VICENTE, GIL. - Scrittore portoghese, n. forse nel 1465 e m. certamente prima del 1540. È il più grande autore di teatro del suo paese e uno dei più grandi della penisola iberica; anche per il valore della sua opera molte località, soprattutto del Minho e della Beira, se ne contendono l'origine: la critica tende ormai a identificare l'autore di teatro con l'omonimo apprezzato orefice che servì la regina Donna Leonor e Don Manuel I, e il cui più pregevole lavoro, la famosa custodia d'oro della chiesa di Nossa Senhora de Belém in Lisbona, è fatto col primo oro giunto dall'Oriente scoperto e colonizzato da Portoghesi.
G. V., giunto a Lisbona in epoca indeterminata, è presumibile abbia fatto il suo ingresso a corte come maestro di retorica del menzionato Don Manuel; accompagnò poi la corte nei suoi vari soggiorni, bene accetto - quando si fu fatto conoscere con il teatro - e ben ricompensato, oltre che da Donna Leonor e da Don Manuel, da Don João III.
L'opera di V. è costituita da 44 (o, secondo certi studiosi di oggi, la cui opinione è ancora discussa, 46) autos: 10 tragicomedie, 13 farse, 17 «opere di devozione» o «moralità», e quattro composizioni difficilmente classificabili; di essi, 16 scritti in portoghese, 11 in castigliano e 17 bilingui, dal che viene l'importanza iberica anche linguistica di questo teatro. Ai primi autos di G. V., lo Auto da Visitação, o Monólogo do Vaqueiro (1502), l'Auto Pastori Castelhano (1502) e l'Auto dos Reis Magos (1503), si deve la trasformazione dell'egoza pastorale, ispirantesi alle feste cristiane, in produzione drammatica: con essi è nato l'auto, la forma peninsulara del dramma sacro, che attingerà le sue vette più alte con l'opera spagnola di Calderón. Ma l'orizzonte dei temi, dei personaggi e degli stati d'animo dell'attività drammatica di V. si andò ampliando rapidamente, com'è documentato dalla cronologia, anche se spesso incerta, degli autos, dei più importanti dei quali si danno qui i titoli: la Farsa do Escudeiro (1508?) - comunemente nota con le prime parole del testo, Quem tem farelos? - presentazione di potente realismo di svariati tipi umani; l'Auto da Alma (1508?), ispirato al mistero della Passione; la tragicomedie Exortação da guerra (1513), ardente apologia della guerra per la fede; l'Auto da Fama (1515), fervida allegoria dell'azione portoghese di scoperta e di conquista in Africa; le tre Barcas, do Inferno (1516), do Purgatorio (1518) e da Gloria (1519), mirabili trasformazioni in capolavori drammatici delle medievali «danze della morte», delle quali è mantenuta la tradizionale ispirazione religiosa con l'aggiunta, però, di motivi di implacabile satira sociale, in un vastissimo e animatissimo quadro umano; il Pranto de Maria Parda (1522), la più celebre delle composizioni minori - l'indiavolato lamento di un'ubriacona sul rincaro del prezzo del vino - composizione alla quale solo si può avvicinare per vivacità, fra le opere del genere, il ditirambo Bacco in Toscana del Redi o, in pittura, il quadro Los Borrachos del Velázquez; la Farsa de Inês Pereira (1523) che presenta, in una forma drammaticamente perfetta per unità d'azione e per sviluppo sconcertante e pure logicissimo delle scene, i tipi comici più espressivi del teatro «vicentino»; l'Auto Pastori Português (1523), che nel mettere in scena contrasti d'amore di pastori della Beira ha modo di dare scene di incantevole lirismo popolare; O Clérigo da Beira (1526?), indiretto ma forte rimprovero alla egoistica indifferenza dei grandi dignitari ecclesiastici nei confronti del clero negletto della campagna; la Tragicomedia da Serra da Estrela (1527), altra mirabile esaltazione lirica della Beira, presentata con abbondanza di costumi mozarabi; la tragicomedia Prunfo do Inverno (1529), drammatizzazione, in forma rinascimentale, del tema mitico

(per cortesia di G. Manisse)
Per la sua natura cortigiana, il teatro di G. V. ha come finalità immediata quella di divertire; la vis comica dell'autore corrisponde a meraviglia a quanto l'epoca e l'ambiente gli chiedono, e a sentire comicità in quello che lo circonda provvede, in G. V., il suo distacco dalla vita che egli scruta acutamente, mentre a comunicare questa comicità allo spettatore ci pensa la vivacissima mobilità della realizzazione artistica dell'autore. Ma il profondo senso di uomo del medioevo che c'è in G. V. dà a questa sua naturale vis comica una straordinaria forza e integrità morale, sia nel senso sociale che in quello religioso, evidente quest'ultimo al di là di certi atteggiamenti del drammaturgo che possono esteriormente far pensare a quelli dei ribelli della riforma o dei loro immediati predecessori (qualcuno ha idealmente accostato G. V. TERAMO), nella sua devozione assoluta allo spirito della tradizione cattolica. D'altro canto la forte cultura, e non solo religiosa, che sta al di sotto di questa fede sicura, non toglie l'incanto della freschezza del teatro «vicentino», che non si sa se sia più suggestivo nella rappresentazione del paesaggio (con predilezione di quello della regione montagnosa della Beira) o in quella del popolo portoghese, che per lo scrittori è un'entità viva, concreta, la cui vitalità risalta di contro alla vuotezza e alla esteriorità del modo di essere dei cortigiani (per i quali G. V. scrive), essi pure ritratti, nei loro atteggiamenti, con altrettanto acume e felicità d'arte. Dal sincero amore per il popolo e per la patria, che ispira G. V., viene uno degli aspetti più duraturi del suo teatro;
la riproduzione della vita nazionale in una profusione a piene mani di folklore, con un lirismo improvviso che viene suggestivamente a scompaginare l'intelaiatura drammatica, allo stesso tempo ricomponendola grazie alla potenza dei mezzi espressivi e alla prontezza psicologica dell'artista.
Giuseppe Carlo Rossi