Alla morte del padre (375), per intervento della madre fu fatto proclamare Augusto GRAZIA (v.) Valente (v.); gli furono assegnate l'Italia, l'Illirico e l'Africa. Data la sua tenere età, non si può parlare di una attività politica di V. poiché il governo effettivo era nelle mani di Giustina (v.); e del magister militum, il franco Bautone. La politica filo-ariana dell'Imperatrice condusse nel 385-86 al drammatico scontro con s. Ambrogio per la cessione di una basilica alla setta (s. Ambrogio, Ep. 20 a Marcellina: PL 16, 1036) dal quale il Santo uscì vittorioso. Nel 387 lo stesso Ambrogio accettò di recarsi a Treviri per impedire l'imminente Massimo (v.) che aveva scritto al giovane Imperatore un'abolire lettera esortandolo a desistere dal perseguitare i cattolici (PL 13, 591-94). L'anno successivo Massimo venne in Italia; V. si rifugiò presso Teodosio che lo ricondusse a Milano dopo aver sconfitto Massimo (ag. 388), ed essendo morta Giustina, gli mise accanto il generale franco Ambrogio. Da questo momento il giovane Imperatore si
giovò anche dei consigli di s. Ambrogio, che cercava di renderlo degno del grande Teodosio. Frutto di questa amicizia sono il decreto del 391 che proscrivereva ogni culto pagano ed il rifiuto di far ripristinare l'altare della Vittoria già abbattuto da Graziano. Ma la tutela di Ambrogio fu sconvolta. V. diveniva ogni giorno più opprimente; questi fu esonerato dall'ufficio, ma qualche giorno dopo l'Imperatore fu trovato morto nel suo letto. S. Ambrogio ne pianse la morte immatura e ne tessé uno splendido elogio (Ep. 53 a Teodosio: PL 16, 1215; De obitu Valen-tiniani, ibid., 1418-43).