VICENZA, DIOCESI di. - La città, attraversata dal Bacchiglione e dal Retrone, che divide il centro dell'antica Berga (Berica), è capoluogo di una vasta provincia (kmq. 2722,36), estendentesi per la massima parte nella regione delle colline e delle Prealpi, ed è sede vescovile, suffraganea di Venezia. I confini della provincia risentono dei numerosi mutamenti avvenuti in varie epoche, specie dopo il Mille, mentre quelli della diocesi rispecchiano sostanzialmente la circoscrizione territoriale del Ducato longobardo. La diocesi (kmq. 2151) conta 308 parrocchie con 702 sacerdoti secolari, 194 regolari e 602.000 fedeli.
I. STORIA
I primi abitatori del Vicentino, di cui si ha qualche notizia, furono gli Euganei, frammisti forse a gruppi di italici sui quali ha fatto un po' di luce la scoperta delle palafitte di Fimon e della necropoli di Angarano nel Bassanese. Tra la fine dell'VIII e il principio del VII sec., gli Euganei, sopraffatti dai Veneti, un popolo di origine illirica, con centro principale ad Atheste (Este), vennero spinti verso i monti dove, probabilmente, formarono i 34 oppida delle Euganeae gentes di cui parla Catone, citato da Plinio (Nat. hist., III, 24). I Veneti, probabili fondatori di V., dovettero sostenere l'urto continuo degli Etruschi prima e poi dei Galli. Nella prima metà del sec. III a. C., i Romani occuparono il piccolo dominio
(per cortesia di G. Manisse)
La prima comunità cristiana si venne organizzando, a partire dal sec. IV, intorno alla tomba dei ss. Felice e Fortunato (v.), vicentini di nascita, secondo la tradizione, e martirizzati ad Aquileia. Un'iscrizione, assegnata da G. B. De Rossi al periodo costantiniano, e gli scavi fruttuosamente operati, hanno dimostrato l'esistenza di una cappella nella prima metà del sec. IV e di una grande basilica alla fine del sec. IV o principio del sec. V quando, con ogni probabilità, V. Aquileia; ma Oronzio (590), il primo vescovo sicuro, compare solo durante la lotta dei «Tre Capitoli». Sotto i Longobardi V. fu sede di uno dei 36 ducati; ma mancano affatto notizie sui vescovi del periodo longobardo e solo con il sec. VIII-IX si conosce la regolare successione dei vescovi Reginaldo (808), Andrea (820) e Franco che partecipò al Concilio di Mantova (827). Dopo la generale decadenza ecclesiastica che accompagnò il tramonto dell'Impero carolingio, il vescovo Rodolfo (967), ricostruita la chiesa e il monastero di S. Felice, distrutti dagli Ungheri (899), tentava anche a V. una riforma sull'esempio di Raterio di Verona e Atto di Vercelli. Poiché è falso un diploma per cui il vescovo Girolamo, con privilegio di Ottone III (1001), sarebbe stato investito del comitato sulla città e territorio, fino allora tenuto dai Conti, forse può essere più vicina al vero la cronaca del Paglierini (sec. XV), che lascia supporre tale investitura comitale avvenuta negli ultimi decenni del sec. XI, cioè durante la lotta delle investiture, nella quale il vescovo Ezzelino favorì la politica imperiale. Comunque è certo che il suo successore Torengo, tenendo l'«imperio della città ed essendogli contrari molti cittadini», dovette sostenere una lunga lotta che ebbe termine solo quando il vescovo si rassegnò a lasciare quell'autorità che spettava ai Vicentini. Questo fu l'inizio di una dolorosa e interminabile catena di guerre intestine del Comune, dove nel 1122 era già istituito il consolato (la prima elezione di un podestà

(per cortesia di G. Mantova)
(per cortesia di G. Mantova)
Nella lotta per la difesa dei diritti ecclesiastici trovarono la morte due grandi vescovi: il b. C. Cacciafronte (1179-84) e Pistore (1184-1203). Passato il turbine della tirannia di Ezzelino «qui bona quasi potentium omnium nequiter publicavit» ecco riaccendersi il contrasto tra Comune e vescovo per la decima delle colture. Il b. Bartolomeo da Breganze s'impose con le sue straordinarie doti personali, ma sotto il suo successore B. Nicelli la situazione peggiorò e né i severi decreti del Concilio provinciale tenuto dal patriarca Raimondo nel 1282, né scomuniche ed interdetti sulla città, né l'influenza del b. R. Concorreggi, né infine un lungo processo svoltosi in Curia romana tra Comune e vescovo, poterono risparmiare a quest'ultimo la quasi completa rovina del ricco patrimonio ecclesiastico. E non si può affermare che movente di tante lotte, degenerate spesso in atti di vero odio e di sangue contro il clero, con il tacito favore di iniqui statuti (solo una multa di qualche soldo a chi uccideva un sacerdote), fosse la scadente vita religiosa degli ecclesiastici. Alle inevitabili mancanze cercò di porre riparo il vescovo Sperandio (1315-21) con i suoi Statuta Synodalia (ancora inediti) nei quali vengono riportate le costituzioni emanate nei Concili provinciali di Aquileia sotto i patriarchi Raimondo ed Ottobono, per riformare i costumi del clero e del popolo. Si era aggiunto intanto il benefico influsso esercitato in mezzo alla popolazione dai Francescani e dai Domenicani. Questo movimento riformistico pretridentino suscitò, specialmente nel XV sec., un vero vivaio di confraternite nel cui clima si formò uno dei pionieri della santa causa: s. Gaetano Thiene (v.).

V. ROMAGNA e medioevale, in numero unico: La diocesi di V
Pagine di storia, ivi 1943; G. Mantese, La chiesa vicent. nei tempi napoleonici, ivi 1944; id., Memorie storiche della Chiesa vicentina, I. Dalle origini al Mille, ivi 1952; cf. S. Rumor, Bibl. storica della città e prov. di V., ivi 1916, aggiornata con supplemento del 1924.II. ARTE
Di particolare importanza storica ed artistica il complesso monumentale di S. Felice che gli studiosi attribuiscono ad un periodo compreso tra il 310-20 ed il 460-70. Una prima chiesa di modeste proporzioni, fu costruita tra il 330 e il 350, di cui rimane ancora gran parte del musaico pavimentale votivo. Ad essa seguì tra il 380 e primi anni del 400 una grande basilica (quasi 90 m. di lunghezza) con atrio, nartece, maestoso ingresso, colonne di marmo greco ed orientale, musaici, affreschi, ecc. Venne distrutta, come affermano l'anonimo biografo del vescovo Teodorico di Metz ed il cronista Sigeberto Gemblacense, dagli Ungheri nell'anno 899. Ricostruita dal vescovo Rodolfo negli ultimi decenni del sec. x e. in parte, dopo il terremoto del 1117, resistette, sostanzialmente, a tutti i rifacimenti posteriori. In questi ultimi anni è stata quasi completamente ripristinata e liberata dalla mascheratura barocca.Non piccola sorpresa recarono agli studiosi gli scavi nel sottosuolo del Duomo, appena risorto dalle rovine della recente guerra. Risultò certo che ivi sorse un edificio di epoca classica. Sono apparsi infatti i resti di due costruzioni romane giacenti rispettivamente a m.
1,35 e m. 0,85 dalle basi dei pilastri della chiesa del sec. VIII e la più recente delle due presenterebbe caratteri di un edificio pubblico (forse basilica o mercato). A cm. 20 sotto le basi dei suddetti pilastri fu trovato un musaico con iscrizione votiva, certamente cristiana, sulla cui datazione è discorde il giudizio. Comunque sembra accertato che tra il sec. IV e il sec. VI sorse quivi una chiesa ed il titolare secondario, s. Eufemia, ancora conservato, inclinerebbe per il sec. V-VI quale data di costruzione. Il sacro edificio venne rifatto verso il sec. VIII ed il titolare, s. Maria, se già non esisteva, suggerirebbe quale data più probabile a tale costruzione il periodo immediatamente successivo alla fine dello scisma aquileiese e alla totale conversione dei Longobardi al cattolicesimo.
Nel sec. XIV sorsero a V. quattro chiese di stile gotico: S. Lorenzo, S. Corona, S. Michele e S. Bartolomeo, di cui rimangono ancora le prime due. Costruita sulle rovine di una della primitive cappelle cittadine, concessa dai Canonici ai Francescani nel 1280. S. Lorenzo, con il magnifico portale e con gli artistici monumenti sepolcrali fu chiamato a ragione la S. Croce di V. S. Co-
rona fu fatta costruire nel 1260 dal vescovo b. Bartolomeo, detto da Breganze, per ospitarvi la reliquia della corona di spine del Salvatore, che il Beato ebbe in dono da s. Luigi IX di Francia. Appartiene al sec. XIV la chiesa di S. Agostino nella coltura di S. Felice con notevoli affreschi della scuola emiliana. La sua origine però è certo più antica e, con ogni probabilità, è coeva a quelle numerose chiesette sorte nel territorio tra l'VIII e il x sec. e di cui rimangono ancora sostanzialmente conservate: S. Martino di Ponte del Marchese, S. Zeno di Costabissara, S. Maria in Favrega, S. Michele di Caldogno, S. Giorgio di Angarano, S. Benedetto e S. Vito di Marostica, S. Bartolomeo sul Brenta, S. Niccolò di Pianezze, S. Martino di Schio, S. Martino di Brogliano, SS. Filippo e Giacomo di Longara, S. Giustina di Sossano, S. Vito di Lovertino, S. Maria Etiopissa di Polegge, S. Silvestro e S. Giorgio di V. S. Maria in Colle di Bassano del Grappa, dove nell'ultimo '300 sorse pure la bella chiesa di S. Francesco, da pochi anni rimessa nel suo stato originale. Allo stile rinascimentale di Lorenzo da Bologna e, forse, di Rocco da Vicenza, s'ispira la costruzione della chiesa di S. Rocco (1485). PALLIO (v.) non lasciò a V. grandi monumenti religiosi come in altre città: tuttavia la sua interpretazione originale e moderna dell'architettura classica, seguita, sostanzialmente, dallo Scamozzi (1548-1616) e da altri fino al sec. XIX, esercitò un grande influsso anche nell'arte religiosa. L'architetto padovano Frigimelica (1653-1732) regalò a V. S. Gaetano che non sfigura affatto accanto alla Ca' d'oro. Degna pure di rappresentare la sua epoca è la chiesa dei Filippini, opera di G. Massari e di O. Calderari (1730-1804). Tra i principali monumenti della scultura vanno ricordati, oltre al portale di S. Lorenzo (sec. XIV), l'altare di S. Giovanni a S. Corona, il portale dell'ex chiesa di S. Marcello e le statue dei fratelli Albanese (sec. XVI), e di Orazio Marinali, bassanese (sec. XVIII). Le belle Madonne di Bartolomeo Montagna, del Veronese, del Tiepolo, ed i dipinti di Battista da V., Giovanni Buonconsiglio, del Tintoretto, del Fogolino e di Francesco Maffei, per ricordare i nomi più rappresentativi, abbelliscono ancora le chiese della città oppure si trovano al Museo cittadino. Di sommo pregio sono le pitture murali trecentesche di S. Agostino, gli affreschi della chiesa di S. Rocco, l'affresco della decollazione di S. Paolo, del Montagna, a S. Lorenzo, oltre poi agli affreschi tiepoleschi delle varie ville vicentine. Tra le molte opere che adornano il tempio di S. Corona meritano particolare rilievo: la pala del
Battesimo di Gesù del Giambellino, la S. Maria Maddalena del Mantegna e l'Adorazione dei Mogi del Veronese.
La confraternita di S. Nicola eresse (sec. XVI) l'oratorio di S. Nicola, ridotto (metà sec. XVII) ad una vera galleria pittorica da F. Maffei e da G. Carpioni, che lavorarono pure nell'altra galleria della pittura vicentina del Seicento: la chiesa di S. Giacomo.
Anche la musica vanta una gloriosa tradizione e nella cappella musicale della Cattedrale, di cui si hanno documentato notizie fin dall'inizio del sec. XVI, prestarono la loro opera pre Niccolò Vicentino (Nicolaus de Vicentinis) inventore di un archicembalo e archiorgano e pre Leon Leoni, le cui composizioni sacre e madrigalesche attendono ancora il lavoro paziente del musicologo.
Tra i sussidi culturali, oltre la Biblioteca civica ed il Museo con annessa pinacoteca di 400 dipinti ca., meritato ricordo la Biblioteca del Seminario con ca. 35.000 voll. e preziosi incunaboli; l'Archivio capitolare e quello della Curia con una raccolta di codici feudali, dal sec. XII al sec. XIX. Degna di nota la fiorentissima arte della stampa nel sec. XV a V., dove nel 1476 usciva, a cura del tipografo L. Achates di Basilea, la 2ª ed. della Volgata con testo attinto direttamente dai codici.
III. SANTUARIO DI MONTE BERICO
La prima chiesetta in stile gotico, di cui si conserva ancora la facciata, venne aperta il 25 ag. 1428, in seguito a due apparizioni della Vergine a donna Vincenza Pasini. Un progetto di ingrandimento presentato dal Palladio nel 1576 non sortì il suo effetto e l'architetto C. Borella, tra il 1687 ed il 1702, costruì l'attuale basilica barocca. Il tempio, con la venerata immagine della Madonna, attribuita allo scultore Antonino da Venezia, con le tele di Bartolomeo Montagna e del Veronese (nell'attiguo convento dei Servi di Maria) e con le tre facciate adorne di scalea e di statue di O. Marinali, rappresenta per V., e non solo per V., il cuore di tutta la vita religiosa (cf. S. Rumor, Il santuario di Monte Berico, Vicenza 1926).IV. PERSONAGGI ILLUSTRI
Nella prima metà del sec. XIII, esplicò l'opera riformatrice e pacificatrice nelle città d'Italia centro-settentrionale il frate domenicano b. Giovanni da V. (1200 ca.-1260 ca.), più noto come Giovanni da Schio. Il moto riformatore cominciò nell'assemblea del 23 ag. 1233 alla Paquara, presso Verona, dove dinanzi ad una grande moltitudine di ecclesiastici e laici venne giurata la pace tra la maggior parte dei comuni dell'Italia centro-settentrionale. Sebbene con effimero successo, quel movimento di pace rispondeva ad una vera esigenza delle popolazioni ormai esasperate da tanti odi e discordie.Antonio Loschi, n. a V. (m. nel 1441), buon latinista e scrittore, segretario, notaio e abbreviatore di Curia, dal 1406 fino alla morte; particolarmente caro ai papi Alessandro V (Pietro Filargi, già vescovo di V.) e a Giovanni XXIII che lo volle come notaio nel Concilio di Costanza. Si acquistarono nome a Roma, tra il 1450 ed il 1550; Leonardo Nogarola (1476), creato protonotario apostolico da Sisto IV, filosofo e teologo; I CONCORDIA (v.), familiare del card. Marco Barbo; Francesco Chieregato, vescovo di Teramo, mania (v.); Girolamo Bencucci (1481-1533) detto comunemente da Schio, segretario del card. Regino e poi vescovo di Vaison, nunzio apostolico a Barcellona (1527-1530) e alla Dieta di Augusta (1530); Girolamo Gualdo (1492-1566) protonotario apostolico e fondatore del museo Gualdo di V. Fama di grande naturalista ebbe il gesuita vicentino p. Luigi Sodiro (1836-1909), per trentott'anni missionario nell'Equatore dove venne assunto dal presidente della Repubblica, Garcia Moreno, come insegnante di botanica all'Università di Quito. I suoi studi sulle crittogame vascolari di Quito e sulla flora equatoriana lo resero celebre tra i più eminenti studiosi tanto che nel 1898 il botanico francese C. De Candolle pubblicava un lavoro dal titolo: Piperaceae Sodirianae. La storia ecclesiastica, oltre che civile, di V. ebbe in questi ultimi tempi due appassionati cultori nel due bibliotecari della Biblioteca cittadina: D. Bortolan (1850-1928) e S. Rumor (1862-1929). - Vedi tav. CXLI.