VANINI, GIULIO CESARE (talora LUCILIO). - Torbida e irrequieta figura di filosofastro aristotelico, n. a Taurisano di Lecce nel 1585, m. a Tolosa il 9 febbr. 1619.
Lauresto in giurisprudenza a Napoli, il 6 giugno 1606, quando forse era già entrato nell'Ordine carmelitano con il nome di fra' Gabriele. Più tardi, dopo il 1608, va a studiare a Padova, in compagnia del confratello Bonaventura (al secolo Gian Battista) Ginocchi. Da Padova, a quanto pare, i due frati si recarono oltralpe, girovagando in paesi riformati, finché capitati in Francia, il generale dell'Ordine, Enrico Silvio, li obbliga a sloggiare. Andati a Venezia nel 1612, ottengono dall'ambasciatore inglese commendatizie per i capi della Chiesa anglicana e il 28 giugno di quell'anno, a Londra, ripudiano il cattolicesimo. Sospettati dagli anglicani per la fama di libertini che li accompagnava, e presto ridotti a mal partito, chiedono e ottengono di far ritorno alla Chiesa cattolica; ma mentre il Ginocchi rientrò in Italia, il V. restò in Francia: ove era cominciata una fiera lotta contro i libertini e gli atei. Nel giugno-luglio 1615 ottenne dalle autorità ecclesiastiche il permesso di stampare a Lione l'Amphitheatrum Aeternae Providentiae divino-magicum christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum, adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos e l'anno successivo a Parigi i dialoghi De admirandis Naturae reginae deaeque mortalium arcanis. Rimaneggiamenti al manoscritto di quest'ultima opera e la stampa da parte d'un editore non cattolico svegliarono forti sospetti sul vero intento perseguito dal V. in questi scritti; sicché egli, ad evitare il peggio, pensò bene di allontanarsi da Parigi, e di stabilirsi a Tolosa, sotto il falso nome di Pompeo Usciglio. Intemperanze di linguaggio in dispute con i maggiori teologi di Tolosa, indussero il Parlamento della città a farlo arrestare (ag. 1618). Processato come bestemmiatore ed ateo, fu condannato al taglio della lingua e al rogo. L'anno dopo l'Amphitheatrum e il De arcanis furono sconfessati e proibiti, perché «attiesimi tanto periculosores assertores quanto occultiores et libertatis abominandae vindices» (16 luglio 1620, cf. E. Nemer [V. BIBLICA.], pp. 186-98).
Il pensiero del V. filosofia. In un momento di profondo rin-

(per cortesia di mons. A. P. Frutes)