salmi del salterio in numero di 5, così come alle Lodi. Il Lucernario diviene così i «Vespri». b) Anche alle Lodi, l'U. di mattina propriamente detto, viene premessa una parte salmodica proveniente dall'uso monastico della vigilia o preghiera notturna. L'U. mattutinale si compone così di due parti subalterne, di quella notturnale o prematutinale, composta da salmi come preparazione all'U. mattutinale, e di quella propriamente mattutinale e primitiva. La prima parte, quella salmodica notturna, non esisteva mai da sé sola come l'U. preesistente o autonoma, ma è solo un'amplificazione dell'U. mattutinale primitivo, alla quale si premetteva da parte dei monaci la recita consueta del salterio, come si faceva per passare la notte (totale o parziale) sveglie e in preghiera. Questa prima parte non si conclude mai come le altre ore, ma vi si aggiunge subito l'U. propriamente mattutinale. Ambedue queste «parti» vengono considerate come un solo U. mattutinale; perciò si inizia verso l'alba precedente all'aurora.
3. La formazione dell'U. delle chiese. L'U. romano. Per la storia dell'U. delle varie chiese, le fonti non sono così chiare come per l'U. monastico. S. Girolamo (Ad Laetam, ep. 107, 9) accenna a 6 ore di preghiera privata: di notte, all'aurora, le tre ore apostoliche e il sacrificio vespertino. Nelle chiese esisteva, oltre al servizio eucaristico, quello ecologico ossia delle preghiere, o piuttosto delle letture scritturali, seguite dal canto dei responsori. Questo servizio ecologico verso la metà del sec. IV comprese soltanto le preghiere pubbliche della mattina e della sera, cioè le Lodi e i Vespri o il Lucernario (s. Ambrogio, De Abraham, II, 22; s. Agostino, Confess., V, 9; s. Ilario, In ps., 64, 9). Nei sec. IV e VI si aggiunge l'ora della preghiera notturna, la Vigilia ordinata, secondo il Liber Pontificalis, già dal papa Damaso (336-84). Questa Vigilia trovò nel clero qualche difficoltà perché un po' pesante e difficoltosa per doversi alzare nella notte (cf. il giuramento dei vescovi subbiricari [per singulos dies a primo gallo usque mane], del sec. VI, di celebrare la vigilia quotidiana insieme al loro clero, e l'Editio dell'imperatore Giustiniano del 528 al clero di non essere da meno di tanti fedeli nella partecipazione alle vigilia). Questa vigilia sembra non essere stata salmodica, ma piuttosto composta di letture, cantici e responsori; essa comprende anche l'ora mattutina, cioè le Lodi, con le quali culmina e termina la Vigilia. Le ore minori s'introducono sull'esempio e con l'influsso degli oratori monastici di Roma (ad catacumbas, 431-50; S. Pietro, 450; S. Lorenzo, 461-68; al Laterano, 590. ecc.); Gregorio II (715-31) ordinò, p. es., ai monaci dei monasteri restaurati presso S. Paolo e S. Maria Maggiore, oltre la Vigilia e le Lodi, anche le Ore minori di Terza, Sesta e Nona. La Compieta si recitava non in chiesa, ma in dormitorio. Da questa partecipazione del clero secolare all'U. è nata la consuetudine anche per esso dell'obbligo della recita privata delle ore ecclesiastiche, come i monaci erano obbligati alla recita privata nella loro assenza dal monastero.
L'U. di arcaico romano o secolare differisce da quello monastico, come attesta per il sec. IX Amalario; quello monastico è più ricco ed esteso di quello romano arcaico. Mancano a quello romano arcaico il «Deus in adiutorium», l'invitatorio, gli inni, i capitoli ecc.; invece dei 12 salmi e 12 lezioni di quello monastico, il romano non ha che 9 salmi e 9 lezioni. Dal sec. IX entrano elementi benedettini nell'U. d. romano (l'invitatorio, gli inni, ecc.). Dall'altra parte s'inizia una abbreviazione delle letture e nasce il «Breviario della Curia Romana» (v. BREVIARIO). L'U. romano fu propagato in Inghilterra nel sec. VII da Benedetto Biscopp, in Gallia da Crodengano di Metz (sec. VIII dopo 753) e Remedio di Rouen, specialmente per la riforma liturgica carolingia; sotto Gregorio VII anche nella Spagna invece di quello monastico (permesso soltanto in una cappella Tolentana).
Pietro Siffrin
II. RITI ORIENTALI
Gli accenti a Bisanzio nel sec. v praticavano la preghiera continua (cf. J. Pargoire, Acémites, in DACL, I, coll. 307-21); alcuni monaci dedicarono qualche U. ad ognuna delle dodici ore del giorno e della notte (per i Bizantini, cf. E. Diakovskij, L'U. delle ore notturne [in russo], in Trudi, 50 [1909], II, pp. 547-549; per gli Etiopi cf. S. Salaville, La Prière de toutes les heures dans la littérature éthiopienne, in Studia orientalia liturgico-theologica, Roma 1940, pp. 170-85). Le Chiese orientali, sebbene abbiano U. lunghissimi, non hanno seguito questi eccessi. Tutte hanno l'ora del Mattino e l'ora del Vespro, probabilmente le più antiche, e, con qualche eccezione, anche le ore diurne di Terza, Sesta e Nona, come preghiera privata; tutte hanno premesso all'ora del mattino l'ora della notte e quasi tutte hanno aggiunto ad essa l'ora di Prima, e al Vespro l'ora del sonno o Compieta. Ma altre ore ancora si incontrano in qualche rito.3. Enumera zione delle ore
Rito bizantino: Vespro, Compieta, Mezzanotte (composizione più recente), Mattutino (comprende l'equivalente dei tre Notturni e delle Lodi), Prima, Terza, Sesta, Nona. Di più, in Quaresima: una «morsia» dell'ora Prima, Terza, Sesta e Nona, e i tipici che prendono il posto della divina liturgia nei giorni all'ultra. — Rito armeno: Vespro, Ora pacifica, Compieta, della notte (equivale al Notturno), Mattutino (equivale alle Lodi, ma molto ampliate), nell'apparire del sole, Terza, Sesta, Nona. — Rito sio-occidentale: Vespro, Compieta, della notte (comprende l'equivalente dei tre Notturni e delle Lodi), Mattutino (riprende in parte le Lodi e vi aggiunge dell'altro), Terza, Sesta, Nona. — Rito maro-nita: come il rito sio-occid., ma nell'ora della notte non ha le Lodi. — Rito caldeo: Vespro, Compieta (non sempre e, quando si fa, è aggiunta al Vespro), della notte Mattutino (equivale alle Lodi); le ore Terza, Sesta e Nona soltanto presso i monaci cattolici i quali le presero dai Maroniti. — Rito copto ed etiopico: Vespro, del sonno, Mezzanotte (comprende l'equivalente di tre Notturni, e di più, nel rito etiopico, l'ora «ad gallicantum», equivalente alle Lodi), Prima, Terza, Sesta e Nona.
4. Contenuto
L'elemento più antico, i salmi, si trovano dovunque, sia come recita del cursus del Salterio distribuito sulle ore del vespro, della notte e del mattino, sia come recitazione di alcuni salmi scelti per le diverse ore e quindi intimamente connesse con ciascuna di esse. Ai salmi si congiungono i cantici biblici in numero più o meno grande. La lettura della S. Scrittura non ha sempre luogo, bensì quella di un vangelo nell'U. domenicale, presso i Copti però si legge un vangelo ogni giorno al giorno orai. Numerosissime in tutti i riti orientali sono le composizioni poetiche di specie molto diverse (v. INNOGRAFIA). Invece la lettura delle omelie patristiche si troverà soltanto nel rito sio-occidentale ma non sempre; nel rito bizantino essa riempie talvolta il tempo fra un'ora e l'altra. Inoltre, le salutationi, le acclamazioni, le litanie e le preghiere non mancano. Fra le azioni liturgiche la più importante è l'incensazione, in specie al Vespro; ma non mancano in certi casi le processioni, come anche le benedizioni del pane e dell'olio prima dell'ora della notte.5. Obbligo
Presso i dissidenti l'obbligo dell'U. d. cade sulla comunità non sull'individuo come tale ed essendo i parroci ammogliati, il lavoro per la famiglia non lascerebbe loro il tempo per lunghe preghiere. Però anche il monaco in viaggio o chiuso nella sua cella, come ogni sacerdote pio, stima essere suo dovere di recitare in privato, se non partecipa alla preghiera comune, una parte dell'U. d. o altre preghiere che spesso imitano le ore dell'U. d. In alcune comunità anche i laici hanno la consuetudine di recitare l'U. d. o un suo surrogato in chiesa o a casa con la famiglia. Scrive però in un senso diverso N. Milasch (Das Kirchenrecht in der morgenland. Kirche, Mostar 1905, p. 285).Presso i cattolici la legislazione non è uniforme, né l'obbligo sempre chiaro. La recita dell'U. d. esige molti libri che i privati raramente possiedono tutti; fatta interiore mente, essa richiede molte ore; difettano spesso le norme dell'autorità per abbreviare o l'U. d. è ridotto alla sola recita invariata e monotona dell'Ordinarium Officii; più la recita dell'U. d., come obbligo strettamente individuale, non è nella tradizione dell'Oriente; essa è per abituale come preparazione alla celebrazione della S. Messa. Vari tentativi per abbreviare l'U. d. bizantino furono fatti nel passato (cf. C. Korolevskij, La Codification de l'Offre byzantin. Les essais dans le passé, in Or. christ. Period., 19 [1953], pp. 25-60).
a) Italo-greci: a ciascun sacerdote si raccomanda via mente la recita quotidiana del Mattutino, delle Ore, del Vespro e della Compieta (cf. Costituzioni del Sinodo intereparchiale [1940], Grottaferrata 1943, p. 21).
b) Ruteni: i Sacerdoti non omettano a caso la recita dizione delle Ore canoniche (cf. Acta et decreta Synodi provinc. Ruthenorum Galiciae habitae Leopoli an. 1891, Roma 1896, p. 145). Malgrado l'indeterminazione di questo decreto, i Ruteni della Galizia si credono obbligati sub gravi alla recita quotidiana dell'U. d. secondo lo schema redatto dallo stesso Sinodo.
c) Melkiti: da diverse decisioni sinodali e regole monastiche risulta da una parte un non chiaro obbligo, dall'altra una larga facoltà di dispensare concessa ai vescovi e ai superiori; la mancanza di libri, la mancanza di norme direttive per una abbreviazione, la pratica di buoni sacerdoti aumentano ancora il dubbio sull'esistenza di un obbligo stretto di coscienza.
d) Rumeni: l'obbligo sembra riferirsi ai soli canonici delle cattedrali; i decreti sinodali e la consuetudine impongono per tutti i sacerdoti l'obbligo del Mattutino prima della celebrazione della S. Liturgia (cf. A. Moisiu, De officio divino in Ecclesia romena, Roma 1944).
e) Armeni: vige l'obbligo in tutto simile a quello esistente presso i Latini, secondo uno schema di abbreviazione redatto dal Sinodo (cf. Acta et Decreta Concilii nationalis Armenorum Romae habiti an. 1911, Roma 1913, n. 740).
f) Siri e Maroniti: esiste l'obbligo, dal diaconato, di recitare nel coro o in privato ogni giorno l'U. d.; non si dice esplicitamente sub gravi (cf. Synodus Sciar-fensis... an. 1888, Roma 1896, p. 198; per il Sinodo Libera, sede del 1736, Mansi, XXXVIII, coll. 140 e 157).
g) Malankaresi: i vescovi hanno imposto l'obbligo, non meglio determinato, di recitare l'U. d. indicandone il modo (cf. Placidus a S. Josepho, De Fontibus iuris eccles. syro-malankaresis [Fonti, 2ª serie, fasc. VIII], Roma 1937, p. 96 e 98).
h) Caldei: le norme date sotto Clemente XIII nel 1760 (cf. Mansi, XLII, 903) obbligavano sub gravi di recitare il Salterio fintanto che non fosse pubblicato l'U. d. abbreviato; il Breviario apparve nel 1886, ma nessun decreto l'accompagnò.
i) Malabaresi: il Sinodo di Diamper nel 1599 introduce l'obbligo simile a quello vigente presso i latini (cf. Mansi, t. XXXV, 1280); ma in quel tempo difettavano i libri stampati e il Sinodo non ha valore; vige oggi l'obbligo per motivi della consuetudine.
l) Copti: l'obbligo che vige per il clero, s'intende anche per la recita privata dell'U. d., ma non è detto espressamente che sia sub gravi (cf. Synodus Alexandrina Coptorum habita Cairi... an. 1898, Roma 1899, p. 149).
m) Etiopici: nessuna legge è in vigore; ma la lettura del Salterio è molto diffusa anche fra i laici.