VALENTINO, santo, martire. - Il Martirologio geronimiano al 14 febbr. dà soltanto «Interamnes via

Valentinians I, imperatore romano - Busto, scultura antica - Roma, Musei Capitolini.
Flamminia miliario ab urbe LXIII natale Valentini. Una basilica dedicata a s. V. a Terni figura solo nella biografia di papa Zaccaria (Lib. Pont., I, p. 437).
Alcuni agiografi ritennero che vi fossero un V. Terni e un V. presbitero romano, tutti e due martiri al 14 febbr. (BHL, 8460); altri invece che il V. fosse uno solo, il vescovo di Terni; altri infine uno solo, e precisamente il martire romano sepolto a Roma sulla Flaminia. Gli agiografi ricordano un V. ss. Mario e Marta (BHL, 8463); Marucchi distinse i due V.; Lanzoni (pp. 406-13) e J.P. Kirsch (Der stadtrömische Festkalender, Friburgo in Br. 1924, pp. 206-207) hanno preferito il martire di Terni, escludendo il romano. Secondo Delchaye gli agiografi hanno fatto di un santo unico due omonimi. Sembra più probabile che il V. Terni e dimorante a Terni sia divenuto martire romano per essere stato condotto a Roma per il giudizio e ivi abbia subito il martirio, estendendosi l'impurium del preaefectus Urbi fino al centesimo miglio dalla città.
Il CIMITERO di S. V. - Il martire fu sepolto a Roma in un cimitero cristiano all'aperto al secondo miglio della Via Flaminia dove in suo onore il papa Giulio I eresse una basilica e dove le iscrizioni rinvenute attestano la venerazione del martire fino dal sec. IV. La memoria ebbe un'abside larga ca. m. 4,40 costruita direttamente contro il terrapieno, recentemente riconosciuta dall'architetto B.M. Apollonj-Ghetti. Tale abside fece parte della primitiva memoria di cui restano inoltre tre muri perimetrali che vennero poi in gran parte demoliti e sostituiti con i colonnati d'una basilica a tre navi, tornata in luce nel 1888 in occasione della nuova strada praticata dal Comune di Roma e illustrata da O. Marucchi. In una terza fase vennero costruiti la cripta e il presbiterio rialzato. Le pareti della cripta vennero rivestite di lastre marmoree e i suoi aditi vennero ottenuti aprendo un varco nei muri perimetrali della memoria e praticando al fondo delle navi minori due scalette. La costruzione della Basilica è assegnata dal Catalogo Liberiano e dal Lib. Pont. (I, p. 205) al papa Giulio I (336-52); la terza fase con la cripta viene attribuita dal Lib. Pont. al papa Teodoro (642-49; I, p. 333) mentre la Notitia ecclesiarum la dà come opera di Onorio I (625-38; R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, Roma 1942, p. 73). Tale Basilica sarebbe poi stata arricchita da Benedetto II (684-85; Lib. Pont., I, p. 473), da Adriano I (772-95; ibid., p. 504), da Leone III (795-816; ibid., II, pp. 9, 20) che ne rifacce pure il tetto (ibid., II, p. 28) e da Gregorio IV (827-44; ibid., II, p. 78). Nel 1905 tra i ruderi della Basilica si estrasero frammenti di una

lettere filocaliane di un carme composto da Damaso, sconosciuto alle sillogi epigrafiche (A. Ferrúa, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 49, pp. 197-198). Nel febbr. 1928 venne in luce un frammento su tre righe con: «... ut esset..., sepulcr... presb(iter) in-stans)», i caratteri e il «presbiter instans» della terza riga sono identici all'epigrafe rinvenuta presso i sepolcri dei martiri Proto e Giacinto in Bassilla, posta dal presbitero Teodoro (A. Ferrúa, op. cit., n. 49, II, p. 199). Con-temporaneamente si recuperò un sarcofago marmoreo con la fronte abbozzata rappresentante Gesù dinanzi a Pilato e la Crux invicta sotto la quale dormono due soldati. Sotto il papa Niccolò II l'abate Teubaldo restaurò la chiesa e il monastero, finendo i lavori il 3 febbr. 1906.
Nella cronaca del monastero di S. Michele «ad Monam» si ricorda la visita compiuta nel sec. XI da un pellereo alla basilica di S. V. (J. Mabillon, Vetera analecta, Parigi 1723, pp. 350-56). Fra le abbazie di Roma è ricordata quella di S. V. sia da P. Mallio, che da Giovanni Diacono (Ch. Hülsen, Le Chiese di Roma, Firenze 1927, p. 129), ma nel Catalogo di Torino delle chiese di Roma (ca. 1320), quella di S. V. extra portam è indicata «sine muris» e che «non habet servitorem» (ibid., p. 28, n. 57).
Il corpo del Martire sembra sia stato traslato verso la fine del sec. XIII nella cappella di S. Zenone in S. Prassede. Gli avanzi del cimitero sotterraneo vennero ricostituiti nel 1594 da P. Ugonio e da A. Bosio che ne lasciarono una sommaria descrizione. Essi videro allora instaurare l'immagine di Gesù Cristo crocifisso con quattro chiodi, i piedi poggiati su suppedaneo, vestito di colobio, ai lati della croce in alto il sole e la luna, in basso la b. Ver-gine e l'evangelista Giovanni. In una nicchia nella parete opposta è dipinta la b. Vergine col Bambino Gesù e la iscrizione «Sia Dei genetrix» della stesso Panfilo (v.). Nelle altre pareti erano scene riprodotte dal Bosio, con la Visitazione della Vergine, due scene della leggenda dell'ostetrica Salome tolta dal porto-evangelico di Giacomo; tre figure di santi, tra cui «Ses Laurentius». Dopo Ugonio e Bosio le gallerie sotterranee furono trasformate in cantina e così fu distrutta parte della pittura della Crocifissione. Nel 1870 il terreno appartenuto fino allora agli Agostiniani fu confiscato e venduto. Nel 1877 O. Marucchi penetrò nel sot-terraneo e riconobbe le pitture descritte da P. Ugonio e A. Bosio. Molte furono le iscrizioni rinvenute nel cimitero sopraterra, e non poche consolari, a cominciare dall'anno 318 fino al 523. In un frammento si legge «ad lomnu(m) V(alentinum... refrigeret) tibi V(alentinus); un altro frammento indica: «depositus est ad d(omnum Valentinum)». In un'iscrizione metrica di un «Pastor medicus» si legge «addetur et tibi Valentini gloria (sancti)». Fra i muri della Basilica fu estratto un frammento di sarcofago oggi nel Museo Capitolino, rappresentante una nave dal nome «Thecla», mentre chi governa la nave è «Paulus». Notevoli sono due frammenti epigrafici che si riferiscono a due defunti originari di Interamna, cioè Terri; il primo è di una «Venerosa qua nata est in civitate Interamnaium» nel 355 (O. Marucchi, Le catacombe rom., 2ª ed., Roma 1933, p. 610); il secondo ricorda una «Augu-
rìna civis (Internamen)sis » (ibid., p. 625). Esse, morte in Roma, sarebbero state deposte presso il martire originario di Terni. In basilica è un frammento marmoreo con la scritta: « semper et ubique devoti ». Alcune epigrafi, tra cui quella di un acquisto di sepolcro del fossore Acillinus, sono ora nel Museo cristiano presso il Camposanto Teutonico.
89. Enrico Josi VALENTINO GNOSTICO
Venne sotto Igino a Roma. Fiori sotto Pio e vi rimase fino a Aniceto (Ireneo, III 4, 3; testo greco presso Eusebio, Hist. eccl., IV, 11, 1); visse dunque ancora nella prima metà del sec. II a Roma.Secondo Tertulliano (Adv. Valentian., 4), avrebbe sperato di diventare vescovo di Roma. V. era dunque scadente e come tale pronunciò anche omelie; s'interessò del culto, per il quale ha composto salmi. È errato vedere in lui solo un filosofo. Secondo una tradizione, raccolta da Epifanio (Haer., XXXI, 2, 3), V., nato nella zona costiera dell'Egitto, sarebbe stato educato in Alessandria e avrebbe diffusa la sua dottrina in Egitto ed in Cipro (ibid., XXXI, 7, 2). Questa tradizione è di dubbia autenticità. Non è facile inquadrare V. nella storia del movimento gnostico, ma l'Epistola di V. presso Epifanio (37, 5, 1 sgg.) che fa parte di una specie di kephalaia fa intendere che V. ha conosciuto speculazioni gnostiche anteriori e che ha modificato il suo punto di vista. Secondo s. Ireneo si tratterebbe di dottrine dei sephiani (ofiti; Haer., I, 30, 1-4). Le tradizioni gnostiche anteriori venivano da un ambiente aramaco, come risulta dal testo citato da Epifanio (Haer., XXXI, 2, 8 sgg.; V. la nota di Holl). Da Ippolito si sa che V. DIVISIONE, nella quale avrebbe visto un neonato che si sarebbe rivelato come il Logos (Pref., VI, 42, 2; V. anche il pargolo nel salmo di V., ibid., 37, 7); è forse presupposta una speculazione sefthiana, che in base a un vangelo apocrifo metteva la nascita di Gesù in rapporto con la luce intellettuale della stella dei magi (su questa speculazione V. la Cronaca di Zupin, presso U. Monneret de Villard, Le leggende orientali sui magi evangelici [Studi e testi, 163], Città del Vaticano 1952). Il carattere visionario di V., che lo mette accanto ai profeti del più antico gnosticismo, si rivela anche nel frammento di un salmo (Ippolito, Philos., VI, 37, 7), dove V. afferma di aver visto «nello spirito» la connessione fra i singoli elementi del mondo. Da una tradizione giudaica (o giudeo-cristiana) viene l'idea di V. che il cuore (e non l'anima) sia il centro della persona umana. L'albergo del nostro cuore è abitato da demoni (Epistola di V. presso Clemente Aless., Strom., II, 20, 114 sgg.), finché non verrà epurata dal «Padre», o dai Logoi, come dirà la tradizione posteriore (Ippolito, Philos., VI, 34). Analogie per questa formulazione si trovano nel Pastore di Erma. Se Adamo, secondo V., dopo la sua creazione, diviene oggetto di spavento per gli angeli (Epistola presso Clemente Aless., Strom., II, 8, 36, 2 sgg.), o se V. Adamo e un anthropos (uomo) antecedente (ibid.) si fonda ugualmente su tradizioni giudaiche. Ma oltre alle tradizioni giudaiche, o giudeo-cristiane, si può constatare in V. una discussione polemica con gli encritti. Così diventa fino a un certo punto l'allegato di Clemente d'Alessandria nella sua lotta contro gli encritti. V. voleva approfondire la spiritualità degli encritti, evitando il loro dualismo, ma la frase «dissolvere il mondo» in una omelia di V. (Clemente Aless., Strom., IV, 89, 3) è quasi certamente l'eco di una formulazione encritica nel Vangelo degli Egiziani (ibid., III, 9, 63). Si può dunque dire che la gnosi sefthiana e le dottrine degli encritti sono precedenti della gnosi di V.
Fuori delle poche citazioni dalle omelie, salmi ed epistole di V. (il suo Vangelo della Verità [Ireneo, Haer., III, 11, 3; cf. Ps.-Tertulliano, Adv. om. haer., 12], recentemente scoperto, non ancora pubblicato), la fonte principale per la dottrina di V. è il I. dell'Adversus haereses di Ireneo, appoggiato in parte da Ippolito, che si è servito di un'altra fonte. Sorprende il fatto che Ireneo, diversamente da Clemente d'Alessandria, non abbia avuto in mano scritti originali di V. stesso, ma si è servito di commenti (Hypomnematia) dei valentiniani, nei quali per la smania di formare un «sistema» si è perduto il fascino dell'intuizione primitiva. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli di questo sistema, ma è interessante che il «Padre ignoto» ha accanto a sé il Silenzio. Si deve probabilmente pensare alla speculazione giudaica che vide nella creazione un passaggio dal silenzio divino (IV Esd. 7, 30; Apoc. di Baruch, 3, 7). Un altro punto interessante è la maniera come è raccontata la defezione della Sofia (Sapienza) dal Paterna divino. La sua «Enthymesis» ha originato l'allontanamento della Sofia dal Paterna. Ma la parola «Enthymesis» è una delle traduzioni greche per la parola jeszer, cioè l'inclinazione cattiva nell'uomo. Presupposto è dunque in ultimo un'antropologia giudaica, proiettata nel mondo di Dio (Paterna) stesso. La defezione della Sofia è stata descritta come un'«estensione» (ekteinin), seguita da una «restrizione» (systelein) in seguito all'incontro con una barriera, chiamata frontiera (Horos) o Croce. L'idea dell'estensione e restrizione della Sofia è probabilmente un'interpretazione personale di V. di una speculazione anteriore sefthiana (più tardi anche nella cabbala) che parlava dell'estensione e della restrizione della gloria divina e che ha il suo riflesso anche negli Atti apocrifi degli Apostoli. La dot


